Archivio

Archivio per la categoria ‘Io’

La lezione di Steve Jobs

Oggi il mondo ha perso un grande innovatore, un genio visionario, un affabulatore straordinario. Uno stratega del marketing, un instancabile appassionato di musica, un padre attento e generoso. Steve Jobs è morto.

Era davvero per lui la poltrona riservata in prima fila, due giorni fa alla presentazione dl nuovo iPhone 4S. Inquadrato dalle telecamere all’inizio e alla fine, quel posto vuoto serviva probabilmente a lasciare qualche speranza che all’ultimo momento davvero il fondatore di Apple comparisse, come qualcuno aveva immaginato alla vigilia. Non è successo, Jobs non si è presentato: stava lottando con la morte, o addirittura aveva già lasciato questo mondo, a sentire i più maligni, e l’annuncio non era stato dato immediatamente per non rovinare il primo keynote di Tim Cook in veste di Ceo.

Forse non sapremo mai davvero com’è andata, e in fondo poco importa, sarebbe solo un altro segno della maniacale attenzione di Apple per la segretezza che tutti conosciamo. Ma di Apple conosciamo altre cose, prima fra tutto la capacità di innovare, di sorprendere, di ribaltare le regole. Nel famoso spot “Think Different”, a un certo punto si parla di quelli che “non hanno rispetto per lo status quo”.

Rispetto, tradizione, visione. Con Jobs la tecnologia è diventata cultura. Non tanto perché i computer sono strumenti utilizzabili da tutti, col mouse prima, con il touchscreen poi e domani con la voce: elogiare Apple per aver adottato interfacce sempre più semplici e naturali è giusto, ma svela solo una parte del percorso di Jobs. L’altra parte, più importante, è nelle mani dei 300 milioni di possessori di iPod in tutto il mondo. Aver trasformato un lettore di Mp3 in un simbolo di passione per la musica è stato un colpo di genio: non importa sapere cos’è un file, dove lo si trova, come si copia, basta collegare l’iPod al computer e funziona tutto automaticamente. E si entra a far parte di un’elite, in cui tutti sono uguali ma tutti sono diversi da chi quelle cuffiette bianche non le ha.

La tecnologia era diventata già moda con i colori vivaci dell’iMac, tuttavia per trasformarsi in cultura serviva un passo ulteriore, un oggetto che avesse un forte legame emotivo con chi lo usava.  E la musica, come l’appassionato Jobs sapeva bene, genera emozioni. Così per la prima volta l’iPod univa tecnologia e sentimento, un hard disk, una batteria e un processore nella visione di Jobs diventavano la piccola cassaforte dove conservare emozioni in forma digitale. Musica prima, poi anche foto, video, indirizzi e numeri di telefono.

Sempre qui, a cavallo tra arte e tecnologia, sono nati gli altri prodotti di successo degli ultimi anni, dall’iPhone all’iPad, che  a loro volta hanno aperto la strada alle innovazioni di Lion, l’ultimo sistema operativo di Cupertino, e al MacBook Air, il portatile con la Mela più venduto. Apple in questo Terzo Millennio ha cambiato pelle, eliminando la parola computer dalla ragione sociale,  aprendo ai servizi con iTunes (e ora iCloud), dilagando in settori nuovi come quello degli smartphone, inventandone altri, come quello dei tablet. Questa è la storia, vista dall’esterno. Ma non saranno i brevetti, le invenzioni, a rimanere. L’iPod sparirà: ha già dieci anni di vita e la rivoluzione che ha avviato deve ancora completarsi, ma la rotellina non serve più. L’iPhone, col nuovo 4S, sta già andando oltre il multitouch, che pure era la sua caratteristica più interessante. E chissà quale futuro si prospetta per l’iPad.

Rimarrà, di Jobs, la lezione più importante: i gadget passano, le funzioni si evolvono, tutto cambia. Nell’informatica, come nella vita, non contano gli oggetti, ma le persone. E non basta aver dato vita a un’invenzione geniale, bisogna imparare a ricominciare da capo ogni volta, perchè la vita è un continuo movimento, come ben sa il Faust di Goethe, che muore proprio nel momento in cui per la prima volta si guarda indietro. Steve Jobs è morto, ma ha sempre guardato avanti.

P.S. Questo post è stato scritto su un computer Apple, mentre la musica suona sullo stereo attraverso iTunes; sulla scrivania c’è un’iPhone che non smette di suonare e l’iPad continua a notificare messaggi su Twitter. Come quasi tutti gli altri di MondoMac, insomma, ma con gli occhi umidi e un gran buco nel cuore.

Categorie:Io, Media, Musica, Tech Tag: ,

Scissor Sisters, la mistica del dancefloor

Night Work è uscito da una settimana e le Scissor Sisters sono a Malta per presentarlo da vivo: con oltre cinquantamila spettatori, il concerto di Isle of Mtv è uno degli appuntamenti più importanti per il quartetto americano. In Italia arriveranno fra due settimane, a Vigevano, ma sotto il sole mediterraneo Jake Shears pensa ancora a Glastonsbury, dove Kylie Minogue è salita sul palco accanto a lui e Ana Matronic: “E’ stato fantastico, uno dei giorni migliori della mia vita”.

Il terzo album delle Scissor Sisters esce quasi contemporaneamente ad Aphrodite di Kylie Minogue, che contiene una canzone scritta da te ed è realizzato dallo stesso produttore. Non avete paura di farvi concorrenza?
“La collaborazione con Kylie va avanti da anni: ci troviamo molto bene, siamo certi che faremo altre cose insieme. Per il produttore, invece, è una coincidenza: quando ci siamo conosciuti, Stuart Price non aveva ancora registrato Confessions On A Dancefloor, ma non avevamo dubbi sul suo talento. Semmai sul mio: mi fece ascoltare i provini di Hung Up e io gli dissi che ero molto perplesso. Mi sbagliavo, è stato uno dei più grandi successi di Madonna”.
Ma Night Work è un disco che guarda anche al passato, con citazioni da tutto il dizionario del pop: dagli Abba a Bowie, dai Pet Shop Boys ai Village People…
“Penso che sia una cosa comune a tutta la musica, pure gli Stones imitavano Muddy Waters. Intanto, per noi è un disco molto Scissor Sisters, che ridefinisce il nostro vocabolario musicale”.
Come mai avete cancellato l’album che avevate già registrato e deciso di ricominciare da capo?
“La musica era buona, ma non il risultato che cercavamo di raggiungere”.
E la vostra casa discografica come ha reagito?
“Magari non gli avrà fatto piacere, ma non avevano alternative. Avrebbero dovuto cantare da soli le canzoni”.
Il disco è arrivato su internet prima che nei negozi. E’ inevitabile?
“In realtà è successo al momento giusto: non un mese prima, che sarebbe stato un disastro, ma appena qualche giorno. Ci è servito perché tutti ne parlassero sui blog, alla fine è diventata tutta pubblicità gratuita. Anzi, se non lo avesse fatto qualcun altro, sarei stato io stesso a diffonderlo su internet da qualche parte”.
Mentre invece tu hai  scelto di pubblicizzarlo tramite un sito web di escort maschili. Ma costa davvero 11.99 dollari affittare Jake Shears per una sera?
“Per molti è una cifra perfino troppo alta, con la crisi. Sono fiero di me, è stato un ottimo mezzo di promozione. E poi dimostra il mio amore per la band: mica tutti si prostituiscono per la musica”.
Nel disco si parla molto di sesso. Come mai?
“Dopo che abbiamo cancellato la prima versione dell’album, mi sono trasferito a Berlino per due mesi; lì ho ricominciato a sentirmi sexy, non mi succedeva da tempo”.
Che significa essere sexy?
“Essere curiosi nei confronti del mondo, delle persone, delle cose intorno a te. E questo si vede nel disco, è aperto ed estroverso, da ballare col corpo ma anche con la mente”.
Come si spiega allora il tono oscuro di Invisible light, ad esempio?
“E’ una canzone che parla di essere fuori se stessi, lasciar andare il cervello, aprire il popper e viaggiare fino a Marte. Un momento esaltante, ma dopo ogni volta mi fa riflettere su come siamo fragili, sulla nostra mortalità. Apre una prospettiva diversa della vita, a volta anche oscura”.
Una mistica del dancefloor?
“Le discoteche sono perfette per queste esperienze. C’è una specie di spirito tribale, un legame tra gli individui che è più grande e più forte anche della religione”.
Con cui spesso le Scissor Sister hanno polemizzato. Anni fa, in un concerto italiano, definiste “fascista” il Papa.
“Provengo da una famiglia cristiana e comprendo i valori della religione, ma è orribile che i rappresentanti di un dio impongano norme di condotta. Poter usare i condom per me è un diritto fondamentale, perché contribuisce a salvare delle vite umane, negarlo a qualcuno è sbagliato”.

You, my place. You, no place (between Thom Yorke and Valerio Berruti)

You know those emotions are still alive, hidden somewhere, they can’t not be there: in compact disc bits, in the warm light of the tubes, in the metallic molecules of the wires.  And there they come again, when he sings: “You’re so fucking special”.  A broken guitar, a cracking noise more than a solo; and then the refrain, unforgiving: “But I’m a creep / I’m a weirdo / What the hell am I doin’ here? / I don’t belong here”.   How can you yell together with Thom Yorke that you’re a creep, that you’re a weirdo? And yet…  And yet you’ve done it thousands of times, on your own, with the songs of the Smiths and those darkened underpasses where you thought your chance had come at last, with the Cure and the little boys that don’t cry.  Even with U2 and that record with a child on the cover, who grew older with anger in his eyes and a scar on his lip.

Here there is no anger, everything is in its right place, your lips are only slightly cracked.  And the years pass by and the child reappears, but this time there are two, and you would say they are more like girls, but maybe only one is.  Like Siamese twins, they have but one body and two heads, but later they separate. They never look at each other, the gaze of one constantly pulls you into her world, the other is fine where she is, in a canvas next to the altar, in the frame of a video, in the page of a book.  A sheet of paper comes to your mind, with a broad and regular writing, the words are in German end they sound like nursery rhyme.  “Als das Kind Kind war…”.  “When the child was a child, it was the time for these questions: Why am I me and you are not you?  Why am I here and not there?”

You go back to the movie that changed your life, to that Berlin that was no longer Wenders’ metropolis: this time it was just one and not two.  The place where Nick Cave played was still open. There was mud all around when you went to the Esplanade, just before they dismantled it to relocate it under the Sony skyscraper.  The soundtrack of that winter: Pablo Honey and Debut, and years later Thom Yorke and Björk would also write a song together.  Meanwhile, the Oxford bunch with the red-haired loser would go on to become the biggest rock band in the world and they wouldn’t play Creep in concerts anymore. The Icelandic fairy queen will record a beautiful album, with a song about emotional landscapes, and then become a slightly conceited avantgarde diva.

“You’re so fucking special”.  It makes you laugh that the ultra-deluxe remastered edition with unreleased tracks includes the version recorded live at the BBC where he says “very special”.   Today he wouldn’t do that.  And the case helps you.  Fog begins, and you don’t remember ever having heard it: “There’s a little child/ Running round this house/ And he never leaves/ He will never leave/ And the fog comes up from the sewers/ And glows in the dark”.  At night, you would really expect the fog to slip along those hills that remind you of the hills where you were born.  You think about it for a while and realize that around that church there are indeed little girls that will never leave.  Because they are made of concrete.

“But I am a Creep”.  Having success in the colleges mustn’t have been that difficult, all the more because Yorke in the videos at that time had hair like Kurt Cobain and the slow verse/explosive riff progression was already used in Smells Like Teen Spirit (and earlier still in Monkey Gone to Heaven by the Pixies, for example).   But it’s odd that Creep became famous in America straight away where they had people like Bon Jovi, and only later in the United Kingdom that sent Morrissey’s laments, one after the other, to the top of the charts.  But in the same period Loser by Beck had been released thus making 1993 the international year of the loser.

And you wonder: what sense did it have to play those two songs at a party? Your friends were doing it, you did it too when they challenged you to the only DJ competition you would do in your life.  A sublime paradox, an intimate feeling yelled in chorus by an entire room of sweaty people, boys and girls, happy for once in their life for being losers, everyone alone but all together.  You as well, of course.   That night you won thanks to Creep.  Then years would pass where you would ask yourself what it is that pushes someone to take their heart to the stage, to display the wounds of their soul, to lighten the darkness of their mind.  Nobody will ever really be able to give you an answer.  Finally, Tom Smith of the Editors would tell you how his pain becomes universal, how his doubts are the doubts of everyone, that his message, once published on paper or on the computer, would no longer be his.  But with his baritone voice, he touches fewer nerves than Thom Yorke, who, at 41 years old, still has something childish in his falsetto.

One day you decided that Radiohead were too pop: techno was the right word, Warp was the label to follow.  Electronic music, a faith: as a child you had begun with Kraftwerk and then you owned heaps of tapes by Aphex Twin and Autechre.  The world was changing and even Jeans ads didn’t use ‘50s songs anymore; instead they used noises, samples, drum machines.  My Iron Lung was released in an album that you didn’t like at all.   Some years later you would read hyperbolic reviews on OK Computer but you didn’t trust them at all so you gave up.  No Radiohead until 2000, in another capital, Rome, another life.  It was Idioteque that cleared up any doubt, any prejudice, even any memory.  Whose was the voice that sang about the coming of an ice age to an electronic beat, what was that caress of synthesisers while all around the rhythm was broken up, multiplied, repeated? A marvel that still makes you happy like a child today, you like it so much that the first time you heard it in concert you cried.

“I wish I was special”.  Kid A.   The boy.   Or the girl, who knows.  These figures, they have no name.   It’s like a story by Ingeborg Bachmann where someone yells “kids” and they all come running.  If they think about their own bodies, they find them undecipherable, “they eagerly wait for every dialogue of love, wishing for a dictionary to understand that incomprehensible language”.   They fall in love without knowing with whom and they invent a language which makes them go crazy.  Then they grow up, they separate into a you and a me, just like Kid A and Amnesiac.  They are born together, but they live separate lives and both want to be special.  Your favourite is the first, but listening to the second again you discover that it hides a thousand surprises.  And they surprised themselves most of all, putting themselves into an awkward position, tearing themselves away from what they were bit by bit, and for that you are thankful because you are sure that they are not like all the others.  When you thought they had found themselves on the easy track with Heil To The Thief, they released In Rainbows which messed up all the rules once again.  But why those children’s voices right at the beginning of 15 Step? You think about the chorus of Another Brick In The Wall, but the answer is not there, and then the words of Thom Yorke break the noises and the hisses: “How come I end up where I started”? And you rediscover the emotion in computer bits which become music once again, in the air shifted by those woofers made in Germany.  In the end, you understand: Creep is the childhood of Radiohead.  It’s not around anymore, but it is present in every song, even the one dedicated to the very old First World War veteran who died last summer.

(Originally published as Tu mio luogo. Tu, nessun luogo in I Wish I Was Special, by Valerio Berruti, Silvana Editoriale).

Io, i Radiohead e le bambine di Valerio Berruti


Sai che quell’emozione è ancora lì, nascosta da qualche parte, non può non esserci: nei bit del compact disc, nella luce calda delle valvole, nelle molecole metalliche dei cavi. E infatti eccola di nuovo, quando lui canta: “You’re so fucking special”. Una chitarra spezzata, un rumore più che un assolo; poi, inesorabile, il ritornello: “But I’m a creep / I’m a weirdo / What the hell am I doin’ here? / I don’t belong here”.  Come fai a urlare insieme a Thom Yorke che sei uno sfigato, che sei un tipo strano? Eppure. Eppure lo hai fatto mille volte, da solo, con le canzoni degli Smiths e quei sottopassaggi bui dove credevi fosse finalmente arrivata la tua occasione, con i Cure e i ragazzini che non piangono, perfino con gli U2 e il bambino in copertina che poi è diventato più grande e aveva la rabbia negli occhi e una cicatrice sul labbro.

Qui niente arrabbiature, tutto al suo posto, sulle labbra appena qualche screpolatura. E gli anni che passano e il bambino che ricompare, stavolta sono due, e le diresti piuttosto bimbe, ma forse solo una lo è. Come gemelle siamesi, hanno un solo corpo e due teste, poi però si separano. Non si guardano mai, lo sguardo di una ti chiama continuamente dentro il suo mondo, l’altra sta bene dov’è, in una tela accanto all’altare, nel frame di un video, nella pagina di un libro.  Ti viene in mente un foglio di carta, una scrittura ampia e regolare, un tedesco da filastrocca. “Als das Kind Kind war…”. “Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande: perché io sono io, e perché non sei tu? Perché sono qui, e perché non sono lì?”

E torni indietro, al film che decise della tua vita, a quella Berlino che non era già più la stessa di Wenders: stavolta era una soltanto, e non due. C’era ancora il posto dove suonava Nick Cave, ci andasti appena prima che lo chiudessero per spostarlo sotto il grattacielo della Sony. La colonna sonora di quell’inverno: Pablo Honey e Debut, e Thom Yorke e Björk qualche anno dopo faranno pure una canzone insieme. Intanto quelli di Oxford con lo sfigato dai capelli rossi diventeranno la più grande band rock del mondo e non suoneranno più Creep dal vivo, lei inciderà un disco bellissimo, quello degli emotional landscapes, poi si trasformerà in diva un po’ spocchiosa dell’avanguardia.

“You’re so fucking special”. Ti fa sorridere che nell’edizione extralusso remastered con inediti sia incluso un secondo cd con la versione live alla Bbc, dove lui dice “very special”; oggi non lo farebbe. E ti aiuta il caso. Comincia Fog, che nemmeno ricordavi di aver mai sentito: “C’è un bambino che corre intorno a questa casa e non se ne va mai, non andrà mai via, e la nebbia arriva dai canali e manda un bagliore nella notte”. La nebbia ti aspetti che scivoli davvero, la notte, lungo quelle colline che ti ricordano le tue, e ci rifletti un attimo e intorno a quella chiesa ci sono proprio delle bambine che non andranno mai via. Perché sono di cemento.

“But I am a Creep”. Aver successo nei college non dev’essere stato difficile, tanto più che Yorke, nei video di allora, aveva i capelli di Kurt Cobain, e quella progressione strofa lenta / riff esplosivo era già in Smells Like Teen Spirit (e prima ancora in Monkey Gone To Heaven dei Pixies, per dirne una).  Però, strano che Creep sia diventata famosa subito in America, dove avevano uno come Bon Jovi, e solo più tardi nel Regno unito, che mandava uno dopo l’altro i lamenti di Morrissey in cima alle classifiche. Ma nello stesso periodo era uscita pure Loser, di Beck, e così il 1993 fu l’anno internazionale della celebrazione dello sfigato.

E pensi: ma che senso aveva suonare queste due canzoni a una festa? Lo facevano i tuoi amici, lo facesti anche tu quando ti sfidarono nell’unica gara di deejay della tua vita. Sublime paradosso, un sentimento intimo urlato in coro da un’intera sala piena di gente sudata, ragazzi e ragazze felici per una volta di essere degli sfigati, ognuno da solo ma tutti insieme. Anche tu, certo, e intanto quella sera vincesti grazie a Creep. Poi passerai anni chiedendoti cos’è che spinge qualcuno a portare sul palco il cuore, a mostrare le ferite dell’anima, a far luce nel buio della mente. Nessuno saprà darti veramente una risposta. Ultimo, Tom Smith degli Editors racconterà che il suo dolore diventa universale, che i suoi dubbi sono di tutti, che il suo messaggio, una volta su carta o computer, non gli appartiene più. Però, con quella voce da baritono, lui tocca meno corde di Thom Yorke, che invece anche a quarantun anni col suo falsetto ha ancora qualcosa di infantile.

Un giorno decidesti che i Radiohead erano troppo pop: techno era parola giusta, Warp l’etichetta da seguire. L’elettronica, una fede: da piccolo avevi cominciato con i Kraftwerk, ora eri pieno di cassette di Aphex Twin e Autechre. Il mondo stava cambiando e anche per le pubblicità dei jeans non si usavano più canzoni anni Cinquanta, ma rumori, sample, drum machine. Uscì My Iron Lung, incluso in un disco che non ti piacque per niente, qualche anno più tardi leggesti recensioni iperboliche di Ok Computer, ma non ti fidasti e lasciasti perdere.  Niente Radiohead fino al 2000, a un’altra capitale, Roma, a un’altra vita. Fu Idioteque a far piazza pulita di ogni perplessità, di ogni prevenzione, di ogni ricordo perfino. Di chi era la voce che cantava l’era glaciale su una batteria elettronica, cos’era quella carezza di sintetizzatore mentre tutt’intorno il ritmo si spezzava, si moltiplicava, si ripeteva? Una meraviglia che ti fa ancora oggi contento come un bambino, tanto che la prima volta piangesti di gioia a sentirla in concerto.

“I wish I was special”. Kid A, il bambino A. O la bambina, chissà. Non hanno nome, queste figure, sono come quelle di un racconto di Ingeborg Bachmann; si urla “bambini”, e loro accorrono. Se pensano ai propri corpi li trovano indecifrabili, “aspettano al varco ogni dialogo d’amore e vorrebbero un dizionario per capire quel linguaggio incomprensibile”.  Si innamorano, pur non sapendo di chi, e inventano una lingua che li fa impazzire. Poi crescono, si scindono in un io e un tu, proprio come Kid A e Amnesiac. Nascono insieme, ma vivono vite separate, e ognuno vorrebbe essere speciale. Il tuo preferito è il primo, eppure – a riascoltarlo oggi – scopri che il secondo nasconde mille sorprese. Soprattutto si sono sorpresi loro, mettendosi in una posizione scomoda, strappandosi poco alla volta da quello che erano, e perciò gli sei grato, perché sei certo che non siano come tutti gli altri. Quando ti pareva avessero trovato di nuovo una strada sicura con Heil To The Thief, è uscito In Rainbows e ha scompigliato tutte le regole. Ma perché quelle voci di bambini proprio all’inizio, in 15 Step? Non trovi una risposta, pensi al coro di Another Brick In The Wall, ma non è lì la soluzione, poi arrivano le parole di Thom Yorke: “How come I end up where I started”, come mai finisco dove ho cominciato? E ritrovi quell’emozione nei bit del computer che ridiventano musica, nell’aria smossa dai woofer made in Germany. Alla fine capisci: Creep è l’infanzia dei Radiohead. Non c’è più da nessuna parte, ma è presente in ogni canzone, anche quella dedicata al vecchissimo superstite della prima guerra mondiale morto la scorsa estate.

(Pubblicato col titolo Tu mio luogo. Tu, nessun luogo in I Wish I Was Special, di Valerio Berruti, Silvana Editoriale).

Nico – A Life through the borderline

lisa

“Nico mi ha insegnato che non è necessario aver studiato per poter cantare”, racconta Lisa Gerrard nel camerino del Teatro comunale di Ferrara. Si è appena conclusa Nico – A Life through the borderline, la serata organizzata da John Cale nel ventennale della morte della chanteuse tedesca, tra gli applausi del pubblico entusiasta. Entusiasta anche l’ex voce dei Dead Can Dance; era lei la star del concerto di domenica scorsa, in un cartellone fitto di nomi importanti: da Mark Lanegan ai Mercury Rev, dalla rivelazione Soap and Skin a Mark Linkous (Sparklehorse). Mancava l’annunciata Carmen Consoli, c’era invece Peter Murphy, padre nobile del rock gotico alla fine degli anni Settanta con i suoi Bauhaus.
L’iniziale Frozen Warnings nelle mani di Cale e della sua band diventa un rock muscolare e vintage. Gli arrangiamenti spiazzano chi è abituato al cupo minimalismo degli originali, e non sempre convincono: Janitor Of Lunacy, ad esempio, sembra un inedito dei Bauhaus meno ispirati, e a risollevarne le sorti non basta la voce di Peter Murphy (che riesce assai meglio in Mütterlein). Buona la prova dell’austriaca Anja Plaschg (Soap and Skin): sola al piano per My Heart Is Empty, la sua voce ricorda un po’ Björk, ma la pronuncia, con quelle vocali così allungate, è la stessa dell’originale.
Prima al fianco di Nico nei Velvet Underground, poi produttore e arrangiatore dei suoi dischi storici, da Desertshore a Camera Obscura, nelle due ore del concerto Cale si rivela un irreprensibile maestro di cerimonie. Suona il piano e la tastiera, ma si fa da parte per lasciare spazio al quartetto d’archi dell’Orchestra di Ferrara e ai Mercury Rev con un set elettrico. Torna per colorare Facing The Wind di soul, ridisegna All that is My Own come fosse una We Are The World cimiteriale. E infine regala un bis tutto suo: A Close Watch, da Music For a New Society.