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Music Market, Google sfida Apple e Amazon

18 novembre 2011 1 commento

Altro che sette note e una melodia: oggi la musica deve essere social, sincronizzarsi col «cloud», arricchirsi di foto e testi. È questo il valore aggiunto rispetto a un file Mp3 scaricato illegalmente dal Web, è questa la scommessa di Google Music, che da ieri è uscito dalla fase sperimentale ed è diventato un servizio aperto a tutti. Tutti gli americani, in realtà, visto che è disponibile solo in Usa e non è possibile ipotizzare se e quando verrà esteso ad altri Paesi.

Il meccanismo è simile a quello degli altri store online: ci si iscrive (serve un account Google), poi si accede e acquistano le canzoni, che vengono scaricate sul computer o sullo smartphone. Ma – ed è questa la novità – vengono anche messe a disposizione sul «cloud», così che singoli brani, album, playlist siano sempre a portata di mano su tutti i tablet e telefonini Android collegati a quell’account, senza doverli scaricare di nuovo.
Sul cloud si possono anche trasferire i brani del computer di casa, da ascoltare poi «in streaming» da smartphone o tavoletta; c’è spazio per 20 mila canzoni, ma ci vorranno settimane per copiarle tutte. Il Music Market di Google comprende 13 milioni di brani, tra major ed etichette indipendenti: manca ancora la Warner, che in catalogo ha R.E.M, Madonna, Red Hot Chili Peppers, Green Day e molti altri. Prezzi allineati allo standard: 99 centesimi di dollaro per un brano, 9,99 per un album, un brano gratis al giorno, parecchie esclusive (Rolling Stones dal vivo, Tïesto, Shakira). Inevitabile l’integrazione col social network Google+, lanciato qualche mese fa: i brani si potranno far ascoltare agli amici.

La pirateria digitale ha portato una profonda crisi nel mercato discografico, che solo negli ultimi anni ha cominciato a vedere una via d’uscita. La salvezza arriva dal Web, dove sono oltre 400 le piattaforme che vendono musica online, per un giro d’affari che nel 2010 ha toccato i 4,6 miliardi di dollari. A scommetterci per primo fu Steve Jobs, che lanciò iTunes Music Store nell’aprile del 2003: a oggi ha venduto oltre 15 miliardi di brani. Da produttore di computer un po’ snob, Apple si è trasformata nel primo negozio musicale del mondo, costruendo un ecosistema dove convivono perfettamente servizi, software e hardware.

Amazon, passo dopo passo, ha fatto lo stesso e ora offre un tablet (il Kindle Fire) da cui si accede direttamente allo store online, per acquistare con un tocco canzoni, film, libri. Entrambi i negozi puntano sul cloud, ma Apple ha avuto un’idea geniale: iTunes Match copia sulla nuvola solo le canzoni che non si trovano nello Store (oltre 18 milioni); il software analizza tutti i brani presenti nell’hard disk e per 25 dollari l’anno permetterà di ascoltarli e scaricarli su computer, iPod, iPhone, iPad. Un’amnistia totale e definitiva per chi ha scaricato brani illegali, con la benedizione delle case discografiche.

Diverso l’approccio di Spotify, che con un minimo abbonamento (o in cambio di uno spot) consente di ascoltare quanta musica si vuole, però in streaming, ossia senza scaricarla sul computer. Nato in Svezia, è arrivato negli Usa, dove ha stretto un patto con Facebook.
In Italia Spotify non esiste e delle tre sorelle che si contendono il mercato online c’è solo Apple (per ora senza iTunes Match e con un’offerta ridotta di film), e le piattaforme tricolori sono poche. Il fatturato comunque cresce e nei primi nove mesi del 2011 è arrivato a quasi 19 milioni di euro, il 23% del totale.

Lumia 800, la scommessa di Nokia

16 novembre 2011 Nessun commento

Non ci saranno code nei negozi, questo weekend, quando arriverà il Lumia 800. Nokia non trasforma un lancio in un evento mediatico, non ha la verve teatrale di Apple, non ha un gran senso dello spettacolo (e quando lo usa i risultati non sono entusiasmanti).
Peccato, però, perché la posta in gioco è alta, le ambizioni notevoli, la partita aperta. I finlandesi si giocano il loro futuro con questo modello e con quelli che seguiranno (prima il Lumia 710, all’inizio del 2012, poi la seconda generazione di Windows Phone, sempre entro l’anno prossimo). Da tempo Nokia fatica a trovare il passo dell’evoluzione di un mercato, quello degli smartphone, che pure ha contribuito a creare: già molto prima dell’iPhone presentava i telefonini di gamma alta come “computer multimediali”, ma se è riuscita in qualche modo a sopravvivere negli ultimi anni è stato piuttosto per i terminali di fascia media e bassa.

Intanto, sulla fascia alta, il Lumia 800 è il nuovo top di gamma Nokia, accanto all’N9 uscito qualche mese fa, di cui condivide molte caratteristiche. Anzi, esternamente è identico: stesso splendido design minimalista senza viti o giunture, stessa struttura in policarbonato unibody (come dire, modellato da un unico blocco e non assemblato), stessi colori (nero, magenta, cyan). Anche lo schermo è uguale, un brillante display Amoled da 3,7 pollici.
Ma le analogie terminano qui: il Lumia 800, infatti, è il primo smartphone nato dall’accordo tra Nokia e Microsoft. Meego, il sistema operativo realizzato con Intel, è morto prima ancora di nascere, e con lui l’N9, che non avrà eredi. E’ troppo presto per dire se è la strada giusta, anche he perché Meego sembrava in effetti interessante. Ma Windows Phone ha se non altro il merito di essere un sistema operativo originale, che non copia semplicemente iOS di Apple o Android.

Nella versione 7.5, quella installata sul Lumia 800, è stabile e semplice da usare, pur presentando qualche difetto di gioventù (vedi le notifiche, ad esempio, o la mancanza del tethering). Funziona benissimo in combinazione con l’hardware dell’apparecchio, che pure non è il massimo della tecnologia oggi disponibile: il processore è un Qualcomm MSM8255 a 1,4 GHz con 512 MB di Ram, mentre i concorrenti adottano quasi tutti chip dual core sugli smartphone di fascia più alta, abbinandoli di solito a 1 GB di Ram. La differenza non si nota affatto, e nell’uso quotidiano il Lumia 800 è veloce almeno quanto il Samsung Galaxy S2 (ma un po’ meno dell’iPhone 4S, specie nella navigazione web).

Nokia non ha personalizzato granché l’interfaccia di Windows Phone, per cui il Lumia 800 sarà familiare a chi ha usato altri terminali con sistema operativo Microsoft, come Samsung, Lg o Htc. Le schermate sono solo due: una con mattonelle colorate più grandi, che rimanda alle funzioni usate più di frequente, e l’altra – con mattonelle più piccole – dove si accede alle altre app e alle impostazioni del telefono. Non si può intervenire molto, se non spostando le mattonelle, cambiando il colore della grafica o dello sfondo.

Qui c’è da notare l’elegante soluzione per i contatti, che sintetizza in un solo ambiente mail, messaggi, chiamate, ma pure Facebook e Twitter (qualcosa del genere era stato tentato da Sony Ericsson sulla serie Xperia, ma con risultati non altrettanto convincenti).
Made in Finland sono pure l’ottimo Drive, il navigatore gratuito basato sulle mappe di Nokia-Navteq (ma bisogna prima scaricare 300 e passa MB di dati), e il riproduttore musicale, che oltre a suonare file Mp3 e Acc trasferiti dal computer, permette pure di ascoltare musica in streaming dallo Store Nokia. Si sceglie il genere e i brani partono in ordine casuale (è possibile saltare a quello successivo ma non tornare indietro); ovviamente le canzoni si possono anche acquistare direttamente dal cellulare.

Data la lunga esperienza di Nokia nel settore e le specifiche tecniche (8Mpx e lenti Carl Zeiss), dalla fotocamera sarebbe lecito aspettarsi foto eccellenti. Purtroppo non è esattamente così: le immagini sono di buona qualità, ma non all’altezza di un iPhone 4S, ad esempio, che peraltro è molto più reattivo nel funzionamento e più veloce nella messa a fuoco. Buoni i video, ma anche qui c’è chi riesce a far meglio dei filmati a 720 punti del Nokia. Quasi tutti gli smartphone più recenti offrono inoltre uscite Hdmi per riprodurre immagini e video sul televisore di casa, una funzione che nel Lumia 800 sembra assente.

In compenso, il display è luminoso e ben contrastato, con un nero assai convincente, anche se i colori appaiono un po’ virati sul blu. Sulla carta la risoluzione di 480 punti per 800 non è entusiasmante, eppure la grafica di Windows Phone è resa perfettamente, grazie ai loghi stilizzati e alle scritte di grandi dimensioni. Il vetro rinforzato (gorilla glass) che lo ricopre dovrebbe garantire una buona resistenza a graffi e rotture (ma non alle impronte, visibilissime anche sul retro).

Il Lumia 800 non ha la fotocamera frontale, ma in pochi ne sentiranno la mancanza, considerato lo scarso favore che hanno riscosso le videochiamate su rete 3G. Peccato che nel Marketplace di Windows Phone non ci sia nemmeno Skype, che avrebbe consentito videochiamate gratuite almeno col WiFi; l’assenza è ancora più eclatante se si pensa che il più famoso servizio di Voip è da poco proprietà della stessa Microsoft. Lo store di Windows Phone, d’altra parte, non è vasto come quelli di Apple e Android, ma i titoli più diffusi ci sono (quasi) tutti, altri arriveranno: gli analisti stimano che la quota di mercato attuale di WP (meno del 2 per cento) dovrebbe decuplicare entro il 2015, e le app aumenteranno di conseguenza.

Intanto, Internet Explorer funziona molto bene, anche se manca la compatibilità con Flash. Non sarà un problema: non ci crede nemmeno più Adobe, che ha di recente annunciato l’abbandono della piattaforma. Facile da configurare la mail, anche se manca una casella unica per tutti i messaggi in entrata, decisamente pratica se si usa più di un account. Eccellente la tastiera software di Windows Phone, che si sposa a meraviglia con lo schermo touch molto sensibile, interessante la possibilità di accedere ai servizi di windows Live e Xbox direttamente dal telefonino. Molto completa la funzione di ricerca sul web, gestita da Bing, il motore di Microsoft, che può trovare parole, immagini, video, ma anche canzoni e Qr Code.

La ricezione, come da tradizione Nokia, è molto buona, agevolata anche dal corpo in policarbonato, mentre la durata della batteria è nella media, e in condizioni d’uso normali arriva a un giorno. Da segnalare che nella confezione è presenta anche una pratica custodia nello stesso colore e con lo stesso design del Lumia 800: lo rende più spesso, ma non ne altera l’aspetto; aggiunge però ancora qualche grammo di peso a un apparecchio non esattamente leggero (142 grammi). Ci è poi sembrato decisamente fragile lo sportellino apribile che nasconde la porta mini Usb per il trasferimento dati e la ricarica della batteria. Un po’ macchinosa anche l’apertura del vano per la scheda Mini-Sim. E con questo le possibilità di smanettare sono terminate: il Lumia 800 ha 16 GB di memoria interna che non sono espandibili con schede Sd e non c’è modo di sostituire la batteria.

In conclusione, il nuovo top di gamma Nokia è un apparecchio molto interessante, realizzato con cura e grande attenzione ai dettagli, che sfrutta  bene le caratteristiche del sistema operativo di Microsoft, anzi, per dirla con le parole del Ceo Stephen Elop, “il primo vero Windows Phone”. Con tutti i difetti di gioventù e tutte le incertezze dell’ultimo arrivato, ma anche con soluzioni originali e prospettive di sviluppo notevoli. Il Lumia è davvero la luce in fondo al tunnel per i finlandesi?Le premesse ci sono tutte, tranne forse una: il prezzo, che per essere davvero competitivo, in tempi come questi, dovrebbe essere più basso dei 499 euro di listino.

iPhone 4S, la prova

Uguale fuori, nuovo all’interno. L’iPhone 4S a tutta prima non si distingue dal modello precedente (anche la sigla sul retro è uguale, ma a ben vedere, ci sono differenze nella posizione dello switch mute e nei segmenti in cui è divisa l’antenna): la novità è  il processore A5, lo stesso dell’iPad 2. Sia pure leggermente meno veloce rispetto a quello del tablet Apple, il chip a doppio nucleo dell’iPhone garantisce un funzionamento più reattivo, una risposta più immediata ai comandi, una maggiore fluidità nei video e nei giochi, grazie anche alla nuova scheda grafica.

Il display è lo stesso, ottimo, dell’iPhone 4, con una definizione eccellente e una buona luminosità, ma – almeno nell’esemplare in prova– presenta una colorazione più calda e tendente al giallo. C’è da dire che fino all’anno scorso i 3,5 pollici dello smartphone Apple sembravano tanti, mentre oggi alcuni concorrenti offrono schermi più ampi, addirittura fino ai 4,7 dell’Htc Sensation XL (senza contare i 5,65 pollici del Samsung Galaxy Note, che però è già quasi un tablet).

Cambia invece la fotocamera, e il miglioramento è notevolissimo: non solo per l’incremento dei megapixel, che passano a 5 a 8, ma anche per il nuovo sistema di lenti (ora sono 5 e non 4) che permettono una messa a fuoco migliore. Rinnovato pure il sensore di luminosità: nelle foto con poca luce il rumore di fondo è ridotto e i dettagli sono ora più chiari. Non manca nemmeno il riconoscimento automatico dei volti, per mettere a fuoco un ritratto singolo o di gruppo. I filmati video, poi, sono finalmente in vero full Hd a 1080 punti e stabilizzati elettronicamente. La fotocamera è da sola uno dei punti di forza del nuovo iPhone: velocissima, si attiva anche col tasto del volume, produce immagini eccellenti, certamente da paragonare più a una macchina fotografica che a un normale telefonino. E’ anche possibile applicare correzioni, eliminare l’effetto occhi rossi, tagliare o ruotare le immagini direttamente sull’iPhone.

L’altra novità vera del nuovo iPhone 4S si chiama Siri, e non è nell’hardware ma nel software: un assistente vocale che permette di gestire le varie funzioni del telefono interagendo naturalmente, senza dover imparare una lista di comandi. Geniale, ma per ora disponibile solo in inglese, francese e tedesco.
Già dal 3GS l’iPhone aveva un sistema di controllo vocale, dal funzionamento un po’ incerto e con un numero ridotto di opzioni, ma Siri – anche se attualmente in versione beta – è un balzo in avanti. Basta chiedere: “Mi servirà un ombrello oggi?” E l’iPhone risponde con una dolce voce femminile: “Sembra proprio che pioverà tra qualche ora”. Con l’assistente personale si possono fissare appuntamenti, scrivere mail, prendere appunti e note che si attiveranno in determinati luoghi (passando accanto al fioraio, ad esempio, segnalerà di comprare le orchidee per la suocera). Siri comprende il linguaggio naturale e risponde come farebbe la migliore delle segretarie, senza tralasciare un pizzico di ironia (a chiederle quanti anni ha, ad esempio, replica: “Non mi è permesso rispondere a questa domanda”).
Siri si basa su Wolfram Alpha, un motore di intelligenza artificiale assai evoluto, e funziona solo se si è connessi a internet, sia perché ha bisogno di comunicare con il datacenter Apple, sia perché è dal web che ricava indicazioni come i cambi delle valute o le previsioni meteo. Per ogni lingua, l’assistente vocale ha una voce diversa, a volte maschile, a volte femminile, un po’ come accadeva per l’iPod Shuffle di terza generazione. Abbiamo provato con l’inglese americano e il tedesco, e le risposte alla stessa domanda cambiano: la Siri teutonica, ad esempio, è meno simpatica, e a chiederle l’età ribatte con un “te ne importa qualcosa?”.

Avremo modo di conoscere il carattere Siri in italiano l’anno prossimo, quando sarà finalmente disponibile nella nostra lingua.  Intanto, oltre allo svantaggio di non avere (per ora) l’assistente vocale, l’iPhone 4s venduto in Italia è il più costoso d’Europa: non c’è Iva o balzello che tenga, la differenza con il Regno unito, ad esempio, al cambio attuale supera i 100 euro sul modelli da 32 GB. A questo punto conviene considerare le tariffe in abbonamento degli operatori italiani, che possono risultare interessanti, specie al momento del lancio, con offerte speciali e promozioni.

Molte delle nuove funzioni dell’apparecchio sono incluse in iOS 5, il nuovo sistema operativo che può essere installato gratuitamente su iPhone 4 e 3GS. Così è possibile, ad esempio, accedere ad iCloud, il servizio cloud di Apple che permette di sincronizzare automaticamente contatti e dati tra più dispositivi: le foto, ad esempio, saranno immediatamente disponibili su iPad o sul computer, come pure le app acquistate e gli eBook scaricati. Anche i modelli più vecchi potranno installare Find My Friends, l’app per localizzare amici e parenti, avranno l’Edicola dove consultare giornali e magazine, potranno finalmente copiare le canzoni dal computer utilizzando la rete wifi.  E ancora: le notifiche sono meno invasive, c’è iMessage, il servizio di messaggistica istantanea per comunicare con altri dispositivi iOS, Twitter è integrato nel sistema (per postare un link, ad esempio, basta toccare l’indirizzo della pagina web che si vuole condividere).

Con iOS 5 non è più necessario collegare l’iPhone al computer nemmeno la prima volta per attivarlo: finalmente gli apparecchi post-pc possono fare a meno del pc. Serve una rete wireless o 3G, ma poi si fa tutto in pochi passaggi. Addirittura è disponibile un’opzione che permette di usare iCloud anziché il computer per effettuare il backup dell’iPhone (ma anche dell’iPad); è consigliabile usare il wifi, per evitare di consumare tutto il traffico dati: la nuvola di Apple permette di conservare fino a 5GB gratis, incrementabili a pagamento.

Altra funzione assai utile è il nuovo Promemoria, che permette di impostare allarmi e avvisi geolocalizzati: può segnalare ad esempio di prendere gli occhiali quando si è sulla porta di casa, o inviare un messaggio appena si arriva in ufficio. Anche questa è una funzione disponibile sui modelli precedenti che siano stati aggiornati. Ma prevede che i servizi di localizzazione siamo sempre attivi, quindi tende a consumare più velocemente la batteria. A proposito di autonomia, Apple dichiara per il nuovo modello una durata in standby sensibilmente inferiore all’iPhone 4: 200 ore contro 300. Nell’uso pratico questo difficilmente sarà un problema, mentre potrebbe esserlo un malfunzionamento riscontrato da alcuni acquirenti del 4S la cui batteria si scarica assai velocemente e – sembra – senza ragione. Apple sta indagando per trovare una soluzione, ma l’esemplare in prova sembra essere immune da questo difetto e l’autonomia si è mostrata paragonabile a quella dell’iPhone 4S. Nell’uso quotidiano, con alcune telefonate, qualche foto, web browsing, mail, eBook, musica, è difficile arrivare a fine giornata senza una ricarica anche parziale: una prestazione non certo entusiasmante, ma in linea con i concorrenti.

Alla fine vale la pena di acquistare il nuovo iPhone 4S? E’ il migliore iPhone di sempre, Apple ha ragione: la ricezione è migliorata, grazie al nuovo disegno delle antenne per la rete cellulare, il bluetooth è aggiornato all’ultima generazione, Airplay permette il mirroring dello schermo sul televisore con Apple tv o con un cavo hdmi (una soluzione fantastica per video e giochi); poi c’è un’ottima fotocamera e ci sarà Siri. Tutto questo non sarà possibile averlo sui modelli precedenti aggiornando il sistema operativo e potrebbe spingervi all’acquisto. Il consiglio? Per chi ha un 3GS e vuole cambiare, il miglioramento è evidente da tutti i punti di vista e l’acquisto certamente sensato, ma chi possiede già un iPhone 4 può aspettare senza timore di ritrovarsi un apparecchio sorpassato (almeno finché non usciranno giochi e app che sfruttano la potenza del doppio processore). Poi, certo, c’è chi ha bisogno assoluto di 64 GB di memoria, e allora la scelta è obbligata…
Chi invece si avvicina per la prima volta a uno smartphone potrebbe essere spaventato dal prezzo, visto che la concorrenza sembra offrire apparecchi analoghi a cifre meno esorbitanti. Ma la qualità dei materiali e della costruzione Apple è ancora imbattuta, come pure la semplicità del sistema  operativo e l’incredibile varietà delle app sullo Store.

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Dieci anni di iPod

All’età in cui l’infanzia finisce, l’iPod entra nella storia. Oggi compie dieci anni di vita e non è più un gadget, ma la prima icona culturale del Terzo Millennio. Dopo trecento milioni di esemplari venduti, è il simbolo di una rivoluzione nella musica e nell’informatica che ancora non è finita.

In origine l’iPod doveva essere una sorta di chiosco per connettersi a internet (da qui la i iniziale), il cui design ricordava un baccello (pod), per proteggere computer e utente dalle intemperie. Ma il 23 ottobre 2001, quando Steve Jobs lo presenta al pubblico, il nome iPod indica un oggetto grande all’incirca come un pacchetto di sigarette, che non ha nulla a che fare con internet.

Esistono già lettori di file musicali portatili, ma quello di Apple è diverso perché può immagazzinare nel suo hard disk fino a mille canzoni, da scegliere navigando in un menù semplice e intuitivo. Come il Walkman, permette di avere sempre con sé la musica preferita, ma senza cassette; un computer converte i compact disc in file Mp3 e li trasferisce grazie ad una veloce connessione Firewire.

Il formato Mp3 è diventato famoso con Napster, ma quando l’iPod nasce, il più diffuso software di Peer To Peer è scomparso, costretto alla chiusura dalle case discografiche, e poi c’è la tragedia delle Twin Towers ancora fumanti a gettare un’ombra sul mercato dei gadget. Ma nonostante i 399 dollari del listino, Apple chiude il 2001 con 125 mila iPod venduti.

“Sono stato molto fortunato a crescere in un momento storico in cui la musica era davvero importante” – spiega Steve Jobs. “Per un certo periodo, però, non è stato più così, e l’iPod ci ha aiutato a riportarla al centro della vita di decine di milioni di persone. Questo mi rende felice, perché penso che la musica sia un bene per l’anima”. Di certo lo è per le casse dell’azienda di Cupertino, che a metà dei Novanta attraversa la più profonda crisi della sua storia, e ne esce prima grazie alle curve colorate dell’iMac, poi all’iPod, che apre la strada alla rivoluzione touch dell’iPhone e dell’iPad. Apple apre così al mondo dei gadget post-pc, che sono computer ma del computer non hanno nulla: l’iPod ha un processore, un hard disk, un display (e con un vezzo che solo i veri fan possono apprezzare, i primi modelli recuperano per l’interfaccia il font storico del primo Mac). Ma è quello che manca a farne una novità assoluta: non c’è più la scrivania, finisce la solita metafora delle cartelle e dei documenti, per trovare la canzone preferita si usa un dito. Prima dell’iPhone, che rivoluziona il mondo  della telefonia, è l’iPod a rivoluzionare l’informatica (a cominciare proprio da Apple, che perda la parola “computer” nella ragione sociale).

Nel 1999 il brevetto di un riproduttore di file musicali viene depositato da Compaq, ma l’azienda non ritiene vantaggioso mettere in commercio un riproduttore di file musicali. Schemi e progetti arrivano a Cupertino e sono radicalmente rielaborati, per dar vita ad un apparecchietto di plastica bianca e acciaio che diviene in breve tempo il più diffuso lettore Mp3, aprendo le porte ad un mercato ampissimo e in costante crescita. Quando, nel 2004, Hp decide di lanciarsi nel business, stringe un accordo con Apple e mette il proprio marchio sull’iPod; nel frattempo ha inglobato Compaq, e quindi – suprema ironia del capitalismo avanzato – compra un oggetto che era stato già suo.

Complesse anche le implicazioni sociali: Steve Levy, senior editor tecnologico di Newseek, nel suo Semplicemente Perfetto (Sperling & Kupfer, pp. 305, euro 18) segnala ad esempio come la sfera di musica in cui si chiudono i portatori di cuffiette bianche sia un modo di isolarsi e allo stesso tempo di comunicare, segnalando l’appartenenza ad una comunità. Che è in continua espansione, ma rimane sempre vagamente elitaria, a differenza di quanto accadde negli anni Settanta e Ottanta con il Walkman: l’iPod è trendy, ipertecnologico, semplice da usare e permette di portare con sé tutta una vita di canzoni. Ma vi si possono immagazzinare fotografie, video, contatti, appuntamenti, note; molto più della musica, che già basterebbe da sola a delineare un ritratto psicologico e caratteriale del possessore; non per niente viene introdotta una combinazione segreta per vietare l’accesso agli estranei.

Ma l’invenzione di Jobs è anche una rivoluzione culturale, che ha scardinato modelli di business immobili da decenni, stravolto le abitudini degli appassionati di musica, ridisegnato le classifiche di vendita e le strategie dei discografici. Il suo successo è dovuto all’integrazione tra hardware, software e servizi in un sistema chiuso, dove le canzoni si acquistano online su iTunes Music Store, si ascoltano tramite il programma iTunes, si copiano sugli iPod. Le case discografiche, inizialmente scettiche, accettano la scommessa, e oggi iTunes Store ha venduto oltre 16 miliardi di canzoni: poco, rispetto alla pirateria, ma abbastanza per farne il più grande negozio di musica al mondo. Con gli anni, Apple ha allentato il controllo del Drm sui brani acquistati, che adesso si possono ascoltare su tutti i riproduttori di file Aac, ma ha riproposto l’idea del sistema chiuso prima con l’App Store per iPhone, iPod Touch e iPad, poi con quello per Mac, puntualmente copiati da Android e Windows.

Il declino del piccolo gioiello bianco e argento (nel frattempo diventato pure nero e rosso, in una versione speciale per gli U2) comincia con l’introduzione dell’iPhone: Steve Jobs, nel 2007, lo presenta come il miglior iPod di sempre. Ma l’iPod Touch non ha più niente del vecchio iPod, che ora si fregia dell’aggettivo “classic”. La famosa ghiera cliccabile scompare, sia nel modello base, lo Shuffle, sia in quello top: rimane nel Nano, che è il vero erede dell’iPod. Fino all’anno scorso, quando anche il piccolo lettore Apple si converte al touch e adotta un’interfaccia simile a iOS.

Oggi per Apple l’iPod non è più una fonte primaria di guadagni, anche se la supremazia di Cupertino sul mercato dei riproduttori di file digitali continua incontrastata, con oltre il 75 per cento negli Usa. Ma Tim Cook, nel suo primo Keynote da Ceo, pur accennando all’importanza dell’iPod, non ha annunciato nessuna novità. Così l’icona dell’iPod rimaneva in un angolo dell’iPhone, per avviare il riproduttore musicale del supertelefonino con la Mela. Con iOS è scomparsa: al suo posto c’è un’anonima nota musicale. Scelta coerente, ma triste, perché quel piccolo scrigno di emozioni digitali riassume in una sintesi estrema la missione di Steve Jobs: far convivere tecnologia e arte.

La lezione di Steve Jobs

Oggi il mondo ha perso un grande innovatore, un genio visionario, un affabulatore straordinario. Uno stratega del marketing, un instancabile appassionato di musica, un padre attento e generoso. Steve Jobs è morto.

Era davvero per lui la poltrona riservata in prima fila, due giorni fa alla presentazione dl nuovo iPhone 4S. Inquadrato dalle telecamere all’inizio e alla fine, quel posto vuoto serviva probabilmente a lasciare qualche speranza che all’ultimo momento davvero il fondatore di Apple comparisse, come qualcuno aveva immaginato alla vigilia. Non è successo, Jobs non si è presentato: stava lottando con la morte, o addirittura aveva già lasciato questo mondo, a sentire i più maligni, e l’annuncio non era stato dato immediatamente per non rovinare il primo keynote di Tim Cook in veste di Ceo.

Forse non sapremo mai davvero com’è andata, e in fondo poco importa, sarebbe solo un altro segno della maniacale attenzione di Apple per la segretezza che tutti conosciamo. Ma di Apple conosciamo altre cose, prima fra tutto la capacità di innovare, di sorprendere, di ribaltare le regole. Nel famoso spot “Think Different”, a un certo punto si parla di quelli che “non hanno rispetto per lo status quo”.

Rispetto, tradizione, visione. Con Jobs la tecnologia è diventata cultura. Non tanto perché i computer sono strumenti utilizzabili da tutti, col mouse prima, con il touchscreen poi e domani con la voce: elogiare Apple per aver adottato interfacce sempre più semplici e naturali è giusto, ma svela solo una parte del percorso di Jobs. L’altra parte, più importante, è nelle mani dei 300 milioni di possessori di iPod in tutto il mondo. Aver trasformato un lettore di Mp3 in un simbolo di passione per la musica è stato un colpo di genio: non importa sapere cos’è un file, dove lo si trova, come si copia, basta collegare l’iPod al computer e funziona tutto automaticamente. E si entra a far parte di un’elite, in cui tutti sono uguali ma tutti sono diversi da chi quelle cuffiette bianche non le ha.

La tecnologia era diventata già moda con i colori vivaci dell’iMac, tuttavia per trasformarsi in cultura serviva un passo ulteriore, un oggetto che avesse un forte legame emotivo con chi lo usava.  E la musica, come l’appassionato Jobs sapeva bene, genera emozioni. Così per la prima volta l’iPod univa tecnologia e sentimento, un hard disk, una batteria e un processore nella visione di Jobs diventavano la piccola cassaforte dove conservare emozioni in forma digitale. Musica prima, poi anche foto, video, indirizzi e numeri di telefono.

Sempre qui, a cavallo tra arte e tecnologia, sono nati gli altri prodotti di successo degli ultimi anni, dall’iPhone all’iPad, che  a loro volta hanno aperto la strada alle innovazioni di Lion, l’ultimo sistema operativo di Cupertino, e al MacBook Air, il portatile con la Mela più venduto. Apple in questo Terzo Millennio ha cambiato pelle, eliminando la parola computer dalla ragione sociale,  aprendo ai servizi con iTunes (e ora iCloud), dilagando in settori nuovi come quello degli smartphone, inventandone altri, come quello dei tablet. Questa è la storia, vista dall’esterno. Ma non saranno i brevetti, le invenzioni, a rimanere. L’iPod sparirà: ha già dieci anni di vita e la rivoluzione che ha avviato deve ancora completarsi, ma la rotellina non serve più. L’iPhone, col nuovo 4S, sta già andando oltre il multitouch, che pure era la sua caratteristica più interessante. E chissà quale futuro si prospetta per l’iPad.

Rimarrà, di Jobs, la lezione più importante: i gadget passano, le funzioni si evolvono, tutto cambia. Nell’informatica, come nella vita, non contano gli oggetti, ma le persone. E non basta aver dato vita a un’invenzione geniale, bisogna imparare a ricominciare da capo ogni volta, perchè la vita è un continuo movimento, come ben sa il Faust di Goethe, che muore proprio nel momento in cui per la prima volta si guarda indietro. Steve Jobs è morto, ma ha sempre guardato avanti.

P.S. Questo post è stato scritto su un computer Apple, mentre la musica suona sullo stereo attraverso iTunes; sulla scrivania c’è un’iPhone che non smette di suonare e l’iPad continua a notificare messaggi su Twitter. Come quasi tutti gli altri di MondoMac, insomma, ma con gli occhi umidi e un gran buco nel cuore.

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