Archivio

Archivio per la categoria ‘Tech’

Una spia nell’iPhone

Per chi nasconde qualche segreto al partner o al capufficio, da ieri Pete Warden e Alasdair Allan sono pericolosi nemici. I due ricercatori hanno infatti scoperto che l’iPhone e l’iPad 3G di Apple tengono traccia dei movimenti di chi li usa e realizzato un programma per visualizzare su una mappa i dati registrati: il risultato è inquietante anche se la precisione non è eccelsa.

Agli spioni elettronici non sfugge nulla, eppure forse così non è stato per gli acquirenti di iPhone (oltre 108 milioni) e di iPad (19 milioni). Se avessero scorso fino alla fine le 16 mila parole della licenza d’uso, prima di cliccare su “accetto” , avrebbero letto: “Apple e i nostri partner e licenziatari possono raccogliere, utilizzare e condividere dati precisi sul luogo, inclusa la posizione geografica in tempo reale del Suo computer o dispositivo Apple”. A ogni buon conto, il senatore repubblicano Al Franken ha scritto a Steve Jobs chiedendo di far luce sulla questione; delle nove domande che pone, la prima è la più importante: perché Apple raccoglie queste informazioni? Il motivo non è chiaro, tanto più che i dati raccolti non verrebbero inviati a Cupertino, ma copiati sul computer ad ogni backup del dispositivo. E inoltre, le app per iPhone e iPad che fanno uso della geolocalizzazione richiedono sempre un permesso esplicito, mentre il file incriminato viene aggiornato costantemente, senza che l’utente ne sia informato.

Normalmente i dati relativi alla presenza di un telefonino in una certa zona sono raccolti dagli operatori, che su richiesta possono fornirli agli inquirenti per le indagini (è così, ad esempio, che la Procura di Milano conosce gli spostamenti dei protagonisti del Rubygate). Di recente, il parlamentare verde tedesco Malte Spitz ha chiesto alla Deutsche Telekom di pubblicare il file che lo riguarda: in sei mesi, le coordinate del suo cellulare erano state registrate 35 mila volte.  E oggi, tra chi pretende chiarimenti ad Apple c’è naturalmente il Ministero tedesco per la tutela dei consumatori, ma anche l’Adoc italiana, che invoca l’intervento del Garante per la privacy.

Un anno fa Steve Jobs aveva spiegato come Apple tenesse alla riservatezza dei propri clienti più di tante altre aziende tecnologiche, riferendosi evidentemente a Facebook, Google, Foursquare, che raccolgono dati personali, a volte in maniera non del tutto trasparente. Così qualcuno ipotizza un bug: in iOS4, il sistema operativo lanciato a giugno 2010, il file incriminato non si cancellerebbe da solo, ma continuerebbe a registrare i dati. Con un aggiornamento software il problema sarebbe risolto, ma nel frattempo è consigliabile attivare l’opzione per criptare il backup sul computer, in modo che le informazioni non siano accessibili. E chi non ha niente da nascondere, con iPhone Tracker può farsi una bella mappa dei suoi viaggi da mostrare agli amici su Facebook, che tanto avranno già visto foto, video, commenti: altro che privacy.

 

A sorpresa, Steve Jobs presenta l’iPad 2

«Abbiamo lavorato tanto su questo prodotto e non volevo perdermi il suo lancio». Steve Jobs è sul palco dello Yerba Buena Center di San Francisco per presentare la sua ultima creatura, l’iPad 2. Alla vigilia del lancio, sul web si era diffusa la voce che il presidente di Apple avrebbe approfittato dell’occasione per apparire in pubblico, interrompendo un periodo di malattia che dura dal 17 gennaio, e che lo ha costretto a passare il timone dell’azienda al direttore operativo Tim Cook. E lo ha fatto davvero. Magro, ma non più del solito, un’inedita cintura a sostenere i soliti Levi’s 501, annuncia numeri da successo mondiale: il 2010 è stato l’anno dell’iPad, racconta, con 15 milioni di esemplari in nove mesi, «più di tutti gli altri tablet messi insieme». Per Cupertino questa cifra si traduce in 9,5 miliardi di dollari di fatturato, oltre il 17 per cento del totale.

Per le videochiamate
«Ma non ci siamo riposati sugli allori», dice Jobs, e la sua voce un po’ stanca echeggia nella sala della Bbc di Londra, dove sono riuniti i giornalisti europei. Il nuovo tablet Apple è più sottile e più potente, disponibile in bianco e nero («da subito», commenta, ironizzando sulla débâcle dell’iPhone bianco, mai arrivato sul mercato) e ha finalmente una fotocamera per le videochiamate e una per riprendere video e foto. Mancano ancora la porta Usb e la compatibilità con Flash.
A un primo contatto ricorda un grande iPod touch, e fa sembrare già obsoleto il modello precedente, grazie anche ad un accessorio come la smart cover, che lo protegge ma non ne svilisce il design. L’iPad 2 sarà in vendita allo stesso prezzo della prima versione dall’11 marzo negli Usa e dal 25 in Italia. Giusto in tempo per fronteggiare l’invasione della concorrenza: se finora il tablet Apple è stato praticamente senza rivali, entro la fine dell’anno dovrebbero infatti essere un centinaio i modelli in commercio, perlopiù basati sul sistema operativo Android 3 di Google. Jobs, come sempre, è molto diretto: li chiama «copioni».
A Cupertino hanno scelto la strada dell’evoluzione e non della rivoluzione, certi che il vantaggio acquisito basterà a garantire la supremazia dell’iPad ancora per molto tempo. Jobs sottolinea come la diffusione del tablet abbia trasformato per sempre il mercato dell’informatica, introducendo l’idea di un computer davvero personale, semplice da usare, perfetto per il lavoro e i giochi, ma anche per libri, film e tv.
Il post computer
Il computer dopo il computer, il «post pc»: un mercato che nel 2011 dovrebbe arrivare a 45 milioni di pezzi. «Non ha senso parlare di velocità e specifiche tecniche – prosegue – come se questi apparecchi fossero pc». Invece hardware e software sono progettati insieme (e qui Apple offre sul suo Store 65 mila app apposta per l’iPad), sempre tenendo in mente l’esperienza d’uso: così Garage Band, ad esempio, permette di riprodurre infiniti strumenti musicali e suonarli con un dito. E l’accelerometro smette di essere un componente elettronico per trasformarsi in una piccola magia: le note del pianoforte suonano più meno forti a seconda del tocco.
In un’ora la rivincita di Jobs è completa. Sugli altri tablet, «che i produttori dovranno riprogettare dopo il nostro iPad 2», sui tabloid scandalistici, per i quali gli rimanevano solo poche settimane di vita. E sulla malattia, che per alcuni minuti sembra apparire meno grave. La presentazione della nuova tavoletta si conclude proprio come il lancio della prima versione, il 27 gennaio dello scorso anno: «La tecnologia da sola non ci fa battere il cuore. Per farlo, deve essere unita alle arti liberali e all’umanesimo». Dopo i ringraziamenti a tutto il team dell’iPad, il sipario cala con la musica dei Beatles.

Categorie:Tech Tag: , ,

Caffè e pasticcini con Carol Bartz, ad di Yahoo!

19 febbraio 2011 Nessun commento

Carol Bartz ha incontrato giovedì a San Francisco il presidente Obama per discutere di tecnologia e innovazione. Oltre all’amministratore di Yahoo! c’era il meglio della Silicon Valley. «Ma io – spiega Bartz – non mi definirei politicamente impegnata. Ho una coscienza politica, però non ho mai partecipato attivamente e non lo farò, anche se alla mia università le proteste contro la guerra in Vietnam erano frequenti». Originaria del Minnesota, è dal 2009 a capo del terzo sito più visitato nel mondo; nel mondo dell’high tech è famosa per la dieta dimagrante cui ha sottoposto Yahoo!, per le osservazioni taglienti, per i completi vistosi che indossa. Ma quando la incontriamo è vestita completamente di nero e sembra di ottimo umore, a giudicare dalle risate che punteggiano le sue risposte.

Yahoo! è un nome storico: come ha fatto a resistere a 15 anni di cambiamenti che hanno visto nascere e morire molte aziende?
«Cambiando. Oggi siamo una grande compagnia di media digitali. Vogliamo portare informazioni di ogni tipo su tutti gli apparecchi connessi a internet».

E infatti al Mobile World Congress di Barcellona avete annunciato Livestand, una edicola digitale per iPad. Come funziona?
«È un concetto molto semplice, offriamo ai lettori un magazine completamente a misura dei loro interessi. Anche per gli editori c’è un vantaggio: la nostra piattaforma permette di pubblicare contenuti su iPad, iPhone, Android, Windows Phone, ma anche su web, con un unico contratto e un unico software. La maggior parte degli editori si occupano di contenuti, non di programmazione, noi gli diamo il resto, una piattaforma che esplora le abitudini dell’utente e decide ogni volta il contenuto da pubblicare. E per gli inserzionisti abbiamo la pubblicità interattiva più originale mai vista».

Ma si paga?
«Dipende dal fornitore di contenuti. Noi offriamo una guida nel mare di internet, scegliamo il meglio a seconda del momento, del luogo, della situazione in cui si trova il lettore, e questo è un servizio che ha un valore che è giusto riconoscere. Livestand cambia ogni volta che lo si consulta, non è come il Daily».

Cosa pensa del quotidiano di Murdoch per iPad?
«Trovo ironico che il primo esempio di abbonamento digitale sulla tavoletta Apple sia per il Daily, dovrebbe essere per qualcosa che si rinnova continuamente, non una sola volta al giorno».

E qual è la strategia di Yahoo! per le news?
«Circa il 10% del contenuto che forniamo è originale e prodotto da noi, ma abbiamo anche licenze da agenzie stampa in tutto il mondo. Poi ci sono i blogger professionisti, pagati per il loro lavoro, quindi una rete di 400 mila collaboratori, che è stata molto utile ad esempio per raccogliere notizie sull’uragano Katrina».

Yahoo! è anche un editore?
«Certamente. Oggi la ricerca conta per circa la metà del fatturato (ed è affidata a Bing, il motore di Microsoft, ndi), il resto arriva da contenuti e pubblicità».

Come funziona la personalizzazione?
«Le faccio un esempio: la homepage di Yahoo! offre 45 mila differenti combinazioni possibili ogni cinque minuti, basate su quello che l’utente ha appena visto. Non sappiamo chi è, non siamo interessati a lui come persona, abbiamo solo un profilo delle sue abitudini».
Così non c’è il rischio di chiudersi alla novità, alle scoperte casuali?
«Succede lo stesso se lei legge esclusivamente un quotidiano repubblicano o uno democratico. Per questo abbiamo veri giornalisti, che portano punti di vista originali. A differenza dei giornali, dove solo un quarto delle notizie che trova sono interessanti, qui tutte sono scelte apposta per lei. Non le faremo perdere tempo e non sprecheremo i pixel del suo cellulare con storie che non le interessano».

Cosa vede nel futuro di Yahoo?
«Prodotti interattivi, una nuova mail, più video, maggiore integrazione con i social network».

Ma Facebook è un amico o un nemico?
«Entrambi. Ci sono tre grandi siti, Yahoo, Google e Facebook, e ognuno attrae pubblico per ragioni differenti. Facebook ha fatto un ottimo lavoro per i social media, Google è il leader della ricerca, noi siamo lì per le news e il resto. Serviamo a scopi totalmente diversi, ci sono solo esigue zone di confine in cui ci sovrapponiamo parzialmente, e lì sono le opportunità di crescita. Ma tutti contribuiamo a rendere il web più ricco: senza contenuti, la tecnologia non serve a niente».

Yahoo! ha un piano per internet mobile?
«Su questo tavolo abbiamo computer, iPad, iPhone, Blackberry. Abbiamo già accordi con il 90 per cento degli operatori in tutto il mondo abbiamo prodotti per Android, iOS e Windows Phone: siamo neutrali, a noi interessa solo portare un contenuto su tutte le piattaforme, nel formato giusto. Oggi gli utenti non usano più un solo apparecchio e non c’è niente di più frustrante di vedere sull’iPad qualcosa che è stato concepito per l’iPhone: il testo è piccolo, le immagini poco definite. La mobilità è importante, e noi giocheremo le nostre carte, ma non penso che in futuro avremo solo telefonini e smartphone: un giorno la tecnologia si indosserà o addirittura si impianterà sottopelle».

E la tv?
«Yahoo! connected tv esiste da due anni, abbiamo un centinaio di produttori che includono il nostro software nei loro apparecchi».

Quali contenuti offrite?
Produciamo anche qui delle news, soprattutto di sport, ma puntiamo anche su altri servizi, come lo shopping online e i social network. Il punto forte è l’offerta di spettacoli televisivi e film: arriviamo a cinquantamila».


Ha 62 anni ed è una delle poche donne in mezzo a tanti maschi nell’high tech. Come si sente a competere con gli uomini?
«Molto più intelligente».

Questa se l’era preparata.
«Vede, essere una donna è insieme un’opportunità e un peso. E’ un’opportunità perché la gente è curiosa e ti concede spazio, ma poi sono tutti pronti a darti addosso quando sbagli, e questo è certamente un peso».

E lei non è una che tiene per sé quello che pensa. Perché ha mandato a quel paese un giornalista di Tech Crunch?
«Ma ha sentito come mi criticava? Le sembrava corretto?»

Io non la criticherò. Ma rimane il fatto che nel mondo della tecnologia una donna è un’eccezione…
«Ero un’eccezione quando studiavo matematica, poi quando ho cominciato con l’informatica. Non ci ho mai fatto caso, e anche oggi è così».

Categorie:Tech Tag: , , ,

Un tè a Milano con Jeff Bezos, boss di Amazon

A47 anni appena compiuti, Jeff Bezos ha un patrimonio di 12,6 miliardi di dollari. Il giro d’affari della sua azienda nel 2010 è stato di 34,2 miliardi di dollari. Ma Amazon, di cui è presidente e amministratore delegato, è una rivoluzione che va oltre i risultati finanziari: è il più grande negozio al mondo che vende attraverso Internet. È il sinonimo di e-commerce: partito negli Usa, che già aveva una lunga tradizione di vendite per corrispondenza, e il modello è stato esportato ovunque, dal Regno unito alla Cina.
In Italia la creatura di Bezos è arrivata il 23 novembre 2010 e finora Amazon.it è stato visitato da oltre quattro milioni di persone. Sono stati acquistati libri (il più venduto è Umberto Eco), ma pure depilatori femminili, dvd, compact disc, orologi, giocattoli, gadget.
Bezos, in cosa oggi il commercio elettronico è diverso dal 1996, anno in cui ha fondato Amazon a Seattle?
«Abbiamo preso il nome dal Rio delle Amazzoni, il fiume più grande del Pianeta: fin dall’ inizio la nostra idea era offrire la più vasta selezione di prodotti. Il cambiamento sta nel fatto che oggi possiamo consegnare gli acquisti in maniera veloce spendendo meno e che è possibile comprare di tutto anche dal telefonino».
Sono in molti a farlo?
«Abbiamo applicazioni di Amazon per iPhone, iPad, Android e per le altre piattaforme. Il mercato sui dispositivi mobili è un’opportunità enorme che ci sforziamo di offrire con la stessa esperienza del computer di casa: ad esempio, basta inquadrare il codice a barre di un oggetto per sapere quanto costa su Amazon».
Ma sul sito Web italiano non si possono acquistare canzoni in Mp3. Sarà possibile prima o poi?
«Certo, il nostro negozio di musica ha successo ovunque, accadrà pure in Italia. Lo stesso varrà per i film».
Così non c’è differenza tra i vari mercati?
«Come tutti, gli italiani vogliono prezzi bassi, spedizioni veloci e offerta più ampia possibile. Credo che col tempo tenderà a scomparire anche la differenza di prezzo tra i vari Paesi: la strategia per cui alcuni mercati sono più importanti di altri e hanno prezzi più bassi non è più praticabile».
In un suo discorso all’ Università di Princeton, lei ha detto che bisogna essere orgogliosi delle proprie decisioni più che dei propri doni. Quali sono le scelte di cui va più fiero?
«Una in particolare: non fermarci alla gratificazione immediata, come fanno troppe altre compagnie. Siamo pionieri, inventiamo, i nostri progetti sono a lungo termine. Il Kindle, ad esempio, è stato lanciato nel 2007, ma prima ci abbiamo lavorato per altri tre anni».
E oggi il vostro lettore di eBook è uno degli oggetti più venduti da Amazon, ma gli italiani devono comprarlo dal sito americano.
«Arriverà. Intanto, abbiamo già migliaia di libri e giornali in italiano e ne stiamo aggiungendo molti altri. Nella mia idea, Kindle offrirà ogni libro che sia stato stampato, in commercio o fuori catalogo, in tutte le lingue, in ogni momento. Sarà tutto accessibile con un semplice tocco dello schermo».
Un po’ la stessa prospettiva di Google…
«Ci sono molti concorrenti, ma il mercato è enorme e c’è spazio per molti vincitori. Anche con filosofie diverse».
E l’iPad?
«L’iPad è un tablet computer, il Kindle è un apparecchio pensato apposta per leggere, ha un display a inchiostro elettronico, la batteria dura un mese, si legge in pieno sole, è leggerissimo e si può tenere in mano per ore. Quello che importa per noi è il testo, l’apparecchio deve scomparire. L’ iPad è un prodotto completamente diverso, e per quanto ne sappiamo il pubblico li compra entrambi: l’uno non esclude l’altro».
Verrà il giorno in cui sarà possibile prestare a un amico un eBook come si fa con un libro normale?
«È già possibile, ma la decisione spetta all’editore».
Il crollo delle case discografiche per la pirateria su Internet e i prezzi troppo alti dei cd non hanno insegnato nulla agli editori?
«Le canzoni che vendiamo sui siti di Amazon sono in grandissima parte senza protezioni digitali e compatibili con tutti gli apparecchi, ma per video e film molti studios hanno deciso di non adottare la stessa politica. Vedremo chi ha ragione».

Categorie:Tech Tag: , ,

Il nuovo disco dei Gorillaz nasce sull’iPad

27 dicembre 2010 Nessun commento
Il quarto disco dei Gorillaz è uscito il giorno di Natale, ma nei negozi arriverà l’anno prossimo; per ora si può ascoltare in streaming sul sito della band o scaricare (bisogna essere iscritti al Fan club ufficiale). Elettronico e introspettivo, The Fall è una sorta di diario di viaggio nato in due mesi di tour, ma soprattutto è il primo album registrato, composto e suonato su iPad. Come nell’Ottocento i viaggiatori del Grand Tour non si separavano dai loro quaderni di appunti, così oggi Damon Albarn non si muove senza la tavoletta Apple, che usa per registrare suoni, prendere note, inventare schemi ritmici. E per sopportare meglio lo stress dei concerti: «Ho sempre passato le sere in albergo a guardare le pareti chiedendomi dove fossi – racconta – adesso ho scoperto che continuare a lavorare alle canzoni mi fa sentire meglio».
I brani di The Fall sono ispirati ai vari Stati americani attraversati dal tour, dall’iniziale Phoner to Arizona (di cui esiste anche un bel video diretto da Jamie Hewlett, l’altra metà dei Gorillaz), fino a Seattle Yodel, passando per Detroit, The Snake in Dallas, California & the Slipping of the Sun. La produzione è più essenziale, meno stratificata rispetto all’ultimo Plastic Beach, uscito questa primavera. Anche gli ospiti sono più rari: solo Bobby Womack in Bobby in Phoenix e Paul Simonon e Mick Jones, che furono rispettivamente basso e chitarra nei Clash e con Albarn hanno già collaborato più volte.
The Fall è un disco vero, che rivela per i Gorillaz una nuova direzione, meno dance e più malinconica. I quindici brani che lo compongono, però, saranno forse ricordati come un passo avanti nella tecnologia più che nella storia del pop, a differenza di Clint Eastwood, Feel Good Inc. o Stylo. Questo perché oggi perfino gli apparecchi più avanzati e i computer musicali più evoluti adottano ancora interfacce basate su una tastiera, mentre con l’iPad basta un dito, non è necessario saper leggere le note o suonare come il pianista Lang Lang, che ha usato spesso il tablet Apple in concerto. Esistono infatti programmi che consentono di creare musica disegnando linee o figure geometriche, altri che convertono la voce in uno strumento, altri ancora che consentono di modificare i suoni come con un sintetizzatore: nel libretto, Albarn ne elenca una ventina. È anche possibile registrare tutto, con una qualità di poco inferiore a uno studio professionale. Ma il talento, la voglia di sperimentare, il gusto per il pop raffinato e intelligente di The Fall non si trovano in nessuna tavoletta.
Categorie:Musica, Tech Tag: , ,
fake ray ban wayfarer ray ban sunglasses
buy handbags online
replica handbags