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La lezione di Steve Jobs

Oggi il mondo ha perso un grande innovatore, un genio visionario, un affabulatore straordinario. Uno stratega del marketing, un instancabile appassionato di musica, un padre attento e generoso. Steve Jobs è morto.

Era davvero per lui la poltrona riservata in prima fila, due giorni fa alla presentazione dl nuovo iPhone 4S. Inquadrato dalle telecamere all’inizio e alla fine, quel posto vuoto serviva probabilmente a lasciare qualche speranza che all’ultimo momento davvero il fondatore di Apple comparisse, come qualcuno aveva immaginato alla vigilia. Non è successo, Jobs non si è presentato: stava lottando con la morte, o addirittura aveva già lasciato questo mondo, a sentire i più maligni, e l’annuncio non era stato dato immediatamente per non rovinare il primo keynote di Tim Cook in veste di Ceo.

Forse non sapremo mai davvero com’è andata, e in fondo poco importa, sarebbe solo un altro segno della maniacale attenzione di Apple per la segretezza che tutti conosciamo. Ma di Apple conosciamo altre cose, prima fra tutto la capacità di innovare, di sorprendere, di ribaltare le regole. Nel famoso spot “Think Different”, a un certo punto si parla di quelli che “non hanno rispetto per lo status quo”.

Rispetto, tradizione, visione. Con Jobs la tecnologia è diventata cultura. Non tanto perché i computer sono strumenti utilizzabili da tutti, col mouse prima, con il touchscreen poi e domani con la voce: elogiare Apple per aver adottato interfacce sempre più semplici e naturali è giusto, ma svela solo una parte del percorso di Jobs. L’altra parte, più importante, è nelle mani dei 300 milioni di possessori di iPod in tutto il mondo. Aver trasformato un lettore di Mp3 in un simbolo di passione per la musica è stato un colpo di genio: non importa sapere cos’è un file, dove lo si trova, come si copia, basta collegare l’iPod al computer e funziona tutto automaticamente. E si entra a far parte di un’elite, in cui tutti sono uguali ma tutti sono diversi da chi quelle cuffiette bianche non le ha.

La tecnologia era diventata già moda con i colori vivaci dell’iMac, tuttavia per trasformarsi in cultura serviva un passo ulteriore, un oggetto che avesse un forte legame emotivo con chi lo usava.  E la musica, come l’appassionato Jobs sapeva bene, genera emozioni. Così per la prima volta l’iPod univa tecnologia e sentimento, un hard disk, una batteria e un processore nella visione di Jobs diventavano la piccola cassaforte dove conservare emozioni in forma digitale. Musica prima, poi anche foto, video, indirizzi e numeri di telefono.

Sempre qui, a cavallo tra arte e tecnologia, sono nati gli altri prodotti di successo degli ultimi anni, dall’iPhone all’iPad, che  a loro volta hanno aperto la strada alle innovazioni di Lion, l’ultimo sistema operativo di Cupertino, e al MacBook Air, il portatile con la Mela più venduto. Apple in questo Terzo Millennio ha cambiato pelle, eliminando la parola computer dalla ragione sociale,  aprendo ai servizi con iTunes (e ora iCloud), dilagando in settori nuovi come quello degli smartphone, inventandone altri, come quello dei tablet. Questa è la storia, vista dall’esterno. Ma non saranno i brevetti, le invenzioni, a rimanere. L’iPod sparirà: ha già dieci anni di vita e la rivoluzione che ha avviato deve ancora completarsi, ma la rotellina non serve più. L’iPhone, col nuovo 4S, sta già andando oltre il multitouch, che pure era la sua caratteristica più interessante. E chissà quale futuro si prospetta per l’iPad.

Rimarrà, di Jobs, la lezione più importante: i gadget passano, le funzioni si evolvono, tutto cambia. Nell’informatica, come nella vita, non contano gli oggetti, ma le persone. E non basta aver dato vita a un’invenzione geniale, bisogna imparare a ricominciare da capo ogni volta, perchè la vita è un continuo movimento, come ben sa il Faust di Goethe, che muore proprio nel momento in cui per la prima volta si guarda indietro. Steve Jobs è morto, ma ha sempre guardato avanti.

P.S. Questo post è stato scritto su un computer Apple, mentre la musica suona sullo stereo attraverso iTunes; sulla scrivania c’è un’iPhone che non smette di suonare e l’iPad continua a notificare messaggi su Twitter. Come quasi tutti gli altri di MondoMac, insomma, ma con gli occhi umidi e un gran buco nel cuore.

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Ian Curtis, così vicino così lontano

 

Manchester, 30 luglio 1980: sul palco del Beach Club si celebrano una nascita e una morte. Suonano tre musicisti un po’ spaesati, nemmeno segnalati nella locandina della serata; sulle casse degli strumenti si legge il nome di una band che è in classifica ma non esiste più. I Joy Division sono finiti con la scomparsa di Ian Curtis, i New Order cominciano la loro avventura. Sotto la guida di Bernard Sumner inventeranno il pop degli anni Ottanta, elettronico e contaminato con la dance: una formula ripresa tra gli altri da Pet Shop Boys e Chemical Brothers.

Ma nella storia del rock quello dei Joy Division è un capitolo a parte, abbagliante di luce e denso di oscurità. Dove il vero protagonista è il fantasma di Ian Curtis, ucciso a ventitré anni dalla solitudine, dal peso del successo, dai medicinali che usava per curare l’epilessia. Con i suoi compagni firma due album, uno bianco e uno nero: cupi, ossessivi, traboccanti di angosce senza rimedio, saranno ricordati per la musica gelida e ossessiva, per i testi drammaticamente introspettivi; perfino le copertine cambieranno per sempre la grafica dei dischi.

La storia di Ian Curtis inizia a Macclesfield, poco lontano da Manchester, il 15 luglio 1956, quella dei Joy Division il 4 giugno 1976: dopo un concerto dei Sex Pistols decide con alcuni amici di formare una band. In pieno fermento punk, i quattro guardano indietro, ai Roxy Music, ai T. Rex, a David Bowie; a un suo brano si ispirano per il primo nome, Warsaw . Verso la fine del 1977 si ribattezzano Joy Division: così si chiamava nei lager la sezione che ospitava le prostitute destinate ai gerarchi nazisti.

Il primo mini-album con quattro brani esce nel maggio del 1978. Colpisce il suono della band, con sezione ritmica in evidenza, chitarre ridotte al minimo, astrusi echi di sintetizzatori, e su tutto la voce baritonale e monotona di Curtis. Gli stessi elementi del primo disco, Unknown Pleasures , pubblicato l’anno successivo: trentotto minuti, dieci sole canzoni, in copertina le pulsazioni di luce di una stella appena scoperta e nient’altro, neppure il nome della band. L’album è accolto bene dalla critica musicale e vende discretamente, ma in classifica entrerà solo dopo la morte di Curtis. Che intanto è diventato padre di una bambina, Nathalie, nata dalle nozze con Deborah Woodruff.

Unknown Pleasures cambierà la vita di molte persone: Moby e i Red Hot Chili Peppers riprenderanno New Dawn Fades , i Cure ne trarranno ispirazione per i giri di basso dei loro brani più famosi, da A Forest in poi. Un ragazzo olandese deciderà addirittura di lasciare il suo paese e trasferirsi a Manchester per conoscere quella band così diversa da tutte le altre. Si chiama Anton Corbijn, oggi è uno dei fotografi più famosi del mondo: sue le immagini di U2, Depeche Mode, Nick Cave, R.E.M., Nirvana e mille altri. Dopo un’infinità di video musicali, nel 2007 debutta come regista al Festival di Cannes con Control , tratto dal libro della vedova Curtis ( Così vicino, così lontano , pubblicato da Giunti). Il film racconta la vita di un’improbabile rockstar, un uomo lacerato dalla depressione e dall’amore (per la moglie, ma anche per la giornalista belga Annik Honoré, conosciuta durante un’intervista). Control , il controllo, è la sua ossessione: comprendere, capire, razionalizzare. E invece è sempre più spesso preda di crisi epilettiche, tanto che ai concerti il pubblico non sa mai se i suoi movimenti frenetici sono intenzionali o un sintomo della malattia.

Ian Curtis ricorre sempre più spesso agli psicofarmaci, un paio di volte esagera con le dosi e finisce in ospedale. Il 7 aprile 1980 tenta il suicidio con i barbiturici; sopravvive, ma nessuno sembra cogliere il segnale di una crisi già gravissima. Intanto l’interesse per i Joy Division cresce: il secondo album è pronto, Corbijn gira un video e il manager organizza un tour che dovrebbe aprireai quattro le porte del mercato americano. La partenza è fissata per il 19 maggio, ma all’alba del giorno primaCurtis si impicca; quando la moglie lo scopre, qualche ora più tardi, il giradischi suona ancora The Idiot di Iggy Pop.

Closer esce due mesi dopo: è un disco desolato, rarefatto, spettrale. L’autore non ne era soddisfatto (in una lettera da poco ritrovata lo definirà «un disastro»), eppure il suo testamento sarà proprio quell’album bianco con una foto scattata nel cimitero monumentale di Staglieno a Genova.

Appena Ian Curtis entra nel paradiso degli eroi rock, gli U2 gli dedicano A day without me , primo singolo dal loro album di esordio, poi arriveranno gli omaggi di Radiohead, Coldplay e tanti altri. A ricordarlo sulla terra, una lapide a Macclesfield. Qualcuno la rubò, tre anni fa; ora ce n’è una uguale, con un verso della sua canzone più famosa: Love will tear us apart , «l’amore ci farà a pezzi».

Nico, la femme fatale dal cuore spezzato

È sul palco, fuma una sigaretta dopo l’altra, eppure Nico è già morta. Canta, ma la voce arriva da un luogo remoto e oscuro, che i suoi occhi grigi non bastano a illuminare. Celebra un rito in cui la musica non è nemmeno la parte più importante: le canzoni sono distrutte, sfigurate dalla pochezza della band che l‘accompagna; è un disastro pure Femme Fatale, scritta da Lou Reed apposta per lei. Così il ritornello lo lascia al pubblico, un centinaio di ragazzotti ubriachi in qualche locale della Polonia. “Eccola che arriva, sta’ attento, ti spezzerà il cuore”.
Ma è lei ad avere il cuore spezzato, devastato dalla solitudine, indurito dall’eroina che le scorre nelle vene. È morta e si è trasformata nell’anagramma di se stessa. Da Nico è diventata “icon”, un’icona, già prima di quel pomeriggio del 17 luglio 1988, quando a Ibiza cade dalla bicicletta e batte la testa.

Aveva cominciato presto a girare il mondo: nata a Colonia nel 1938, trascorre l’infanzia a Berlino sotto le bombe; a quattro anni perde il padre (racconterà che fu ucciso da Hitler perché scoperto a lavorare come spia per gli inglesi). A sedici lascia la Germania per Parigi, dove diventa mannequin per Chanel e Lanvin: è allora che prende il nome di Nico. Poi prova il cinema, in Italia: ha una piccola parte ne La Tempesta di Alberto Lattuada, recita ne La Dolce Vita. Fellini, che l’aveva voluta inizialmente come comparsa, ne è affascinato e le ritaglia un ruolo più ampio, in cui impersona se stessa. Poche inquadrature, qualche battuta, dove emergono già i tratti dell’icona che sarà: la voce profonda, mascolina, con quelle vocali esageratamente lunghe, la bellezza glaciale e astratta, un’affinità istintiva con il buio e la notte. Così, agli inizi della carriera di Nico c’è un lugubre party con Marcello Mastroianni, alla fine un concerto al Planetarium di Berlino, dove canta al riflesso di una luna proiettata sul soffitto. In mezzo, trent’anni di droghe e alcool, un diluvio di immagini e qualche disco entrato nella storia del rock.

Dopo un brano scritto da Serge Gainsbourg per la colonna sonora del film Strip Tease, Nico esordisce nel 1964 con I’m not sayin’, anonimo 45 giri folk rock con Jimmy Page alla chitarra. Vive a Londra, frequenta i Rolling Stones, conosce Brian Jones, Anita Pallenberg e Marianne Faithfull (che quarant’anni dopo le dedicherà Song For Nico). Poi torna a Parigi e lì conosce Bob Dylan, che qualche tempo dopo la introduce nella Factory di Andy Warhol. Nel 1967 esce il primo album dei Velvet Underground: una delle tre canzoni interpretate da Nico, All Tomorrow’s Parties, sarà tra le più cantate nella storia del rock, da Siouxsie ai Japan, da Nick Cave ai Roxy Music. Ma il disco vende pochissimo e le recensioni non sono positive; la collaborazione con Reed e John Cale termina, e Nico comincia a esibirsi in proprio. Con il primo album solista, Chelsea girl (1967), trova già uno stile personale, a metà tra l’art rock americano e lo spleen mitteleuropeo. Dal vivo è accompagnata da musicisti sempre diversi, tra cui un giovanissimo Jackson Browne e un cantante-chitarrista destinato come lei a diventare un eroe della storia segreta del rock. Si chiama Tim Buckley, morirà nel 1975 di overdose.

A quel tempo, Nico ha già pubblicato i suoi capolavori, The Marble Index e Desertshore: meno di mezz’ora l’uno, ma così cupi e densi che è impossibile immaginarli più lunghi. Nel secondo c’è Le Petit Chevalier, cantato da Ari, il figlio avuto nel 1962 da Alain Delon: è l’unico brano dove non compare l’harmonium, l’organo indiano che ormai usa in tutti i concerti. Lo suona anche il primo giugno del ’74, al Rainbow Theater di Londra, in una serata con Brian Eno, John Cale, Kevin Ayers, Robert Wyatt e Mike Oldfield. Lei, da sola, esegue due brani: l’inno nazionale tedesco, completo delle strofe soppresse dopo la tragedia nazista, e una versione di The End che è puro psicodramma. È il suo omaggio postumo a Jim Morrison, il fratello spirituale, l’uomo che le ha insegnato a trasformare i suoi incubi in musica. Racconterà di averlo visto, in auto, a Parigi, la sera in cui morì; gli dedicherà anche una canzone, You Forgot to Answer, che per caso o segno del destino sarà l’ultima dell’ultimo concerto.

Intanto Nico prosegue la carriera di attrice (aveva studiato alla scuola di recitazione di Lee Strasberg, nello stesso corso di Marilyn Monroe): di quegli anni restano una decina di brevi film sperimentali, diretti dal regista francese Philippe Garrel, molti dei quali mai arrivati nei cinema.
Poi, fino al 1981, un lungo silenzio. Ne esce con un disco, Drama of Exile, da segnalare più che altro per una versione di Heroes di David Bowie (“L’ha scritta pensando a me”). Vive tra Londra e Manchester, dove nell’85 incide Camera Obscura, il suo ultimo album in studio. Delle interminabili tournée di quegli anni, che toccano anche l’Italia, sono testimonianza Behind the iron curtain e il bel libro di James Young, The End. Il duetto del 1988 con Marc Almond, Your kisses burn, è un segno del rinnovato interesse per Nico, che è sempre stata amata dai musicisti più che dal pubblico: i R.E.M. registrano una rispettosa versione di Femme Fatale, i Bauhaus la presentano come ospite in alcuni concerti, i Dead Can Dance ricreano le atmosfere ossessive dei suoi primi album, poi arriveranno i tributi di Björk, Martin Gore (Depeche Mode), Antony.

Quando sta abbandonando l’eroina e preparando un nuovo disco, l’incidente a Ibiza. Un tassista la soccorre, ma tre ospedali rifiutano di curarla perché non ha l’assicurazione sanitaria; muore per un’emorragia cerebrale il 18 luglio di ventitre anni fa. Nessuno la riconsoce, in molti pensano che sia uno dei tanti disperati che vagano per l’isola, vinti dalle droghe o da un amore finito. Nico ha il volto tumefatto, il corpo sformato: ha lottato per tutta la vita contro la sua bellezza e alla fine ha vinto, è riuscita a cancellarne ogni traccia. Ora riposa a Berlino, nel cimitero di Grünewald. Sulla lapide, accanto a quello della madre, è scritto il suo vero nome: Christa Päffgen.

Biophilia, la nuova Björk tra natura e hi-tech

Il disco non basta più, il video nemmeno, il sito web neppure. Così tra i musicisti c’è chi punta sulle edizioni limitate in vinile (Radiohead), chi sui download gratuiti (Coldplay), chi sul libro fotografico abbinato all’album (Moby). Björk va oltre: il suo ultimo lavoro è un disco, un sito internet interattivo, uno show dal vivo, un documentario, un progetto didattico, una raccolta di app per iPad e iPhone.

Biophilia uscirà a fine settembre, ma ha debuttato in anteprima giovedì al Manchester International Festival con uno show al Museum Of Science and Industry. Il palco al centro, duemila persone strette intorno, lei con parrucca arancione e tacchi che nemmeno Lady Gaga, un coro femminile di venticinque elementi. Degli strumenti tradizionali si riconoscono solo una batteria e qualche tastiera, per il resto i musicisti suonano computer e iPad, che controllano anche gli strumenti inventati da Björk: lo “sharpsichord”, mostruoso congegno a metà tra carillion e arpa, un piccolo organo a canne elettronico, la “gamelesta”, incrocio tra gamelan indonesiano e celesta. Dal soffitto calano due bobine di Tesla, che generano scariche elettriche dentro una gabbia; la prima canzone si intitola ovviamente Thunderbolt, fulmine. Come ogni brano di Biophilia è associata a un elemento naturale: in Moon le fasi lunari si traducono in cicli di note, in Dna geni e cromosomi s’intrecciano e danno vita a ritmi elettronici, Virus è una storia d’amore e morte illustrata con immagini al microscopio del National Geographic. Per Hollow quattro enormi pendoli di legno oscillano lentamente: il suono della forza di gravità.

Il singolo Crystalline è già disponibile su iTunes: l’app per iPad, iPhone e iPod Touch che arriverà fra poco è un videogioco dove si raccolgono poligoni correndo in diversi tunnel; ogni volta che se ne imbocca uno la canzone cambia, quindi le variazioni possibili sono praticamente infinite. Ma si può anche ascoltare il brano così com’è, accompagnato da un’animazione che ricorda un po’ le partiture geometriche di Stockhausen, o seguire le note sul pentagramma, magari per suonarle con un altro strumento. C’è poi un saggio che illustra il tema della canzone e spiega come la sua struttura musicale sia ispirata allo sviluppo dei cristalli. Le singole app sono galassie di una costellazione più ampia, un’app gratuita che opportunamente si chiama Cosmogony (e ha pure la sua canzone, una delle più belle); per passare dall’una all’altra si naviga sullo schermo in un universo tridimensionale.

Ma tanta tecnologia non rischia di far dimenticare la musica? Björk è convinta di no: “Per chi ascolterà questo disco fra dieci anni sarà come i miei altri album, non c’è bisogno delle app per apprezzarlo”. Le fa eco il designer americano Scott Snibbe: “Volevamo spiegare come nasce questa musica, svelare il mondo che la circonda. All’idea delle app siamo arrivati un anno fa, mentre il progetto è iniziato nel 2008; all’inizio avevamo pensato a un edificio in cui a ogni brano fosse riservato un ambiente”. Con l’iPad non c’è bisogno di trasferire l’installazione da una città all’altra ed è sempre possibile aggiungere nuove canzoni e app. Non sarà altrettanto semplice immaginare un tour, visti i costi elevati dell’allestimento e la necessità di suonare in ambienti medio-piccoli. Per questo Björk ha previsto per i prossimi due anni solo soggiorni di qualche settimana in varie città, quasi come un circo.

A Manchester sono in calendario sette concerti ed è in corso anche la parte didattica del progetto, articolata in incontri e seminari con le scuole elementari per esplorare natura, musica e tecnologia. In cattedra non ci saranno insegnanti, ma scienziati, a parlare di solstizi e materia oscura. Poi i bambini saliranno sul palco per giocare con macchine sonore e iPad e inventare canzoni in piena libertà, come fece lei stessa, quando – ragazzina prodigio – smise di frequentare le lezioni di musica e formò una band punk.

Dopo milioni di dischi venduti, nomination ai Grammy e agli Oscar, un premio a Cannes come migliore attrice, quello spirito indipendente ancora vive in Björk. Ha lanciato campagne per proteggere la natura, si è inventata economista per affrontare la crisi finanziaria del suo Paese, ha organizzato concerti e manifestazioni, ma soprattutto non ha mai smesso di sperimentare e scommettere sul futuro. In concerto è ancora più evidente, ad esempio nell’energia di Declare Indipendence, da Volta, uscito tre anni fa: ancora punk, ma aggiornato all’elettronica del ventunesimo secolo. Primitivo e ipertecnologico, come i robot innamorati di All Is Full Of Love o le galassie digitali di Biophilia.

Steve Jobs: “L’era del computer è finita, è tempo di iCloud”

La più grande amnistia della storia è a portata di mano. Anzi, di click: per 25 dollari l’anno la nuova versione di iTunes analizzerà il nostro hard disk e sostituirà tutti i brani con file di buona qualità audio, e soprattutto legali. Si chiama iTunes Match ed è forse la più importante delle novità presentate ieri da Steve Jobs, quella che ha svelato all’ultimo sul palco del Moscone Center di San Francisco in uno dei suoi consueti colpi di scena. Così, dopo lunghe trattative con le case discografiche (cui pare abbia versato 150 milioni di dollari), grazie ad Apple si avvia al tramonto l’era degli Mp3 pirata. Enzo Mazza, presidente della federazione Italiana Industria Musicale, frena un po’: «È una risposta intelligente alla pirateria; non un’amnistia, ma certo la terza rivoluzione del mercato della musica dopo Napster e iTunes Store».

Sempre connessi
iTunes Match, che arriverà in autunno, è una delle funzioni della nuova piattaforma di Cupertino basata su iCloud, il servizio di cloud computing targato Apple. La nuova frontiera del digitale ha i contorni sfumati di una nuvola dove sono immagazzinati i dati, che siano canzoni, film, ebook, programmi, documenti: tutto è sincronizzato istantaneamente, senza nemmeno premere un tasto. Così, per la musica, se vogliamo ascoltare proprio quella canzone che non abbiamo copiato sull’iPhone, è la nuvola a scaricarla per noi. Se abbiamo già acquistato un’app sull’iPad, subito sarà disponibile anche sull’iPod Touch. Si può addirittura cominciare a scrivere un file di testo su un apparecchio e continuare sull’altro. E anche le foto, appena scattate si possono vedere sul pc. Con iCloud finisce ufficialmente il servizio MobileMe, che fino ad oggi ha offerto la possibilità di sincronizzare calendari, contatti, mail, segnalibri tra più computer o tra computer e dispositivi iOS. Per gli abbonati (a 99 dollari l’anno), MobileMe funzionerà ancora fino alla fine di giugno dell’anno prossimo. Lapidario il commento di Jobs: «Abbiamo imparato dai nostri errori».

Se dieci anni fa il centro dell’intrattenimento domestico era il computer, nella nuova visione di Apple oggi è la nuvola: vi si connettono tutti i dispositivi Apple, che trasmettono una quantità enorme di dati ai tre centri di elaborazione americani. Quello nel North Carolina è costato 500 milioni di dollari, ma per chi usa un gadget della Mela i servizi base sono gratuiti e comprendono anche 5 GB di spazio per i dati (ci si può chiedere, semmai, quanto costeranno in termini di privacy). E proprio ieri in rete circolava un vecchio filmato in cui Jobs racconta le meraviglie del cloud (che ancora non si chiamava così): risale al 1997, quando era appena tornato ad Apple dopo la parentesi di Next.

Un leone nel computer
Per sfruttare al meglio le funzioni di iCloud, computer e dispositivi mobili dovranno essere aggiornati ai nuovi sistemi operativi, presentati ieri in anteprima: Lion per i computer e iOS 5 per iPhone, iPod Touch e iPad. L’edizione 2011 della Worldwide Developers’ Conference è dedicata al software, un argomento non forse particolarmente interessante per il grande pubblico, in assenza di nuovi gadget. Ma, come spiega Jobs, «l’hardware è il corpo, il software l’anima dei nostri prodotti».  E l’anima cambierà parecchio: Lion, la nuova versione di Os X, perde il nome storico Mac ma in compenso guadagna oltre 250 nuove funzioni, molte delle quali prese a prestito proprio dall’iPhone, come il controllo tramite touchpad, il salvataggio automatico dei documenti, la possibilità di visualizzare le applicazioni a tutto schermo. Sarà disponibile a luglio, ovviamente via cloud: niente disco, ma un semplice (e lungo, si teme) download da Internet.

L’iPhone sposa Twitter
Per i gadget mobili, la prima novità è quella più attesa: nell’era degli apparecchi post-pc, come li definisce Jobs, era davvero ridicolo che per funzionare dovessero essere collegati a un computer. Per i 200 milioni di possessori di iPhone, iPod Touch e iPad dal prossimo autunno non sarà più così: il post-pc taglia il cordone ombelicale con il pc e si connette alla nuvola senza fili, anche per la prima attivazione e per gli aggiornamenti del sistema operativo.
Tra le molte migliorie di iOS5 c’è poi una navigazione web più semplice grazie alle tab, la possibilità di scaricare le pagine per leggerle offline, una chat integrata, e soprattutto una profonda integrazione con Twitter. In più, forte dei 130 milioni di libri scaricati dal suo iBookstore, Apple ha pensato bene di sviluppare un’app analoga per i giornali, che ovviamente si chiama Newsstand (Edicola).

A differenza degli altri anni, stavolta a San Francisco non c’è il nuovo iPhone: l’appuntamento, però, è solo rinviato, forse a settembre. E si spera di nuovo con Steve Jobs, che ieri è apparso magro e molto provato, parlando per nemmeno trenta minuti in un Keynote di due ore. “Ti amo”, gli ha urlato qualcuno dal pubblico. E lui: “Bene,anche questo aiuta. Lo apprezzo molto”.