Archivio

Archivio per la categoria ‘Musica’

Florence and the Machine, il rock vittoriano

Mentre da noi imperversava Sanremo, Florence Welch ritirava il prestigioso Brit Award per il suo primo album, Lungs, votato da critica e pubblico come miglior disco inglese del 2009. Una miscela di rock, rabbia e melodia che la cantante ha presentato ieri a Bologna con la sua band (i Machine) nell’unica data italiana. Il disco ha venduto quasi un milione di copie ed è ancora in cima alla top ten, così la ventiquattrenne cantante londinese si ritrova ora a raccogliere l’eredità di una lunga serie di star eccentriche che va da Kate Bush a PJ Harvey, passando per Siouxsie e Annie Lennox. Intanto non è loro che ringrazia («Kate Bush? E’ una delle mie musiciste preferite, ma ascolto anche molte altre cose»): nel suo blog cita piuttosto Damien Hirst, Francis Bacon, Jasper Johns.
Come mai la pittura è così importante nella sua formazione?
«Ho frequentato una scuola d’arte e questo mi ha insegnato a esprimermi oltre i consueti canoni, mi piace che un quadro o un’istallazione sappiano colpire il pubblico anche senza parole. Oppure usandole in modo bizzarro, come fa Ugo Rondinone: Giorni Felici mi ha dato lo spunto per Dog Days Are Over. E’ una scritta colorata, dice che i giorni bui sono passati: un messaggio positivo che colpisce tutti, anche chi non pensa di essere in un brutto periodo».
Alta, magra, viso spigoloso, capelli rossi: lei somiglia ai dipinti di Dante Gabriel Rossetti. E’ a quel periodo che rimanda il video di Rabbit Heart?
«Sì, con un accento sul lato oscuro. Il paesaggio è bucolico, ma nel video si mette in scena una cerimonia di morte e rigenerazione, una sorta di passaggio da un’età all’altra».
Cosa l’affascina dell’età vittoriana?
«Raccolgo tutto quello che posso di quel periodo: abiti, mobili, libri. E’ un periodo in cui l’eleganza e l’orrore si mescolavano, e Londra allora doveva essere molto cupa, sempre immersa nel fumo e nella nebbia».
Quando ha cominciato a comporre canzoni?
«Dovevo avere più o meno 14 anni quando ho composto la prima. Parlava di un amore scomparso, di rose appassite su un tavolo, di una donna che vuole cancellare tutti i segni di una relazione finita male. Una cosa molto teatrale, romantica, ingenua: non ero mai stata con un ragazzo allora».
E cosa è cambiato dopo il Brit Award?
«Poco, sono sempre in giro e ho meno tempo per concentrarmi su me stessa, ma ho notato che è cresciuta l’attenzione della gente per le cose che faccio».
Il suo album è uscito nel luglio scorso ed è stato ripubblicato di recente in un box da quattro cd. Quando arriva il prossimo?
«Non so, ci sto lavorando da due mesi e ho già pronte tre o quattro canzoni; intanto però sono impegnata in un tour mondiale che durerà ancora qualche mese, poi ci sono i concerti estivi ai festival».
Il singolo You’ve Got The Love l’ha resa famosa anche in Italia. Non le dà fastidio essere conosciuta per una cover più che per le canzoni che ha scritto lei?
«E’ strano, quella canzone l’ho registrata in un giorno, solo perché la trovavo divertente, poi è passata alla BBC ed è diventata un successo. Ma c’è modo e modo di interpretare le canzoni degli altri: l’ultimo album di Peter Gabriel, ad esempio, è un ottimo esempio di come si possa essere creativi con le cover».
Per l’emancipazione delle donne è stata più importante la lavatrice o la chitarra elettrica?
«Nel mondo del pop non è facile per nessuno trovare la propria voce: pur di sfondare, molte donne si piegano a stereotipi maschili, ma alcune lo fanno coscientemente, sanno gestire da sole la propria immagine e allora diventano invincibili. Per me quello che veramente conta è esprimermi con la massima libertà, e ora addirittura mi pagano per farlo. Cosa posso volere di più?»

Prossime date:

21 luglio Milano

22 luglio Roma

Tornano i Gorillaz con Plastic Beach

Come le migliori band rock e pop, i Gorillaz sono in quattro: Murdoc Niccals (basso), 2D (voce e tastiere), Russel (batteria) e Noodle (chitarra). A differenza delle peggiori band rock e pop, che purtroppo sono reali, i Gorillaz sono però virtuali, personaggi animati disegnati da Jamie Hewlett. Il creatore di Tank Girl ha costruito per loro un mondo immaginario, con luoghi e avvenimenti che non sfigurerebbero in una biografia reale: se il disco precedente, cupo e apocalittico, era stato registrato a Londra nei pressi di un cimitero, per quello nuovo i quattro si sono trasferiti su un’isola del Pacifico meridionale, composta interamente di detriti e pezzi di plastica. Ovviamente l’album, che sarà pubblicato il prossimo 5 marzo, si chiama Plastic Beach.

E’ una delle uscite più importanti dell’anno, considerato anche il successo di Gorillaz (2001) e Demon Days (2005), che hanno venduto complessivamente oltre dodici milioni di copie. Così il marketing su Twitter e Facebook è partito con largo anticipo e su YouTube si trovano spezzoni di filmati che raccontano l’avventura dei quattro sull’isola di plastica. E ancora giochi, sfondi di scrivania, widget per computer. Come nel film I love Radio Rock, Murdoc ha poi trasmesso in anteprima alcuni brani dalla sua radio pirata, battendo sul tempo i pirati del web.

Plastic Beach è un lavoro maturo e ricco di sorprese, pur riproponendo quel miscuglio di hip hop, rock, dub, blues e rap ormai tipico della band inglese. Qui le fonti di ispirazione si ampliano ancora e arrivano a comprendere i Kraftwerk, l’elettroclash (Glitter Freeze), la National Orchestra for Arabic Music (White Flag, registrata a Beirut durante la guerra), ma pure una leggenda del soul come Bobby Womack, che presta la sua voce per il primo singolo. «Con Stylo volevo che la musica suonasse euforica, ma allo stesso momento facesse riflettere sulla precarietà della nostra situazione in un mondo tanto sovrappopolato», spiega Murdoc. E aggiunge: «Bobby Womack ha suonato con noi dopo che per anni non incideva niente, lo ha fatto perché la sua nipotina ha detto che eravamo fighissimi. Ed è vero, lo siamo».

Anche per questo la lista degli ospiti nei sedici brani di Plastic Beach è lunghissima: dai rapper Snoop Dogg e Mos Def ad un’icona del rock alternativo inglese come Mark E. Smith dei Fall, dai De La Soul a Gruff Rhys dei Superfurry Animals (nella geniale Superfast Jellyfish). Senza contare Paul Simonon e Mick Jones dei Clash, rispettivamente al basso e alla chitarra nella traccia che dà il titolo al disco. Non sono gli unici alfieri del vecchio rock presenti in Plastic Beach: c’è perfino sua maestà Lou Reed che canta in Some Kind Of Nature. Ma ad ascoltare con attenzione la voce con cui duetta, il mistero dei Gorillaz si svela: 2D è Damon Albarn e i Gorillaz sono il suo più importante progetto fuori dai Blur. Anzi, il più importante e basta: lo provano brani come To Binge e On Melancholy Hill, che avrebbero potuto trovar posto accanto a Girls and Boys o Tender. Così Albarn ha oltrepassato il britpop e ha lasciato che gli Oasis continuassero ad usarne le formule ormai invecchiate, mentre la sua musica oggi è una confusione di stili, un gioco di specchi e rimandi: il modello per il pop d’inizio millennio, un esempio di come anche nelle canzoni da classifica possa esserci spazio per l’intelligenza, l’ironia, la sperimentazione.

Per Steve Jobs un compleanno con dieci miliardi di canzoni

25 febbraio 2010 Bruno Ruffilli Nessun commento

Dieci miliardi di canzoni: più di una e mezza per ogni abitante della Terra, compresi neonati e ultracentenari, da New York alla Siberia. Il record è stato raggiunto alle 22:45 di ieri (ora italiana), e certo oggi Steve Jobs si produrrà in qualche dichiarazione trionfante sul successo del suo iTunes Store. Con buona ragione: inaugurato nell’aprile 2003, è diventato in meno di sette anni il più grande negozio di musica del mondo e ha cambiato per sempre il modo di ascoltare canzoni e album. È nata una generazione che non conosce il disco in vinile e ha poca dimestichezza col compact disc, perché ascolta musica «liquida», dati digitali senza copertina né libretto da tenere in mano. E spesso senza scontrino: per chi ha meno di vent’anni, il download illegale di file Mp3 è la più importante fonte di approvvigionamento di canzoni, quando non l’unica.

Le origini
I primi strumenti professionali di registrazione digitale risalgono all’inizio dei Settanta, e tuttavia è solo con il compact disc (1982) che la tecnologia diventa popolare. Digitale, ovvero tradotta in bit, è anche la musica in Mp3, che nasce ufficialmente come standard nel 1997 dopo dieci anni di studi e ricerche all’università di Hannover. In pochi ne percepiscono la portata rivoluzionaria, finché non arriva Napster, che permette di scambiare file musicali con un pc e una connessione internet. Il sito chiude nel 2001, sotto la pressione delle case discografiche, ma in due anni sulle reti Peer To Peer sono transitati illegalmente centinaia di milioni di brani. Per contrastare il declino dei cd, le major lanciano siti di download a pagamento, che falliscono tutti. L’unico ad avere successo è iTunes Store, pensato soprattutto come servizio per l’iPod, il lettore digitale di Apple. Probabilmente Jobs non si aspettava di arrivare al traguardo di oggi, ma certo è stato scaltro ad adottare lo stesso modello con altri prodotti della Mela, innanzitutto l’iPhone, per cui ha ideato l’App Store: tre miliardi di download in nemmeno un anno e mezzo.

Più singoli, meno dischi
Oggi non si vendono tanto album, quanto singoli, proprio come negli anni Sessanta i dischi più diffusi erano i 45 giri; è la fine dei concept album e il segno di una frantumazione sempre maggiore della musica, liberata dal supporto fisico e utilizzata ovunque: impianti stereo per la casa e l’auto, computer, telefonini, console per videogiochi, lettori digitali portatili. C’è chi si oppone, come gli Ac/Dc, tra le ultime band di rilievo a tenersi fuori da iTunes proprio in nome dell’integrità artistica, e chi ne è entusiasta: ad esempio i Radiohead, che da qualche tempo pubblicano solo canzoni sparse. Thom Yorke e compagni le mettono in vendita direttamente sul proprio sito web, bypassando le case discografiche e pure iTunes. Brian Eno, produttore tra l’altro di U2 e Coldplay, ne ha tratto conseguenze radicali: «Penso che i dischi siano stati solo una piccola parentesi nello scorrere del tempo e quelli che hanno potuto guadagnarci da vivere sono stati fortunati. Non c’è ragione per cui qualcuno avrebbe dovuto accumulare tanto denaro vendendo musica, a parte il fatto che quella era la cosa giusta in un certo periodo storico. E ora è finito».

Per celebrare quello iniziato da poco e arrivato ieri ad un traguardo importante (“una pietra miliare”, per dirla con Apple), c’è un premio: un buono iTunes da diecimila dollari per il fortunato che ha scaricato la decimiliardesima canzone. Il suo nome  è al momento ancora ignoto, mentre si conosce quello del vero vincitore: si chiama Steve Jobs e ieri ha festeggiato alla grande il suo cinquantacinquesimo compleanno.

Heligoland, il ritorno dei Massive Attack

Massive-Attack-Foto1-(3)

Quando cominciarono nel 1991, Unfinished Sympathy metteva insieme dance e soul con un tocco di elettronica, oggi Heligoland, appena uscito, è un disco cupo e ossessivo, con le chitarre spesso coperte da pesanti sintetizzatori, i ritmi franti e scomposti che ogni tanto si ricompongono in un dub melanconico (Splitting The Atom). Non è un capolavoro: i Massive Attack hanno al loro attivo un album epocale come Mezzanine e il confronto è difficile per chiunque, loro per primi. Ma è un album assai diverso rispetto al precedente 100th Window (2003), più ispirato e più sfaccettato: il quinto in una carriera lunga quasi due decenni, con numerosi cambi di formazione e stile musicale: «Ho scritto molte colonne sonore dice Robert del Naja – poi sono tornato alla musica pura, non mi piace dover scrivere a comando». Però con la colonna sonora di Gomorra, ha vinto il premio David di Donatello: «Lavorare con Matteo Garrone è stato un grandissimo piacere, perché ho avuto carta bianca per la musica. E per tutto il tempo mi sono chiesto se la situazione descritta nel film come tipica di Napoli sia davvero diversa da quella italiana in genere, specie per quanto riguarda la politica».

E’ attento, ispirato, aggiornatissimo: d’altra parte i Massive Attack portano in tour da anni un megaschermo su cui scorrono ad ogni tappa i titoli più improbabili di giornali e siti web mentre assemblano con sadica abilità rumori assordanti, giri di basso tellurici, percussioni ultraterrene. Il pubblico balla sull’orlo di un abisso: qui c’è Fabrizio Corona, un passo più in là il calcio (3D è un grande fan di quello italiano), un istante dopo i proclami della Lega contro gli immigrati e la morte misteriosa di Stefano Cucchi in carcere. «Non è pensabile che una cosa del genere possa accadere in un paese civile», riflette, «e credo che in Inghilterra non sarebbe successo, pur con tutti i difetti che ha la nostra polizia. La cosa che più mi sembra incredibile è che il vostro governo non faccia chiarezza, ma cerchi di coprire i responsabili». I Massive Attack sono noti per loro impegno politico, da soli o accanto ad altri grandi nomi della scena inglese, come Radiohead e Damon Albarn: con il cantante dei Gorillaz, nel 2003 Del Naja acquistò una pagina del New Musical Express per spiegare la sua opposizione all’impegno militare britannico in Iraq. «Nella musica la politica ha la p minuscola, perché la vera Politica è fuori, ma non per questo rinunciamo ad esprimere le nostre posizioni, a commentare quello che ci circonda».

Oggi la band di Brixton è un duo, e accanto a 3D è rimasto il solo Daddy G, affiancato dal vocalist Horace Andy, ma «Heligoland» è comunque un lavoro assai vario, grazie anche alla lunga lista di ospiti: Tunde Adebimpe (Tv on the Radio) presta la sua voce in Pray for Rain, poi Guy Garvey (Elbow), Martina Topley-Bird, Damon Albarn (che suona anche il basso su Flat Of The Blade), e Adrian Utley dei Portishead è alla chitarra in Saturday Come Slow. «Abbiamo ancora molto materiale che non è uscito su disco e non siamo sicuri di cosa farne, alcune canzoni forse finiranno nel nuovo album, altre le metteremo a disposizione per il download sul nostro sito web», spiega 3D. «Siamo i più grandi ladri della nostra generazione, perché abbiamo sempre usato suoni e idee provenienti da fonti molto diverse, ora vogliamo restituire quello che abbiamo preso». Intanto, l’ultimo furto è di quelli con destrezza: un film porno dei primi anni Settanta, usato per il video del primo singolo Paradise Circus. La voce di Hope Sandoval vola leggera su un tappeto di archi, mentre la protagonista Georgina Spelvin commenta le sue performance; ieri era una splendida donna in pieno fulgore erotico, oggi un’adorabile vecchietta dai bianchi capelli spettinati.

Thom Yorke sul vertice di Copenhagen

23 dicembre 2009 Bruno Ruffilli Nessun commento

me and tony

«Sono davvero disgustato dal modo in cui le cose si sono messe qui. ». Se nei testi delle sue canzoni è spesso criptico, Thom Yorke è chiarissimo quando esprime il suo punto di vista sulla politica e l’ecologia. Sul sito dei Radiohead ha pubblicato le sue considerazioni da Copenhagen, dove si era trasferito per gli ultimi tre giorni del vertice, regolarmente accreditato come giornalista insieme ai corrispondenti del quotidiano inglese «The Guardian».
I Radiohead hanno spesso preso posizione sulle questioni climatiche: in più occasioni hanno invitato i fan ad andare in bicicletta ai loro concerti, e hanno evitato sempre i megashow ad alto impatto ambientale (a differenza degli U2, che pure hanno un frontman impegnato politicamente come Bono).
Così non stupisce che Yorke abbia deciso di seguire in prima persona i lavori del summit, con i problemi del giornalista («la batteria si scarica proprio quando Obama mi passa davanti con espressione accigliata») e i dubbi del neofita («quando sarà il momento giusto per andare a mangiare qualcosa?»). E se nei suoi appunti compare spesso la parola «speranza», il cantante ha però un approccio assai disincantato verso chi quella speranza dovrebbe renderla concreta: «Obama non ha detto nulla, anche se finora non ho ascoltato il discorso per intero. Sono molto triste per tutti gli americani che conosco e che puntano tanto su di lui». Lo sconforto di Yorke è evidente l’ultimo giorno: «Se leggerete nei giornali che un accordo è stato raggiunto, sappiate che non è affatto quello di cui c’era bisogno. Ed è tardi, davvero troppo tardi». Ma la considerazione finale sul vertice è in un post del chitarrista Ed O’ Brien: «Essere leader significa avere visione e dinamismo, l’abilità di prevedere i problemi e guardare oltre. Si può dire questo dei nostri leader? No, di certo».

Carlo Massarini e l’immagine del rock

dear_mister_fantasy

Non corrono alla stessa velocità, il rock e la storia. Quando l’Italia faceva i conti con l’austerity, Leonard Cohen suonava le sue canzoni d’amore alla Sapienza di Roma. Negli anni Ottanta edonisti e spensierati, gli Smiths raccontavano le difficoltà di crescere ai tempi di Margaret Thatcher. E nel 1994, mentre Berlusconi saliva al potere, le Posse passavano dai centri sociali alle classifiche.
Musicisti e cantanti hanno spesso anticipato i cambiamenti sociali: nei testi, nelle dichiarazioni pubbliche, nei loro comportamenti sul palco e fuori. Elvis fu tra i primi a incidere musica per i giovani, poi arrivarono i Who di «My Generation», i Beatles, Rolling Stones. E con Jagger e compagni si apre e si chiude Dear Mr. Fantasy di Carlo Massarini, appena pubblicato da Rizzoli: tredici anni ripercorsi in immagini e parole, da un concerto a Londra nel 1969 fino alla show torinese del 1982 per la finale dei mondiali di calcio. In mezzo scorrono i mille volti del rock e del pop.
Gli abiti del rock
Così, se Mick Jagger è ad Hyde Park, insolitamente sobrio in pantaloni bianchi e canotta lilla, intorno a lui è declinato il repertorio estetico dei tardi anni Sessanta, con gli inevitabili richiami all’India. Poi arrivano in Italia i Jethro Tull, e barbe lunghe e capelli incolti e lunghi cappotti in geometrie scozzesi. Ma il rock è tutto e anche il suo contrario, come mostrano appena poche pagine dopo (e un anno più tardi) i Roxy Music, con Bryan Ferry elegantissimo in tuxedo bianco e papillon nero. Nello stesso periodo sulle onde radio italiane, terminata l’avventura di «Bandiera Gialla» di Arbore e Boncompagni, è la volta di «Per Voi Giovani», con le novità dai due lati dell’Oceano: Led Zeppelin e Crosby, Stills, Nash & Young. È il momento del concept album, un’opera complessa dedicata a un unico tema, svolto anche su due o tre ellepì.
Impegno a tutti i costi
C’è la musica dei cantautori, dove a vincere è la parola, il messaggio: pochi fronzoli, arrangiamenti scarni, testi politici. Esce «Questo piccolo grande amore» di Baglioni, però i giovani impegnati gli preferiscono Venditti e De Gregori, oppure i classici (De André, Guccini, Dalla). Sono anni di eskimo, di dibattiti, di nebbie e manifestazioni femministe, ma pure di scoperta del folk e delle radici popolari della musica.
E intanto dall’Inghilterra dilaga il rock progressive, che da noi sfonda prima che in patria. Cita la musica classica, ma con in più un’inedita attenzione per gli aspetti teatrali dello show, i giochi di luce, le maschere. I nomi: Genesis, su tutti, poi Van Der Graaf Generator, Yes, Emerson, Lake e Palmer, King Crimson, Gentle Giant e mille altri.
Voglia di muoversi
Ballare, non si balla, almeno finché non arriva il ‘77: contemporaneamente esplode il punk nel Regno unito, negli Usa sfonda il reggae di Bob Marley, a New York trionfa la disco. In Italia, Edoardo Bennato pubblica «Burattino Senza Fili», Pino Daniele «Terra Mia». E’ la rottura con i mostri sacri del rock, una rivoluzione all’insegna della libertà di espressione, ma allo stesso tempo la prima presa di coscienza che esistono altre culture e altre musiche: dopo «Sympathy for The Devil», l’Africa entra nelle canzoni dei Talking Heads e di Peter Gabriel, il reggae in quelle dei Police. E’ anche il ritorno del corpo, messo in secondo piano fino ad allora, poi fieramente esibito nello Studio 54 e nelle tante discoteche che nascono all’alba degli anni Ottanta. I Village People aprono la strada, ma con Grace Jones il trionfo dell’apparenza è totale: vende immagini, suggestioni, non più canzoni. Gli Ottanta sono dietro l’angolo, e in una nuvola di lacca per capelli arriva il movimento New Romantic, quei Duran Duran che sulla scala evolutiva del pop vengono dopo David Bowie e prima dei Take That.
La conquista della tv
Con loro arriva anche «Mister Fantasy», il programma di Massarini che dal 1981 al 1984 racconta l’avvento dei videoclip e della cultura della televisione, mettendo insieme pop e avanguardia sotto un titolo rubato ai Traffic. La grafica di Mario Convertino, gli esperimenti di Laurie Anderson, il jazz mutante di Donald Fagen, gli esotismi di Battiato, il nuovo corso dei Matia Bazar: c’era uno spazio per ognuno, tra il tg della notte e l’alba.
Stampa Articolo

Ryuichi Sakamoto e il pianoforte fantasma

“Un giorno mi sono seduto alla scrivania e ho scritto una lista con i compositori che più ammiravo. Ne è venuto fuori un mix incredibile di musica africana, tradizione asiatica, classica europea, avanguardie americane e mille altre influenze”. Ryuichi Sakamoto si specchia nel nero lucido di un pianoforte e sul suo volto s’immagina un sorriso: “Quello che ti piace è quello che sei”.
Il compositore e pianista cinquantasettenne suonerà stasera al Teatro Regio, nell’ambito del tour europeo di Playing The Piano, in sostituzione dell’annunciato concerto con la Yellow Magic Orchestra inizialmente previsto il 10 settembre a Torino, per MiTo, poi annullato per ragioni organizzative.

“Porto con me ogni sera in scena gli spartiti di sessanta o settanta brani, e decido al momento quali suonare, a seconda dell’atmosfera del teatro, del mio umore, della risposta del pubblico”, racconta Sakamoto. A disposizione ha un repertorio molto ampio, che spazia dai primi album pubblicati con la Yellow Magic Orchestra (per l’occasione riarrangiati e ridotti all’essenziale), fino all’ultimo album, Out Of Noise, realizzato in collaborazione con Fennesz e Cornelius. Una carriera lunga oltre trent’anni, culminata in un Oscar nel 1987, con la colonna sonora del film L’ultimo imperatore di Bertolucci; col regista italiano, Sakamoto lavorerà ancora per Il tè nel Deserto e Piccolo Buddha (“Ero alla ricerca di un equilibrio tra Oriente e Occidente: per me sono state tre puntate della stessa avventura”). Ma nel cuore di milioni di appassionati era già entrato qualche anno prima, con la colonna sonora di Merry Christmas Mr. Lawrence di Nagisa Oshima: cantato originariamente da David Sylvian, Forbidden Colors è il suo brano più famoso, cui Sakamoto non manca di tornare ogni volta che può. Ne incluse un brano nell’esibizione al Regio del 2004, tra i classici della tradizione brasiliana reinterpretati con coniugi Morelenbaum, e la suonò per intero lo scorso anno a Venaria Reale, all’aperto, accompagnato dal rombo degli aerei. Dopo le numerose versioni per sintetizzatore, dopo quelle sinfoniche, dopo lo splendido adattamento per trio incluso in 1996, riprenderà prevedibilmente Forbidden Colors anche al Regio.

Sul palco ci saranno due pianoforti grancoda, uno suonato da Sakamoto, di fronte al pubblico, l’altro con la tastiera verso la platea, lo sgabello vuoto; a muovere i tasti le dita di un fantasma, o meglio un meccanismo avanzatissimo capace di replicare il tocco del maestro giapponese, la sua forza, la sua velocità, la sua eleganza. Un duetto con se stesso, un miracolo di tecnologia e poesia. Fuori scena, un ingegnere del suono conrollerà rumori e feedback, echi e distorsioni. Uno schermo sullo sfondo mostrerà poi immagini fluttuanti, paesaggi sfocati, citazioni dal Dalai Lama, considerazioni sull’ecologia.

Già. perché Sakamoto è anche un uomo del nostro tempo, impegnato politicamente, attento all’ambiente e non proprio sprovveduto quando si tratta di business. Così tutto il tour è a impatto zero e l’energia elettrica utilizzata viene da fonti rinnovabili; in più le emissioni di anidride carbonica generate per mezzi di trasporto vengono compensate piantando nuovi alberi in varie zone del mondo. La registrazione della serata sarà disponibile da domani per l’acquisto in forma digitale su iTunes Store di Apple: basteranno un click e dieci euro.

Categorie:Musica Tag: , ,