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Archivio per la categoria ‘Io’

Buoni e cattivi

4 settembre 2008 Nessun commento

Facebook: ho ritrovato vecchi amici e ne ho scoperto di nuovi. Sono perplesso, ma mi pare una buona cosa.

Last.fm: inesauribile, preziosa.

Second Life: lenta, con qualsiasi computer. Noiosa.

MacBook Pro con tastiera multitouch: meglio di quel che pensassi. Veloce.

Johnny Cash: Hurt. Già.

Marianne Faithfull: in attesa del nuovo disco, Before The Poison è molto bello.

Tact: niente da fare, ancora meglio l’analogico, se questo è il miglior ampificatore digitale del mondo.

Fiat Bravo. Per calcolo, non per desiderio.

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Un museo, ma virtuale

Una scala porta giù, nel fondo della terra, più vicini al cuore pulsante del Vesuvio. Pochi metri, poi si apre un atrio e i visitatori del Museo Archeologico Virtuale di Ercolano si trovano al buio, circondati da cerchi luminosi blu. Alle spalle il mondo reale, di fronte, proiettata su una parete, la loro nuova identità fatta di pixel e bit, come tutto quello che sperimenteranno nel Mav.

E’ il primo museo virtuale, e non nel senso comune di raccolta di immagini e suoni da consultare su internet, ma inteso come un percorso di conoscenza interattivo e sempre mutevole, capace di adattarsi alle esigenze e ai gusti del visitatore. Così, ad esempio, un turista francese ascolterà le spiegazioni nella propria lingua, un russo leggerà note redatte in cirillico, un bambino non potrà vedere gli affreschi erotici riservati agli adulti. Merito della tecnologia Rfid: una tessera grande come una carta di credito che viene consegnata all’ingresso e identifica i visitatori per categorie; passando accanto ad ognuna delle installazioni, il sistema riconoscerà  i dati memorizzati e si configurerà di volta in volta in modo sempre diverso. Vuoto com’è, il museo si presta poi ad essere riconfigurato e riprogrammato a seconda delle esigenze: la struttura potrebbe esporre mostre dedicate al futurismo o al barocco, sempre – naturalmente – che non manchi la corrente o non vadano in tilt i computer.

Il labirinto del Mav occupa 1500 metri quadri, e non c’è un solo reperto (quelli raccolti in tre secoli di scavi sono visibili al Museo Archeologico di Napoli e in molti altri italiani e stranieri). Niente teche piene di anfore e cocci: questo è un mix di Second Life, effetti speciali da concerto pop, Casa delle Streghe al Luna Park; inevitabile che un museo così piaccia ai ragazzi, ma incanti anche i più grandi. Lo fa senza scendere a troppi compromessi con la filologia, senza eccessive semplificazioni e storpiature, anche perché a due passi ci sono gli scavi, e confrontare le ricostruzioni virtuali con i veri resti di Ercolano è facile. Certo, un biglietto cumulativo avrebbe agevolato ancora la visita, ma tant’è.
Così i dodicimila che hanno visitato il Mav nelle prime due settimane di apertura hanno provato l’emozione di passeggiare nel mercato di Herculaneum ascoltando i dialoghi degli antichi abitanti proprio come se fossero accanto a loro: ma intorno c’è un corridoio buio e alle pareti solo proiezioni di dipinti. Il miracolo delle voci è in realtà un prodigio di tecnologia, che dirige onde sonore nelle orecchie dei visitatori con estrema precisione, tanto che ad altezze diverse si possono ascoltare personaggi diversi: in basso ci sono cani e gatti, più su i bambini, in alto gli uomini. E poi c’è la scoperta: basta spostare con una mano lo strato di polvere che li ricopre, ed ecco comparire gli affreschi delle ville sommerse dall’eruzione; col piede si entra in una fontana e l’acqua si muove, rivelando il mosaico del pavimento. Alchimie digitali, ovviamente, che però toccano i sensi come fossero vere. Tra le settanta installazioni multimediali realizzate da Capware, una ditta napoletana specializzata in grafica 3D e mondi virtuali, ci sarà pure la Stanza dei profumi, dove un sofisticato macchinario riprodurrà odori di spezie, unguenti e balsami usati nelle Terme.

Perfino più intrigante la sala dedicata alla filosofia, con un’immaginaria Villa dei Papiri abitata dai seguaci di Epicuro: passando una mano sul muro, si raccolgono delle lettere che magicamente si compongono in frasi e frammenti di testi antichi. Una metafora elettronica che ridona la vita a parole e pensieri sepolti per anni nei libri di scuola. Le installazioni sono a metà tra opere d’arte e documentario, con spazi per gli approfondimenti didattici e musiche ambient che sembrano rubate a Brian Eno. E ancora, c’è uno spazio dedicato ai gioielli indossati dagli abitanti di Ercolano, appartenenti a vecchie matrone e fanciulle di nobile stirpe uccise dall’eruzione; a mezz’aria galleggia nel buio una collana d’oro, fatta della materia di cui sono fatti i sogni. Ma pure gli incubi: come la lava che avanza all’improvviso, cancellando le immagini di templi e abitazioni, mentre gli ercolanesi cercano di fuggire verso il mare. L’impatto è impressionante, tuttavia la realtà è ben diversa: l’eruzione è ricostruita con acqua nebulizzata illuminata da raggi di luce rossastra.

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Al telefono con i Baustelle

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Raggiungo Francesco al telefono mentre con gli altri Baustelle è in viaggio verso il prossimo concerto. si sente che è stanco, e la lentezza nelle risposte fa pensare ad una notte in bianco. Però è professionale, come al solito: dice cose sensate e si mostra sempre un po’ distante…

Francesco Bianconi, lei è il cantante dei Baustelle, che hanno inciso Amen, uno dei dischi più venduti, ascoltati e (ben) recensiti di quest’anno. Un successo annunciato, insomma: ma il tour come sta andando?
“In realtà, da buoni provinciali, non diamo mai niente per scontato: siamo felici che il disco abbia avuto successo, e anche i concerti stanno andando molto bene. Perfino all’Heineken Jammin Festival, dove c’era un caldo micidiale, il nostro pubblico era numeroso”.
L’Heineken è a pagamento, il Traffic gratis: ma è giusto regalare la musica oppure no?
“I grandi eventi gratuiti tendono a volte a spersonalizzare l’offerta. Io sono contento che arrivi a un nostro concerto il nonno coi nipotini, però penso che sarebbe meglio pagare il giusto per vedere una band che si è scelto di vedere, e non trovarsi lì per caso”.
L’attività dei Baustelle non si ferma ai concerti e ai dischi: qualche mese fa a Torino avete messo in scena un reading con Paolo Giordano, che poi ha vinto il Premio Strega.
“Abbiamo musicato alcuni frammenti del suo romanzo, lui è stato molto disponibile. Una bella esperienza, che forse si ripeterà in autunno. Intanto ci muoviamo anche sul fronte del cinema: tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo potrebbe uscire un film con la nostra musica”.
L’ultima mossa della band è un  documentario. Come vi è venuto in mente?
“Tutto nasce dalla canzone Baudelaire, il nostro ultimo singolo, che è un inno al non suicidio, così siamo andati in Sicilia a chiedere alla gente a cosa serve vivere. Il documentario è ispirato ai Comizi d’Amore di Pasolini: volevamo capire, indagare, non essere rassicurati; ci piaceva testare la reazione della gente a una domanda così impegnativa. La varietà delle risposte ci ha spiazzato: tutte diverse, ma tutte egualmente illuminanti, in alcuni casi addirittura poetiche”.
Il Traffic quest’anno è dedicato al punk. Ma i Baustelle che hanno di punk?
Sono cresciuto negli Ottanta, il regno della musica sintetica, ma ho sempre amato le canzoni con le chitarre, e ancora oggi il gruppo rock che preferisco sono i Ramones. Il punk è stata una rivoluzione, importante anche per tutti gli altri generi musicali venuti dopo. L’attitudine, quella è da conservare”.
Vedrà i Sex Pistols a Torino?
“Le reunion, a distanza di tanti anni dalla fine di una band, possono distruggere i miti: meglio ricordarli quando erano giovani, magri e arrabbiati”.

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Non dimenticherò…

…il titolo di una canzone dei Cocteau Twins: Throughout the dark Months Of April and May.
Ecco, forse ci siamo. E’ giugno, meno male.

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Aprile è il più crudele dei mesi

Qui c’è tutto quello che sono: la fine e l’inizio, l’inglese e il tedesco, la musica e la poesia, il deserto e la folla. E un pensiero per Natascia, come sempre ogni anno.


T.S. Eliot (1888–1965)
The Waste Land

I. THE BURIAL OF THE DEAD
APRIL is the cruellest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.
Winter kept us warm, covering 5
Earth in forgetful snow, feeding
A little life with dried tubers.
Summer surprised us, coming over the Starnbergersee
With a shower of rain; we stopped in the colonnade,
And went on in sunlight, into the Hofgarten, 10
And drank coffee, and talked for an hour.
Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch.
And when we were children, staying at the archduke’s,
My cousin’s, he took me out on a sled,
And I was frightened. He said, Marie, 15
Marie, hold on tight. And down we went.
In the mountains, there you feel free.
I read, much of the night, and go south in the winter.
What are the roots that clutch, what branches grow
Out of this stony rubbish? Son of man, 20
You cannot say, or guess, for you know only
A heap of broken images, where the sun beats,
And the dead tree gives no shelter, the cricket no relief,
And the dry stone no sound of water. Only
There is shadow under this red rock, 25
(Come in under the shadow of this red rock),
And I will show you something different from either
Your shadow at morning striding behind you
Or your shadow at evening rising to meet you;
I will show you fear in a handful of dust. 30
Frisch weht der Wind
Der Heimat zu.
Mein Irisch Kind,
Wo weilest du?
‘You gave me hyacinths first a year ago; 35
‘They called me the hyacinth girl.’
—Yet when we came back, late, from the Hyacinth garden,
Your arms full, and your hair wet, I could not
Speak, and my eyes failed, I was neither
Living nor dead, and I knew nothing, 40
Looking into the heart of light, the silence.
Od’ und leer das Meer.
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