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	<title>BrunoBlog &#187; Media</title>
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	<description>Musica, tecnologia e altre aberrazioni</description>
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		<title>Sanremo, ha vinto Twitter</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 10:32:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dei diciassette milioni di italiani che hanno seguito la serata finale del festival di Sanremo, molti non avevano davanti uno schermo solo, ma due. Quello del televisore, dove la Rai trasmetteva immagini in alta definizione e audio surround, e quello di un computer, o meglio ancora uno smartphone o un tablet per commentare tutto dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2012/02/sanremo2012.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-970" title="sanremo2012" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2012/02/sanremo2012.jpg" alt="" width="480" height="359" /></a></p>
<p>Dei diciassette milioni di italiani che hanno seguito la serata finale del festival di Sanremo, molti non avevano davanti uno schermo solo, ma due. Quello del televisore, dove la Rai trasmetteva immagini in alta definizione e audio surround, e quello di un computer, o meglio ancora uno smartphone o un tablet per commentare tutto dal divano.</p>
<p>Già da qualche tempo i gruppi di ascolto collettivi sono una realtà comune fra chi frequenta Facebook o il più recente Google +, ma quest’anno è stato il boom di Twitter. Più conciso, più aperto, più feroce: in 140 caratteri bisogna concentrare tutta la cattiveria possibile, per scrivere un tweet memorabile. Mentre i giornalisti dalla sala stampa del Festival (e anche quelli del nostro giornale) si producevano in indiscrezioni e retroscena, un popolo di appassionati discuteva di quanto stava accadendo nel teatro Ariston: critiche a non finire per Celentano, liti furiose per Siani, gossip con foto per Guazzone. Solo lodi per Geppi Cucciari, la presenza più apprezzata, anche se forse meno discussa della farfallina di Belen. E la vittoria di Emma annunciata su Twitter prima che in tv, grazie a una talpa ancora non identificata.</p>
<p>A cinguettare sul web si sono ritrovati in tanti, vip e gente qualunque: Walter Veltroni, ma pure Claudio Coccoluto, deejay di razza e puntuto fustigatore di note sbagliate e abbigliamenti bizzarri; Fiorella Mannoia ha lanciato perplessa qualche tweet, sbilanciandosi solo per Noemi. E ancora FrankieHiNrg, Lorella Cuccarini, il Trio Medusa, il direttore di Mtv Italia Luca De Gennaro, che è un twittatore compulsivo e arguto. E c’erano i concorrenti, da Arisa a Renga, a volte reali, altre impersonati da qualche volenteroso aiutante.</p>
<p>C’erano pure il papa Benedetto XVI e Iddio, che ha avuto da ridire sulla canzone di Finardi in cui veniva chiamato in causa («Troppo per Sanremo»). Account falsi, ovviamente, ma che insieme con tanti altri hanno trasformato queste cinque serate di musica e varie amenità nel debutto ufficiale di Twitter presso il grande pubblico italiano. E più d’uno ha raccontato di seguire Sanremo solo per poterne (s)parlare sul social network, in un’acrobazia di snobismo per ammettere quello che anni fa avrebbe smentito: che il Festival lo vedono proprio tutti.</p>
<p>Moltissimi i retweet: se qualcuno azzecca una battuta più fulminante, chi la legge può rimandarla ai suoi amici, che a loro volta possono fare lo stesso. Si è molto scritto, ad esempio, sulla Loredana nazionale («Per recuperare il silicone delle labbra della Bertè ci vuole la ditta olandese che svuota il serbatoio della Concordia» è uno dei pochi messaggi pubblicabili). Così sono nate nuove amicizie virtuali, si sono intrecciati legami che nel mondo reale non esistono più, se non nei ricordi di mamme e nonne che raccontano di quando passavano le serate davanti alla tv con parenti e vicini a commentare le canzoni a voce e non con l’iPhone.</p>
<p>A mostrarsi poco social è stata la Rai: Alessandro Casillo ha vinto il premio apposito, lanciato su Facebook, ma su Twitter Sanremo esisteva solo negli hashtag (parole chiave) degli iscritti, non c’era un account ufficiale,  sul network di Mark Zuckerberg non è che si sia vista tutta quest’attività da parte della radiotelevisione italiana, mentre già da un po’ emittenti come Sky ed Mtv curano attentamente la loro presenza su Facebook e Twitter, offrendo aggiornamenti flash e chiedendo agli spettatori di interagire. La Rai, invece, ha perfino dimenticato di inserire nel proprio sito web i due interventi di Celentano, chissà se per un tardivo ripensamento o per questioni contrattuali (ma su YouTube si trovano entrambi, alla faccia di tutti i copyright).</p>
<p>Intanto una cosa è certa: il vero vincitore di Sanremo 2012 non canta e non urla. Cinguetta.</p>
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		<title>Music Market, Google sfida Apple e Amazon</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 09:32:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Altro che sette note e una melodia: oggi la musica deve essere social, sincronizzarsi col «cloud», arricchirsi di foto e testi. È questo il valore aggiunto rispetto a un file Mp3 scaricato illegalmente dal Web, è questa la scommessa di Google Music, che da ieri è uscito dalla fase sperimentale ed è diventato un servizio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/11/google-music-store-arriva-ufficialmente-googl-L-tLmmfa.jpeg"><img class="aligncenter size-full wp-image-952" title="google-music-store-arriva-ufficialmente-googl-L-tLmmfa" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/11/google-music-store-arriva-ufficialmente-googl-L-tLmmfa.jpeg" alt="" width="630" height="352" /></a></p>
<p>Altro che sette note e una melodia: oggi la musica deve essere social, sincronizzarsi col «cloud», arricchirsi di foto e testi. È questo il valore aggiunto rispetto a un file Mp3 scaricato illegalmente dal Web, è questa la scommessa di Google Music, che da ieri è uscito dalla fase sperimentale ed è diventato un servizio aperto a tutti. Tutti gli americani, in realtà, visto che è disponibile solo in Usa e non è possibile ipotizzare se e quando verrà esteso ad altri Paesi.</p>
<p>Il meccanismo è simile a quello degli altri store online: ci si iscrive (serve un account Google), poi si accede e acquistano le canzoni, che vengono scaricate sul computer o sullo smartphone. Ma &#8211; ed è questa la novità &#8211; vengono anche messe a disposizione sul «cloud», così che singoli brani, album, playlist siano sempre a portata di mano su tutti i tablet e telefonini Android collegati a quell’account, senza doverli scaricare di nuovo.<br />
Sul cloud si possono anche trasferire i brani del computer di casa, da ascoltare poi «in streaming» da smartphone o tavoletta; c’è spazio per 20 mila canzoni, ma ci vorranno settimane per copiarle tutte. Il Music Market di Google comprende 13 milioni di brani, tra major ed etichette indipendenti: manca ancora la Warner, che in catalogo ha R.E.M, Madonna, Red Hot Chili Peppers, Green Day e molti altri. Prezzi allineati allo standard: 99 centesimi di dollaro per un brano, 9,99 per un album, un brano gratis al giorno, parecchie esclusive (Rolling Stones dal vivo, Tïesto, Shakira). Inevitabile l’integrazione col social network Google+, lanciato qualche mese fa: i brani si potranno far ascoltare agli amici.</p>
<p>La pirateria digitale ha portato una profonda crisi nel mercato discografico, che solo negli ultimi anni ha cominciato a vedere una via d’uscita. La salvezza arriva dal Web, dove sono oltre 400 le piattaforme che vendono musica online, per un giro d’affari che nel 2010 ha toccato i 4,6 miliardi di dollari. A scommetterci per primo fu Steve Jobs, che lanciò iTunes Music Store nell&#8217;aprile del 2003: a oggi ha venduto oltre 15 miliardi di brani. Da produttore di computer un po’ snob, Apple si è trasformata nel primo negozio musicale del mondo, costruendo un ecosistema dove convivono perfettamente servizi, software e hardware.</p>
<p>Amazon, passo dopo passo, ha fatto lo stesso e ora offre un tablet (il Kindle Fire) da cui si accede direttamente allo store online, per acquistare con un tocco canzoni, film, libri. Entrambi i negozi puntano sul cloud, ma Apple ha avuto un’idea geniale: iTunes Match copia sulla nuvola solo le canzoni che non si trovano nello Store (oltre 18 milioni); il software analizza tutti i brani presenti nell’hard disk e per 25 dollari l’anno permetterà di ascoltarli e scaricarli su computer, iPod, iPhone, iPad. Un’amnistia totale e definitiva per chi ha scaricato brani illegali, con la benedizione delle case discografiche.</p>
<p>Diverso l’approccio di Spotify, che con un minimo abbonamento (o in cambio di uno spot) consente di ascoltare quanta musica si vuole, però in streaming, ossia senza scaricarla sul computer. Nato in Svezia, è arrivato negli Usa, dove ha stretto un patto con Facebook.<br />
In Italia Spotify non esiste e delle tre sorelle che si contendono il mercato online c’è solo Apple (per ora senza iTunes Match e con un’offerta ridotta di film), e le piattaforme tricolori sono poche. Il fatturato comunque cresce e nei primi nove mesi del 2011 è arrivato a quasi 19 milioni di euro, il 23% del totale.</p>
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		<title>La lezione di Steve Jobs</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 09:36:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi il mondo ha perso un grande innovatore, un genio visionario, un affabulatore straordinario. Uno stratega del marketing, un instancabile appassionato di musica, un padre attento e generoso. Steve Jobs è morto. Era davvero per lui la poltrona riservata in prima fila, due giorni fa alla presentazione dl nuovo iPhone 4S. Inquadrato dalle telecamere all’inizio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/10/steve-jobs.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-925" title="steve-jobs" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/10/steve-jobs.jpg" alt="" width="625" height="356" /></a></p>
<p>Oggi il mondo ha perso un grande innovatore, un genio visionario, un affabulatore straordinario. Uno stratega del marketing, un instancabile appassionato di musica, un padre attento e generoso. Steve Jobs è morto.</p>
<p>Era davvero per lui la poltrona riservata in prima fila, due giorni fa alla presentazione dl nuovo iPhone 4S. Inquadrato dalle telecamere all’inizio e alla fine, quel posto vuoto serviva probabilmente a lasciare qualche speranza che all’ultimo momento davvero il fondatore di Apple comparisse, come qualcuno aveva immaginato alla vigilia. Non è successo, Jobs non si è presentato: stava lottando con la morte, o addirittura aveva già lasciato questo mondo, a sentire i più maligni, e l’annuncio non era stato dato immediatamente per non rovinare il primo keynote di Tim Cook in veste di Ceo.</p>
<p>Forse non sapremo mai davvero com’è andata, e in fondo poco importa, sarebbe solo un altro segno della maniacale attenzione di Apple per la segretezza che tutti conosciamo. Ma di Apple conosciamo altre cose, prima fra tutto la capacità di innovare, di sorprendere, di ribaltare le regole. Nel famoso spot “Think Different”, a un certo punto si parla di quelli che “non hanno rispetto per lo status quo”.</p>
<p>Rispetto, tradizione, visione. Con Jobs la tecnologia è diventata cultura. Non tanto perché i computer sono strumenti utilizzabili da tutti, col mouse prima, con il touchscreen poi e domani con la voce: elogiare Apple per aver adottato interfacce sempre più semplici e naturali è giusto, ma svela solo una parte del percorso di Jobs. L’altra parte, più importante, è nelle mani dei 300 milioni di possessori di iPod in tutto il mondo. Aver trasformato un lettore di Mp3 in un simbolo di passione per la musica è stato un colpo di genio: non importa sapere cos’è un file, dove lo si trova, come si copia, basta collegare l’iPod al computer e funziona tutto automaticamente. E si entra a far parte di un’elite, in cui tutti sono uguali ma tutti sono diversi da chi quelle cuffiette bianche non le ha.</p>
<p>La tecnologia era diventata già moda con i colori vivaci dell’iMac, tuttavia per trasformarsi in cultura serviva un passo ulteriore, un oggetto che avesse un forte legame emotivo con chi lo usava.  E la musica, come l’appassionato Jobs sapeva bene, genera emozioni. Così per la prima volta l’iPod univa tecnologia e sentimento, un hard disk, una batteria e un processore nella visione di Jobs diventavano la piccola cassaforte dove conservare emozioni in forma digitale. Musica prima, poi anche foto, video, indirizzi e numeri di telefono.</p>
<p>Sempre qui, a cavallo tra arte e tecnologia, sono nati gli altri prodotti di successo degli ultimi anni, dall’iPhone all’iPad, che  a loro volta hanno aperto la strada alle innovazioni di Lion, l’ultimo sistema operativo di Cupertino, e al MacBook Air, il portatile con la Mela più venduto. Apple in questo Terzo Millennio ha cambiato pelle, eliminando la parola computer dalla ragione sociale,  aprendo ai servizi con iTunes (e ora iCloud), dilagando in settori nuovi come quello degli smartphone, inventandone altri, come quello dei tablet. Questa è la storia, vista dall’esterno. Ma non saranno i brevetti, le invenzioni, a rimanere. L’iPod sparirà: ha già dieci anni di vita e la rivoluzione che ha avviato deve ancora completarsi, ma la rotellina non serve più. L’iPhone, col nuovo 4S, sta già andando oltre il multitouch, che pure era la sua caratteristica più interessante. E chissà quale futuro si prospetta per l’iPad.</p>
<p>Rimarrà, di Jobs, la lezione più importante: i gadget passano, le funzioni si evolvono, tutto cambia. Nell’informatica, come nella vita, non contano gli oggetti, ma le persone. E non basta aver dato vita a un’invenzione geniale, bisogna imparare a ricominciare da capo ogni volta, perchè la vita è un continuo movimento, come ben sa il Faust di Goethe, che muore proprio nel momento in cui per la prima volta si guarda indietro. Steve Jobs è morto, ma ha sempre guardato avanti.</p>
<p>P.S. Questo post è stato scritto su un computer Apple, mentre la musica suona sullo stereo attraverso iTunes; sulla scrivania c&#8217;è un&#8217;iPhone che non smette di suonare e l&#8217;iPad continua a notificare messaggi su Twitter. Come quasi tutti gli altri di MondoMac, insomma, ma con gli occhi umidi e un gran buco nel cuore.</p>
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		<title>Apple porta il cinema sul web (ma la tv?)</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Nov 2010 09:22:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chi cercava scuse per rimanere in casa in queste fredde sere di novembre, da ieri ne ha una in più: su iTunes Store è possibile acquistare o noleggiare i film. Da vedere sul computer, iPhone, iPad, iPod Touch, e anche sulla nuova Apple Tv appena messa in vendita, che si collega al televisore. Così, con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2010/11/cinema-mibac.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-787" title="cinema-mibac" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2010/11/cinema-mibac.jpg" alt="" width="550" height="300" /></a></p>
<p><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2010/11/cinema-mibac.jpg"></a>Chi cercava scuse per rimanere in casa in queste fredde sere di  novembre, da ieri ne ha una in più: su iTunes Store è possibile  acquistare o noleggiare i film. Da vedere sul computer, iPhone, iPad,  iPod Touch, e anche sulla nuova Apple Tv appena messa in vendita, che si  collega al televisore.</p>
<p>Così, con un servizio e un gadget, Steve  Jobs estende al cinema la strategia integrata sperimentata con la  musica (oltre 12 miliardi di canzoni vendute), con il software (7  miliardi di app scaricate) e da poco anche con i libri. Ridisegna  completamente un prodotto tra i meno fortunati di Apple e sfida Google,  che ha appena lanciato la sua tv negli Usa. E’ una lotta per portare nel  salotto buono internet e i guadagni pubblicitari che ne derivano, ma le  strategie sono diverse: a Mountain View puntano sugli accordi con i  produttori di apparecchi, a Cupertino fanno tutto in casa e cercano  alleanze con gli studios di Hollywood. Sony si muove su un doppio  binario: da una parte produce il primo televisore predisposto per i  servizi di Google, dall’altra lancia (anche in Italia) Mubi, per vedere  in streaming i film sulla Playstation 3. Anche Microsoft offre film e  video da noleggiare sul Marketplace della XBox 360. Per gli amanti del  grande schermo domestico ci sono poi le offerte di Telecom (Alice) e  Fastweb, convenienti quando non addirittura gratuite.</p>
<p>Popolarissimi negli Usa, Amazon e Netflix non sono ancora arrivati in  Italia, ma dvd.it, Mymovies e Filmisnow da qualche tempo hanno sezioni  apposta per acquistare film o noleggiarli in streaming. Non sempre  brillano per facilità d&#8217;uso, la compatibilità con i vari sistemi  operativi dei computer è incerta, il catalogo non proprio sterminato.</p>
<p>Così le alternative più frequenti sono il download illegale oppure  iTunes, che da ieri ha una sezione dedicata al cinema. Niente accordi  con le reti televisive per abbonamenti mensili, show o fiction, come  negli Usa, ma circa 450 titoli, organizzati per generi (e nessun film  italiano). Per il noleggio i prezzi vanno da 99 centesimi fino a 4,99  euro per quelli più recenti. Si può vedere ogni film quante volte si  vuole, magari iniziando dal computer e proseguendo sull’iPhone, che  riconosce automaticamente il punto da cui ricominciare.</p>
<p>Tutto è  molto semplice e chi comprato anche un solo brano musicale o un’app per  iPhone o iPad non dovrà registrarsi di nuovo, basta un click e via.  Bisogna scegliere, certo: risoluzione standard o Hd (come il dvd)?  Acquisto o noleggio? La prima opzione è da tener presente solo se si  pensa di rivedere più volte un film, altrimenti il noleggio è più veloce  e più economico. E poi, forse non ha molto senso pagare una dozzina di  euro per un file che un solo programma può leggere, che potrebbe essere  cancellato in caso di guasti o rivelarsi incompatibile col prossimo  computer. Meglio allora lo streaming, che offre un ulteriore vantaggio:  sull’Apple Tv lo spettacolo inizia immediatamente, mentre il computer  impiega oltre quaranta minuti per scaricare sull’hard disk i circa 2 GB  di dati del Codice Da Vinci.</p>
<p>Finita l’era delle cassette, si  avvia così al tramonto anche quella dei dvd. Di più: diventa obsoleta la  stessa idea di possesso, visto che i film noleggiati si cancellano dal  computer dopo 48 ore. Per rivederli bisogna noleggiarli di nuovo.</p>
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		<title>Google Books, la letteratura italiana diventa digitale</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jun 2010 09:02:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Basterà un click (o un tocco): Dante, Petrarca, Leopardi e Manzoni si leggeranno su computer e telefonini, sull’iPad di Apple e sui lettori di eBook capaci di connettersi al web. Un milione di volumi custoditi nelle Biblioteche Nazionali di Roma e Firenze saranno trasformati in formato digitale e messi a disposizione gratuitamente sulla piattaforma Google [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2010/06/ebooks.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-732" title="ebooks" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2010/06/ebooks.jpg" alt="" width="508" height="207" /></a></p>
<p>Basterà un click (o un tocco): Dante, Petrarca, Leopardi e Manzoni si leggeranno su computer e telefonini, sull’iPad di Apple e sui lettori di eBook capaci di connettersi al web. Un milione di volumi custoditi nelle Biblioteche Nazionali di Roma e Firenze saranno trasformati in formato digitale e messi a disposizione gratuitamente sulla piattaforma Google Books: l’accordo con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali è stato annunciato due mesi fa, ma le operazioni di digitalizzazione richiederanno dai cinque ai dieci anni per essere completate. “Ci vorrà del tempo per realizzare lo scanning center &#8211; spiega Gino Mattiuzzo, responsabile di Google Books Italia – poi bisogna tener conto della rarità e della fragilità delle opere, della necessità di catalogarle e indicizzarle”.</p>
<p><strong>L’accordo italiano è il primo con un governo, mentre finora negli altri Paesi hanno aderito all’appello di Google solo alcune biblioteche e università. Come mai in questo campo siamo all’avanguardia? </strong><br />
“Partiamo da un’esigenza comune: Bondi punta a diffondere la cultura italiana nel mondo, noi ad allargare l’offerta di testi in lingue diverse dall’inglese. Abbiamo offerto un’interfaccia affidabile e potente, ma abbiamo pure risolto il problema dei finanziamenti, perché la scansione è a spese nostre. Alla fine forniremo al Ministero le copie digitali di tutti i testi, che potranno essere consultati anche sui siti web delle biblioteche nazionali di Roma e Firenze o su piattaforme diverse da Google Books”.</p>
<p><strong>Il vostro è uno standard universale? </strong><br />
“E’ facilmente accessibile da tutto il mondo tramite internet, conta dodici milioni di titoli in oltre cento lingue, è un patrimonio enorme a disposizione di tutti”.</p>
<p><strong>Catalogate anche i giornali? </strong><br />
“In Italia no, ma negli Usa abbiamo messo a disposizione del pubblico intere annate di riviste come Science e Popular Mechanics”.</p>
<p><strong>L’accordo ha per oggetto i testi fino al 1868, dove il copyright non è previsto. E per gli altri? </strong><br />
“Per i libri protetti da copyright contattiamo direttamente gli editori. Su Google Books è disponibile un’anteprima limitata al 20 per cento del libro: chi cerca un volume può sfogliarlo, poi se lo trova interessante lo compra, proprio come in libreria. A breve, inoltre, lanceremo Google Editions: per gli eBook è un nuovo canale di distribuzione che si aggiunge alle piattaforme attuali”.</p>
<p><strong>Avete già stretto accordi con case editrici italiane? </strong><br />
“Certo, da Feltrinelli a Franco Angeli, dalle Paoline alle Edizioni Mediterranee; molte altre stanno per arrivare”.</p>
<p><strong>Come si fa a entrare in Google Books? </strong><br />
“Basta creare un account, accettare le condizioni di servizio e dichiararsi titolare del copyright, poi si invia il libro cartaceo o il file digitale: alla digitalizzazione pensiamo noi. E’ un procedimento molto semplice.”</p>
<p><strong>Tanto che un autore potrebbe farlo da solo? </strong><br />
“In teoria sì, però il lavoro di una casa editrice è ancora indispensabile per arrivare a un’opera di qualità. Nella revisione del testo, nella distribuzione e nel marketing, ad esempio”.</p>
<p><strong>Google diventerà editore in proprio? </strong><br />
“Assolutamente no”.</p>
<p><strong>Chi decide di vendere un libro tramite Google Books come può guadagnarci? </strong><br />
“In due modi: come partner, cioè mettendo a disposizione gratuitamente un’anteprima del libro, all’editore va una parte dei ricavi pubblicitari di AdSense anche se il libro non viene venduto. Se invece un testo è acquistato tramite Google, l’incasso va all’editore e per noi c’è una percentuale, proprio come succede con un libraio.”</p>
<p><strong>Come viene stabilito il prezzo? </strong><br />
“E’ una scelta che spetta esclusivamente agli editori. Naturalmente ci aspettiamo che i prezzi siano più bassi degli stessi titoli su carta”.</p>
<p><strong>Con Google Books i libri si possono leggere senza essere connessi a internet? </strong><br />
“Per ora no, ma ci stiamo lavorando. Ogni libro è collegato all’account Google dell’utente e conservato online per gestire al meglio i diritti d’autore, ma in futuro sarà possibile scaricare testi e trasferirli da un apparecchio all’altro”.</p>
<p><strong>Se tutti i titoli sono registrati nel mio account, allora Google conosce i miei interessi e gusti letterari? </strong><br />
“Sì, ma ognuno può controllare le informazioni contenute nel proprio account, e nel caso decidere di cancellarle”.</p>
<p><strong>Con le anteprime gratuite e le ricerche non si corre il rischio di frammentare i libri? Non è che la generazione di Google Books consumerà solo pagine o capitoli, come fanno già ora i ragazzini, che scaricano in Mp3 canzoni singole e non album interi? </strong><br />
“Inevitabilmente le tecnologie influenzano i contenuti e le abitudini, com’è successo per la musica. Così gli editori potrebbero decidere di vendere singoli capitoli o puntare sui racconti brevi. Potrebbe essere uno scenario stimolante sia per gli scrittori che per i lettori”.</p>
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		<title>Apple, la fabbrica che produce desideri</title>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 07:49:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A chi e a cosa serve un computer-tavoletta privo di tasti, senza porte usb né videocamera? L’iPad arriva oggi nei negozi europei senza aver risposto alla domanda, ma con un milione di esemplari venduti negli Usa in appena quattro settimane. Di centomila prenotazioni in Italia e di un clamore mediatico senza precedenti. O meglio, i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2010/05/appletabletb601-copy.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-718" title="appletabletb601 copy" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2010/05/appletabletb601-copy.jpg" alt="" width="600" height="399" /></a>A chi e a cosa serve un computer-tavoletta privo di tasti, senza porte usb né videocamera? L’iPad arriva oggi nei negozi europei senza aver risposto alla domanda, ma con un milione di esemplari venduti negli Usa in appena quattro settimane. Di centomila prenotazioni in Italia e di un clamore mediatico senza precedenti. O meglio, i precedenti esistono, e sono ancora Apple: l’iPod prima, l’iPhone poi. Nemmeno loro hanno risposto alle domande che hanno sollevato: perché passare l’intera giornata con le cuffiette bianche nelle orecchie e 40 mila canzoni nel taschino? Perché acquistare un cellulare costoso, che non è un granché per telefonare però sfiorandolo con un dito fa mille cose inutili e divertenti?</p>
<p>L’ultima crociata di Steve Jobs è contro i bottoni. Ma da quando è a capo di Apple (dal ‘76 a oggi, a parte un esilio di dodici anni), Steve Jobs crea bisogni, inventa necessità, stimola pulsioni di possesso insieme perfettamente logiche e profondamente irrazionali. Sa quello che i consumatori vogliono anche se loro stessi ancora lo ignorano. A un certo punto, ad esempio, decise che i computer non avevano più bisogno dei floppy disk. Era il 1998 e le chiavette Usb non si vendevano ancora, internet non era così diffusa (e molto lenta), ma l’iMac poteva scambiare file solo in allegato a una mail. Per entrare nell’élite che usava il computer colorato come il mare di una città australiana serviva un lettore di floppy esterno: un disagio sopportato stoicamente dagli adepti. Progettato con maniacale cura da Jonathan Ive &#8211; che poi firmerà tutti i prodotti Apple &#8211; l’iMac cambiò l’aspetto dei computer; era tondeggiante, amichevole, facile da usare. Univa praticità e sentimento, informatica e design. Jobs lo ha ripetuto, lo scorso gennaio, presentando l’iPad: Apple è da sempre al crocevia tra scienza e arti liberali.</p>
<p>La musica, per dirne una: 250 milioni di iPod fa c’era solo il walkman, oggi l’azienda di Cupertino (che nel frattempo non si chiama Apple Computer, ma Apple e basta) è il primo negozio nel mondo di rock, pop, classica. Oltre dieci miliardi di canzoni vendute, una superiorità così schiacciante che gli Usa hanno avviato un’indagine per sospette pratiche monopoliste. Roba da Microsoft. Eppure anche con iTunes Store, Jobs ha saputo creare un bisogno: dopo Napster erano pochissimi quelli che sentivano la necessità di acquistare canzoni sul web, pieno di file Mp3 da scaricare gratis. Sette anni dopo, non sono abbastanza da sconfiggere la pirateria, ma sufficienti per prospettare alle case discografiche una via d’uscita dalla crisi che le ha devastate negli ultimi anni. Jobs li ha convinti con la buona qualità dell&#8217;audio, la velocità del download, la facilità d’uso. Ha condotto una battaglia personale contro le odiose limitazioni imposte dalle major: all’inizio i brani acquistati potevano essere ascoltati solo sull’iPod, oggi sono leggibili da tutti i lettori. E infine ha pensato anche ad abbinare agli anonimi file musicali i testi e le copertine, come nei dischi. Che si sfogliano, quasi fossero le vecchie collezioni di ellepì. Nostalgia e tecnologia.</p>
<p>Sconfitto il cancro, rinato grazie ad un trapianto di fegato (e diventato sostenitore della donazione di organi), per Jobs questo 2010 sarà un anno da ricordare. E anche per Apple: le novità in programma sono parecchie, a cominciare dalla Worldwide Developers&#8217; Conference che si apre il 7 giugno a San Francisco, dove con ogni probabilità sarà presentato il nuovo iPhone. Perché il segreto è sì pensare diversamente, ma anche saper riconoscere il valore degli avversari: l’ultimo si chiama Google.</p>
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		<title>A New York, il giorno dell&#8217;iPad</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Apr 2010 21:04:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2010/04/IMG_5991.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-669" title="IMG_5991" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2010/04/IMG_5991.jpg" alt="" width="560" height="374" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Sono le nove del mattino, c’è il sole, il cielo è azzurro. Ma la Fifth Avenue risuona di un conto alla rovescia, neanche fosse Times Square l’ultima notte dell’anno. Three, two, one, go! E parte la corsa all’iPad, con centinaia di persone che si accalcano nel negozio Apple. Qualcuno era in coda da giorni, come Greg Packer, pensionato con parecchio tempo da perdere, che risponde alle domande dei giornalisti solo se garantiscono adeguata visibilità: “Perché lo compro? Perché è un portatile senza tastiera e un iPhone senza telefono, sono certo che cambierà la storia dei computer”.<br />
Non è il solo a pensarla così e se le code non sono chilometriche, è solo perché molti hanno preferito prenotare sul web il gadget dell’anno e riceverlo a domicilio. In alternativa, è possibile ritirarlo presso il negozio più vicino: così le file sono in realtà due, e il primo ad agitare trionfante l’iPad davanti al cubo di vetro con la Mela è Richard Gutjahr, blogger tedesco con stampato sulla maglietta l’indirizzo web del suo sito.  Pubblicità a buon mercato o interesse reale? “Penso sia un prodotto geniale, ma saranno le applicazioni a fare la differenza”.</p>
<p style="text-align: left;">Il mercato è già vastissimo: alle oltre 150 mila sviluppate finora per iPhone e iPod Touch, su App Store c’è una sezione con un migliaio di programmi che permettono di sfruttare al meglio la potenza di calcolo e lo schermo da 9,7 pollici dell’ultima creatura di Steve Jobs. E’ perfetto per foto, film e programmi tv, ma pure per leggere libri, giocare, navigare in internet, gestire le mail. Si comanda sfiorandolo con le dita, ha una memoria da 16 a 64 Gb; a internet accede attraverso il wi-fi o la rete cellulare.“E’ a metà strada tra un cellulare e un portatile”, aveva detto Jobs alla presentazione a San Francisco il 27 gennaio scorso. Tutto in alluminio, assomiglia a un iPod touch gigante, così da Tekserve, uno dei pochi negozi non Apple che lo vendono, un commesso scherza: “Non lo compro, ho già la versione mini”, e tira fuori il suo iPod. David Lerner, cinquantasei anni, venticinque passati a vendere computer Mac, non ha dubbi: sarà un successo. E le ultime stime degli analisti di mercato prevedono sette milioni di esemplari venduti nel 2010.</p>
<p style="text-align: left;">In Europa il tablet Apple arriverà più in là (le date più probabili sono il 24 o il 30 aprile), così i turisti in cerca del souvenir più originale sono molti, ma alla fine diversi italiani optano per il vicino negozio di Abercrombie &amp; Fitch: “Costa troppo &#8211; spiegano Laura e Michela – e noi abbiamo un sacco di regali da fare”. I prezzi vanno da 499 a 699 dollari, ma Apple vende al massimo due iPad per persona, e chi è riuscito ad accaparrarsene anche solo uno lo tiene ben stretto:  “Non so ancora come lo userò, ma so che volevo averlo subito”, spiega un ragazzo. Perché? “Comprerei tutto quello che produce Apple”.  Poco in là, una ragazza racconta di aver aspettato due giorni per regalarlo al fidanzato. Assomiglia ad Ugly Betty, ma interpreta il ruolo che in tv è della moglie di Phil, nella seguitissima serie “Modern Family”. Nell’ultimo episodio, trasmesso qualche giorno fa, lei decide di comprare un iPad per il compleanno del marito, ma viene coinvolta in una rissa mentre aspetta in coda.  Alla fine riesce ad averlo e la puntata si chiude con Phil che sussurra un “ti amo” e la moglie che risponde “Anch’io”. Solo che lui sta parlando all’iPad.</p>
<p style="text-align: left;">La copertura mediatica riservata al gadget di Apple è impressionante: Steve Jobs campeggia sulla copertina di Time Magazine e di Newsweek, mentre il Wall Street Journal, il New York Times e altri quotidiani, riviste e siti web hanno pubblicato recensioni entusiastiche e in tv David Letterman ne ha già scoperto un uso inedito, come tagliaverdure. Questo non impedisce che ci sia chi è deluso e decide di rinviare l’acquisto: “Troppo pesante”; “Non ha la porta Usb”; “Bello ma non è compatibile con i siti che usano Flash”; “Mi aspettavo una webcam, attenderò il modello successivo”, sono alcuni commenti di chi prova gli esemplari esposti. “I libri si leggono meglio sul Kindle”, obbietta perplesso un signore di mezza età, confrontando lo schermo dell’iPad con quello in bianco e nero del lettore Amazon che ha portato da casa. Per i critici più agguerriti, però, il vero problema sarebbe un altro. Con iTunes prima, App store poi, e ora iBooks, Steve Jobs avrebbe creato un sistema chiuso, dov’è l’unico a decidere quali contenuti possono arrivare sugli apparecchi Apple: giornali, libri, musica, film, show televisivi, videogame, software. Un controllo pressoché totale, che metterebbe nelle sue mani un potere enorme.</p>
<p style="text-align: left;">Intanto, almeno un’obiezione si può lasciar cadere: la tastiera virtuale non sarà comodissima, ma si può usare anche per testi piuttosto lunghi. Questo articolo è stato scritto in parte su un iPad.</p>
<p style="text-align: left;">(foto: <a href="http://www.ifabio.com" target="_blank">iFabio</a>)</p>
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		<title>Per Steve Jobs un compleanno con dieci miliardi di canzoni</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 07:22:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2010/02/attachment.ashx_.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-638" title="attachment.ashx" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2010/02/attachment.ashx_.png" alt="" width="575" height="136" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Dieci miliardi di canzoni: più di una e mezza per ogni abitante della Terra, compresi neonati e ultracentenari, da New York alla Siberia. Il record è stato raggiunto alle 22:45 di ieri (ora italiana), e certo oggi Steve Jobs si produrrà in qualche dichiarazione trionfante sul successo del suo iTunes Store. Con buona ragione: inaugurato nell’aprile 2003, è diventato in meno di sette anni il più grande negozio di musica del mondo e ha cambiato per sempre il modo di ascoltare canzoni e album. È nata una generazione che non conosce il disco in vinile e ha poca dimestichezza col compact disc, perché ascolta musica «liquida», dati digitali senza copertina né libretto da tenere in mano. E spesso senza scontrino: per chi ha meno di vent’anni, il download illegale di file Mp3 è la più importante fonte di approvvigionamento di canzoni, quando non l’unica.</p>
<p><strong>Le origini</strong><br />
I primi strumenti professionali di registrazione digitale risalgono all’inizio dei Settanta, e tuttavia è solo con il compact disc (1982) che la tecnologia diventa popolare. Digitale, ovvero tradotta in bit, è anche la musica in Mp3, che nasce ufficialmente come standard nel 1997 dopo dieci anni di studi e ricerche all’università di Hannover. In pochi ne percepiscono la portata rivoluzionaria, finché non arriva Napster, che permette di scambiare file musicali con un pc e una connessione internet. Il sito chiude nel 2001, sotto la pressione delle case discografiche, ma in due anni sulle reti Peer To Peer sono transitati illegalmente centinaia di milioni di brani. Per contrastare il declino dei cd, le major lanciano siti di download a pagamento, che falliscono tutti. L’unico ad avere successo è iTunes Store, pensato soprattutto come servizio per l’iPod, il lettore digitale di Apple. Probabilmente Jobs non si aspettava di arrivare al traguardo di oggi, ma certo è stato scaltro ad adottare lo stesso modello con altri prodotti della Mela, innanzitutto l’iPhone, per cui ha ideato l’App Store: tre miliardi di download in nemmeno un anno e mezzo.</p>
<p><strong>Più singoli, meno dischi</strong><br />
Oggi non si vendono tanto album, quanto singoli, proprio come negli anni Sessanta i dischi più diffusi erano i 45 giri; è la fine dei concept album e il segno di una frantumazione sempre maggiore della musica, liberata dal supporto fisico e utilizzata ovunque: impianti stereo per la casa e l’auto, computer, telefonini, console per videogiochi, lettori digitali portatili. C’è chi si oppone, come gli Ac/Dc, tra le ultime band di rilievo a tenersi fuori da iTunes proprio in nome dell’integrità artistica, e chi ne è entusiasta: ad esempio i Radiohead, che da qualche tempo pubblicano solo canzoni sparse. Thom Yorke e compagni le mettono in vendita direttamente sul proprio sito web, bypassando le case discografiche e pure iTunes. Brian Eno, produttore tra l’altro di U2 e Coldplay, ne ha tratto conseguenze radicali: «Penso che i dischi siano stati solo una piccola parentesi nello scorrere del tempo e quelli che hanno potuto guadagnarci da vivere sono stati fortunati. Non c’è ragione per cui qualcuno avrebbe dovuto accumulare tanto denaro vendendo musica, a parte il fatto che quella era la cosa giusta in un certo periodo storico. E ora è finito».</p>
<p>Per celebrare quello iniziato da poco e arrivato ieri ad un traguardo importante (&#8220;una pietra miliare&#8221;, per dirla con Apple), c’è un premio: un buono iTunes da diecimila dollari per il fortunato che ha scaricato la decimiliardesima canzone. Il suo nome  è al momento ancora ignoto, mentre si conosce quello del vero vincitore: si chiama Steve Jobs e ieri ha festeggiato alla grande il suo cinquantacinquesimo compleanno.</p>
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		<title>iPad, pregi e difetti</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jan 2010 07:37:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[All&#8217;Apple Store di Stockton Street c&#8217;è il solito viavai di clienti, turisti, curiosi, fanatici della Mela. E molti, convinti di trovare l&#8217;iPad già sugli scaffali del negozio, rimangono delusi quando i commessi spiegano che dovranno attendere fino a marzo (aprile, se vogliono il modello 3G). Inseguita da anni, prevista da blogger e siti web, annunciata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-612 aligncenter" title="ipad_steve_jobs" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2010/02/ipad_steve_jobs.jpg" alt="ipad_steve_jobs" width="450" height="301" /></p>
<p>All&#8217;Apple Store di Stockton Street c&#8217;è il solito viavai di clienti, turisti, curiosi, fanatici della Mela. E molti, convinti di trovare l&#8217;iPad già sugli scaffali del negozio, rimangono delusi quando i commessi spiegano che dovranno attendere fino a marzo (aprile, se vogliono il modello 3G).</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Inseguita da anni, prevista da blogger e siti web, annunciata da partner commerciali mesi prima che fosse presentata, la tavoletta magica di Steve Jobs portava con sé un carico di aspettative tale da dover necessariamente scontentare più d&#8217;uno. E così è stato: azioni in calo, critiche sul web, dove qualcuno aveva immaginato addirittura un sistema capace di riconoscere il volto e adattare le prefaerenze a seconda dell&#8217;utilizzatore, o un display in grado di dare la sensazione del rilievo dei singoli tasti quando si usa la tastiera virtuale. Certo, qualche caratteristica nuova potrebbe arrivare in seguito, con aggiornamenti software, com&#8217;è successo per l&#8217;iPhone; è il caso, ad esempio, del multitasking, tecnicamente possibile, ma ancora assente: il tablet con la Mela oggi può eseguire solo un programma per volta.</p>
<p>L&#8217;hardware, però, non si può modificare facilmente, e se una webcam esterna o un adattatore usb prima o poi arriveranno, sarà difficile che qualcuno trovi un modo per usare le normali schede telefoniche sull&#8217;iPad: curiosamente Apple ha scelto le nuovissime MicroSim, più piccole delle Sim attuali. Se è vero che in teoria si può usare con tutti operatori, il tablet di Jobs funziona in realtà soltanto con AT&amp;T, al momento l&#8217;unica a produrle; per chi vuole usarlo in Europa, c&#8217;è il modello con wifi, che costa anche meno. Per il resto, in pochi hanno avuto modo di provarlo dal vivo (i giornalisti accreditati erano 600), quindi quelle che circolano sono perlopiù illazioni o impressioni.</p>
<p>Diverso l&#8217;atteggiamento degli analisti, che prevedono per l&#8217;iPad vendite variabili tra 1 e 5 milioni per quest&#8217;anno: la piattaforma convince, per prezzo e caratteristiche tecniche. Ma perché davvero sia una via d&#8217;uscita alla crisi dei media c&#8217;è da inventare un linguaggio nuovo, più semplice di quello del web, capace di integrare testi, audio, video, foto in un modo diverso e originale, non basta copiare il New York Times. Bene i giochi (anche se i blogger continuano a preferire l&#8217;iPhone e l&#8217;iPod Touch), qualche dubbio sugli accordi con i gruppi editoriali: mancava McGrawHill, forse perché il direttore editoriale Terry McGraw si era lasciato sfuggire di “essere molto contento” per il tablet Apple proprio alla vigilia della presentazione. A proposito di eBook, il Kindle sarebbe avvantaggiato dal display e-ink, che consente una lettura più riposante; apprezzata senza riserve invece l&#8217;applicazione iBooks, semplice da usare e graficamente molto ben realizzata, anche se all&#8217;inizio sarà disponibile solo negli Usa. Intanto, i lettori di eBook Sony a San Francisco sono in saldi, col 50 per cento di sconto.</p>
<p><strong>I pregi</strong></p>
<ul>
<li>Veloce, grazie al processore sviluppato da Apple</li>
<li>Facile da usare (è come un iPhone)</li>
<li>Compatibile con i programmi su App Store</li>
<li>Eccellente per navigare sul web, controllare la posta, vedere foto e video</li>
<li>Schermo molto luminoso, con ottimi colori</li>
<li>Il prezzo è ragionevole, relativamente alle caratteristiche</li>
<li>Piccolo e leggero, ha una struttura in alluminio che non si graffia come l&#8217;iPhone</li>
<li>La batteria dura 10 ore, secondo Apple (e fino a un mese in standby)</li>
<li>L&#8217;applicazione per gli eBook è intuitiva e ha una grafica curatissima</li>
<li>Apple ha previsto anche un dock con tastiera integrata (ma si paga a parte: 69 dollari)</li>
</ul>
<p><strong>I difetti</strong></p>
<ul>
<li>Niente multitasking: si può eseguire solo un programma per volta</li>
<li>Memoria limitata (solo 16 Gb per il modello più economico)</li>
<li>Sistema chiuso: per installare i programmi bisogna passare attraverso App Store</li>
<li>Manca la fotocamera</li>
<li>Il modello con connessione 3G costa 130 dollari in più</li>
<li>Non è compatibile con i siti web che usano Flash</li>
<li>I programmi per iPhone sono visualizzati con le dimensioni che hanno sul telefonino Apple oppure ingranditi, ma perdono definizione</li>
<li>Manca una porta Usb</li>
<li>Il modello 3G non usa una Sim standard, ma le nuove Micro-sim, ancora rarissime. Non si può togliere la scheda dal cellulare e inserirla nell&#8217;iPad</li>
<li>Al momento non si può usare come telefono, se non con Skype o simili</li>
</ul>
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		<item>
		<title>&#8220;Lo abbiamo chiamato &#8230;iPad&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 23:45:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Steve Jobs parla per dieci minuti. Racconta dei 250 milioni di iPod venduti, dei 50 milioni di visitatori nei negozi Apple. Poi passa all&#8217;annuncio che tutti aspettano: “Lo abbiamo chiamato  (pausa) &#8230;iPad&#8221;, dice, e il pubblico esplode. Giornalisti da tutto il mondo (ma c&#8217;è pure Al Gore, da tempo amico di Jobs) sono a San [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-608" title="apple222" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2010/01/apple222.jpg" alt="apple222" width="526" height="396" /></p>
<p>Steve Jobs parla per dieci minuti. Racconta dei 250 milioni di iPod venduti, dei 50 milioni di visitatori nei negozi Apple. Poi passa all&#8217;annuncio che tutti aspettano: “Lo abbiamo chiamato  (pausa) &#8230;iPad&#8221;, dice, e il pubblico esplode. Giornalisti da tutto il mondo (ma c&#8217;è pure Al Gore, da tempo amico di Jobs) sono a San Francisco per la presentazione del tablet di Cupertino, che sui quotidiani americani oggi occupa lo stesso spazio del discorso di Obama alla nazione. Jobs scherza e lo alza neanche fosse la tavoletta delle leggi di Mosé: come previsto da blogger e analisti, è una specie di iPhone gigante, con schermo da 9,7 pollici, che si comanda sfiorandolo con le dita, memoria da 16 a 64 Gb; a internet accede attraverso il wi-fi o la rete cellulare. In vendita a marzo, costerà tra 499 e 829 dollari a seconda della dotazione di memoria e della connettività (il 3G è opzionale).
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<p>E&#8217; un vero computer, ma non si usa come un computer: “E&#8217; a metà strada tra un cellulare e un portatile, però funziona meglio di entrambi, e anche dei netbook”, spiega Jobs. A toccarlo con mano, l&#8217;iPad è leggero, sottile e robusto: tutto in alluminio, riprende le linee dei portatili con la Mela, ma per il resto il design di Jonathan Ive è ancora una volta assolutamente originale. Molto veloce nel funzionamento, grazie al chip realizzato in casa da Apple (anche questa una novità assoluta), ha un display perfetto per le foto, film e programmi tv, ma pure per leggere libri, navigare in internet, giocare, e chissà che altro; come l&#8217;iPhone e l&#8217;iPod Touch, è un apparecchio senza tasti fissi, quindi può trasformarsi in mille gadget diversi, perché è il programma stesso a disegnare di volta in volta una nuova interfaccia.</p>
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<p>Jobs ha saputo intuire prima degli altri i possibili sviluppi dell&#8217;industria digitale: con l&#8217;iPod ha inventato  non tanto un apparecchio – il lettore Mp3 esisteva già &#8211; quanto un ecosistema, iTunes Store, dove acquistare le canzoni con un click. Ha applicato lo stesso schema all&#8217;iPhone, con l&#8217;App Store, che oggi conta oltre tre miliardi di applicazioni scaricate in meno di diciotto mesi. E sarà così anche per i testi, con iBooks, che permette di comprare un libro sfiorandone la copertina su uno scaffale virtuale; per i 125 milioni di utilizzatori di iTunes non c&#8217;è nemmeno bisogno di inserire i dati della carta di credito. Per il Kindle è un colpo duro, pur se nascosto sotto un complimento (“Alla Amazon hanno fatto un grande lavoro, sono stati dei pionieri”). La mazzata arriva quando sul palco sale Martin Niesenholtz del New York Times e mostra l&#8217;edizione del quotidiano per iPad: la grafica del testo è simile a quella del giornale, ma basta un tocco perché la foto si animi, trasformandosi in un filmato con audio e video in alta definizione.</p>
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<p>Riuscirà l&#8217;iPad a salvare il mercato dell&#8217;editoria e fare di Jobs il Gutenberg dell&#8217;era digitale? Sono in molti a sperarlo, e intanto lui si cautela immaginando che la tavoletta magica finirà sui banchi di scuola e sui tavolini dei salotti di tutto il mondo, ma pure negli uffici. Per questo Phil Schiller introduce una versione speciale di iWork, il pacchetto office di Apple, e mostra come impaginare testi e preparare presentazioni senza mouse né  tastiera (ma l&#8217;accessorio più venduto sarà il dock con la tastiera integrata, c&#8217;è da scommetterci). “Non è fantastico?”, chiede Jobs, e sorride. Ha lavorato intensamente all&#8217;iPad dopo il trapianto di fegato della scorsa primavera, e anche ora appare molto magro nella solita divisa: jeans Levi&#8217;s, T-shirt  nera, scarpe da jogging. Ha cinquantacinque anni e nel 2004 è stato operato per un tumore al pancreas, così questa potrebbe essere l&#8217;ultima rivoluzione di Apple guidata da lui personalmente, dopo il Mac, l&#8217;iPod e l&#8217;iPhone. E infatti la presentazione si chiude con una considerazione che riassume tutta la sua avventura a Cupertino: “Cerchiamo sempre di essere al punto d&#8217;incrocio tra tecnologia e arte, di sviluppare prodotti avanzatissimi, ma facili da usare, che siano naturali, semplici, belli. Per questo l&#8217;iPad è una creazione, non un prodotto”.</p>
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