Archivio

Archivio autore

Ludovico Einaudi: la mia Taranta è un’architettura di suoni

La leggenda, antichissima, narra di un ragno che morde le persone e le fa cadere in un’irrefrenabile smania di ballare. La realtà, recente, racconta di 80 mila persone arrivate a Melpignano, nella Grecìa salentina, lo scorso anno per la Notte della Taranta: altrettante sono attese domani per la tredicesima edizione, per cui sono stati anche approntati treni speciali.

Maestro concertatore sarà Ludovico Einaudi, intellettuale prestato alla musica, autore di composizioni minimaliste e rarefatte. Ma nel suo ultimo album, Nightbook, uscito nell’ottobre 2009, c’era già un brano vicino al folk del Salento: «Allora non pensavo alla taranta – spiega – l’invito è arrivato a marzo, quando ero a Londra per una serie di concerti. In Eros ci sono parti per tamburelli suonate da Mauro Durante, leader del Canzoniere Grecanico Salentino». L’interesse di Einaudi per le musiche tradizionali è però più remoto, e risale a un viaggio in Mali di una decina d’anni fa, da cui nacque un disco con il virtuso di kora Ballaké Sissoko, pure ospite al concertone. Ancora prima, il suo maestro Luciano Berio si era ispirato ai canti popolari: ma il suo approccio rimaneva cerebrale, il tono elitario, di chi in fondo non esce dalla gabbia dorata dell’avanguardia. «Il mio caso è diverso, perché con la taranta si entra nella carne e nel sangue della tradizione – osserva Einaudi da una panchina della piazza di Calimera, dove sta finendo le prove -. Ho studiato le varie componenti di queste musiche e provato a rielaborarle: c’è una ritmica molto ricca, ma anche tanta melodia, influenze mediorientali dalla Grecia, dai Balcani, fino alla Turchia. Gli ospiti che ho scelto mettono in luce questi aspetti, i tamburi del Burundi ad esempio accentuano l’aspetto rituale, mentre Savina Yannatou svela le parentele col sirtaki». Una cantante greca che canta in griko, l’antico dialetto salentino? «Come maestro concertatore il mio compito è inventare connessioni e collegamenti. Così i Taraf De Haïdouks sottolineano la parte più virtuosistica e funambolica di questa musica, mentre dal Portogallo arriva il fado di Dulce Pontes, che si esibisce con due cantanti salentine: le voci di qui sono molto belle. Da un lato ho mantenuto intatti alcuni elementi fondamentali, anzi ho pure eliminato la batteria che non c’entra niente con la tradizione, ma poi mi piace guidare il pubblico verso sonorità nuove». Perciò a Melpignano ci saranno anche i Sud Sound System e il deejay turco Mercan Dede: «La pizzica – spiega Einaudi – è una forma antica di trance, che si articola in micro ripetizioni, proprio come la mia musica. E ha parecchie affinità con la techno e la dance elettronica». Un rave, insomma? «Sì, ci sono degli aspetti comuni. Nel Concertone è assente la dimensione rituale, della taranta resta solo la festa, la voglia di cantare e ballare insieme. Per me l’importante è che non diventi una specie di festival di Sanremo, dove la qualità musicale è bassissima anche se il seguito è enorme».

Fedele alla sua passione per le geometrie sonore, Einaudi ha concepito una specie di grande sinfonia: parte con un tema scritto per l’occasione, che ritorna – simile ma sempre diverso – prima dei nove blocchi di tre brani l’uno in cui si sviluppa il concerto. L’ispirazione è arrivata dalle masserie e dai palazzi nobili della zona: «Ci sono spazi interni, cortili, alberi di aranci, gelsomini, archi e passaggi, e ognuno degli ospiti rappresenta una finestra nel percorso di questo edificio sonoro». Non sarà una costruzione troppo astratta? «No, si tratta di ritrovare punti di riferimento nel passato, per capire chi siamo e dove andiamo».

Svanita la connotazione ideologica che animava il folk Anni 70, nella Puglia di Vendola l’interesse per la cultura popolare si concretizza in rassegne, convegni, libri, oltre che in un business turistico e una vivace attività dal vivo. E non c’è solo il Concertone, ma anche un festival itinerante appena concluso con gruppi storici come gli Argalìo, innovatori (ad esempio gli Insintesi), famiglie intere e cantori solitari tra cui Enza Pagliara e Uccio Aloisi. La taranta, insomma, è tornata di moda, e non solo a sinistra: anzi, su YouTube la più cliccata è quella di Checco Zalone, che passa in rassegna i ministri del governo Berlusconi.

iPhone 4, la prova su strada

1 agosto 2010 Bruno Ruffilli 1 commento

Arriva nei negozi italiani l’iPhone 4, forse il prodotto Apple di cui più si è parlato negli ultimi tempi. E non sempre bene: un paio di settimane fa, Steve Jobs ha convocato una conferenza stampa per cercare di smontare l’«Antennagate», una tempesta mediatica che ha trasformato un successo (tre milioni di esemplari venduti in tre settimane) in un disastro. Il nuovo supertelefonino Apple, infatti, più che per le sue raffinatezze tecnologiche, è diventato famoso per un difetto: impugnandolo in un certo modo la ricezione peggiorerebbe fino a scomparire. Jobs ha ammesso in parte il problema –comune però a molti altri telefonini – e ha deciso di regalare (anche in Italia) una custodia in silicone che protegge il corpo in vetro e acciaio dell’apparecchio e riduce le interferenze.

L’antenna
Abbiamo testato l’iPhone 4 per alcuni giorni, tra Milano, Torino e Napoli. All’aperto e al chiuso, nella metropolitana, sul treno, in auto. A meno di non essere mancini, non è facile coprire con la mano il punto debole dello smartphone Apple, che è l’angolo in basso a sinistra. Ma anche così, e anche se l’indicatore di campo segna qualche tacca in meno, normalmente la linea non cade e la connessione internet continua a funzionare. Il fenomeno, insomma, esiste, ma in aree dove la copertura della rete cellulare è buona non impedisce di usare al meglio l’iPhone 4. Che, anzi, è più sensibile del modello precedente e permette di fare e ricevere telefonate anche in garage e ascensori, dove il 3GS rimaneva muto. In questi casi, tuttavia, le voci possono risultare metalliche; qualche volta è anche successo che la comunicazione si interrompesse. L’«Antennagate», alla fine sembrerebbe inspiegabile, non fosse per la scarsa qualità del segnale di AT&T, che negli Usa è il solo operatore autorizzato a distribuire lo smartphone Apple. E infatti non si registrano le stesse lamentele in Germania, Francia, Regno unito e Giappone, dove l’iPhone 4 è in vendita da oltre un mese e la rete cellulare è più capillare e più efficiente di quella americana.

Il resto
L’iPhone 4 adopera lo stesso processore dell’iPad, la fortunata tavoletta-computer di Apple: è molto veloce nell’uso e parco nei consumi, tanto che la batteria arriva a una giornata intera, tra telefonate, navigazione su internet, notifiche push, wi-fi (pure questo migliorato), foto e video. La qualità delle immagini è cresciuta, grazie alla fotocamera che passa da 3 a 5 Megapixel; finalmente è stato aggiunto un flash per le riprese al buio. A breve arriverà anche la versione per iPhone di iMovie, il software Apple per montaggi di video e immagini in HD, da condividere poi via internet o da vedere in tv tramite un cavetto: negli Usa qualcuno ci ha già fatto un film. Il punto forte dell’apparecchio è però il display, che dei modelli precedenti riprende le dimensioni (3,5 pollici), quadruplicandone la risoluzione: i testi, anche microscopici, si leggono ora senza fatica, le immagini hanno un dettaglio e una profondità mai viste, i video sono chiarissimi (specie i cartoons). Ci guadagnano pure i libri, e infatti sul nuovo iPhone c’è l’applicazione per eBook dell’iPad: si può iniziare a leggere un testo su un apparecchio, mettere un segnalibro, e sull’altro sarà sincronizzato automaticamente.

L’evoluzione
A tre anni e sessanta milioni di esemplari dal debutto, la versione attuale ha coperto quasi tutte le lacune rimproverate al primo iPhone: al’inizio sono arrivati gli Mms, poi il video, la fotocamera è stata rivista, le connessioni a reti telefoniche e wifi rese più veloci, la memoria maggiorata e sono state aggiunte numerose altre funzioni. Il nuovo sistema operativo (installabile anche sul 3GS) offre finalmente il multitasking: ora, ad esempio, si può continuare ad usare Skype per parlare e allo stesso tempo navigare sul web con Safari. Ma solo con l’iPhone 4, che ha una fotocamera frontale, è possibile utilizzare FaceTime e parlare guardandosi negli occhi (l’interlocutore deve avere lo stesso apparecchio ed essere connesso tramite rete wifi). La qualità è ottima, ma la videochiamata esiste da anni e chissà se davvero Jobs riuscirà a renderla popolare. Intanto è riuscito a fare dell’iPhone 4 l’ennesimo feticcio tecnologico di Apple: non è compatibile con i siti web in Flash, monta batterie non sostituibili e funziona solo con le applicazioni approvate a Cupertino, però è bellissimo.

Istruzioni per l’uso
L’iPhone 4 è uno dei pochissimi telefonini con scheda micro Sim. Se si vuole conservare il numero bisogna farsi cambiare la vecchia Sim o provare a tagliarla artigianalmente, col rischio di renderla inutilizzabile.
Al momento l’iPhone 4 si può acquistare esclusivamente nella versione nera; per quella bianca si dovrà aspettare ancora, nonostante la promessa di Jobs, che due settimane fa aveva confermato la disponibilità per fine mese. Pare che problemi di lavorazione ne rallentino la produzione e che gli esemplari finora realizzati non soddisfino ancora lo standard qualitativo di Apple.
Orientarsi nella giungla delle offerte è difficilissimo. Con contratto, l’iPhone 4 ha prezzi variabili da zero euro (Tre Italia) fino a oltre 1500, a seconda dei servizi inclusi, del numero di rate mensili e della durata dell’abbonamento. La versione sbloccata da 16 GB è in vendita da Tim, Vodafone, negli Apple store e online a 659 euro, quella da 32 GB a 779, ma Tre Italia le propone rispettivamente a 599 e 699 euro.
Come in Usa, anche da noi chi non fosse soddisfatto può restituire l’iPhone 4 entro 30 giorni e ottenere un rimborso totale. Interpellati direttamente sulla questione, in via informale Tim, Vodafone e Tre Italia confermano la clausola soddisfatti o rimborsati di Apple, tuttavia le modalità potrebbero variare a seconda dell’operatore.
I “bumper” di Apple sono gratis anche da noi fino alla fine di settembre. Non saranno distribuiti insieme all’iPhone: sembra incredibile, ma esiste un’app con cui prenotarli per averli direttamente a casa.

Categorie:Tech, iPhone Tag: , , ,

Jim Kerr: i Simple Minds, Bono, Battiato e il dialetto siciliano

Buon giorno, come va?

“Bene, lei?”

Bene anche qui. Ora è a Londra. Non va più nel suo hotel a Taormina?

“Negli ultimi due anni non ci sono stato molto, sono troppo occupato con i concerti e i dischi”.

Quelli dei Simple Minds o da solo?

“Quando i Simple Minds sono in tour vado con loro, altrimenti suono da solo come Lostboy, faccio entrambe le cose in parallelo”.

Nel 2010 cosa deve aspettarsi il pubblico dai Simple Minds, che sono nati trent’anni fa?

“Una band incredibile?”

Certo, ma avrebbe potuto dire lo stesso anche nel 1980.

“Siamo in grande forma, suoniamo cose nuove e vecchie, ogni concerto è un lungo viaggio nella nostra storia”.

C’è una tappa preferita?

“Il suono dei Simple Minds è cambiato spesso, passando dal pop all’ambient, dal folk di Belfast Child al rock, dalla dance, alla new wave. Ridurlo a una sola canzone sarebbe impossibile.”.

Eppure la vostra più famosa non è stata scritta da voi…

“E’ andata così: Don’t You (Forget about me) era nella colonna sonora di Breakfast Club ed è diventata l’inno di una generazione, soprattutto dopo il Live Aid. È una delle ironie della vita. Ma quando la sento per radio penso ancora che sia una grande canzone”.

E la politica? Negli anni Ottanta passavate per impegnati, ora la vostra musica sembra concentrarsi più sulle questioni personali.

“In realtà Street fighting years è il nostro solo album davvero politico, su sedici o diciassette. La geografia è cambiata, qualcosa di nuovo è successo in Sudafrica e a Belfast, ma purtroppo violenza e razzismo sono ancora problemi attuali, così Mandela Day continua ad aver senso anche se Mandela è libero. Per questo la suoniamo ancora, non abbiamo bisogno di scrivere altro”.

Una volta ha detto che Bono non parla mai della Palestina. Può spiegare meglio?

“Non sono affascinato da quello che dice Bono, mi piace la sua musica, ma non passo le giornate a pensare alle sue parole”.

Gli U2 sono arrivati a ieri Torino e ci rimarranno per un po’: vi incontrerete?

“Per me gli U2 sono un fenomeno musicale come Michael Jackson o Madonna. Non sono qui per parlare di Bono: non che non sia mio amico, ma non ha niente da fare con i miei concerti in Italia”.

Eppure negli anni Ottanta tra U2 e i Simple Minds, c’era come una chiara contrapposizione: intellettuali e raffinati i primi, muscolari ed energici gli altri. Anche voi la vivevate cosi?

“Succedeva lo stesso con i Cure, i Magazines e tanti altri E’ una cosa che oggi mi annoia”.

Bene, parliamo d’altro. Sul vostro sito permettete di scaricare brani gratis: avete un modello di business per la musica sul web?

“Internet può essere una grande risorsa, specie se una band ha fan in tutto il mondo come noi: con il web possiamo rimanere in contatto, e ci sembra giusto fare un regalo a chi ci segue da tanto tempo. Non è una strategia, diamo degli assaggi di quello che facciamo. Ma non so se Bono sarebbe d’accordo.”

Ha vissuto a lungo in Italia, cosa conosce della nostra musica?

“Non ascolto molta radio né televisione, ma mi sembra che ci siano sempre le stesse persone in giro: Lucio Dalla, Zucchero, Claudio Baglioni, gente che conosco da quando ero bambino”.

Lei ha anche collaborato con Battiato: che ricordo ne ha?

“E’ una grande personalità, un tesoro nazionale, il rappresentante della migliore cultura siciliana e italiana. Sono un suo ammiratore”.

Perché, secondo lei, la musica italiana non sfonda all’estero?

“Indubbiamente in America e Regno unito sono chiusi verso tutto quello che non è cantato in inglese, però penso che gli italiani sappiano scrivere straordinarie melodie. Mi rendo conto che è un luogo comune, come quando i giornalisti vengono a sapere che sono scozzese e mi chiedono del mostro di Loch Ness.”

L’ha visto?

“Certo”.

Lei pensa che l’industria musicale italiana sia paragonabile a quella inglese?

“L’industria da noi è una macchina più grande e complessa. Ma in Italia la gente è fantastica e ci sono professionisti capaci. Forse non sono la persona più adatta per questa domanda, io sono completamente innamorato dell’Italia: dieci anni fa per me era un periodo nero e se ora sto bene, scrivo e sono felice lo devo al mio incontro con la Sicilia. E’ stata come una rinascita, e per questo sarò sempre grato al vostro Paese”.

In Sicilia ha avuto anche a che fare con la mafia?

“In Sicilia no, ma è successo a Glasgow. La mafia è ovunque”.

Parla italiano?

“Ci proviamo, se vuoi”.

Cosa sa dire?

“In bocca al lupo sempre”.

Non è un’espressione siciliana.

“In siciliano so solo dire minchia”.

Categorie:Musica Tag: , , ,

L’ultima Love Parade


L’ultima Love Parade c’è stata anni fa, da allora è rimasto poco più di un marchio». Marco Mancassola, trentasettenne, scrittore, è autore di Last Love Parade (Mondadori, 2005), tuttavia la sua non è una posizione nostalgica: «Era un simbolo di quel periodo storico, oggi ha ancora un senso, ma del tutto diverso».

Nel 1987, quando Wenders gira Il cielo sopra Berlino, la Love Parade non esiste ancora e ai due angeli in cima alla Colonna della Vittoria la città non è troppo diversa da quella raccontata da Lou Reed e David Bowie nei loro dischi più cupi. Nel 1989, poco prima della caduta del Muro, sotto gli occhi di Cassiel e Damiel sarebbero passati invece 150 ragazzi con musica elettronica a volume altissimo. La techno, nata a Detroit da un pugno di sperimentatori ispirati dalle band tedesche degli anni ’70, dopo aver conquistato il Regno unito, stava tornando nella sua terra d’origine.
Già nel 1990 i partecipanti sono 2000; cinque anni più tardi, per l’ultima sfilata sul Ku’ Damm, arrivano a 350.000. Ma ora Berlino è una sola grande città, così è la Love Parade a dividersi in due tronconi: uno parte dalla porta di Brandeburgo, dov’era un tempo il muro, l’altro dalla Ernst-Reuter Platz, proprio dietro la stazione dello Zoo di Christiane F. S’incontrano alla Siegessäule, sotto gli occhi degli angeli di Wenders, e intanto i partecipanti crescono fino a superare il milione e mezzo. La Love Parade diventa così il più grande raduno techno del mondo e genera mille altre manifestazioni simili. Nelle parole del suo ideatore, Matthias Roengh, alias Dr. Motte, «è una dimostrazione a favore del rispetto, della tolleranza e della comprensione tra i popoli».

Rifiuti, violenze, droghe, alcol: le polemiche si moltiplicano, e dal 2003 la Love Parade lascia Berlino. Ci torna nel 2006, solo per un anno: nel 2008 raggiunge un nuovo record di partecipanti (1,6 milioni) ma a Dortmund. «La nostra – commenta Mancassola – è un’epoca senza riti di massa, e la Love Parade è uno dei pochi che sopravvivono. È un rito postpolitico che porta in strada l’esuberanza del corpo».

Capelli gialli, verdi, azzurri, tatuaggi e piercing dappertutto. E muscoli, lacrime e sudore: la grande sfilata di carri e persone al ritmo della musica techno è una festa pagana che celebra i partecipanti ed esclude tutti gli altri. «C’è uno spirito dionisiaco che a volte diventa crudele, ma è così in tutte i grandi eventi pubblici, nelle partite di calcio come nei concerti», prosegue lo scrittore. Ieri in parecchi hanno continuato a ballare mentre le prime vittime erano a terra coperte da un lenzuolo: con i diciannove morti di Duisburg, forse, si chiude davvero la storia della Love Parade. Sempre che gli sponsor non decidano di tenere comunque la manifestazione dell’anno prossimo, prevista a Zagabria.

Tom Jones, da Sexbomb alla Bibbia

Altro che Sexbomb: il nuovo disco di Tom Jones è una raccolta di “canzoni tratte dal breviario”. Questo almeno il giudizio di David Sharpe, vice presidente della Island Records, che lo scorso ottobre ha strappato il cantante alla Emi per un milione e mezzo di sterline. “Ho comprato una Mercedes e mi ritrovo un carro funebre”, si legge nella mail in cui Sharpe commentava lo scorso maggio il primo ascolto di Praise and Blame, “spero che sia solo uno stupido scherzo”.

E in effetti l’album – pubblicato ufficialmente ieri – è un cambio di rotta radicale per l’artista, con undici cover di Bob Dylan, Staple Singers, Mahalia Jackson e molti altri. Il risultato è di tutto rispetto, anche se non si può chiedere a Jones di interpretare classici del blues e vecchi spirituals alla stregua di Johnny Cash, che pure negli ultimi dischi aveva esplorato le stesse musiche nella straordinaria serie American Recordings. Jones, con l’aiuto del produttore xxxe e di una piccola band, riduce all’osso le concessioni alla modernità, spoglia le canzoni di orpelli e arrangiamenti, ne riscopre le radici soul con la sua voce nera, lui che è bianco e del Galles. Certo, non ha la tragica profondità di Cash, ma Praise and Blame è un disco ispirato e ben realizzato, che si concede perfino una credibilissima digressione country (Did Trouble Me,  di Susan Werner).

Considerato il passato di Jones e le recensioni che finora sono state tutte positive, non è nemmeno escluso che il disco entri in classifica. Ma sarà difficile che dal vivo si replichi lo show per cui è famoso l’autore di What’s New Pussycat?, dove sfoggia lustrini e pantaloni attillati, mentre le donne dal pubblico lanciano indumenti intimi, chiavi di albergo e numeri di telefono sul palco. Accadeva spesso, a Las Vegas, dove Tom Jones era una delle attrazioni locali, sempre in concerto nel Caesar’s Palace o in qualche altro albergo superlusso e superkitch. Pare che le ragazze fossero in fila avanti alla porta del suo camerino anche nel tour di “Reload”, l’album con cui tornò in classifica nel 1999, quando aveva già sessant’anni. Chissà cosa succederà adesso, che di anni ne ha settanta (molto ben portati), e si cimenta con un singolo come Burning Hell di John Lee Hooker e canzoni piene di riferimenti biblici.

Intanto, dopo la risposta stizzita di Jones (“Non conosco questo David Sharpe, dev’essere uno che sta lì a firmare assegni”), cresce il sospetto che la mail incriminata, di cui sono stati pubblicati ampi stralci, in realtà non esista. Sarebbe solo una manovra pubblicitaria per promuovere il disco: ben riuscita, a giudicare dallo spazio che la vicenda ha trovato sul web e nei giornali inglesi.

Categorie:Musica Tag: , ,

Scissor Sisters, la mistica del dancefloor

Night Work è uscito da una settimana e le Scissor Sisters sono a Malta per presentarlo da vivo: con oltre cinquantamila spettatori, il concerto di Isle of Mtv è uno degli appuntamenti più importanti per il quartetto americano. In Italia arriveranno fra due settimane, a Vigevano, ma sotto il sole mediterraneo Jake Shears pensa ancora a Glastonsbury, dove Kylie Minogue è salita sul palco accanto a lui e Ana Matronic: “E’ stato fantastico, uno dei giorni migliori della mia vita”.

Il terzo album delle Scissor Sisters esce quasi contemporaneamente ad Aphrodite di Kylie Minogue, che contiene una canzone scritta da te ed è realizzato dallo stesso produttore. Non avete paura di farvi concorrenza?
“La collaborazione con Kylie va avanti da anni: ci troviamo molto bene, siamo certi che faremo altre cose insieme. Per il produttore, invece, è una coincidenza: quando ci siamo conosciuti, Stuart Price non aveva ancora registrato Confessions On A Dancefloor, ma non avevamo dubbi sul suo talento. Semmai sul mio: mi fece ascoltare i provini di Hung Up e io gli dissi che ero molto perplesso. Mi sbagliavo, è stato uno dei più grandi successi di Madonna”.
Ma Night Work è un disco che guarda anche al passato, con citazioni da tutto il dizionario del pop: dagli Abba a Bowie, dai Pet Shop Boys ai Village People…
“Penso che sia una cosa comune a tutta la musica, pure gli Stones imitavano Muddy Waters. Intanto, per noi è un disco molto Scissor Sisters, che ridefinisce il nostro vocabolario musicale”.
Come mai avete cancellato l’album che avevate già registrato e deciso di ricominciare da capo?
“La musica era buona, ma non il risultato che cercavamo di raggiungere”.
E la vostra casa discografica come ha reagito?
“Magari non gli avrà fatto piacere, ma non avevano alternative. Avrebbero dovuto cantare da soli le canzoni”.
Il disco è arrivato su internet prima che nei negozi. E’ inevitabile?
“In realtà è successo al momento giusto: non un mese prima, che sarebbe stato un disastro, ma appena qualche giorno. Ci è servito perché tutti ne parlassero sui blog, alla fine è diventata tutta pubblicità gratuita. Anzi, se non lo avesse fatto qualcun altro, sarei stato io stesso a diffonderlo su internet da qualche parte”.
Mentre invece tu hai  scelto di pubblicizzarlo tramite un sito web di escort maschili. Ma costa davvero 11.99 dollari affittare Jake Shears per una sera?
“Per molti è una cifra perfino troppo alta, con la crisi. Sono fiero di me, è stato un ottimo mezzo di promozione. E poi dimostra il mio amore per la band: mica tutti si prostituiscono per la musica”.
Nel disco si parla molto di sesso. Come mai?
“Dopo che abbiamo cancellato la prima versione dell’album, mi sono trasferito a Berlino per due mesi; lì ho ricominciato a sentirmi sexy, non mi succedeva da tempo”.
Che significa essere sexy?
“Essere curiosi nei confronti del mondo, delle persone, delle cose intorno a te. E questo si vede nel disco, è aperto ed estroverso, da ballare col corpo ma anche con la mente”.
Come si spiega allora il tono oscuro di Invisible light, ad esempio?
“E’ una canzone che parla di essere fuori se stessi, lasciar andare il cervello, aprire il popper e viaggiare fino a Marte. Un momento esaltante, ma dopo ogni volta mi fa riflettere su come siamo fragili, sulla nostra mortalità. Apre una prospettiva diversa della vita, a volta anche oscura”.
Una mistica del dancefloor?
“Le discoteche sono perfette per queste esperienze. C’è una specie di spirito tribale, un legame tra gli individui che è più grande e più forte anche della religione”.
Con cui spesso le Scissor Sister hanno polemizzato. Anni fa, in un concerto italiano, definiste “fascista” il Papa.
“Provengo da una famiglia cristiana e comprendo i valori della religione, ma è orribile che i rappresentanti di un dio impongano norme di condotta. Poter usare i condom per me è un diritto fondamentale, perché contribuisce a salvare delle vite umane, negarlo a qualcuno è sbagliato”.

Google Books, la letteratura italiana diventa digitale

Basterà un click (o un tocco): Dante, Petrarca, Leopardi e Manzoni si leggeranno su computer e telefonini, sull’iPad di Apple e sui lettori di eBook capaci di connettersi al web. Un milione di volumi custoditi nelle Biblioteche Nazionali di Roma e Firenze saranno trasformati in formato digitale e messi a disposizione gratuitamente sulla piattaforma Google Books: l’accordo con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali è stato annunciato due mesi fa, ma le operazioni di digitalizzazione richiederanno dai cinque ai dieci anni per essere completate. “Ci vorrà del tempo per realizzare lo scanning center – spiega Gino Mattiuzzo, responsabile di Google Books Italia – poi bisogna tener conto della rarità e della fragilità delle opere, della necessità di catalogarle e indicizzarle”.

L’accordo italiano è il primo con un governo, mentre finora negli altri Paesi hanno aderito all’appello di Google solo alcune biblioteche e università. Come mai in questo campo siamo all’avanguardia?
“Partiamo da un’esigenza comune: Bondi punta a diffondere la cultura italiana nel mondo, noi ad allargare l’offerta di testi in lingue diverse dall’inglese. Abbiamo offerto un’interfaccia affidabile e potente, ma abbiamo pure risolto il problema dei finanziamenti, perché la scansione è a spese nostre. Alla fine forniremo al Ministero le copie digitali di tutti i testi, che potranno essere consultati anche sui siti web delle biblioteche nazionali di Roma e Firenze o su piattaforme diverse da Google Books”.

Il vostro è uno standard universale?
“E’ facilmente accessibile da tutto il mondo tramite internet, conta dodici milioni di titoli in oltre cento lingue, è un patrimonio enorme a disposizione di tutti”.

Catalogate anche i giornali?
“In Italia no, ma negli Usa abbiamo messo a disposizione del pubblico intere annate di riviste come Science e Popular Mechanics”.

L’accordo ha per oggetto i testi fino al 1868, dove il copyright non è previsto. E per gli altri?
“Per i libri protetti da copyright contattiamo direttamente gli editori. Su Google Books è disponibile un’anteprima limitata al 20 per cento del libro: chi cerca un volume può sfogliarlo, poi se lo trova interessante lo compra, proprio come in libreria. A breve, inoltre, lanceremo Google Editions: per gli eBook è un nuovo canale di distribuzione che si aggiunge alle piattaforme attuali”.

Avete già stretto accordi con case editrici italiane?
“Certo, da Feltrinelli a Franco Angeli, dalle Paoline alle Edizioni Mediterranee; molte altre stanno per arrivare”.

Come si fa a entrare in Google Books?
“Basta creare un account, accettare le condizioni di servizio e dichiararsi titolare del copyright, poi si invia il libro cartaceo o il file digitale: alla digitalizzazione pensiamo noi. E’ un procedimento molto semplice.”

Tanto che un autore potrebbe farlo da solo?
“In teoria sì, però il lavoro di una casa editrice è ancora indispensabile per arrivare a un’opera di qualità. Nella revisione del testo, nella distribuzione e nel marketing, ad esempio”.

Google diventerà editore in proprio?
“Assolutamente no”.

Chi decide di vendere un libro tramite Google Books come può guadagnarci?
“In due modi: come partner, cioè mettendo a disposizione gratuitamente un’anteprima del libro, all’editore va una parte dei ricavi pubblicitari di AdSense anche se il libro non viene venduto. Se invece un testo è acquistato tramite Google, l’incasso va all’editore e per noi c’è una percentuale, proprio come succede con un libraio.”

Come viene stabilito il prezzo?
“E’ una scelta che spetta esclusivamente agli editori. Naturalmente ci aspettiamo che i prezzi siano più bassi degli stessi titoli su carta”.

Con Google Books i libri si possono leggere senza essere connessi a internet?
“Per ora no, ma ci stiamo lavorando. Ogni libro è collegato all’account Google dell’utente e conservato online per gestire al meglio i diritti d’autore, ma in futuro sarà possibile scaricare testi e trasferirli da un apparecchio all’altro”.

Se tutti i titoli sono registrati nel mio account, allora Google conosce i miei interessi e gusti letterari?
“Sì, ma ognuno può controllare le informazioni contenute nel proprio account, e nel caso decidere di cancellarle”.

Con le anteprime gratuite e le ricerche non si corre il rischio di frammentare i libri? Non è che la generazione di Google Books consumerà solo pagine o capitoli, come fanno già ora i ragazzini, che scaricano in Mp3 canzoni singole e non album interi?
“Inevitabilmente le tecnologie influenzano i contenuti e le abitudini, com’è successo per la musica. Così gli editori potrebbero decidere di vendere singoli capitoli o puntare sui racconti brevi. Potrebbe essere uno scenario stimolante sia per gli scrittori che per i lettori”.