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Archivio per la categoria ‘Musica’

Ludovico Einaudi: la mia Taranta è un’architettura di suoni

La leggenda, antichissima, narra di un ragno che morde le persone e le fa cadere in un’irrefrenabile smania di ballare. La realtà, recente, racconta di 80 mila persone arrivate a Melpignano, nella Grecìa salentina, lo scorso anno per la Notte della Taranta: altrettante sono attese domani per la tredicesima edizione, per cui sono stati anche approntati treni speciali.

Maestro concertatore sarà Ludovico Einaudi, intellettuale prestato alla musica, autore di composizioni minimaliste e rarefatte. Ma nel suo ultimo album, Nightbook, uscito nell’ottobre 2009, c’era già un brano vicino al folk del Salento: «Allora non pensavo alla taranta – spiega – l’invito è arrivato a marzo, quando ero a Londra per una serie di concerti. In Eros ci sono parti per tamburelli suonate da Mauro Durante, leader del Canzoniere Grecanico Salentino». L’interesse di Einaudi per le musiche tradizionali è però più remoto, e risale a un viaggio in Mali di una decina d’anni fa, da cui nacque un disco con il virtuso di kora Ballaké Sissoko, pure ospite al concertone. Ancora prima, il suo maestro Luciano Berio si era ispirato ai canti popolari: ma il suo approccio rimaneva cerebrale, il tono elitario, di chi in fondo non esce dalla gabbia dorata dell’avanguardia. «Il mio caso è diverso, perché con la taranta si entra nella carne e nel sangue della tradizione – osserva Einaudi da una panchina della piazza di Calimera, dove sta finendo le prove -. Ho studiato le varie componenti di queste musiche e provato a rielaborarle: c’è una ritmica molto ricca, ma anche tanta melodia, influenze mediorientali dalla Grecia, dai Balcani, fino alla Turchia. Gli ospiti che ho scelto mettono in luce questi aspetti, i tamburi del Burundi ad esempio accentuano l’aspetto rituale, mentre Savina Yannatou svela le parentele col sirtaki». Una cantante greca che canta in griko, l’antico dialetto salentino? «Come maestro concertatore il mio compito è inventare connessioni e collegamenti. Così i Taraf De Haïdouks sottolineano la parte più virtuosistica e funambolica di questa musica, mentre dal Portogallo arriva il fado di Dulce Pontes, che si esibisce con due cantanti salentine: le voci di qui sono molto belle. Da un lato ho mantenuto intatti alcuni elementi fondamentali, anzi ho pure eliminato la batteria che non c’entra niente con la tradizione, ma poi mi piace guidare il pubblico verso sonorità nuove». Perciò a Melpignano ci saranno anche i Sud Sound System e il deejay turco Mercan Dede: «La pizzica – spiega Einaudi – è una forma antica di trance, che si articola in micro ripetizioni, proprio come la mia musica. E ha parecchie affinità con la techno e la dance elettronica». Un rave, insomma? «Sì, ci sono degli aspetti comuni. Nel Concertone è assente la dimensione rituale, della taranta resta solo la festa, la voglia di cantare e ballare insieme. Per me l’importante è che non diventi una specie di festival di Sanremo, dove la qualità musicale è bassissima anche se il seguito è enorme».

Fedele alla sua passione per le geometrie sonore, Einaudi ha concepito una specie di grande sinfonia: parte con un tema scritto per l’occasione, che ritorna – simile ma sempre diverso – prima dei nove blocchi di tre brani l’uno in cui si sviluppa il concerto. L’ispirazione è arrivata dalle masserie e dai palazzi nobili della zona: «Ci sono spazi interni, cortili, alberi di aranci, gelsomini, archi e passaggi, e ognuno degli ospiti rappresenta una finestra nel percorso di questo edificio sonoro». Non sarà una costruzione troppo astratta? «No, si tratta di ritrovare punti di riferimento nel passato, per capire chi siamo e dove andiamo».

Svanita la connotazione ideologica che animava il folk Anni 70, nella Puglia di Vendola l’interesse per la cultura popolare si concretizza in rassegne, convegni, libri, oltre che in un business turistico e una vivace attività dal vivo. E non c’è solo il Concertone, ma anche un festival itinerante appena concluso con gruppi storici come gli Argalìo, innovatori (ad esempio gli Insintesi), famiglie intere e cantori solitari tra cui Enza Pagliara e Uccio Aloisi. La taranta, insomma, è tornata di moda, e non solo a sinistra: anzi, su YouTube la più cliccata è quella di Checco Zalone, che passa in rassegna i ministri del governo Berlusconi.

Jim Kerr: i Simple Minds, Bono, Battiato e il dialetto siciliano

Buon giorno, come va?

“Bene, lei?”

Bene anche qui. Ora è a Londra. Non va più nel suo hotel a Taormina?

“Negli ultimi due anni non ci sono stato molto, sono troppo occupato con i concerti e i dischi”.

Quelli dei Simple Minds o da solo?

“Quando i Simple Minds sono in tour vado con loro, altrimenti suono da solo come Lostboy, faccio entrambe le cose in parallelo”.

Nel 2010 cosa deve aspettarsi il pubblico dai Simple Minds, che sono nati trent’anni fa?

“Una band incredibile?”

Certo, ma avrebbe potuto dire lo stesso anche nel 1980.

“Siamo in grande forma, suoniamo cose nuove e vecchie, ogni concerto è un lungo viaggio nella nostra storia”.

C’è una tappa preferita?

“Il suono dei Simple Minds è cambiato spesso, passando dal pop all’ambient, dal folk di Belfast Child al rock, dalla dance, alla new wave. Ridurlo a una sola canzone sarebbe impossibile.”.

Eppure la vostra più famosa non è stata scritta da voi…

“E’ andata così: Don’t You (Forget about me) era nella colonna sonora di Breakfast Club ed è diventata l’inno di una generazione, soprattutto dopo il Live Aid. È una delle ironie della vita. Ma quando la sento per radio penso ancora che sia una grande canzone”.

E la politica? Negli anni Ottanta passavate per impegnati, ora la vostra musica sembra concentrarsi più sulle questioni personali.

“In realtà Street fighting years è il nostro solo album davvero politico, su sedici o diciassette. La geografia è cambiata, qualcosa di nuovo è successo in Sudafrica e a Belfast, ma purtroppo violenza e razzismo sono ancora problemi attuali, così Mandela Day continua ad aver senso anche se Mandela è libero. Per questo la suoniamo ancora, non abbiamo bisogno di scrivere altro”.

Una volta ha detto che Bono non parla mai della Palestina. Può spiegare meglio?

“Non sono affascinato da quello che dice Bono, mi piace la sua musica, ma non passo le giornate a pensare alle sue parole”.

Gli U2 sono arrivati a ieri Torino e ci rimarranno per un po’: vi incontrerete?

“Per me gli U2 sono un fenomeno musicale come Michael Jackson o Madonna. Non sono qui per parlare di Bono: non che non sia mio amico, ma non ha niente da fare con i miei concerti in Italia”.

Eppure negli anni Ottanta tra U2 e i Simple Minds, c’era come una chiara contrapposizione: intellettuali e raffinati i primi, muscolari ed energici gli altri. Anche voi la vivevate cosi?

“Succedeva lo stesso con i Cure, i Magazines e tanti altri E’ una cosa che oggi mi annoia”.

Bene, parliamo d’altro. Sul vostro sito permettete di scaricare brani gratis: avete un modello di business per la musica sul web?

“Internet può essere una grande risorsa, specie se una band ha fan in tutto il mondo come noi: con il web possiamo rimanere in contatto, e ci sembra giusto fare un regalo a chi ci segue da tanto tempo. Non è una strategia, diamo degli assaggi di quello che facciamo. Ma non so se Bono sarebbe d’accordo.”

Ha vissuto a lungo in Italia, cosa conosce della nostra musica?

“Non ascolto molta radio né televisione, ma mi sembra che ci siano sempre le stesse persone in giro: Lucio Dalla, Zucchero, Claudio Baglioni, gente che conosco da quando ero bambino”.

Lei ha anche collaborato con Battiato: che ricordo ne ha?

“E’ una grande personalità, un tesoro nazionale, il rappresentante della migliore cultura siciliana e italiana. Sono un suo ammiratore”.

Perché, secondo lei, la musica italiana non sfonda all’estero?

“Indubbiamente in America e Regno unito sono chiusi verso tutto quello che non è cantato in inglese, però penso che gli italiani sappiano scrivere straordinarie melodie. Mi rendo conto che è un luogo comune, come quando i giornalisti vengono a sapere che sono scozzese e mi chiedono del mostro di Loch Ness.”

L’ha visto?

“Certo”.

Lei pensa che l’industria musicale italiana sia paragonabile a quella inglese?

“L’industria da noi è una macchina più grande e complessa. Ma in Italia la gente è fantastica e ci sono professionisti capaci. Forse non sono la persona più adatta per questa domanda, io sono completamente innamorato dell’Italia: dieci anni fa per me era un periodo nero e se ora sto bene, scrivo e sono felice lo devo al mio incontro con la Sicilia. E’ stata come una rinascita, e per questo sarò sempre grato al vostro Paese”.

In Sicilia ha avuto anche a che fare con la mafia?

“In Sicilia no, ma è successo a Glasgow. La mafia è ovunque”.

Parla italiano?

“Ci proviamo, se vuoi”.

Cosa sa dire?

“In bocca al lupo sempre”.

Non è un’espressione siciliana.

“In siciliano so solo dire minchia”.

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L’ultima Love Parade


L’ultima Love Parade c’è stata anni fa, da allora è rimasto poco più di un marchio». Marco Mancassola, trentasettenne, scrittore, è autore di Last Love Parade (Mondadori, 2005), tuttavia la sua non è una posizione nostalgica: «Era un simbolo di quel periodo storico, oggi ha ancora un senso, ma del tutto diverso».

Nel 1987, quando Wenders gira Il cielo sopra Berlino, la Love Parade non esiste ancora e ai due angeli in cima alla Colonna della Vittoria la città non è troppo diversa da quella raccontata da Lou Reed e David Bowie nei loro dischi più cupi. Nel 1989, poco prima della caduta del Muro, sotto gli occhi di Cassiel e Damiel sarebbero passati invece 150 ragazzi con musica elettronica a volume altissimo. La techno, nata a Detroit da un pugno di sperimentatori ispirati dalle band tedesche degli anni ’70, dopo aver conquistato il Regno unito, stava tornando nella sua terra d’origine.
Già nel 1990 i partecipanti sono 2000; cinque anni più tardi, per l’ultima sfilata sul Ku’ Damm, arrivano a 350.000. Ma ora Berlino è una sola grande città, così è la Love Parade a dividersi in due tronconi: uno parte dalla porta di Brandeburgo, dov’era un tempo il muro, l’altro dalla Ernst-Reuter Platz, proprio dietro la stazione dello Zoo di Christiane F. S’incontrano alla Siegessäule, sotto gli occhi degli angeli di Wenders, e intanto i partecipanti crescono fino a superare il milione e mezzo. La Love Parade diventa così il più grande raduno techno del mondo e genera mille altre manifestazioni simili. Nelle parole del suo ideatore, Matthias Roengh, alias Dr. Motte, «è una dimostrazione a favore del rispetto, della tolleranza e della comprensione tra i popoli».

Rifiuti, violenze, droghe, alcol: le polemiche si moltiplicano, e dal 2003 la Love Parade lascia Berlino. Ci torna nel 2006, solo per un anno: nel 2008 raggiunge un nuovo record di partecipanti (1,6 milioni) ma a Dortmund. «La nostra – commenta Mancassola – è un’epoca senza riti di massa, e la Love Parade è uno dei pochi che sopravvivono. È un rito postpolitico che porta in strada l’esuberanza del corpo».

Capelli gialli, verdi, azzurri, tatuaggi e piercing dappertutto. E muscoli, lacrime e sudore: la grande sfilata di carri e persone al ritmo della musica techno è una festa pagana che celebra i partecipanti ed esclude tutti gli altri. «C’è uno spirito dionisiaco che a volte diventa crudele, ma è così in tutte i grandi eventi pubblici, nelle partite di calcio come nei concerti», prosegue lo scrittore. Ieri in parecchi hanno continuato a ballare mentre le prime vittime erano a terra coperte da un lenzuolo: con i diciannove morti di Duisburg, forse, si chiude davvero la storia della Love Parade. Sempre che gli sponsor non decidano di tenere comunque la manifestazione dell’anno prossimo, prevista a Zagabria.

Tom Jones, da Sexbomb alla Bibbia

Altro che Sexbomb: il nuovo disco di Tom Jones è una raccolta di “canzoni tratte dal breviario”. Questo almeno il giudizio di David Sharpe, vice presidente della Island Records, che lo scorso ottobre ha strappato il cantante alla Emi per un milione e mezzo di sterline. “Ho comprato una Mercedes e mi ritrovo un carro funebre”, si legge nella mail in cui Sharpe commentava lo scorso maggio il primo ascolto di Praise and Blame, “spero che sia solo uno stupido scherzo”.

E in effetti l’album – pubblicato ufficialmente ieri – è un cambio di rotta radicale per l’artista, con undici cover di Bob Dylan, Staple Singers, Mahalia Jackson e molti altri. Il risultato è di tutto rispetto, anche se non si può chiedere a Jones di interpretare classici del blues e vecchi spirituals alla stregua di Johnny Cash, che pure negli ultimi dischi aveva esplorato le stesse musiche nella straordinaria serie American Recordings. Jones, con l’aiuto del produttore xxxe e di una piccola band, riduce all’osso le concessioni alla modernità, spoglia le canzoni di orpelli e arrangiamenti, ne riscopre le radici soul con la sua voce nera, lui che è bianco e del Galles. Certo, non ha la tragica profondità di Cash, ma Praise and Blame è un disco ispirato e ben realizzato, che si concede perfino una credibilissima digressione country (Did Trouble Me,  di Susan Werner).

Considerato il passato di Jones e le recensioni che finora sono state tutte positive, non è nemmeno escluso che il disco entri in classifica. Ma sarà difficile che dal vivo si replichi lo show per cui è famoso l’autore di What’s New Pussycat?, dove sfoggia lustrini e pantaloni attillati, mentre le donne dal pubblico lanciano indumenti intimi, chiavi di albergo e numeri di telefono sul palco. Accadeva spesso, a Las Vegas, dove Tom Jones era una delle attrazioni locali, sempre in concerto nel Caesar’s Palace o in qualche altro albergo superlusso e superkitch. Pare che le ragazze fossero in fila avanti alla porta del suo camerino anche nel tour di “Reload”, l’album con cui tornò in classifica nel 1999, quando aveva già sessant’anni. Chissà cosa succederà adesso, che di anni ne ha settanta (molto ben portati), e si cimenta con un singolo come Burning Hell di John Lee Hooker e canzoni piene di riferimenti biblici.

Intanto, dopo la risposta stizzita di Jones (“Non conosco questo David Sharpe, dev’essere uno che sta lì a firmare assegni”), cresce il sospetto che la mail incriminata, di cui sono stati pubblicati ampi stralci, in realtà non esista. Sarebbe solo una manovra pubblicitaria per promuovere il disco: ben riuscita, a giudicare dallo spazio che la vicenda ha trovato sul web e nei giornali inglesi.

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Fabri Fibra: l’Italia è un paese di vecchi

Fabri Fibra, trentatré anni, vero nome Fabrizio Tarducci. Conduttore di In Italia, documentario che ha portato su Mtv terremotati de L’Aquila, ragazzi di Marcianise, rom, rifugiati politici e minatori del Sulcis. Ma soprattutto rapper, autore di cinque dischi spesso controversi, sempre discussi, che ha lavorato con Gianna Nannini e Federico Zampaglione. Fabri Fibra è a Torino per cercare di spiegare da quali segreti meccanismi nasca una canzone. Tra gli appuntamenti più curiosi degli Mtv Days, questo Storytellers è interessante anche perché “sdogana l’immagine del rapper in Italia, per molti ancora legata a certe produzioni ludiche e banali degli anni Novanta”, osserva Fabri Fibra. “Tutti quelli che hanno cominciato allora, oggi hanno smesso di fare musica o si sono dati alle canzoni, io sono l’unico a non aver cambiato genere”. E’ vero, e infatti finora il format di Mtv ha ospitato musicisti come Piero Pelù, Subsonica, Ivano Fossati; l’unico vicino al rap è stato Jovanotti.
È un po’ che non ti si vede in giro. Come mai?
“Ho passato tre mesi in casa per scrivere il nuovo disco e registrarlo. Sarà nei negozi il 7 settembre e si chiamerà Controcultura.”
Intanto è uscito Quorum, un album disponibile gratis su internet, una canzone alla settimana. In tempi di crisi delle case discografiche, tu regali la musica?
“Ho litigato con la Universal perché dicono che non posso dar via gratis un disco intero. Ma i cantanti dei talent show sono ogni giorno in radio e tv, e per chi non ci va è una guerra persa in partenza. Sul web invece siamo tutti uguali ed è il pubblico a scegliere: i miei contatti su YouTube sono decine di migliaia al giorno”.
Non hai paura che un seguito di fan così esigente possa condizionare la sua libertà artistica?
“Giustissimo, non avrei mai potuto condurre un programma su Mtv se avessi ascoltato il mio zoccolo duro. Certe scelte inevitabilmente non le approveranno, ma devo rendere conto alla mia coscienza. E alla fine, nonostante tutto, penso di aver cambiato più tipi di pubblico io di chiunque altro”.
Di cosa parla Quorum?
“Per me è una specie di trailer di Controcultura, i temi sono molto vicini. Parlo del mondo intorno a me, come ho sempre fatto. Parlo di un’Italia in cui i giovani stanno a casa fino a trentacinque anni perché non hanno alternative, mentre chi è al potere grazie a mille scorciatoie non vuole andar via. E’ un meccanismo che non comprendo e non accetto: cosa dobbiamo aspettare perché le cose cambino? Che muoia un’intera generazione di anziani?
L’età, si dice, porta saggezza…
“A settant’anni una persona normale fatica ad attraversare la strada, in Italia viene giudicata adatta per rinnovare il Paese e guidarlo verso il futuro”.
Non sarà mica solo una questione di anni?
“Ovviamente no. Da noi vince una cultura del vuoto e dell’immagine, in televisione, come nella musica. Nessuno dice quello che bisognerebbe dire, tutti pensano a intrattenere e non vogliono che il pubblico apra gli occhi”.
E cosa bisognerebbe dire?
“Quello che succede nella vita reale, non quello che sogniamo o speriamo. A livello di testo e di contenuto nelle canzoni italiane attuali c’è il deserto, per questo una cosa nuova attira l’attenzione”.
Per dire qualcosa di nuovo bisognava parlare di Erica e Omar o dell’uccisione di Tommy?
“Sono casi di cronaca che hanno toccato tutti, come i fatti del G8 a Genova nel 2001. Ma quanti hanno scritto canzoni per Carlo Giuliani?”
Una canzone può cambiare la realtà?
“Una canzone non spiega niente, non dà soluzioni, però può far capire che c’è qualcosa su cui riflettere. È un segnale che si accende: se riesce a far luce nella testa di qualcuno vuol dire che non ho fallito il mio compito”.

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Vampire Weekend, la musica in 3D


Contra dei Vampire Weekend è uscito a gennaio ed è diventato subito il primo disco da ricordare di questo 2010. Dieci canzoni sghembe, tra indie rock e afro beat («Ascoltavamo Fela Kuti da ragazzini», spiega il cantante Ezra Koenig), che hanno portato la band newyorchese in cima alle classifiche indipendenti sulle due sponde dell’Atlantico. I quattro si sono esibiti all’Hiroshima Mon Amour per l’anteprima degli Mtv Days, tre giorni di concerti, incontri e performance in tutta Torino. La serata è la prima a essere ripresa in 3D, una tecnologia su cui l’emittente musicale punta molto e che forse arriverà al grande pubblico con gli European Music Awards di Madrid.

C’è differenza tra registrare un live normale e uno in 3D?
«In realtà no, ma col 3D spostarsi avanti e indietro sul palco da’ l’impressione della profondità, mentre i movimenti laterali rendono altrettanto bene».

Quanto è importante l’aspetto visivo per i Vampire Weekend?
«Molto. Siamo cresciuti con i video e siamo nati come un progetto multimediale, in cui tutto ha un suo peso, dalle copertine dei dischi alla scenografia dei concerti, agli abiti di scena».

Qualche anno fa eravate dei perfetti sconosciuti, oggi siete una speranza della musica indie. Cos’è successo?
«Abbiamo cominciato nel 2006, e all’inizio la musica non era il nostro mestiere, ma prima del successo c’è stato un lungo periodo di incubazione».

E Internet?
«Ha giocato un ruolo fondamentale, tanto che nel 2008, quando è uscito il nostro primo disco, è finito subito al diciassettesimo posto: sul web ci conoscevano già in tanti. Mi chiedo se esiste una band indipendente il cui successo oggi non dipenda da Internet, ma anche Lady Gaga è famosa per i suoi video su YouTube»

E la pirateria?
«Come tutti, anche noi siamo cresciuti scaricando musica illegalmente, ma compriamo anche dischi. Acquistare un disco significa supportare una band, non è come negli anni Novanta quando era l’unico modo per avere la canzone che ti piaceva: oggi la musica è dovunque e l’acquisto è segno di affetto. Abbiamo venduto circa un milione di album, un numero non così distante da quelli delle popstar di successo, che però sono più forti con i singoli: segno che i nostri fan perché apprezzano la nostra visione artistica e non si limitano alle singole canzoni».

Una vostra canzone inedita, Jonathan Low, è in Eclipse, terzo capitolo della saga di Twilight. Solo perché vi chiamate Vampire Weekend?
«Non è così ovvio, la nostra musica è sempre piuttosto positiva, allegra, e per noi è stata una sfida realizzare un brano che finisse in questo film per adolescenti cupo e drammatico. Ma ci piace la passione che il libro e il film suscitano nei ragazzi, e per questo siamo lieti di esserci».

State pensando già al nuovo disco?
«No, il tour continuerà a lungo, vogliamo che i nostri fan abbiamo la possibilità di sentirci dal vivo».

E c’è sempre il video in 3D…
«Non sarà mai come essere a un concerto con la gente, il sudore, il fango, ma se fossi un ragazzino mi piacerebbe moltissimo vedere i Vampire Weekend con gli occhialini».

Il nuovo Eminem? Ripulito, ma noioso

«Stavolta è diverso, gli ultimi due album non contano / Per Encore ero fatto di droghe, per Relapse mi stavo disintossicando / E adesso sono tornato, basta stupidaggini / Devo provare qualcosa ai miei fan, sento di averli abbandonati / Perciò accettate le mie scuse, finalmente sento di essere tornato alla normalità».

Già, la normalità. Parola strana in bocca a uno come Eminem, con alle spalle 78 milioni di dischi venduti, migliaia di copertine di giornali e riviste, valanghe di dollari guadagnati e altrettante spese in additivi chimici di tutti i tipi (e nelle cure per liberarsene), un matrimonio fallito due volte, due bambini e una partecipazione a Sanremo al fianco di Raffaella Carrà. Eppure il suo nuovo album, Recovery, è davvero il più normale dei sette che finora ha pubblicato.

Sedici canzoni più una nascosta. E così il primo difetto del disco è, inevitabilmente, la lunghezza: una produzione più attenta avrebbe optato per brani più brevi, per qualche innovazione nei suoni (tutti più o meno già sentiti), per la pietosa pratica delle bonus track da scaricare da Internet. Invece niente, 77 minuti e passa di Eminem che parla di sé (Talkin’ 2 Myself, appunto, da cui i versi iniziali), degli altri (sono citati Elton John e Mariah Carey, due nomi ricorrenti nei testi del rapper), con un fiorire di vocaboli che inevitabilmente porteranno al bollino «explicit lyrics». Però, a 37 anni, anche il musicista più controverso mette la testa a posto. Basta lotte tra gang rivali, basta donne oggetto, basta omofobia, il nuovo Eminem si dichiara addirittura favorevole ai matrimoni gay: «Tutte le cose che ho detto in passato, in quel momento le pensavo. Ma credo di essermi calmato un po’. La mia visione sulle cose è maturata. Penso che tutti dovrebbero avere la possibilità di essere infelici alla stessa maniera, se lo vogliono».

E intanto sceglie con cura le sue donne, almeno quelle che ospita nel disco: Pink, in Won’t Back Down, la superstar Rihanna in Love the Way you Lie. E poi gli amici rapper, come Kobe e Lil Wayne: ma il duetto con quest’ultimo su No Love sembra più un doppio monologo e il brano sarà senz’altro apprezzato per il campionamento di What is Love degli Haddaway. «Avevo pianificato originariamente di pubblicare Relapse 2 lo scorso anno – racconta Eminem, vero nome Marshall Mathers III -. Ma, dato che ho continuato a registrare e a lavorare con nuovi produttori, l’idea di un seguito ha cominciato a perdere sempre più di significato. La musica di Recovery è molto diversa da Relapse e penso meriti il suo titolo». Il primo singolo, Not Afraid, è già nelle classifiche statunitensi ma non è detto che l’Eminem buono e ripulito sia davvero capace di ripetere le performance di «Slim Shady», l’alter ego cattivo che per primo arrivò in Top Ten nel 2000.

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