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	<title>BrunoBlog &#187; Musica</title>
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	<description>Musica, tecnologia e altre aberrazioni</description>
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		<title>Sanremo, ha vinto Twitter</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 10:32:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dei diciassette milioni di italiani che hanno seguito la serata finale del festival di Sanremo, molti non avevano davanti uno schermo solo, ma due. Quello del televisore, dove la Rai trasmetteva immagini in alta definizione e audio surround, e quello di un computer, o meglio ancora uno smartphone o un tablet per commentare tutto dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2012/02/sanremo2012.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-970" title="sanremo2012" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2012/02/sanremo2012.jpg" alt="" width="480" height="359" /></a></p>
<p>Dei diciassette milioni di italiani che hanno seguito la serata finale del festival di Sanremo, molti non avevano davanti uno schermo solo, ma due. Quello del televisore, dove la Rai trasmetteva immagini in alta definizione e audio surround, e quello di un computer, o meglio ancora uno smartphone o un tablet per commentare tutto dal divano.</p>
<p>Già da qualche tempo i gruppi di ascolto collettivi sono una realtà comune fra chi frequenta Facebook o il più recente Google +, ma quest’anno è stato il boom di Twitter. Più conciso, più aperto, più feroce: in 140 caratteri bisogna concentrare tutta la cattiveria possibile, per scrivere un tweet memorabile. Mentre i giornalisti dalla sala stampa del Festival (e anche quelli del nostro giornale) si producevano in indiscrezioni e retroscena, un popolo di appassionati discuteva di quanto stava accadendo nel teatro Ariston: critiche a non finire per Celentano, liti furiose per Siani, gossip con foto per Guazzone. Solo lodi per Geppi Cucciari, la presenza più apprezzata, anche se forse meno discussa della farfallina di Belen. E la vittoria di Emma annunciata su Twitter prima che in tv, grazie a una talpa ancora non identificata.</p>
<p>A cinguettare sul web si sono ritrovati in tanti, vip e gente qualunque: Walter Veltroni, ma pure Claudio Coccoluto, deejay di razza e puntuto fustigatore di note sbagliate e abbigliamenti bizzarri; Fiorella Mannoia ha lanciato perplessa qualche tweet, sbilanciandosi solo per Noemi. E ancora FrankieHiNrg, Lorella Cuccarini, il Trio Medusa, il direttore di Mtv Italia Luca De Gennaro, che è un twittatore compulsivo e arguto. E c’erano i concorrenti, da Arisa a Renga, a volte reali, altre impersonati da qualche volenteroso aiutante.</p>
<p>C’erano pure il papa Benedetto XVI e Iddio, che ha avuto da ridire sulla canzone di Finardi in cui veniva chiamato in causa («Troppo per Sanremo»). Account falsi, ovviamente, ma che insieme con tanti altri hanno trasformato queste cinque serate di musica e varie amenità nel debutto ufficiale di Twitter presso il grande pubblico italiano. E più d’uno ha raccontato di seguire Sanremo solo per poterne (s)parlare sul social network, in un’acrobazia di snobismo per ammettere quello che anni fa avrebbe smentito: che il Festival lo vedono proprio tutti.</p>
<p>Moltissimi i retweet: se qualcuno azzecca una battuta più fulminante, chi la legge può rimandarla ai suoi amici, che a loro volta possono fare lo stesso. Si è molto scritto, ad esempio, sulla Loredana nazionale («Per recuperare il silicone delle labbra della Bertè ci vuole la ditta olandese che svuota il serbatoio della Concordia» è uno dei pochi messaggi pubblicabili). Così sono nate nuove amicizie virtuali, si sono intrecciati legami che nel mondo reale non esistono più, se non nei ricordi di mamme e nonne che raccontano di quando passavano le serate davanti alla tv con parenti e vicini a commentare le canzoni a voce e non con l’iPhone.</p>
<p>A mostrarsi poco social è stata la Rai: Alessandro Casillo ha vinto il premio apposito, lanciato su Facebook, ma su Twitter Sanremo esisteva solo negli hashtag (parole chiave) degli iscritti, non c’era un account ufficiale,  sul network di Mark Zuckerberg non è che si sia vista tutta quest’attività da parte della radiotelevisione italiana, mentre già da un po’ emittenti come Sky ed Mtv curano attentamente la loro presenza su Facebook e Twitter, offrendo aggiornamenti flash e chiedendo agli spettatori di interagire. La Rai, invece, ha perfino dimenticato di inserire nel proprio sito web i due interventi di Celentano, chissà se per un tardivo ripensamento o per questioni contrattuali (ma su YouTube si trovano entrambi, alla faccia di tutti i copyright).</p>
<p>Intanto una cosa è certa: il vero vincitore di Sanremo 2012 non canta e non urla. Cinguetta.</p>
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		<title>Lana Del Rey, tra marketing e retromania</title>
		<link>http://ruffilli.net/2012/01/23/lana-del-rey-il-marketing-e-la-retromania/</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 11:05:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nei quattro minuti e cinquanta secondi della clip di Video Games c’è un solo brevissimo fotogramma in cui Lana Del Rey abbozza un sorriso. Per il resto, immagini un po’ fané anni Sessanta e Settanta, spezzoni sgranati di presente, e l’onnipresente broncio con cui Lizzy Grant è oggi famosa come cantante, dopo essere stata per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/E_jWcIDqXq0" frameborder="0" width="560" height="315"></iframe></p>
<p>Nei quattro minuti e cinquanta secondi della clip di <em>Video Games</em> c’è un solo brevissimo fotogramma in cui Lana Del Rey abbozza un sorriso. Per il resto, immagini un po’ fané anni Sessanta e Settanta, spezzoni sgranati di presente, e l’onnipresente broncio con cui Lizzy Grant è oggi famosa come cantante, dopo essere stata per anni semplicemente la figlia di un ricco imprenditore americano.</p>
<p>È sulla copertina di magazine e riviste,  in blog e siti web. In tv, al Saturday Night Live, ci è arrivata presentata da Daniel Radcliffe, e nemmeno la magia di Harry Potter l’ha salvata dal mare di critiche seguite alla sua esibizione. Due brani appena, anticipazioni del disco in uscita a fine mese, cantati con qualche stecca; ma non era ubriaca, ha spiegato ai detrattori (tra cui l’attrice Juliette Lewis), solo “terribilmente nervosa”. Poi, non è che la sua voce fosse propriamente la parte più interessante dello show, dove si è presentata fasciata da un lungo abito color avorio, un po’ Lauren Bacall, un po’ Jessica Rabbit.</p>
<p><em>Born to Die</em> è il secondo album di Lana Del Rey, ma il primo, omonimo, è stato ritirato dal commercio (“Voglio che il mio pubblico si concentri su quello che sono ora”, dice lei): pubblicato due anni fa per un’etichetta indipendente, è passato ampiamente inosservato. Allora Lana aveva i capelli biondo platino e il broncio era appena abbozzato, così c’è chi sospetta qualche aiuto chirurgico nel frattempo. Di sicuro c’è il passaggio a una major, che ha investito parecchio in pubblicità, le ha trovato un nuovo parrucchiere e le ha disegnato addosso l’immagine di diva che conquista il mondo con un battito di ciglia.</p>
<p>Nei testi e nelle interviste, Lana non manca mai di fare riferimento a un passato oscuro, a una giovinezza sregolata, passata per le strade di New York, dove arrivò diciottenne da una cittadina di provincia. Il primo Ep con tre brani esce nell’ottobre 2008, s’intitola <em>Kill Kill</em> e già nel ritornello svela l’anima oscura della giovane cantante: “Amo un uomo che sta morendo /e il nostro amore vola nella sabbia”. Oggi, a venticinque anni, miss Del Rey non beve, dice di essere una brava ragazza e veste come un personaggio della serie televisiva <em>Mad Man</em>: un perfetto esempio del pop che guarda indietro, di quella <em>retromania</em> che il critico Simon Reynolds descrive come il tratto più evidente dell’industria culturale negli ultimi anni.</p>
<p>Eppure la sua attualità non è in quello che ricicla, come accade ad esempio con Amy Winehouse o Adele, dove il riferimento alla musica nera è evidente: Lana Del Rey ruba qualcosa a ogni nicchia, per diventare un prodotto universale. Prende dal rock e dalla musica indie (il produttore, David Kahne, ha lavorato con Paul McCartney, gli Strokes, Stevie Nicks), dichiara di essere una Nancy Sinatra in versione gangster, copia gli archi alle colonne sonore dei film di 007. E per il nuovo album si parla di remix ad opera di Damon Albarn (Gorillaz) e di nomi emergenti della scena elettronica, come Woodkid, Clams Casino e Balam Achab. Quello di Lana Del Rey è un successo annunciato, e lei mostra di esserne consapevole, quando su Twitter riassume la sua vita così: “Ho tutto quello che desidero. Denaro, notorietà, scarpe. Penso anche di aver trovato Dio – nei flash delle vostre macchine fotografiche”.</p>
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		<title>Music Market, Google sfida Apple e Amazon</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 09:32:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Altro che sette note e una melodia: oggi la musica deve essere social, sincronizzarsi col «cloud», arricchirsi di foto e testi. È questo il valore aggiunto rispetto a un file Mp3 scaricato illegalmente dal Web, è questa la scommessa di Google Music, che da ieri è uscito dalla fase sperimentale ed è diventato un servizio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/11/google-music-store-arriva-ufficialmente-googl-L-tLmmfa.jpeg"><img class="aligncenter size-full wp-image-952" title="google-music-store-arriva-ufficialmente-googl-L-tLmmfa" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/11/google-music-store-arriva-ufficialmente-googl-L-tLmmfa.jpeg" alt="" width="630" height="352" /></a></p>
<p>Altro che sette note e una melodia: oggi la musica deve essere social, sincronizzarsi col «cloud», arricchirsi di foto e testi. È questo il valore aggiunto rispetto a un file Mp3 scaricato illegalmente dal Web, è questa la scommessa di Google Music, che da ieri è uscito dalla fase sperimentale ed è diventato un servizio aperto a tutti. Tutti gli americani, in realtà, visto che è disponibile solo in Usa e non è possibile ipotizzare se e quando verrà esteso ad altri Paesi.</p>
<p>Il meccanismo è simile a quello degli altri store online: ci si iscrive (serve un account Google), poi si accede e acquistano le canzoni, che vengono scaricate sul computer o sullo smartphone. Ma &#8211; ed è questa la novità &#8211; vengono anche messe a disposizione sul «cloud», così che singoli brani, album, playlist siano sempre a portata di mano su tutti i tablet e telefonini Android collegati a quell’account, senza doverli scaricare di nuovo.<br />
Sul cloud si possono anche trasferire i brani del computer di casa, da ascoltare poi «in streaming» da smartphone o tavoletta; c’è spazio per 20 mila canzoni, ma ci vorranno settimane per copiarle tutte. Il Music Market di Google comprende 13 milioni di brani, tra major ed etichette indipendenti: manca ancora la Warner, che in catalogo ha R.E.M, Madonna, Red Hot Chili Peppers, Green Day e molti altri. Prezzi allineati allo standard: 99 centesimi di dollaro per un brano, 9,99 per un album, un brano gratis al giorno, parecchie esclusive (Rolling Stones dal vivo, Tïesto, Shakira). Inevitabile l’integrazione col social network Google+, lanciato qualche mese fa: i brani si potranno far ascoltare agli amici.</p>
<p>La pirateria digitale ha portato una profonda crisi nel mercato discografico, che solo negli ultimi anni ha cominciato a vedere una via d’uscita. La salvezza arriva dal Web, dove sono oltre 400 le piattaforme che vendono musica online, per un giro d’affari che nel 2010 ha toccato i 4,6 miliardi di dollari. A scommetterci per primo fu Steve Jobs, che lanciò iTunes Music Store nell&#8217;aprile del 2003: a oggi ha venduto oltre 15 miliardi di brani. Da produttore di computer un po’ snob, Apple si è trasformata nel primo negozio musicale del mondo, costruendo un ecosistema dove convivono perfettamente servizi, software e hardware.</p>
<p>Amazon, passo dopo passo, ha fatto lo stesso e ora offre un tablet (il Kindle Fire) da cui si accede direttamente allo store online, per acquistare con un tocco canzoni, film, libri. Entrambi i negozi puntano sul cloud, ma Apple ha avuto un’idea geniale: iTunes Match copia sulla nuvola solo le canzoni che non si trovano nello Store (oltre 18 milioni); il software analizza tutti i brani presenti nell’hard disk e per 25 dollari l’anno permetterà di ascoltarli e scaricarli su computer, iPod, iPhone, iPad. Un’amnistia totale e definitiva per chi ha scaricato brani illegali, con la benedizione delle case discografiche.</p>
<p>Diverso l’approccio di Spotify, che con un minimo abbonamento (o in cambio di uno spot) consente di ascoltare quanta musica si vuole, però in streaming, ossia senza scaricarla sul computer. Nato in Svezia, è arrivato negli Usa, dove ha stretto un patto con Facebook.<br />
In Italia Spotify non esiste e delle tre sorelle che si contendono il mercato online c’è solo Apple (per ora senza iTunes Match e con un’offerta ridotta di film), e le piattaforme tricolori sono poche. Il fatturato comunque cresce e nei primi nove mesi del 2011 è arrivato a quasi 19 milioni di euro, il 23% del totale.</p>
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		<title>Inni, la magia dei Sigur Ros in bianco e nero</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Nov 2011 10:16:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/GHNrXH1yzyc" frameborder="0" width="560" height="315"></iframe><br />
Dopo un’anteprima nei cinema, il nuovo film dei Sigur Ros è arrivato nei negozi in forma di doppio cd e dvd (o Bluray). Ed è bellissimo: un’ora e un quarto di concerto con la musica siderale della band islandese, in un bianco e nero ipercontrastato, sovraesposto, bruciato. Se il precedente <em>Heima</em> (2007) si concentrava sul mondo esterno, come i vulcani, la natura, la gente, <em>Inni</em> è invece tutto centrato sui quattro musicisti e riprende la serata conclusiva del tour del 2008 all’Alexandra Palace di Londra, arricchendola con spezzoni di interviste e frammenti di altri concerti. Filmato interamente in digitale, è stato prima trasferito su pellicola, poi proiettato e ripreso nuovamente, usando vetri e altri oggetti per alterare le immagini. Quello che si vede, insomma, è il film del film: così invecchiato, <em>Inni</em> diventa testimonianza di un passato immaginario, come se Sigur Ros fossero vissuti al tempo dei Joy Division e di loro rimanesse un video incerto girato da un giovane Anton Corbijn.</p>
<p>Diretto da Vincent Morisset e presentato all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, <em>Inni</em> è misterioso e intrigante, esattamente come la musica di Jonsi Birgisson e compagni, qui al massimo della loro perizia tecnica. E &#8211; si immagina &#8211; coloratissimi, in curiosi costumi di scena a metà tra Oscar Wilde e Lewis Carroll.</p>
<p>Non sono cambiati molto, i Sigur Ros, da <em>Von</em> , con cui debuttarono nel 1997, o dal successivo <em>Ágætis Byrjun</em> che li trasformò in una band di culto. La voce di Jonsi si arrampica ancora tra vocali e consonanti in una lingua inventata (o in islandese, ma per la maggior parte degli ascoltatori non farà differenza). La magia nasce da una chitarra elettrica suonata con l’archetto del violino, da implacabili crescendo, da epiche aperture strumentali. I brani del film sono tratti in gran parte dall’ultimo <em>Með suð í eyrum við spilum endalaust</em> e dipingono il lato più oscuro della band, ma Jonsi ha avuto modo di mostrare il suo versante più solare nell’esordio solista <em>Go</em> , uscito lo scorso anno. Era solo una parentesi, spiega oggi: il nuovo disco dei Sigur Ros è atteso per la primavera del 2012.</p>
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		<title>Dieci anni di iPod</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Oct 2011 13:02:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[All’età in cui l’infanzia finisce, l’iPod entra nella storia. Oggi compie dieci anni di vita e non è più un gadget, ma la prima icona culturale del Terzo Millennio. Dopo trecento milioni di esemplari venduti, è il simbolo di una rivoluzione nella musica e nell’informatica che ancora non è finita. In origine l’iPod doveva essere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/kN0SVBCJqLs" frameborder="0" width="420" height="315"></iframe></p>
<p>All’età in cui l’infanzia finisce, l’iPod entra nella storia. Oggi compie dieci anni di vita e non è più un gadget, ma la prima icona culturale del Terzo Millennio. Dopo trecento milioni di esemplari venduti, è il simbolo di una rivoluzione nella musica e nell’informatica che ancora non è finita.</p>
<p>In origine l’iPod doveva essere una sorta di chiosco per connettersi a internet (da qui la i iniziale), il cui design ricordava un baccello (pod), per proteggere computer e utente dalle intemperie. Ma il 23 ottobre 2001, quando Steve Jobs lo presenta al pubblico, il nome iPod indica un oggetto grande all’incirca come un pacchetto di sigarette, che non ha nulla a che fare con internet.</p>
<p>Esistono già lettori di file musicali portatili, ma quello di Apple è diverso perché può immagazzinare nel suo hard disk fino a mille canzoni, da scegliere navigando in un menù semplice e intuitivo. Come il Walkman, permette di avere sempre con sé la musica preferita, ma senza cassette; un computer converte i compact disc in file Mp3 e li trasferisce grazie ad una veloce connessione Firewire.</p>
<p>Il formato Mp3 è diventato famoso con Napster, ma quando l’iPod nasce, il più diffuso software di Peer To Peer è scomparso, costretto alla chiusura dalle case discografiche, e poi c’è la tragedia delle Twin Towers ancora fumanti a gettare un’ombra sul mercato dei gadget. Ma nonostante i 399 dollari del listino, Apple chiude il 2001 con 125 mila iPod venduti.</p>
<p>“Sono stato molto fortunato a crescere in un momento storico in cui la musica era davvero importante” – spiega Steve Jobs. “Per un certo periodo, però, non è stato più così, e l’iPod ci ha aiutato a riportarla al centro della vita di decine di milioni di persone. Questo mi rende felice, perché penso che la musica sia un bene per l’anima”. Di certo lo è per le casse dell’azienda di Cupertino, che a metà dei Novanta attraversa la più profonda crisi della sua storia, e ne esce prima grazie alle curve colorate dell’iMac, poi all’iPod, che apre la strada alla rivoluzione touch dell’iPhone e dell’iPad. Apple apre così al mondo dei gadget post-pc, che sono computer ma del computer non hanno nulla: l’iPod ha un processore, un hard disk, un display (e con un vezzo che solo i veri fan possono apprezzare, i primi modelli recuperano per l’interfaccia il font storico del primo Mac). Ma è quello che manca a farne una novità assoluta: non c’è più la scrivania, finisce la solita metafora delle cartelle e dei documenti, per trovare la canzone preferita si usa un dito. Prima dell’iPhone, che rivoluziona il mondo  della telefonia, è l’iPod a rivoluzionare l’informatica (a cominciare proprio da Apple, che perda la parola “computer” nella ragione sociale).</p>
<p>Nel 1999 il brevetto di un riproduttore di file musicali viene depositato da Compaq, ma l’azienda non ritiene vantaggioso mettere in commercio un riproduttore di file musicali. Schemi e progetti arrivano a Cupertino e sono radicalmente rielaborati, per dar vita ad un apparecchietto di plastica bianca e acciaio che diviene in breve tempo il più diffuso lettore Mp3, aprendo le porte ad un mercato ampissimo e in costante crescita. Quando, nel 2004, Hp decide di lanciarsi nel business, stringe un accordo con Apple e mette il proprio marchio sull’iPod; nel frattempo ha inglobato Compaq, e quindi – suprema ironia del capitalismo avanzato – compra un oggetto che era stato già suo.</p>
<p>Complesse anche le implicazioni sociali: Steve Levy, senior editor tecnologico di Newseek, nel suo <em>Semplicemente Perfetto</em> (Sperling &amp; Kupfer, pp. 305, euro 18) segnala ad esempio come la sfera di musica in cui si chiudono i portatori di cuffiette bianche sia un modo di isolarsi e allo stesso tempo di comunicare, segnalando l’appartenenza ad una comunità. Che è in continua espansione, ma rimane sempre vagamente elitaria, a differenza di quanto accadde negli anni Settanta e Ottanta con il Walkman: l’iPod è trendy, ipertecnologico, semplice da usare e permette di portare con sé tutta una vita di canzoni. Ma vi si possono immagazzinare fotografie, video, contatti, appuntamenti, note; molto più della musica, che già basterebbe da sola a delineare un ritratto psicologico e caratteriale del possessore; non per niente viene introdotta una combinazione segreta per vietare l’accesso agli estranei.</p>
<p>Ma l’invenzione di Jobs è anche una rivoluzione culturale, che ha scardinato modelli di business immobili da decenni, stravolto le abitudini degli appassionati di musica, ridisegnato le classifiche di vendita e le strategie dei discografici. Il suo successo è dovuto all’integrazione tra hardware, software e servizi in un sistema chiuso, dove le canzoni si acquistano online su iTunes Music Store, si ascoltano tramite il programma iTunes, si copiano sugli iPod. Le case discografiche, inizialmente scettiche, accettano la scommessa, e oggi iTunes Store ha venduto oltre 16 miliardi di canzoni: poco, rispetto alla pirateria, ma abbastanza per farne il più grande negozio di musica al mondo. Con gli anni, <a href="http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=31&amp;ID_articolo=67&amp;ID_sezione=39">Apple ha allentato il controllo del Drm sui brani acquistati</a>, che adesso si possono ascoltare su tutti i riproduttori di file Aac, ma ha riproposto l’idea del sistema chiuso prima con l’<a href="http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=31&amp;ID_articolo=177&amp;ID_sezione=39">App Store per iPhone, iPod Touch e iPad</a>, poi con <a href="http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=31&amp;ID_articolo=304&amp;ID_sezione=39">quello per Mac</a>, puntualmente copiati da Android e Windows.</p>
<p>Il declino del piccolo gioiello bianco e argento (nel frattempo diventato pure nero e rosso, in una versione speciale per gli U2) comincia con l’introduzione dell’iPhone: Steve Jobs, nel 2007, lo presenta come il miglior iPod di sempre. Ma l’<a href="http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=31&amp;ID_articolo=102&amp;ID_sezione=39">iPod Touch</a> non ha più niente del vecchio iPod, che ora si fregia dell’aggettivo “classic”. La famosa ghiera cliccabile scompare, sia nel modello base, lo <a href="http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=31&amp;ID_articolo=174&amp;ID_sezione=39">Shuffle</a>, sia in quello top: rimane nel Nano, che è il vero erede dell’iPod. Fino all’anno scorso, quando anche <a href="http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=31&amp;ID_articolo=291&amp;ID_sezione=39">il piccolo lettore Apple si converte al touch</a> e adotta un’interfaccia simile a iOS.</p>
<p>Oggi per Apple l’iPod non è più una fonte primaria di guadagni, anche se la supremazia di Cupertino sul mercato dei riproduttori di file digitali continua incontrastata, con oltre il 75 per cento negli Usa. Ma Tim Cook, nel suo primo Keynote da Ceo, pur accennando all’importanza dell’iPod, non ha annunciato nessuna novità. Così l’icona dell’iPod rimaneva in un angolo dell’iPhone, per avviare il riproduttore musicale del supertelefonino con la Mela. Con iOS è scomparsa: al suo posto c’è un’anonima nota musicale. Scelta coerente, ma triste, perché quel piccolo scrigno di emozioni digitali riassume in una sintesi estrema la missione di Steve Jobs: <a href="http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=31&amp;ID_articolo=358&amp;ID_sezione=39">far convivere tecnologia e arte</a>.</p>
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		<title>La lezione di Steve Jobs</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 09:36:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi il mondo ha perso un grande innovatore, un genio visionario, un affabulatore straordinario. Uno stratega del marketing, un instancabile appassionato di musica, un padre attento e generoso. Steve Jobs è morto. Era davvero per lui la poltrona riservata in prima fila, due giorni fa alla presentazione dl nuovo iPhone 4S. Inquadrato dalle telecamere all’inizio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/10/steve-jobs.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-925" title="steve-jobs" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/10/steve-jobs.jpg" alt="" width="625" height="356" /></a></p>
<p>Oggi il mondo ha perso un grande innovatore, un genio visionario, un affabulatore straordinario. Uno stratega del marketing, un instancabile appassionato di musica, un padre attento e generoso. Steve Jobs è morto.</p>
<p>Era davvero per lui la poltrona riservata in prima fila, due giorni fa alla presentazione dl nuovo iPhone 4S. Inquadrato dalle telecamere all’inizio e alla fine, quel posto vuoto serviva probabilmente a lasciare qualche speranza che all’ultimo momento davvero il fondatore di Apple comparisse, come qualcuno aveva immaginato alla vigilia. Non è successo, Jobs non si è presentato: stava lottando con la morte, o addirittura aveva già lasciato questo mondo, a sentire i più maligni, e l’annuncio non era stato dato immediatamente per non rovinare il primo keynote di Tim Cook in veste di Ceo.</p>
<p>Forse non sapremo mai davvero com’è andata, e in fondo poco importa, sarebbe solo un altro segno della maniacale attenzione di Apple per la segretezza che tutti conosciamo. Ma di Apple conosciamo altre cose, prima fra tutto la capacità di innovare, di sorprendere, di ribaltare le regole. Nel famoso spot “Think Different”, a un certo punto si parla di quelli che “non hanno rispetto per lo status quo”.</p>
<p>Rispetto, tradizione, visione. Con Jobs la tecnologia è diventata cultura. Non tanto perché i computer sono strumenti utilizzabili da tutti, col mouse prima, con il touchscreen poi e domani con la voce: elogiare Apple per aver adottato interfacce sempre più semplici e naturali è giusto, ma svela solo una parte del percorso di Jobs. L’altra parte, più importante, è nelle mani dei 300 milioni di possessori di iPod in tutto il mondo. Aver trasformato un lettore di Mp3 in un simbolo di passione per la musica è stato un colpo di genio: non importa sapere cos’è un file, dove lo si trova, come si copia, basta collegare l’iPod al computer e funziona tutto automaticamente. E si entra a far parte di un’elite, in cui tutti sono uguali ma tutti sono diversi da chi quelle cuffiette bianche non le ha.</p>
<p>La tecnologia era diventata già moda con i colori vivaci dell’iMac, tuttavia per trasformarsi in cultura serviva un passo ulteriore, un oggetto che avesse un forte legame emotivo con chi lo usava.  E la musica, come l’appassionato Jobs sapeva bene, genera emozioni. Così per la prima volta l’iPod univa tecnologia e sentimento, un hard disk, una batteria e un processore nella visione di Jobs diventavano la piccola cassaforte dove conservare emozioni in forma digitale. Musica prima, poi anche foto, video, indirizzi e numeri di telefono.</p>
<p>Sempre qui, a cavallo tra arte e tecnologia, sono nati gli altri prodotti di successo degli ultimi anni, dall’iPhone all’iPad, che  a loro volta hanno aperto la strada alle innovazioni di Lion, l’ultimo sistema operativo di Cupertino, e al MacBook Air, il portatile con la Mela più venduto. Apple in questo Terzo Millennio ha cambiato pelle, eliminando la parola computer dalla ragione sociale,  aprendo ai servizi con iTunes (e ora iCloud), dilagando in settori nuovi come quello degli smartphone, inventandone altri, come quello dei tablet. Questa è la storia, vista dall’esterno. Ma non saranno i brevetti, le invenzioni, a rimanere. L’iPod sparirà: ha già dieci anni di vita e la rivoluzione che ha avviato deve ancora completarsi, ma la rotellina non serve più. L’iPhone, col nuovo 4S, sta già andando oltre il multitouch, che pure era la sua caratteristica più interessante. E chissà quale futuro si prospetta per l’iPad.</p>
<p>Rimarrà, di Jobs, la lezione più importante: i gadget passano, le funzioni si evolvono, tutto cambia. Nell’informatica, come nella vita, non contano gli oggetti, ma le persone. E non basta aver dato vita a un’invenzione geniale, bisogna imparare a ricominciare da capo ogni volta, perchè la vita è un continuo movimento, come ben sa il Faust di Goethe, che muore proprio nel momento in cui per la prima volta si guarda indietro. Steve Jobs è morto, ma ha sempre guardato avanti.</p>
<p>P.S. Questo post è stato scritto su un computer Apple, mentre la musica suona sullo stereo attraverso iTunes; sulla scrivania c&#8217;è un&#8217;iPhone che non smette di suonare e l&#8217;iPad continua a notificare messaggi su Twitter. Come quasi tutti gli altri di MondoMac, insomma, ma con gli occhi umidi e un gran buco nel cuore.</p>
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		<title>Ian Curtis, così vicino così lontano</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2011 12:36:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Ian Curtis]]></category>
		<category><![CDATA[Joy Division]]></category>
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<h2></h2>
<p>Manchester, 30 luglio 1980: sul palco del Beach Club si celebrano una nascita e una morte. Suonano tre musicisti un po’ spaesati, nemmeno segnalati nella locandina della serata; sulle casse degli strumenti si legge il nome di una band che è in classifica ma non esiste più. I Joy Division sono finiti con la scomparsa di Ian Curtis, i New Order cominciano la loro avventura. Sotto la guida di Bernard Sumner inventeranno il pop degli anni Ottanta, elettronico e contaminato con la dance: una formula ripresa tra gli altri da Pet Shop Boys e Chemical Brothers.</p>
<p>Ma nella storia del rock quello dei Joy Division è un capitolo a parte, abbagliante di luce e denso di oscurità. Dove il vero protagonista è il fantasma di Ian Curtis, ucciso a ventitré anni dalla solitudine, dal peso del successo, dai medicinali che usava per curare l’epilessia. Con i suoi compagni firma due album, uno bianco e uno nero: cupi, ossessivi, traboccanti di angosce senza rimedio, saranno ricordati per la musica gelida e ossessiva, per i testi drammaticamente introspettivi; perfino le copertine cambieranno per sempre la grafica dei dischi.</p>
<p>La storia di Ian Curtis inizia a Macclesfield, poco lontano da Manchester, il 15 luglio 1956, quella dei Joy Division il 4 giugno 1976: dopo un concerto dei Sex Pistols decide con alcuni amici di formare una band. In pieno fermento punk, i quattro guardano indietro, ai Roxy Music, ai T. Rex, a David Bowie; a un suo brano si ispirano per il primo nome, <em>Warsaw</em> . Verso la fine del 1977 si ribattezzano Joy Division: così si chiamava nei lager la sezione che ospitava le prostitute destinate ai gerarchi nazisti.</p>
<p>Il primo mini-album con quattro brani esce nel maggio del 1978. Colpisce il suono della band, con sezione ritmica in evidenza, chitarre ridotte al minimo, astrusi echi di sintetizzatori, e su tutto la voce baritonale e monotona di Curtis. Gli stessi elementi del primo disco, <em>Unknown Pleasures</em> , pubblicato l’anno successivo: trentotto minuti, dieci sole canzoni, in copertina le pulsazioni di luce di una stella appena scoperta e nient’altro, neppure il nome della band. L’album è accolto bene dalla critica musicale e vende discretamente, ma in classifica entrerà solo dopo la morte di Curtis. Che intanto è diventato padre di una bambina, Nathalie, nata dalle nozze con Deborah Woodruff.</p>
<p><em>Unknown Pleasures</em> cambierà la vita di molte persone: Moby e i Red Hot Chili Peppers riprenderanno <em>New Dawn Fades</em> , i Cure ne trarranno ispirazione per i giri di basso dei loro brani più famosi, da <em>A Forest</em> in poi. Un ragazzo olandese deciderà addirittura di lasciare il suo paese e trasferirsi a Manchester per conoscere quella band così diversa da tutte le altre. Si chiama Anton Corbijn, oggi è uno dei fotografi più famosi del mondo: sue le immagini di U2, Depeche Mode, Nick Cave, R.E.M., Nirvana e mille altri. Dopo un’infinità di video musicali, nel 2007 debutta come regista al Festival di Cannes con <em>Control</em> , tratto dal libro della vedova Curtis ( <em>Così vicino, così lontano</em> , pubblicato da Giunti). Il film racconta la vita di un’improbabile rockstar, un uomo lacerato dalla depressione e dall’amore (per la moglie, ma anche per la giornalista belga Annik Honoré, conosciuta durante un’intervista). <em>Control</em> , il controllo, è la sua ossessione: comprendere, capire, razionalizzare. E invece è sempre più spesso preda di crisi epilettiche, tanto che ai concerti il pubblico non sa mai se i suoi movimenti frenetici sono intenzionali o un sintomo della malattia.</p>
<p>Ian Curtis ricorre sempre più spesso agli psicofarmaci, un paio di volte esagera con le dosi e finisce in ospedale. Il 7 aprile 1980 tenta il suicidio con i barbiturici; sopravvive, ma nessuno sembra cogliere il segnale di una crisi già gravissima. Intanto l’interesse per i Joy Division cresce: il secondo album è pronto, Corbijn gira un video e il manager organizza un tour che dovrebbe aprireai quattro le porte del mercato americano. La partenza è fissata per il 19 maggio, ma all’alba del giorno primaCurtis si impicca; quando la moglie lo scopre, qualche ora più tardi, il giradischi suona ancora <em>The Idiot</em> di Iggy Pop.</p>
<p><em>Closer</em> esce due mesi dopo: è un disco desolato, rarefatto, spettrale. L’autore non ne era soddisfatto (in una lettera da poco ritrovata lo definirà «un disastro»), eppure il suo testamento sarà proprio quell’album bianco con una foto scattata nel cimitero monumentale di Staglieno a Genova.</p>
<p>Appena Ian Curtis entra nel paradiso degli eroi rock, gli U2 gli dedicano <em>A day without me</em> , primo singolo dal loro album di esordio, poi arriveranno gli omaggi di Radiohead, Coldplay e tanti altri. A ricordarlo sulla terra, una lapide a Macclesfield. Qualcuno la rubò, tre anni fa; ora ce n’è una uguale, con un verso della sua canzone più famosa: <em>Love will tear us apart</em> , «l’amore ci farà a pezzi».</p>
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		<title>Nico, la femme fatale dal cuore spezzato</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jul 2011 09:55:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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<p>È sul palco, fuma una sigaretta dopo l’altra, eppure Nico è già morta. Canta, ma la voce arriva da un luogo remoto e oscuro, che i suoi occhi grigi non bastano a illuminare. Celebra un rito in cui la musica non è nemmeno la parte più importante: le canzoni sono distrutte, sfigurate dalla pochezza della band che l‘accompagna; è un disastro pure <em>Femme Fatale</em>, scritta da Lou Reed apposta per lei. Così il ritornello lo lascia al pubblico, un centinaio di ragazzotti ubriachi in qualche locale della Polonia. “Eccola che arriva, sta’ attento, ti spezzerà il cuore”.<br />
Ma è lei ad avere il cuore spezzato, devastato dalla solitudine, indurito dall’eroina che le scorre nelle vene. È morta e si è trasformata nell’anagramma di se stessa. Da Nico è diventata “icon”, un’icona, già prima di quel pomeriggio del 17 luglio 1988, quando a Ibiza cade dalla bicicletta e batte la testa.</p>
<p>Aveva cominciato presto a girare il mondo: nata a Colonia nel 1938, trascorre l’infanzia a Berlino sotto le bombe; a quattro anni perde il padre (racconterà che fu ucciso da Hitler perché scoperto a lavorare come spia per gli inglesi). A sedici lascia la Germania per Parigi, dove diventa mannequin per Chanel e Lanvin: è allora che prende il nome di Nico. Poi prova il cinema, in Italia: ha una piccola parte ne <em>La Tempesta </em>di Alberto Lattuada, recita ne <em>La Dolce Vita</em>. Fellini, che l’aveva voluta inizialmente come comparsa, ne è affascinato e le ritaglia un ruolo più ampio, in cui impersona se stessa. Poche inquadrature, qualche battuta, dove emergono già i tratti dell’icona che sarà: la voce profonda, mascolina, con quelle vocali esageratamente lunghe, la bellezza glaciale e astratta, un’affinità istintiva con il buio e la notte. Così, agli inizi della carriera di Nico c’è un lugubre party con Marcello Mastroianni, alla fine un concerto al Planetarium di Berlino, dove canta al riflesso di una luna proiettata sul soffitto. In mezzo, trent’anni di droghe e alcool, un diluvio di immagini e qualche disco entrato nella storia del rock.</p>
<p>Dopo un brano scritto da Serge Gainsbourg per la colonna sonora del film <em>Strip Tease</em>, Nico esordisce nel 1964 con <em>I’m not sayin’</em>, anonimo 45 giri folk rock con Jimmy Page alla chitarra. Vive a Londra, frequenta i Rolling Stones, conosce Brian Jones, Anita Pallenberg e Marianne Faithfull (che quarant’anni dopo le dedicherà <em>Song For Nico</em>). Poi torna a Parigi e lì conosce Bob Dylan, che qualche tempo dopo la introduce nella Factory di Andy Warhol. Nel 1967 esce il primo album dei Velvet Underground: una delle tre canzoni interpretate da Nico, <em>All Tomorrow’s Parties</em>, sarà tra le più cantate nella storia del rock, da Siouxsie ai Japan, da Nick Cave ai Roxy Music. Ma il disco vende pochissimo e le recensioni non sono positive; la collaborazione con Reed e John Cale termina, e Nico comincia a esibirsi in proprio. Con il primo album solista, <em>Chelsea girl</em> (1967), trova già uno stile personale, a metà tra l’art rock americano e lo spleen mitteleuropeo. Dal vivo è accompagnata da musicisti sempre diversi, tra cui un giovanissimo Jackson Browne e un cantante-chitarrista destinato come lei a diventare un eroe della storia segreta del rock. Si chiama Tim Buckley, morirà nel 1975 di overdose.</p>
<p>A quel tempo, Nico ha già pubblicato i suoi capolavori, <em>The Marble Inde</em>x e <em>Desertshore</em>: meno di mezz’ora l’uno, ma così cupi e densi che è impossibile immaginarli più lunghi. Nel secondo c’è <em>Le Petit Chevalier</em>, cantato da Ari, il figlio avuto nel 1962 da Alain Delon: è l’unico brano dove non compare l’harmonium, l’organo indiano che ormai usa in tutti i concerti. Lo suona anche il primo giugno del ’74, al Rainbow Theater di Londra, in una serata con Brian Eno, John Cale, Kevin Ayers, Robert Wyatt e Mike Oldfield. Lei, da sola, esegue due brani: l’inno nazionale tedesco, completo delle strofe soppresse dopo la tragedia nazista, e una versione di <em>The End </em>che è puro psicodramma. È il suo omaggio postumo a Jim Morrison, il fratello spirituale, l’uomo che le ha insegnato a trasformare i suoi incubi in musica. Racconterà di averlo visto, in auto, a Parigi, la sera in cui morì; gli dedicherà anche una canzone, <em>You Forgot to Answer</em>, che per caso o segno del destino sarà l&#8217;ultima dell&#8217;ultimo concerto.</p>
<p>Intanto Nico prosegue la carriera di attrice (aveva studiato alla scuola di recitazione di Lee Strasberg, nello stesso corso di Marilyn Monroe): di quegli anni restano una decina di brevi film sperimentali, diretti dal regista francese Philippe Garrel, molti dei quali mai arrivati nei cinema.<br />
Poi, fino al 1981, un lungo silenzio. Ne esce con un disco, <em>Drama of Exile</em>, da segnalare più che altro per una versione di <em>Heroes</em> di David Bowie (“L’ha scritta pensando a me”). Vive tra Londra e Manchester, dove nell’85 incide <em>Camera Obscura</em>, il suo ultimo album in studio. Delle interminabili tournée di quegli anni, che toccano anche l’Italia, sono testimonianza <em>Behind the iron curtain</em> e il bel libro di James Young, <em>The End</em>. Il duetto del 1988 con Marc Almond, <em>Your kisses burn</em>, è un segno del rinnovato interesse per Nico, che è sempre stata amata dai musicisti più che dal pubblico: i R.E.M. registrano una rispettosa versione di Femme Fatale, i Bauhaus la presentano come ospite in alcuni concerti, i Dead Can Dance ricreano le atmosfere ossessive dei suoi primi album, poi arriveranno i tributi di Björk, Martin Gore (Depeche Mode), Antony.</p>
<p>Quando sta abbandonando l’eroina e preparando un nuovo disco, l’incidente a Ibiza. Un tassista la soccorre, ma tre ospedali rifiutano di curarla perché non ha l’assicurazione sanitaria; muore per un’emorragia cerebrale il 18 luglio di ventitre anni fa. Nessuno la riconsoce, in molti pensano che sia uno dei tanti disperati che vagano per l&#8217;isola, vinti dalle droghe o da un amore finito. Nico ha il volto tumefatto, il corpo sformato: ha lottato per tutta la vita contro la sua bellezza e alla fine ha vinto, è riuscita a cancellarne ogni traccia. Ora riposa a Berlino, nel cimitero di Grünewald. Sulla lapide, accanto a quello della madre, è scritto il suo vero nome: Christa Päffgen.</p>
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		<title>Biophilia, la nuova Björk tra natura e hi-tech</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jul 2011 09:13:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il disco non basta più, il video nemmeno, il sito web neppure. Così tra i musicisti c’è chi punta sulle edizioni limitate in vinile (Radiohead), chi sui download gratuiti (Coldplay), chi sul libro fotografico abbinato all’album (Moby). Björk va oltre: il suo ultimo lavoro è un disco, un sito internet interattivo, uno show dal vivo, [...]]]></description>
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<p>Il disco non basta più, il video nemmeno, il sito web neppure. Così tra i musicisti c’è chi punta sulle edizioni limitate in vinile (Radiohead), chi sui download gratuiti (Coldplay), chi sul libro fotografico abbinato all’album (Moby). Björk va oltre: il suo ultimo lavoro è un disco, un sito internet interattivo, uno show dal vivo, un documentario, un progetto didattico, una raccolta di app per iPad e iPhone.</p>
<p><em>Biophilia</em> uscirà a fine settembre, ma ha debuttato in anteprima giovedì al Manchester International Festival con uno show al Museum Of Science and Industry. Il palco al centro, duemila persone strette intorno, lei con parrucca arancione e tacchi che nemmeno Lady Gaga,  un coro femminile di venticinque elementi. Degli strumenti tradizionali si riconoscono solo una batteria e qualche tastiera, per il resto i musicisti suonano computer e iPad, che controllano anche gli strumenti inventati da Björk: lo “sharpsichord”, mostruoso congegno a metà tra carillion e arpa, un piccolo organo a canne elettronico, la “gamelesta”, incrocio tra gamelan indonesiano e celesta.  Dal soffitto calano due bobine di Tesla, che generano scariche elettriche dentro una gabbia; la prima canzone si intitola ovviamente <em>Thunderbolt</em>, fulmine. Come ogni brano di Biophilia è associata a un elemento naturale: in <em>Moon</em> le fasi lunari si traducono in cicli di note, in <em>Dna</em> geni e cromosomi s’intrecciano e danno vita a  ritmi elettronici, <em>Virus</em> è una storia d’amore e morte illustrata con immagini al microscopio del National Geographic. Per <em>Hollow</em> quattro enormi pendoli di legno oscillano lentamente: il suono della forza di gravità.</p>
<p>Il singolo <em>Crystalline</em> è già disponibile su iTunes: l’app per iPad, iPhone e iPod Touch che arriverà fra poco è un videogioco dove si raccolgono poligoni correndo in diversi tunnel; ogni volta che se ne imbocca uno la canzone cambia, quindi le variazioni possibili sono praticamente infinite. Ma si può anche ascoltare il brano così com’è, accompagnato da un’animazione che ricorda un po’ le partiture geometriche di Stockhausen, o seguire le note sul pentagramma, magari per suonarle con un altro strumento. C’è poi un saggio che illustra il tema della canzone e spiega come la sua struttura musicale sia ispirata allo sviluppo dei cristalli.  Le singole app sono galassie di una costellazione più ampia, un’app gratuita che opportunamente si chiama <em>Cosmogony</em> (e ha pure la sua canzone, una delle più belle); per passare dall’una all’altra si naviga sullo schermo in un universo tridimensionale.</p>
<p>Ma tanta tecnologia non rischia di far dimenticare la musica? Björk è convinta di no: “Per chi ascolterà questo disco fra dieci anni sarà come i miei altri album, non c’è bisogno delle app per apprezzarlo”. Le fa eco il designer americano Scott Snibbe: “Volevamo spiegare come nasce questa musica, svelare il mondo che la circonda. All’idea delle app siamo arrivati un anno fa, mentre il progetto è iniziato nel 2008; all’inizio avevamo pensato a un edificio in cui a ogni brano fosse riservato un ambiente”. Con l’iPad non c’è bisogno di trasferire l’installazione da una città all’altra ed è sempre possibile aggiungere nuove canzoni e app. Non sarà altrettanto semplice immaginare un tour, visti i costi elevati dell’allestimento e la necessità di suonare in ambienti medio-piccoli. Per questo Björk ha previsto per i prossimi due anni solo soggiorni di qualche settimana in varie città, quasi come un circo.</p>
<p>A Manchester sono in calendario sette concerti ed è in corso anche la parte didattica del progetto, articolata in incontri e seminari con le scuole elementari per esplorare natura, musica e tecnologia. In cattedra non ci saranno insegnanti, ma scienziati, a parlare di solstizi e materia oscura. Poi i bambini saliranno sul palco per giocare con macchine sonore e iPad e inventare canzoni in piena libertà, come fece lei stessa, quando – ragazzina prodigio – smise di frequentare le lezioni di musica e formò una band punk.</p>
<p>Dopo milioni di dischi venduti, nomination ai Grammy e agli Oscar, un premio a Cannes come migliore attrice, quello spirito indipendente ancora vive in Björk. Ha lanciato campagne per proteggere la natura, si è inventata economista per affrontare la crisi finanziaria del suo Paese, ha organizzato concerti e manifestazioni, ma soprattutto non ha mai smesso di sperimentare e scommettere sul futuro. In concerto è ancora più evidente, ad esempio nell’energia di <em>Declare Indipendence</em>, da <em>Volta</em>, uscito tre anni fa: ancora punk, ma aggiornato all’elettronica del ventunesimo secolo. Primitivo e ipertecnologico, come i robot innamorati di <em>All Is Full Of Love</em> o le galassie digitali di <em>Biophilia</em>.</p>
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		<title>Steve Jobs: &#8220;L&#8217;era del computer è finita, è tempo di iCloud&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jun 2011 08:56:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/06/WWDC-title.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-879" title="WWDC-title" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/06/WWDC-title.jpg" alt="" width="499" height="326" /></a></p>
<p>La  più grande amnistia della storia è a portata di mano. Anzi, di click:  per 25 dollari l’anno la nuova versione di iTunes analizzerà il nostro  hard disk e sostituirà tutti i brani con file di buona qualità audio, e  soprattutto legali. Si chiama iTunes Match ed è forse la più importante  delle novità presentate ieri da Steve Jobs, quella che ha svelato  all’ultimo sul palco del Moscone Center di San Francisco in uno dei suoi  consueti colpi di scena. Così, dopo lunghe trattative con le case  discografiche (cui pare abbia versato 150 milioni di dollari), grazie ad  Apple si avvia al tramonto l’era degli Mp3 pirata. Enzo Mazza,  presidente della federazione Italiana Industria Musicale, frena un po’:  «È una risposta intelligente alla pirateria; non un’amnistia, ma certo  la terza rivoluzione del mercato della musica dopo Napster e iTunes  Store».</p>
<p><strong>Sempre connessi</strong><br />
iTunes Match, che  arriverà in autunno, è una delle funzioni della nuova piattaforma di  Cupertino basata su iCloud, il servizio di cloud computing targato  Apple. La nuova frontiera del digitale ha i contorni sfumati di una  nuvola dove sono immagazzinati i dati, che siano canzoni, film, ebook,  programmi, documenti: tutto è sincronizzato istantaneamente, senza  nemmeno premere un tasto. Così, per la musica, se vogliamo ascoltare  proprio quella canzone che non abbiamo copiato sull’iPhone, è la nuvola a  scaricarla per noi. Se abbiamo già acquistato un’app sull’iPad, subito  sarà disponibile anche sull’iPod Touch. Si può addirittura cominciare a  scrivere un file di testo su un apparecchio e continuare sull’altro. E  anche le foto, appena scattate si possono vedere sul pc. Con iCloud  finisce ufficialmente il servizio MobileMe, che fino ad oggi ha offerto  la possibilità di sincronizzare calendari, contatti, mail, segnalibri  tra più computer o tra computer e dispositivi iOS. Per gli abbonati (a  99 dollari l&#8217;anno), MobileMe funzionerà ancora fino alla fine di giugno  dell&#8217;anno prossimo. Lapidario il commento di Jobs: «Abbiamo imparato dai  nostri errori».</p>
<p>Se dieci anni fa il centro dell’intrattenimento  domestico era il computer, nella nuova visione di Apple oggi è la  nuvola: vi si connettono tutti i dispositivi Apple, che trasmettono una  quantità enorme di dati ai tre centri di elaborazione americani. Quello  nel North Carolina è costato 500 milioni di dollari, ma per chi usa un  gadget della Mela i servizi base sono gratuiti e comprendono anche 5 GB  di spazio per i dati (ci si può chiedere, semmai, quanto costeranno in  termini di privacy). E proprio ieri in rete circolava un vecchio filmato  in cui Jobs racconta le meraviglie del cloud (che ancora non si  chiamava così): risale al 1997, quando era appena tornato ad Apple dopo  la parentesi di Next.</p>
<p><strong>Un leone nel computer</strong><br />
Per sfruttare al meglio le funzioni di iCloud, computer e dispositivi  mobili dovranno essere aggiornati ai nuovi sistemi operativi, presentati  ieri in anteprima: Lion per i computer e iOS 5 per iPhone, iPod Touch e  iPad. L’edizione 2011 della Worldwide Developers’ Conference è dedicata  al software, un argomento non forse particolarmente interessante per il  grande pubblico, in assenza di nuovi gadget. Ma, come spiega Jobs,  «l’hardware è il corpo, il software l’anima dei nostri prodotti».  E  l’anima cambierà parecchio: Lion, la nuova versione di Os X, perde il  nome storico Mac ma in compenso guadagna oltre 250 nuove funzioni, molte  delle quali prese a prestito proprio dall’iPhone, come il controllo  tramite touchpad, il salvataggio automatico dei documenti, la  possibilità di visualizzare le applicazioni a tutto schermo. Sarà  disponibile a luglio, ovviamente via cloud: niente disco, ma un semplice  (e lungo, si teme) download da Internet.</p>
<p><strong>L’iPhone sposa Twitter</strong><br />
Per i gadget mobili, la prima novità è quella più attesa: nell’era  degli apparecchi post-pc, come li definisce Jobs, era davvero ridicolo  che per funzionare dovessero essere collegati a un computer. Per i 200  milioni di possessori di iPhone, iPod Touch e iPad dal prossimo autunno  non sarà più così: il post-pc taglia il cordone ombelicale con il pc e  si connette alla nuvola senza fili, anche per la prima attivazione e per  gli aggiornamenti del sistema operativo.<br />
Tra le molte migliorie di  iOS5 c’è poi una navigazione web più semplice grazie alle tab, la  possibilità di scaricare le pagine per leggerle offline, una chat  integrata, e soprattutto una profonda integrazione con Twitter. In più,  forte dei 130 milioni di libri scaricati dal suo iBookstore, Apple ha  pensato bene di sviluppare un’app analoga per i giornali, che ovviamente  si chiama Newsstand (Edicola).</p>
<p>A differenza degli altri anni,  stavolta a San Francisco non c’è il nuovo iPhone: l’appuntamento, però, è  solo rinviato, forse a settembre. E si spera di nuovo con Steve Jobs,  che ieri è apparso magro e molto provato, parlando per nemmeno trenta  minuti in un Keynote di due ore. &#8220;Ti amo&#8221;, gli ha urlato qualcuno dal  pubblico. E lui: &#8220;Bene,anche questo aiuta. Lo apprezzo molto&#8221;.</p>
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