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iPhone 4S, da oggi si parla al telefonino

C’era una sedia vuota  ieri nell’auditorium dove Tim Cook presentava il nuovo iPhone 4S. Steve Jobs, il fondatore di Apple, il guru, il profeta dell’informatica per tutti, non si è visto. Alcuni ci speravano, e forse quel posto era davvero riservato per lui. Ma Jobs non si è visto e il nuovo Ceo ha condotto la presentazione alternandosi con gli altri vicepresidenti, percorrendo l’unica via possibile per inaugurare la nuova stagione di Apple: ridisegnare l’azienda come un’entità collettiva. Cook non si è risparmiato qualche battuta per i pochi e selezionati giornalisti presenti, che non erano allo Yerba Buena Center di San Francisco, ma al campus di Cupertino (e a Londra, nell’Apple Store di Covent Garden). Per il resto, tutto era come sempre alle presentazioni Apple, solo un po’ diverso: la musica, ad esempio, pesscava nel repertorio attuale più del solito, le slide con i dati di vendita avevano una grafica più moderna, lo stesso Cook indossava sì dei Levi’s 501, ma con una camicia grigio scuro, anzichè una t-shirt nera.

Il debutto ufficiale in veste di Ceo è risultato un po’ sottotono, soprattutto perché non c’è stato un iPhone 5, che  alla vigilia dell’evento era dato come possibile da siti di rumors devoti al culto della Mela. Il Nasdaq ha fatto segnare per Apple  un calo di circa il 3 per cento, ma la delusione più grande è stata per i fan devoti al culto della Mela. Dovranno accontentarsi dell’iPhone 4S, identico al modello attuale, ma con il processore dual core A5 dell’iPad. Arriverà negli Usa (e Giappone, Germania, Francia, Regno Unito) il 14 ottobre con una fotocamera migliorata, la batteria potenziata, una nuova antenna per garantire una navigazione sul web più veloce, com’è lecito aspettarsi da un apparecchio che utilizza le ultimissime tecnologie. Ma la vera novità è un’altra: il nuovo smartphone Apple si comanda interamente con la voce.  Google con Android offre già da qualche mese funzioni di ricerca vocale sugli smartphone (anche in italiano), e tuttavia la soluzione di Apple è più matura ed elaborata, e raccoglie il frutto di lunghe ricerche condotte dal governo statunitense sull’intelligenza artificiale.

A ben vedere, qualche indizio c’era. L’invito all’evento di Apple consisteva in una sola riga di testo: “Let’s talk iPhone”, traducibile con “parliamo di iPhone” oppure “parliamo, iPhone”.  Che al centro dell’appuntamento di ieri ci dovesse essere la nuova versione dello smartphone di Cupertino era evidente, visto che l’iPhone 4 è in commercio da 16 mesi e finora i nuovi modelli sono stati presentati con cadenza annuale, sempre a giugno. Le anticipazioni puntavano a un nuovo design, più sottile e con schermo più grande, ma solo in pochi avevano saputo cogliere nell’invito un doppio senso nascosto, relativo appunto all’assistente vocale. Così in realtà la traduzione giusta era la seconda: “Parliamo, iPhone”, in un curioso dialogo tra uomo e macchina che sembra preso pari pari da un film di fantascienza.

“Per decenni – osserva  Phil Schiller, vicepresidente marketing di Apple – la tecnologia ci ha illuso con la possibilità di parlare ai computer, un sogno che non si è mai realizzato”. Adesso diventa realtà con Siri, e a provarla dal vivo per qualche minuto la tecnologia che arriva da Cupertino è davvero inquietante. Basta chiedere: “Mi servirà un ombrello oggi?” E l’iPhone risponde con una dolce voce femminile: “Sembra proprio che pioverà tra qualche ora”. Con l’assistente personale si possono fissare appuntamenti, scrivere mail, prendere appunti e note che si attiveranno in determinati luoghi (passando accanto al fioraio, ad esempio, il diabolico apparecchio segnalerà è il caso di comprare le orchidee per la suocera). Non c’è bisogno di imparare una lista di comandi, Siri comprende il linguaggio naturale e risponde come farebbe la migliore delle segretarie: ottimo, ad esempio, quando si guida.

Dopo oltre 130 milioni di iPhone venduti, Apple ha scelto la strada dell’evoluzione, così molte delle funzioni del nuovo sistema operativo iOS5 per dispositivi mobili saranno disponibili anche sul vecchio iPhone 4 e sull’iPad. Non ci sarà Siri, ma ci sarà ad esempio iCloud, il sistema di cloud computing made in Cupertino. E’ una nuvola dove sono immagazzinati canzoni, film, ebook, programmi, documenti: tutto è sincronizzato istantaneamente, senza nemmeno premere un tasto. Così, per la musica, se vogliamo ascoltare proprio quel brano che non abbiamo copiato sull’iPhone, è la nuvola a scaricarla con iTunes Match. Se abbiamo già acquistato un’app sull’iPad, subito sarà disponibile anche sull’iPod Touch. Si può addirittura cominciare a scrivere un file di testo su un apparecchio e continuare sull’altro. E anche le foto, appena scattate si possono vedere sul pc di casa.

Il servizio iCloud parte il 12 ottobre, insieme con l’aggiornamento (gratuito) del sistema operativo. Nel catalogo Apple rimane il vecchio iPhone 3GS, e compare anche una versione da 8GB dell’iPhone 4, per coprire una fascia di prezzo più bassa rispetto al modello top. L’iPhone 4S sarà in vendita in Italia il 28 ottobre e potrebbe aprire una nuova era per i gadget elettronici, dopo quella del touchscreen: in futuro parleremo sempre più al telefonino, ma sempre meno per comunicare con altri esseri umani. Sempre che un giorno Siri sia disponibile anche nella nostra lingua.

Un mese con Lion (ma senza Mac)

Il più recente dei sistemi operativi per Apple, Os X Lion, è uscito da poco più di un mese. Abbiamo avuto il tempo di usarlo per lavoro e per svago, su diverse macchine e in diverse situazioni. Nel frattempo è arrivato anche un aggiornamento che ha risolto alcuni problemi di gioventù della prima release.

Presentato da Steve Jobs lo scorso ottobre, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, Lion è la settima incarnazione di Os X: come sempre, a Cupertino hanno scelto di battezzarlo con il nome di un grande felino (i precedenti avevano nomi come Tiger, Panther, Leopard). E che il Leone sia il più grande apre già una prospettiva interessante: che in qualche modo, questa versione di Os X sia l’ultima di una serie, e che quello che verrà dopo sarà un sistema operativo diverso.

Intanto, di differenze con il precedente Snow Leopard ce ne sono parecchie già in Lion. E non sono gli inevitabili miglioramenti o le nuove versioni delle singole applicazioni, come Safari o Mail. No, è l’idea di base che è diversa: “Abbiamo imparato molto dall’esperienza dei sistemi operativi per dispositivi mobili”, aveva detto Jobs alla presentazione. Così OS X Lion ha il Multitouch, il salvataggio automatico dei documenti e anche l’App Store per il software, che dopo 15 miliardi di download su iOS, arriva sui portatili e desktop della Mela con analoghe prospettive di guadagno (e analoghe preoccupazioni per il controllo di Apple su cosa verrà installato nei computer).

E proprio dall’App Store comincia il primo contatto con Lion: non esiste infatti un disco, come nelle versioni precedenti del sistema operativo, ma per installare Os X 10.7 bisogna scaricarlo tramite internet. Quasi 4 Gb, circa tre quarti d’ora e con una connessione Adsl di buona qualità. In compenso, il prezzo è veramente conveniente, solo 23,99 euro. Il software è disponibile da poco anche su chiavetta Usb (a 59 euro); per chi lo ha acquistato dal negozio virtuale, Apple ha realizzato un programma che consente di copiarlo sulla propria chiavetta Usb.

L’installazione è veloce e senza intoppi: è possibile formattare il disco rigido oppure sovrascrivere il sistema esistente (che dev’essere almeno la versione 10.6.8), conservando impostazioni e documenti. Apple segnala oltre 250 tra novità e miglioramenti rispetto a Snow Leopard, ma qui ci concentreremo sulle più importanti nell’uso di tutti i giorni. La prima è la più evidente, segnalata anche da un video introduttivo: lo scroll delle pagine e dei documenti funziona al contrario del solito. Apple giustamente chiama “natural scrolling” la nuova impostazione, perché muovendosi verso il basso la pagina scorre nella stessa direzione, proprio come sull’iPad. Però, dopo anni di scroll “innaturale”, ci vuole un po’ per abituarsi (e in ogni caso si possono usare il vecchio metodo, basta smanettare nelle preferenze).

Molti dei comandi sono touch, a due, tre e quattro dita: un’altra caratteristica nata sui dispositivi mobili, che Apple ha portato sui computer tradizionali. Abbiamo il sospetto che il Multitouch funzioni meglio sui portatili che sui desktop, e in generale che sia preferibile usare una trackpad (integrata o la Magic Trackpad esterna) anziché un mouse, sia pure evoluto come quello prodotto dalla stessa Apple.

Geniale la possibilità di salvare automaticamente più versioni di uno stesso documento, in modo da avere sottomano le varie revisioni; funziona un po’ come Time Machine e, unita al salvataggio automatico, consente di non perdere mai il lavoro già fatto. Non è ancora attiva in tutti i programmi, ma, ad esempio, Microsoft ha annunciato che la implementerà in Office con un futuro aggiornamento.
La cura maniacale di Apple emerge dai dettagli: nelle preferenze della tastiera ora si possono scorrere facilmente tutti i simboli disponibili, quelli matematici e quelli scientifici, e pure gli Emoji; poi finalmente è arrivata la voce in italiano per leggere i testi sullo schermo; Airdrop rende facilissimo il trasferimento di file tra due Mac collegati alla stessa rete wifi. Spotlight è ora più veloce e personalizzabile (fantastica l’anteprima dei documenti senza aprirli). E ovviamente è stato ritoccato Mail, il programma per la posta elettronica, ora molto simile nell’interfaccia alla versione per iPad, con la cartella unificata per i messaggi in entrata e le mail ordinate per conversazioni. Cambiano esteticamente anche iCal e la Rubrica indirizzi, ma qui preferivamo il look metallico di Snow Leopard alla finta pelle di Lion.
Senza grosse novità l’App Store per Mac, lanciato all’inizio dell’anno, ma è interessante l’integrazione con il Finder: se avete un file e non sapete come fare per aprirlo, un click col tasto destro e sarete indirizzati al negozio virtuale di Apple, con i programmi consigliati per risolvere il problema. Molto utile anche l’opzione con cui è possibile spegnere il computer e al riavvio ritrovare finestre, tab e documenti aperti come l’ultima volta che sono stati usati.

Ma una delle innovazioni più importanti di Lion è nell’interfaccia: programmi che funzionano a schermo intero, nascondendo la scrivania, applicazioni che al loro interno permettono di accedere ai singoli documenti. Addirittura, Launchpad richiama la disposizione a scacchiera delle app sulla schermata home del tablet Apple. Si possono così controllare con un solo colpo d’occhio tutti i programma installati (ma stranamente non è possibile eliminarli come invece accade con i dispositivi iOS).

Exposè è diventato ora Mission Control, e se ha perso un po’ dal punto di vista dell’immediatezza, ha invece guadagnato in praticità, perché è possibile scorrere tra le varie finestre di ogni applicazione e assegnare a ognuna una scrivania diversa. Una chicca: con Remote Desktop (pure riveduto e corretto) si può attivare l’opzione a tutto schermo così la scrivania del Mac che si sta controllando occuperà l’intero monitor, come se si stesse lavorando sul proprio desktop.
Safari presenta interessanti aggiunte, come la possibilità di salvare una pagina per leggerla in un secondo momento (una specie di Instapaper, insomma), però è l’unico aspetto di Lion che non ci ha convinto completamente, per una serie di rallentamenti e blocchi con i siti che usano Flash. Anche la nuova versione del plug-in di Adobe non sembra risolvere il problema (riscontrato in entrambe le macchine su cui Lion è stato testato, un MacBook Pro 13″ 2010 e un MacBook Air 13″ Thunderbolt).

Vale la pena di aggiornare? Certamente, anche se si perde del tutto la compatibilità con le applicazioni Power Pc. Ma quello è il passato, mentre Lion è un passo avanti verso il futuro del computer. Dove diventerà sempre meno importante la metafora della scrivania, dei file e delle cartelle, che per trent’anni ha regnato nel mondo dell’informatica. Si sono visti molti miglioramenti in questo periodo, ma  nessuna idea veramente rivoluzionaria, nemmeno a Cupertino. Lion, ispirandosi all’iPhone e all’iPad, porta invece una ventata di novità nei computer della Mela. Ha ancora qualche incertezza dovuta alla sua natura ibrida, ma indica chiaramente la strada tracciata da Steve Jobs per gli anni a venire: unificare Os X e iOS. Peccato solo che in questo sforzo si perda un pezzo fondamentale della storia di Apple: la parola “Mac” non compare più nel nome del nuovo sistema operativo. Fino a ieri c’era Mac Os X 10.6 Snow Leopard, oggi solo Os X 10.7 Lion.

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Biophilia, la nuova Björk tra natura e hi-tech

Il disco non basta più, il video nemmeno, il sito web neppure. Così tra i musicisti c’è chi punta sulle edizioni limitate in vinile (Radiohead), chi sui download gratuiti (Coldplay), chi sul libro fotografico abbinato all’album (Moby). Björk va oltre: il suo ultimo lavoro è un disco, un sito internet interattivo, uno show dal vivo, un documentario, un progetto didattico, una raccolta di app per iPad e iPhone.

Biophilia uscirà a fine settembre, ma ha debuttato in anteprima giovedì al Manchester International Festival con uno show al Museum Of Science and Industry. Il palco al centro, duemila persone strette intorno, lei con parrucca arancione e tacchi che nemmeno Lady Gaga, un coro femminile di venticinque elementi. Degli strumenti tradizionali si riconoscono solo una batteria e qualche tastiera, per il resto i musicisti suonano computer e iPad, che controllano anche gli strumenti inventati da Björk: lo “sharpsichord”, mostruoso congegno a metà tra carillion e arpa, un piccolo organo a canne elettronico, la “gamelesta”, incrocio tra gamelan indonesiano e celesta. Dal soffitto calano due bobine di Tesla, che generano scariche elettriche dentro una gabbia; la prima canzone si intitola ovviamente Thunderbolt, fulmine. Come ogni brano di Biophilia è associata a un elemento naturale: in Moon le fasi lunari si traducono in cicli di note, in Dna geni e cromosomi s’intrecciano e danno vita a ritmi elettronici, Virus è una storia d’amore e morte illustrata con immagini al microscopio del National Geographic. Per Hollow quattro enormi pendoli di legno oscillano lentamente: il suono della forza di gravità.

Il singolo Crystalline è già disponibile su iTunes: l’app per iPad, iPhone e iPod Touch che arriverà fra poco è un videogioco dove si raccolgono poligoni correndo in diversi tunnel; ogni volta che se ne imbocca uno la canzone cambia, quindi le variazioni possibili sono praticamente infinite. Ma si può anche ascoltare il brano così com’è, accompagnato da un’animazione che ricorda un po’ le partiture geometriche di Stockhausen, o seguire le note sul pentagramma, magari per suonarle con un altro strumento. C’è poi un saggio che illustra il tema della canzone e spiega come la sua struttura musicale sia ispirata allo sviluppo dei cristalli. Le singole app sono galassie di una costellazione più ampia, un’app gratuita che opportunamente si chiama Cosmogony (e ha pure la sua canzone, una delle più belle); per passare dall’una all’altra si naviga sullo schermo in un universo tridimensionale.

Ma tanta tecnologia non rischia di far dimenticare la musica? Björk è convinta di no: “Per chi ascolterà questo disco fra dieci anni sarà come i miei altri album, non c’è bisogno delle app per apprezzarlo”. Le fa eco il designer americano Scott Snibbe: “Volevamo spiegare come nasce questa musica, svelare il mondo che la circonda. All’idea delle app siamo arrivati un anno fa, mentre il progetto è iniziato nel 2008; all’inizio avevamo pensato a un edificio in cui a ogni brano fosse riservato un ambiente”. Con l’iPad non c’è bisogno di trasferire l’installazione da una città all’altra ed è sempre possibile aggiungere nuove canzoni e app. Non sarà altrettanto semplice immaginare un tour, visti i costi elevati dell’allestimento e la necessità di suonare in ambienti medio-piccoli. Per questo Björk ha previsto per i prossimi due anni solo soggiorni di qualche settimana in varie città, quasi come un circo.

A Manchester sono in calendario sette concerti ed è in corso anche la parte didattica del progetto, articolata in incontri e seminari con le scuole elementari per esplorare natura, musica e tecnologia. In cattedra non ci saranno insegnanti, ma scienziati, a parlare di solstizi e materia oscura. Poi i bambini saliranno sul palco per giocare con macchine sonore e iPad e inventare canzoni in piena libertà, come fece lei stessa, quando – ragazzina prodigio – smise di frequentare le lezioni di musica e formò una band punk.

Dopo milioni di dischi venduti, nomination ai Grammy e agli Oscar, un premio a Cannes come migliore attrice, quello spirito indipendente ancora vive in Björk. Ha lanciato campagne per proteggere la natura, si è inventata economista per affrontare la crisi finanziaria del suo Paese, ha organizzato concerti e manifestazioni, ma soprattutto non ha mai smesso di sperimentare e scommettere sul futuro. In concerto è ancora più evidente, ad esempio nell’energia di Declare Indipendence, da Volta, uscito tre anni fa: ancora punk, ma aggiornato all’elettronica del ventunesimo secolo. Primitivo e ipertecnologico, come i robot innamorati di All Is Full Of Love o le galassie digitali di Biophilia.

Samsung Chromebook, gioie e dolori del computer sulla nuvola

Questo che leggete è il primo articolo che arriva direttamente da una nuvola. Cominciato in un albergo, proseguito in treno, sviluppato a casa a Torino, terminato in redazione. Tutto senza mai premere il pulsante salva, senza star li a cercare una chiavetta Usb o inviarsi da una mail all’altra il lavoro appena fatto, senza caricare mai la batteria. Per questo articolo non ho usato Word e ho rinunciato al solito Mac; pure l’iPad è parcheggiato nella ventiquattrore.

Samsung ha presentato a Londra il Chromebook, un computer pensato apposta per il cloud computing e il sistema operativo Chrome di Google; i primi esemplari saranno consegnati in Italia il prossimo martedì, ma già da qualche giorno è possibile ordinarlo su Pixmania.it. Il lancio avviene in contemporanea con Regno unito, Francia, Spagna, Olanda,Germania; altri Paesi seguiranno nei prossimi mesi, mentre negli Usa l’apparecchio è nei negozi da una decina di giorni. Coerentemente con la filosofia del prodotto, i notebook Series 5 si vendono solo online: non sarà dunque possibile darci un’occhiata nelle grandi catene di elettronica o nei negozi specializzati in informatica.

Peccato, perché a vederlo e toccarlo, il piccolo portatile Samsung è un buon passo avanti rispetto al prototipo di Cr48 che avevamo provato qualche tempo fa: perde la bella rifinitura in gomma morbida, ma guadagna una tastiera ancora migliore e un’ampia trackpad (che però non è ancora perfetta nel funzionamento). Per il resto, l’apparecchio è molto simile, con uno schermo nitido e privo di riflessi, un elegante mix di plastiche opache e lucide, una sensazione generale di discreta robustezza. Perfette le dimensioni (è grande come un foglio A4 e spesso poco meno di 2 cm), forse migliorabile il peso (1,48 kg).

Per avere il Chromebook bisognerà ordinarlo alla cieca, e certamente questo avrà sulle vendite un impatto negativo: ma d’altra parte, quanti tra i pur volenterosi commessi di un megastore avrebbero avuto tempo e modo di spiegarne le caratteristiche peculiari?

“I sistemi operativi per computer sono stati progettati trent’anni fa, quando il web ancora non esisteva”, osserva infatti Sundar Pichai, vicepresidente Chrome di Google. “Hanno lunghi tempi di avvio, sono soggetti a virus e devono essere aggiornati uno per uno, il che diventa un problema per le aziende con molti pc”. Niente di tutto questo succede col Chromebook: parte da spento in 8 secondi, non teme virus, si aggiorna automaticamente all’ultima versione disponibile del sistema operativo. Che, per chi lo usa, si riduce ad un browser, Chrome, appunto, dentro cui si naviga sul web, ma si fa anche tutto il resto: ad esempio, come in questo caso, si scrive, mentre in un’altra tab gira un software per riprodurre musica. Non ci sono programmi da installare, ma solo applicazioni ed estensioni autorizzate da Google, proprio come accade con le app sullo Store di Apple. Quindi, nessun rischio di virus, nessuna possibilità di avere una versione obsoleta o incompatibile.

Alla fine, i 16 GB del disco rigido SSD  non sono pochi come sembrano, visto che tutti i file vengono conservati online, da quelli di testo alle immagini, dalla musica ai video. Con un prossimo aggiornamento disponibile a fine luglio (promessa di Google), le app dovrebbero anche essere utilizzabili offline, utilizzando le caratteristiche di Html5: sarà ad esempio possibile continuare a usare Google Docs e scrivere anche se non si è connessi a internet. Attualmente, l’assenza di connessione comporta di fatto l’impossibilità di lavorare: per questo vale la pena di spendere un po’ di più e acquistare per 449 euro la versione dotata di connessione 3G (in Italia con la rete di Tre; sarà in vendita fra un mese). Anche così, però, la connessione a internet  – specie in movimento – non è assicurata. E il Chromebook e tutta la sua avanzata tecnologia diventano inutili. Né pensate di poter vedere un film, magari inserendo una chiavetta usb in una delle due porte di cui l’apparecchio è dotato: non apre i file .avi, che sono tra i più diffusi. Lavorare, magari su un documento word, non è più semplice: i file .doc su una memoria Usb non si aprono, pur essendo Google Doc compatibile con la suite Office di Microsoft. Va meglio con le immagini: quelle .jpg si vedono tutte, sia su chiavetta usb che su scheda di memoria SD (il Series 5 ha uno slot apposta). Le porte Usb possono essere usate anche per mouse e tastiera esterni, ma non per una stampante: Chrome supporta al momento solo il cloud printing, quindi anche per stampare bisogna essere connessi a internet o avere una periferica compatibile (come quelle di Hp, ad esempio).

Abbiamo provato a connettere via Usb uno smartphone Sony Ericsson con Android, per trasferire le immagini: nessun risultato, la scheda interna viene vista, ma appare desolatamente vuota. Un disastro insomma? No, ma senza un robusto supporto offline per ora è veramente difficile che il Chromebook riesca a sostituire un computer tradizionale.

Perché comprare un Series 5 anziché un pc qualsiasi allora, visto che la differenza di prezzo con un modello base non è tanta (si parte da 399 euro per  quello con solo wi-fi)? Dinesh Chand, capo della divisione computer portatili Samsung, risponde così: “Quanto tempo passa sul web? Quante informazioni ha sul cloud? Noi abbiamo pensato a gente che lavora in collaborazione, che non ha paura delle nuove tecnologie, che vuole il miglior browser web esistente. Lo comprerà chi vuole sperimentare il futuro oggi”. Ma il futuro non era il tablet? “Il nostro target non è quello di chi usa un tablet: il Chromebook ha una struttura tradizionale, ma per il resto è un prodotto completamente nuovo”.

Troppo nuovo, verrebbe da dire, visti i difetti i giovinezza dell’apparecchio. Molti, se non tutti, potranno essere risolti con i successivi aggiornamenti. D’altra parte, i cambiamenti hanno spesso bisogno di tempo per essere assimilati dal grande pubblico; nel 1998, ad esempio, molti criticarono Apple per non aver incluso un lettore floppy disc nell’iMac, ma sono anni che nessuno ne lamenta più la mancanza, tra email e chiavette di memoria.

Con il cloud computing, però, la svolta è ancora più netta: dopo trentacinque anni sparisce la scrivania, non c’è il cestino, addirittura si mette in discussione il principio stesso della proprietà dei file, nel senso fisico almeno, dal momento che testi, foto, immagini risiedono sul web prima ancora che sul computer, dove al massimo c’è una copia. Questo, è bene ricordarlo, porta senz’altro qualche vantaggio: per i produttori di software, che in un colpo solo azzerano il problema della pirateria, per le imprese che non hanno più bisogno di personale specializzato per gestire i computer. Per gli utenti, che possono rinunciare a chiavette e dischi esterni e avere la certezza di non perdere nessun dato, nemmeno in caso di furto o danneggiamento della macchina: basta inserire login e password in un qualsiasi altro Chromebook (ma ad oggi sono annunciati solo quelli di Acer, oltre a Samsung) e subito tutti i file saranno di nuovo disponibili. Così, per com’è semplice da usare e per i limiti che ha, alla fine il computer di Google e Samsung è indicato per utenti poco smanettoni, che non si troveranno mai di fronte un virus, che non avranno problemi di spazio per registrare i file, che non perderanno i loro file per una distrazione. Perfetto per i più anziani, insomma.

Probabilmente il Chromebook Series 5 non è il pc del futuro, ma di sicuro fra qualche anno tutti i computer ne erediteranno alcune caratteristiche, come la capacità di sincronizzarsi automaticamente con altri dispositivi tramite il cloud e di salvare i documenti in background, l’accensione e lo spegnimento velocissimi, l’ottima durata della batteria, la portabilità. Samsung, ovviamente, non smetterà di produrre desktop e portatili che funzionano con Windows, ma intanto ha fatto una scelta coraggiosa, sposando la radicale innovazione che Google ha introdotto con il sistema operativo Chrome. Chi usa un computer, per lavoro o per divertimento, farà altrettanto?

CARATTERISTICHE TECNICHE
Sistema operativo: Chrome Os
Processore Intel ATOMTM N570 (1.66GHz, 667MHz, 2 x 512KB)
Main Chipset Intel NM10
Memoria RAM 2GB (DDR3)/ON BD
Display 12.1” WXGA (1280 x 800), 300nit, Non-Gloss
Processore Intel Internal Graphics
Disco fisso SSD (Solid State Drive) 16 GB
Audio HD (High Definition)
Altoparlanti 3 W Stereo (1.5 W x 2)
Webcam integrata 1.0M HD Web Camera
WiFi: LAN 802.11abg/n 2X2
Wireless HSPA / HSPA+EV-DO
VGA, Cuffia/ microfono
Porte Usb: 2 x USB 2.0
4-in-1 (SD, SDHC, SDXC, MMC)
Batteria 6 Celle (dura fino a 10 ore)
Dimensioni (L x P x A) 294.2 x 219.5 x 19.9 mm
Peso 1.48 Kg

Steve Jobs: “L’era del computer è finita, è tempo di iCloud”

La più grande amnistia della storia è a portata di mano. Anzi, di click: per 25 dollari l’anno la nuova versione di iTunes analizzerà il nostro hard disk e sostituirà tutti i brani con file di buona qualità audio, e soprattutto legali. Si chiama iTunes Match ed è forse la più importante delle novità presentate ieri da Steve Jobs, quella che ha svelato all’ultimo sul palco del Moscone Center di San Francisco in uno dei suoi consueti colpi di scena. Così, dopo lunghe trattative con le case discografiche (cui pare abbia versato 150 milioni di dollari), grazie ad Apple si avvia al tramonto l’era degli Mp3 pirata. Enzo Mazza, presidente della federazione Italiana Industria Musicale, frena un po’: «È una risposta intelligente alla pirateria; non un’amnistia, ma certo la terza rivoluzione del mercato della musica dopo Napster e iTunes Store».

Sempre connessi
iTunes Match, che arriverà in autunno, è una delle funzioni della nuova piattaforma di Cupertino basata su iCloud, il servizio di cloud computing targato Apple. La nuova frontiera del digitale ha i contorni sfumati di una nuvola dove sono immagazzinati i dati, che siano canzoni, film, ebook, programmi, documenti: tutto è sincronizzato istantaneamente, senza nemmeno premere un tasto. Così, per la musica, se vogliamo ascoltare proprio quella canzone che non abbiamo copiato sull’iPhone, è la nuvola a scaricarla per noi. Se abbiamo già acquistato un’app sull’iPad, subito sarà disponibile anche sull’iPod Touch. Si può addirittura cominciare a scrivere un file di testo su un apparecchio e continuare sull’altro. E anche le foto, appena scattate si possono vedere sul pc. Con iCloud finisce ufficialmente il servizio MobileMe, che fino ad oggi ha offerto la possibilità di sincronizzare calendari, contatti, mail, segnalibri tra più computer o tra computer e dispositivi iOS. Per gli abbonati (a 99 dollari l’anno), MobileMe funzionerà ancora fino alla fine di giugno dell’anno prossimo. Lapidario il commento di Jobs: «Abbiamo imparato dai nostri errori».

Se dieci anni fa il centro dell’intrattenimento domestico era il computer, nella nuova visione di Apple oggi è la nuvola: vi si connettono tutti i dispositivi Apple, che trasmettono una quantità enorme di dati ai tre centri di elaborazione americani. Quello nel North Carolina è costato 500 milioni di dollari, ma per chi usa un gadget della Mela i servizi base sono gratuiti e comprendono anche 5 GB di spazio per i dati (ci si può chiedere, semmai, quanto costeranno in termini di privacy). E proprio ieri in rete circolava un vecchio filmato in cui Jobs racconta le meraviglie del cloud (che ancora non si chiamava così): risale al 1997, quando era appena tornato ad Apple dopo la parentesi di Next.

Un leone nel computer
Per sfruttare al meglio le funzioni di iCloud, computer e dispositivi mobili dovranno essere aggiornati ai nuovi sistemi operativi, presentati ieri in anteprima: Lion per i computer e iOS 5 per iPhone, iPod Touch e iPad. L’edizione 2011 della Worldwide Developers’ Conference è dedicata al software, un argomento non forse particolarmente interessante per il grande pubblico, in assenza di nuovi gadget. Ma, come spiega Jobs, «l’hardware è il corpo, il software l’anima dei nostri prodotti».  E l’anima cambierà parecchio: Lion, la nuova versione di Os X, perde il nome storico Mac ma in compenso guadagna oltre 250 nuove funzioni, molte delle quali prese a prestito proprio dall’iPhone, come il controllo tramite touchpad, il salvataggio automatico dei documenti, la possibilità di visualizzare le applicazioni a tutto schermo. Sarà disponibile a luglio, ovviamente via cloud: niente disco, ma un semplice (e lungo, si teme) download da Internet.

L’iPhone sposa Twitter
Per i gadget mobili, la prima novità è quella più attesa: nell’era degli apparecchi post-pc, come li definisce Jobs, era davvero ridicolo che per funzionare dovessero essere collegati a un computer. Per i 200 milioni di possessori di iPhone, iPod Touch e iPad dal prossimo autunno non sarà più così: il post-pc taglia il cordone ombelicale con il pc e si connette alla nuvola senza fili, anche per la prima attivazione e per gli aggiornamenti del sistema operativo.
Tra le molte migliorie di iOS5 c’è poi una navigazione web più semplice grazie alle tab, la possibilità di scaricare le pagine per leggerle offline, una chat integrata, e soprattutto una profonda integrazione con Twitter. In più, forte dei 130 milioni di libri scaricati dal suo iBookstore, Apple ha pensato bene di sviluppare un’app analoga per i giornali, che ovviamente si chiama Newsstand (Edicola).

A differenza degli altri anni, stavolta a San Francisco non c’è il nuovo iPhone: l’appuntamento, però, è solo rinviato, forse a settembre. E si spera di nuovo con Steve Jobs, che ieri è apparso magro e molto provato, parlando per nemmeno trenta minuti in un Keynote di due ore. “Ti amo”, gli ha urlato qualcuno dal pubblico. E lui: “Bene,anche questo aiuta. Lo apprezzo molto”.