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Archivio per agosto 2011

Un mese con Lion (ma senza Mac)

Il più recente dei sistemi operativi per Apple, Os X Lion, è uscito da poco più di un mese. Abbiamo avuto il tempo di usarlo per lavoro e per svago, su diverse macchine e in diverse situazioni. Nel frattempo è arrivato anche un aggiornamento che ha risolto alcuni problemi di gioventù della prima release.

Presentato da Steve Jobs lo scorso ottobre, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, Lion è la settima incarnazione di Os X: come sempre, a Cupertino hanno scelto di battezzarlo con il nome di un grande felino (i precedenti avevano nomi come Tiger, Panther, Leopard). E che il Leone sia il più grande apre già una prospettiva interessante: che in qualche modo, questa versione di Os X sia l’ultima di una serie, e che quello che verrà dopo sarà un sistema operativo diverso.

Intanto, di differenze con il precedente Snow Leopard ce ne sono parecchie già in Lion. E non sono gli inevitabili miglioramenti o le nuove versioni delle singole applicazioni, come Safari o Mail. No, è l’idea di base che è diversa: “Abbiamo imparato molto dall’esperienza dei sistemi operativi per dispositivi mobili”, aveva detto Jobs alla presentazione. Così OS X Lion ha il Multitouch, il salvataggio automatico dei documenti e anche l’App Store per il software, che dopo 15 miliardi di download su iOS, arriva sui portatili e desktop della Mela con analoghe prospettive di guadagno (e analoghe preoccupazioni per il controllo di Apple su cosa verrà installato nei computer).

E proprio dall’App Store comincia il primo contatto con Lion: non esiste infatti un disco, come nelle versioni precedenti del sistema operativo, ma per installare Os X 10.7 bisogna scaricarlo tramite internet. Quasi 4 Gb, circa tre quarti d’ora e con una connessione Adsl di buona qualità. In compenso, il prezzo è veramente conveniente, solo 23,99 euro. Il software è disponibile da poco anche su chiavetta Usb (a 59 euro); per chi lo ha acquistato dal negozio virtuale, Apple ha realizzato un programma che consente di copiarlo sulla propria chiavetta Usb.

L’installazione è veloce e senza intoppi: è possibile formattare il disco rigido oppure sovrascrivere il sistema esistente (che dev’essere almeno la versione 10.6.8), conservando impostazioni e documenti. Apple segnala oltre 250 tra novità e miglioramenti rispetto a Snow Leopard, ma qui ci concentreremo sulle più importanti nell’uso di tutti i giorni. La prima è la più evidente, segnalata anche da un video introduttivo: lo scroll delle pagine e dei documenti funziona al contrario del solito. Apple giustamente chiama “natural scrolling” la nuova impostazione, perché muovendosi verso il basso la pagina scorre nella stessa direzione, proprio come sull’iPad. Però, dopo anni di scroll “innaturale”, ci vuole un po’ per abituarsi (e in ogni caso si possono usare il vecchio metodo, basta smanettare nelle preferenze).

Molti dei comandi sono touch, a due, tre e quattro dita: un’altra caratteristica nata sui dispositivi mobili, che Apple ha portato sui computer tradizionali. Abbiamo il sospetto che il Multitouch funzioni meglio sui portatili che sui desktop, e in generale che sia preferibile usare una trackpad (integrata o la Magic Trackpad esterna) anziché un mouse, sia pure evoluto come quello prodotto dalla stessa Apple.

Geniale la possibilità di salvare automaticamente più versioni di uno stesso documento, in modo da avere sottomano le varie revisioni; funziona un po’ come Time Machine e, unita al salvataggio automatico, consente di non perdere mai il lavoro già fatto. Non è ancora attiva in tutti i programmi, ma, ad esempio, Microsoft ha annunciato che la implementerà in Office con un futuro aggiornamento.
La cura maniacale di Apple emerge dai dettagli: nelle preferenze della tastiera ora si possono scorrere facilmente tutti i simboli disponibili, quelli matematici e quelli scientifici, e pure gli Emoji; poi finalmente è arrivata la voce in italiano per leggere i testi sullo schermo; Airdrop rende facilissimo il trasferimento di file tra due Mac collegati alla stessa rete wifi. Spotlight è ora più veloce e personalizzabile (fantastica l’anteprima dei documenti senza aprirli). E ovviamente è stato ritoccato Mail, il programma per la posta elettronica, ora molto simile nell’interfaccia alla versione per iPad, con la cartella unificata per i messaggi in entrata e le mail ordinate per conversazioni. Cambiano esteticamente anche iCal e la Rubrica indirizzi, ma qui preferivamo il look metallico di Snow Leopard alla finta pelle di Lion.
Senza grosse novità l’App Store per Mac, lanciato all’inizio dell’anno, ma è interessante l’integrazione con il Finder: se avete un file e non sapete come fare per aprirlo, un click col tasto destro e sarete indirizzati al negozio virtuale di Apple, con i programmi consigliati per risolvere il problema. Molto utile anche l’opzione con cui è possibile spegnere il computer e al riavvio ritrovare finestre, tab e documenti aperti come l’ultima volta che sono stati usati.

Ma una delle innovazioni più importanti di Lion è nell’interfaccia: programmi che funzionano a schermo intero, nascondendo la scrivania, applicazioni che al loro interno permettono di accedere ai singoli documenti. Addirittura, Launchpad richiama la disposizione a scacchiera delle app sulla schermata home del tablet Apple. Si possono così controllare con un solo colpo d’occhio tutti i programma installati (ma stranamente non è possibile eliminarli come invece accade con i dispositivi iOS).

Exposè è diventato ora Mission Control, e se ha perso un po’ dal punto di vista dell’immediatezza, ha invece guadagnato in praticità, perché è possibile scorrere tra le varie finestre di ogni applicazione e assegnare a ognuna una scrivania diversa. Una chicca: con Remote Desktop (pure riveduto e corretto) si può attivare l’opzione a tutto schermo così la scrivania del Mac che si sta controllando occuperà l’intero monitor, come se si stesse lavorando sul proprio desktop.
Safari presenta interessanti aggiunte, come la possibilità di salvare una pagina per leggerla in un secondo momento (una specie di Instapaper, insomma), però è l’unico aspetto di Lion che non ci ha convinto completamente, per una serie di rallentamenti e blocchi con i siti che usano Flash. Anche la nuova versione del plug-in di Adobe non sembra risolvere il problema (riscontrato in entrambe le macchine su cui Lion è stato testato, un MacBook Pro 13″ 2010 e un MacBook Air 13″ Thunderbolt).

Vale la pena di aggiornare? Certamente, anche se si perde del tutto la compatibilità con le applicazioni Power Pc. Ma quello è il passato, mentre Lion è un passo avanti verso il futuro del computer. Dove diventerà sempre meno importante la metafora della scrivania, dei file e delle cartelle, che per trent’anni ha regnato nel mondo dell’informatica. Si sono visti molti miglioramenti in questo periodo, ma  nessuna idea veramente rivoluzionaria, nemmeno a Cupertino. Lion, ispirandosi all’iPhone e all’iPad, porta invece una ventata di novità nei computer della Mela. Ha ancora qualche incertezza dovuta alla sua natura ibrida, ma indica chiaramente la strada tracciata da Steve Jobs per gli anni a venire: unificare Os X e iOS. Peccato solo che in questo sforzo si perda un pezzo fondamentale della storia di Apple: la parola “Mac” non compare più nel nome del nuovo sistema operativo. Fino a ieri c’era Mac Os X 10.6 Snow Leopard, oggi solo Os X 10.7 Lion.

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Ian Curtis, così vicino così lontano

 

Manchester, 30 luglio 1980: sul palco del Beach Club si celebrano una nascita e una morte. Suonano tre musicisti un po’ spaesati, nemmeno segnalati nella locandina della serata; sulle casse degli strumenti si legge il nome di una band che è in classifica ma non esiste più. I Joy Division sono finiti con la scomparsa di Ian Curtis, i New Order cominciano la loro avventura. Sotto la guida di Bernard Sumner inventeranno il pop degli anni Ottanta, elettronico e contaminato con la dance: una formula ripresa tra gli altri da Pet Shop Boys e Chemical Brothers.

Ma nella storia del rock quello dei Joy Division è un capitolo a parte, abbagliante di luce e denso di oscurità. Dove il vero protagonista è il fantasma di Ian Curtis, ucciso a ventitré anni dalla solitudine, dal peso del successo, dai medicinali che usava per curare l’epilessia. Con i suoi compagni firma due album, uno bianco e uno nero: cupi, ossessivi, traboccanti di angosce senza rimedio, saranno ricordati per la musica gelida e ossessiva, per i testi drammaticamente introspettivi; perfino le copertine cambieranno per sempre la grafica dei dischi.

La storia di Ian Curtis inizia a Macclesfield, poco lontano da Manchester, il 15 luglio 1956, quella dei Joy Division il 4 giugno 1976: dopo un concerto dei Sex Pistols decide con alcuni amici di formare una band. In pieno fermento punk, i quattro guardano indietro, ai Roxy Music, ai T. Rex, a David Bowie; a un suo brano si ispirano per il primo nome, Warsaw . Verso la fine del 1977 si ribattezzano Joy Division: così si chiamava nei lager la sezione che ospitava le prostitute destinate ai gerarchi nazisti.

Il primo mini-album con quattro brani esce nel maggio del 1978. Colpisce il suono della band, con sezione ritmica in evidenza, chitarre ridotte al minimo, astrusi echi di sintetizzatori, e su tutto la voce baritonale e monotona di Curtis. Gli stessi elementi del primo disco, Unknown Pleasures , pubblicato l’anno successivo: trentotto minuti, dieci sole canzoni, in copertina le pulsazioni di luce di una stella appena scoperta e nient’altro, neppure il nome della band. L’album è accolto bene dalla critica musicale e vende discretamente, ma in classifica entrerà solo dopo la morte di Curtis. Che intanto è diventato padre di una bambina, Nathalie, nata dalle nozze con Deborah Woodruff.

Unknown Pleasures cambierà la vita di molte persone: Moby e i Red Hot Chili Peppers riprenderanno New Dawn Fades , i Cure ne trarranno ispirazione per i giri di basso dei loro brani più famosi, da A Forest in poi. Un ragazzo olandese deciderà addirittura di lasciare il suo paese e trasferirsi a Manchester per conoscere quella band così diversa da tutte le altre. Si chiama Anton Corbijn, oggi è uno dei fotografi più famosi del mondo: sue le immagini di U2, Depeche Mode, Nick Cave, R.E.M., Nirvana e mille altri. Dopo un’infinità di video musicali, nel 2007 debutta come regista al Festival di Cannes con Control , tratto dal libro della vedova Curtis ( Così vicino, così lontano , pubblicato da Giunti). Il film racconta la vita di un’improbabile rockstar, un uomo lacerato dalla depressione e dall’amore (per la moglie, ma anche per la giornalista belga Annik Honoré, conosciuta durante un’intervista). Control , il controllo, è la sua ossessione: comprendere, capire, razionalizzare. E invece è sempre più spesso preda di crisi epilettiche, tanto che ai concerti il pubblico non sa mai se i suoi movimenti frenetici sono intenzionali o un sintomo della malattia.

Ian Curtis ricorre sempre più spesso agli psicofarmaci, un paio di volte esagera con le dosi e finisce in ospedale. Il 7 aprile 1980 tenta il suicidio con i barbiturici; sopravvive, ma nessuno sembra cogliere il segnale di una crisi già gravissima. Intanto l’interesse per i Joy Division cresce: il secondo album è pronto, Corbijn gira un video e il manager organizza un tour che dovrebbe aprireai quattro le porte del mercato americano. La partenza è fissata per il 19 maggio, ma all’alba del giorno primaCurtis si impicca; quando la moglie lo scopre, qualche ora più tardi, il giradischi suona ancora The Idiot di Iggy Pop.

Closer esce due mesi dopo: è un disco desolato, rarefatto, spettrale. L’autore non ne era soddisfatto (in una lettera da poco ritrovata lo definirà «un disastro»), eppure il suo testamento sarà proprio quell’album bianco con una foto scattata nel cimitero monumentale di Staglieno a Genova.

Appena Ian Curtis entra nel paradiso degli eroi rock, gli U2 gli dedicano A day without me , primo singolo dal loro album di esordio, poi arriveranno gli omaggi di Radiohead, Coldplay e tanti altri. A ricordarlo sulla terra, una lapide a Macclesfield. Qualcuno la rubò, tre anni fa; ora ce n’è una uguale, con un verso della sua canzone più famosa: Love will tear us apart , «l’amore ci farà a pezzi».