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Archivio per la categoria ‘Io’

Lost

Ora, per carità, non si dovrebbe mai farlo, ma l’ho fatto: ho aperto una vecchia agenda e mi sono messo a cercare nomi su Google. Molti non ci sono, persi nel silenzio dei bit (e magari nel casino della vita reale), molti si confondono con i loro omonimi (ma davvero Ralf è passato dalla logopedia all’edilizia?), qualcuno c’è.

Purtroppo è uno di quelli che potrebbero anche non esserci, nel senso che ho visto il biglietto da visita e mi sono ricordato della sua faccia, ma poi in effetti è stato per inerzia che ho digitato il suo nome. E quindi eccolo, col suo MySpace e quello del locale che gestisce.  Dove si apprendono cose interessanti, tipo che adora Bach, ma anche Miles Davis e i Queen, che gli piace quasi tutto di Italo Calvino e  Francis Ford Coppola, che i suoi eroi sono la sua famiglia , Daniele Luttazzi, Beppe Grillo eccetera. Ecco perché lo avevo sepolto nella memoria; mi erano solo rimasti in mente la corporatura (“atletica”, come si legge nella sua pagina) e un vago senso di disagio che ho provato quelle due volte che l’ho visto.

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Petrarca, Canzoniere XXIII

15 marzo 2008 2 commenti

… et ciò sepp’io da poi,
lunga stagion di tenebre vestito:
ch’a quei preghi il mio lume era sparito.

(Ognuno saluta la primavera a suo modo).

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This is The Cure

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C’è un punto dove il cuore diventa più sensibile, dove la carne è esposta senza difese all’assalto dei pensieri e dei ricordi. Lì Robert Smith ha puntato la sua chitarra metallica, lì ha vomitato frasi terribili (“I wish you were dead”, “It doesn’t matter if we all die”, “I Keep on laughing hiding the tears in my eyes” e mille altre). Lì ha sussurrato una dichiarazione d’amore (Friday I’m in Love), lì si è finto orsetto e gatto innamorato. Ora, a quarantott’anni il rischio del ridicolo a cantare ancora Lovecats (o anche solo Boys Don’t Cry) è fortissimo, ma lui se ne frega, e ha ragione. Perché quelle dei Cure non saranno le canzoni più belle della storia del rock (ma allora In Between Days?), però una volta ogni tanto riescono a colpire al cuore. E ieri sera ce n’erano parecchie, in tre ore piene di concerto, con una scaletta di 36 brani, che nemmeno nei miei sogni di compilatore di cassette più sfrenato avrei potuto immaginare.
Non tutto era fantastico, a Milano: lo show era un po’ sottotono per impianto scenico (niente a che vedere col Prayers Tour) e nemmeno il suono era granché. Però bella Lullaby senza archi, notevolissima Push, una vera delusione From The Edge Of a Deep Green Sea, dove lui ha stonato allegramente, niente di speciale gli inediti dal nuovo disco, pare in uscita entro l’estate. Vabbe’, il resto, da The Kiss a Close To Me, passando per una tostissima 10.15 Saturday Night, valeva la pena. Tornati alla formazione originale, i Cure hanno eliminato le lungaggini dei tour precedenti, esagerando forse solo un po’ con le chitarre, ma abbandonando quella tendenza progressive che mi aveva un po’ deluso l’ultima volta che li avevo visti (Roma, 2000). Diretti, essenziali, senza tastiere né effetti speciali: un delirio per 8000 dark vecchi e nuovi, con i ragazzini di vent’anni e i fan della prima ora, chi ancora in total black, chi almeno con una camicia o un paio di anfibi. Mi rassicura che di maglioncini pastello e mocassini se ne siano visti pochissimi, per non dire nessuno.
Momenti da brivido: Play For Today con tutto il Palasharp a cantare in coro, e – ovviamente – A Forest. Non c’è niente come urlare “again and again and again and again and again and again and again and again…” fino a restare senza fiato, e ricordare quando l’hai già fatto: da solo in macchina sull’autostrada, in coro con chissà chi, di notte a letto con le cuffie e quella volta, accasciato su un banchetto della tribuna stampa a Roma. 1989, una vita fa.

The Cure, 4 Tour 2008
La scaletta di Milano, Palasharp 2 marzo

Plainsong, Prayers For Rain, Alt.end, A Night Like This, The End Of The World, Lovesong, Pictures Of You, Lullaby, Catch, From The Edge Of The Deep Green Sea, Kyoto Song, Please Project, Push, Just Like Heaven, A Boy I Never Knew, If Only Tonight We Could Sleep, The Kiss, Us Or Them, Never Enough, Wrong Number, The Baby Screams, One Hundred Years, Disintegration

At Night, M, Play For Today, A Forest

The Lovecats, Friday I’m In Love, In Between Days, Freak Show, Close To Me, Why Can’t I Be You?, Boys Don’t Cry, 10:15 Saturday Night, Killing An Arab

Categorie:Io, Musica Tag:

Morrissey, Greatest Hits

21 febbraio 2008 2 commenti

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Che cosa rimane oggi del ciuffo di Morrissey, dei gladioli, delle rime con cui ho imparato l’inglese?

Niente, se non qualche disco impolverato e un cd appena uscito con i suoi Greatest Hits. Ovvero qualcosa del primo disco dopo lo scioglimento degli Smiths, nessuna canzone a rappresentare gli anni Novanta, quasi la metà di You Are The Quarry e Ringleader Of The Tormentors. Due inediti così così, una copertina con la sua faccia sorridente, che risalirà ad una decina d’anni fa almeno. Già ai tempi di Hand in Glove avevo il sospetto che i singoli degli Smiths fossero un modo per fregare soldi ai fan, ma la situazione è peggiorata con la produzione di Morrissey solista, dove le canzoni sono normalmente di qualità inferiore e pure le copertine mi sembrano meno belle.

Per quanto ancora sorrideremo ai giochi di parole come quello riprodotto sul suo fondoschiena? Per quanto ancora gli perdoneremo di non essere morto giovane, o scomparso, o sepolto in una biblioteca a spolverare i libri di Oscar Wilde?

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Portishead, Third

8 febbraio 2008 1 commento

Sentito oggi, nell’orrenda sede della Universal. Temevo fosse una delusione, come tanti dischi a lungo attesi e desiderati. Invece no, è bello, molto bello. Con accenni industrial ed echi gotici, la solita Beth Gibbons che si accartoccia intorno al microfono, e atmosfere un po’ Radiohead. 11 brani, 49 minuti, una gran voglia di sentirlo ancora.

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