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	<description>Musica, tecnologia e altre aberrazioni</description>
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		<title>Sanremo, ha vinto Twitter</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 10:32:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dei diciassette milioni di italiani che hanno seguito la serata finale del festival di Sanremo, molti non avevano davanti uno schermo solo, ma due. Quello del televisore, dove la Rai trasmetteva immagini in alta definizione e audio surround, e quello di un computer, o meglio ancora uno smartphone o un tablet per commentare tutto dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2012/02/sanremo2012.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-970" title="sanremo2012" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2012/02/sanremo2012.jpg" alt="" width="480" height="359" /></a></p>
<p>Dei diciassette milioni di italiani che hanno seguito la serata finale del festival di Sanremo, molti non avevano davanti uno schermo solo, ma due. Quello del televisore, dove la Rai trasmetteva immagini in alta definizione e audio surround, e quello di un computer, o meglio ancora uno smartphone o un tablet per commentare tutto dal divano.</p>
<p>Già da qualche tempo i gruppi di ascolto collettivi sono una realtà comune fra chi frequenta Facebook o il più recente Google +, ma quest’anno è stato il boom di Twitter. Più conciso, più aperto, più feroce: in 140 caratteri bisogna concentrare tutta la cattiveria possibile, per scrivere un tweet memorabile. Mentre i giornalisti dalla sala stampa del Festival (e anche quelli del nostro giornale) si producevano in indiscrezioni e retroscena, un popolo di appassionati discuteva di quanto stava accadendo nel teatro Ariston: critiche a non finire per Celentano, liti furiose per Siani, gossip con foto per Guazzone. Solo lodi per Geppi Cucciari, la presenza più apprezzata, anche se forse meno discussa della farfallina di Belen. E la vittoria di Emma annunciata su Twitter prima che in tv, grazie a una talpa ancora non identificata.</p>
<p>A cinguettare sul web si sono ritrovati in tanti, vip e gente qualunque: Walter Veltroni, ma pure Claudio Coccoluto, deejay di razza e puntuto fustigatore di note sbagliate e abbigliamenti bizzarri; Fiorella Mannoia ha lanciato perplessa qualche tweet, sbilanciandosi solo per Noemi. E ancora FrankieHiNrg, Lorella Cuccarini, il Trio Medusa, il direttore di Mtv Italia Luca De Gennaro, che è un twittatore compulsivo e arguto. E c’erano i concorrenti, da Arisa a Renga, a volte reali, altre impersonati da qualche volenteroso aiutante.</p>
<p>C’erano pure il papa Benedetto XVI e Iddio, che ha avuto da ridire sulla canzone di Finardi in cui veniva chiamato in causa («Troppo per Sanremo»). Account falsi, ovviamente, ma che insieme con tanti altri hanno trasformato queste cinque serate di musica e varie amenità nel debutto ufficiale di Twitter presso il grande pubblico italiano. E più d’uno ha raccontato di seguire Sanremo solo per poterne (s)parlare sul social network, in un’acrobazia di snobismo per ammettere quello che anni fa avrebbe smentito: che il Festival lo vedono proprio tutti.</p>
<p>Moltissimi i retweet: se qualcuno azzecca una battuta più fulminante, chi la legge può rimandarla ai suoi amici, che a loro volta possono fare lo stesso. Si è molto scritto, ad esempio, sulla Loredana nazionale («Per recuperare il silicone delle labbra della Bertè ci vuole la ditta olandese che svuota il serbatoio della Concordia» è uno dei pochi messaggi pubblicabili). Così sono nate nuove amicizie virtuali, si sono intrecciati legami che nel mondo reale non esistono più, se non nei ricordi di mamme e nonne che raccontano di quando passavano le serate davanti alla tv con parenti e vicini a commentare le canzoni a voce e non con l’iPhone.</p>
<p>A mostrarsi poco social è stata la Rai: Alessandro Casillo ha vinto il premio apposito, lanciato su Facebook, ma su Twitter Sanremo esisteva solo negli hashtag (parole chiave) degli iscritti, non c’era un account ufficiale,  sul network di Mark Zuckerberg non è che si sia vista tutta quest’attività da parte della radiotelevisione italiana, mentre già da un po’ emittenti come Sky ed Mtv curano attentamente la loro presenza su Facebook e Twitter, offrendo aggiornamenti flash e chiedendo agli spettatori di interagire. La Rai, invece, ha perfino dimenticato di inserire nel proprio sito web i due interventi di Celentano, chissà se per un tardivo ripensamento o per questioni contrattuali (ma su YouTube si trovano entrambi, alla faccia di tutti i copyright).</p>
<p>Intanto una cosa è certa: il vero vincitore di Sanremo 2012 non canta e non urla. Cinguetta.</p>
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		<title>Lana Del Rey, tra marketing e retromania</title>
		<link>http://ruffilli.net/2012/01/23/lana-del-rey-il-marketing-e-la-retromania/</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 11:05:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nei quattro minuti e cinquanta secondi della clip di Video Games c’è un solo brevissimo fotogramma in cui Lana Del Rey abbozza un sorriso. Per il resto, immagini un po’ fané anni Sessanta e Settanta, spezzoni sgranati di presente, e l’onnipresente broncio con cui Lizzy Grant è oggi famosa come cantante, dopo essere stata per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/E_jWcIDqXq0" frameborder="0" width="560" height="315"></iframe></p>
<p>Nei quattro minuti e cinquanta secondi della clip di <em>Video Games</em> c’è un solo brevissimo fotogramma in cui Lana Del Rey abbozza un sorriso. Per il resto, immagini un po’ fané anni Sessanta e Settanta, spezzoni sgranati di presente, e l’onnipresente broncio con cui Lizzy Grant è oggi famosa come cantante, dopo essere stata per anni semplicemente la figlia di un ricco imprenditore americano.</p>
<p>È sulla copertina di magazine e riviste,  in blog e siti web. In tv, al Saturday Night Live, ci è arrivata presentata da Daniel Radcliffe, e nemmeno la magia di Harry Potter l’ha salvata dal mare di critiche seguite alla sua esibizione. Due brani appena, anticipazioni del disco in uscita a fine mese, cantati con qualche stecca; ma non era ubriaca, ha spiegato ai detrattori (tra cui l’attrice Juliette Lewis), solo “terribilmente nervosa”. Poi, non è che la sua voce fosse propriamente la parte più interessante dello show, dove si è presentata fasciata da un lungo abito color avorio, un po’ Lauren Bacall, un po’ Jessica Rabbit.</p>
<p><em>Born to Die</em> è il secondo album di Lana Del Rey, ma il primo, omonimo, è stato ritirato dal commercio (“Voglio che il mio pubblico si concentri su quello che sono ora”, dice lei): pubblicato due anni fa per un’etichetta indipendente, è passato ampiamente inosservato. Allora Lana aveva i capelli biondo platino e il broncio era appena abbozzato, così c’è chi sospetta qualche aiuto chirurgico nel frattempo. Di sicuro c’è il passaggio a una major, che ha investito parecchio in pubblicità, le ha trovato un nuovo parrucchiere e le ha disegnato addosso l’immagine di diva che conquista il mondo con un battito di ciglia.</p>
<p>Nei testi e nelle interviste, Lana non manca mai di fare riferimento a un passato oscuro, a una giovinezza sregolata, passata per le strade di New York, dove arrivò diciottenne da una cittadina di provincia. Il primo Ep con tre brani esce nell’ottobre 2008, s’intitola <em>Kill Kill</em> e già nel ritornello svela l’anima oscura della giovane cantante: “Amo un uomo che sta morendo /e il nostro amore vola nella sabbia”. Oggi, a venticinque anni, miss Del Rey non beve, dice di essere una brava ragazza e veste come un personaggio della serie televisiva <em>Mad Man</em>: un perfetto esempio del pop che guarda indietro, di quella <em>retromania</em> che il critico Simon Reynolds descrive come il tratto più evidente dell’industria culturale negli ultimi anni.</p>
<p>Eppure la sua attualità non è in quello che ricicla, come accade ad esempio con Amy Winehouse o Adele, dove il riferimento alla musica nera è evidente: Lana Del Rey ruba qualcosa a ogni nicchia, per diventare un prodotto universale. Prende dal rock e dalla musica indie (il produttore, David Kahne, ha lavorato con Paul McCartney, gli Strokes, Stevie Nicks), dichiara di essere una Nancy Sinatra in versione gangster, copia gli archi alle colonne sonore dei film di 007. E per il nuovo album si parla di remix ad opera di Damon Albarn (Gorillaz) e di nomi emergenti della scena elettronica, come Woodkid, Clams Casino e Balam Achab. Quello di Lana Del Rey è un successo annunciato, e lei mostra di esserne consapevole, quando su Twitter riassume la sua vita così: “Ho tutto quello che desidero. Denaro, notorietà, scarpe. Penso anche di aver trovato Dio – nei flash delle vostre macchine fotografiche”.</p>
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		<title>Music Market, Google sfida Apple e Amazon</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 09:32:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Altro che sette note e una melodia: oggi la musica deve essere social, sincronizzarsi col «cloud», arricchirsi di foto e testi. È questo il valore aggiunto rispetto a un file Mp3 scaricato illegalmente dal Web, è questa la scommessa di Google Music, che da ieri è uscito dalla fase sperimentale ed è diventato un servizio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/11/google-music-store-arriva-ufficialmente-googl-L-tLmmfa.jpeg"><img class="aligncenter size-full wp-image-952" title="google-music-store-arriva-ufficialmente-googl-L-tLmmfa" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/11/google-music-store-arriva-ufficialmente-googl-L-tLmmfa.jpeg" alt="" width="630" height="352" /></a></p>
<p>Altro che sette note e una melodia: oggi la musica deve essere social, sincronizzarsi col «cloud», arricchirsi di foto e testi. È questo il valore aggiunto rispetto a un file Mp3 scaricato illegalmente dal Web, è questa la scommessa di Google Music, che da ieri è uscito dalla fase sperimentale ed è diventato un servizio aperto a tutti. Tutti gli americani, in realtà, visto che è disponibile solo in Usa e non è possibile ipotizzare se e quando verrà esteso ad altri Paesi.</p>
<p>Il meccanismo è simile a quello degli altri store online: ci si iscrive (serve un account Google), poi si accede e acquistano le canzoni, che vengono scaricate sul computer o sullo smartphone. Ma &#8211; ed è questa la novità &#8211; vengono anche messe a disposizione sul «cloud», così che singoli brani, album, playlist siano sempre a portata di mano su tutti i tablet e telefonini Android collegati a quell’account, senza doverli scaricare di nuovo.<br />
Sul cloud si possono anche trasferire i brani del computer di casa, da ascoltare poi «in streaming» da smartphone o tavoletta; c’è spazio per 20 mila canzoni, ma ci vorranno settimane per copiarle tutte. Il Music Market di Google comprende 13 milioni di brani, tra major ed etichette indipendenti: manca ancora la Warner, che in catalogo ha R.E.M, Madonna, Red Hot Chili Peppers, Green Day e molti altri. Prezzi allineati allo standard: 99 centesimi di dollaro per un brano, 9,99 per un album, un brano gratis al giorno, parecchie esclusive (Rolling Stones dal vivo, Tïesto, Shakira). Inevitabile l’integrazione col social network Google+, lanciato qualche mese fa: i brani si potranno far ascoltare agli amici.</p>
<p>La pirateria digitale ha portato una profonda crisi nel mercato discografico, che solo negli ultimi anni ha cominciato a vedere una via d’uscita. La salvezza arriva dal Web, dove sono oltre 400 le piattaforme che vendono musica online, per un giro d’affari che nel 2010 ha toccato i 4,6 miliardi di dollari. A scommetterci per primo fu Steve Jobs, che lanciò iTunes Music Store nell&#8217;aprile del 2003: a oggi ha venduto oltre 15 miliardi di brani. Da produttore di computer un po’ snob, Apple si è trasformata nel primo negozio musicale del mondo, costruendo un ecosistema dove convivono perfettamente servizi, software e hardware.</p>
<p>Amazon, passo dopo passo, ha fatto lo stesso e ora offre un tablet (il Kindle Fire) da cui si accede direttamente allo store online, per acquistare con un tocco canzoni, film, libri. Entrambi i negozi puntano sul cloud, ma Apple ha avuto un’idea geniale: iTunes Match copia sulla nuvola solo le canzoni che non si trovano nello Store (oltre 18 milioni); il software analizza tutti i brani presenti nell’hard disk e per 25 dollari l’anno permetterà di ascoltarli e scaricarli su computer, iPod, iPhone, iPad. Un’amnistia totale e definitiva per chi ha scaricato brani illegali, con la benedizione delle case discografiche.</p>
<p>Diverso l’approccio di Spotify, che con un minimo abbonamento (o in cambio di uno spot) consente di ascoltare quanta musica si vuole, però in streaming, ossia senza scaricarla sul computer. Nato in Svezia, è arrivato negli Usa, dove ha stretto un patto con Facebook.<br />
In Italia Spotify non esiste e delle tre sorelle che si contendono il mercato online c’è solo Apple (per ora senza iTunes Match e con un’offerta ridotta di film), e le piattaforme tricolori sono poche. Il fatturato comunque cresce e nei primi nove mesi del 2011 è arrivato a quasi 19 milioni di euro, il 23% del totale.</p>
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		<title>Lumia 800, la scommessa di Nokia</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 12:15:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non ci saranno code nei negozi, questo weekend, quando arriverà il Lumia 800. Nokia non trasforma un lancio in un evento mediatico, non ha la verve teatrale di Apple, non ha un gran senso dello spettacolo (e quando lo usa i risultati non sono entusiasmanti). Peccato, però, perché la posta in gioco è alta, le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/11/lumia800.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-930" title="lumia800" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/11/lumia800.jpg" alt="" width="609" height="376" /></a>Non ci saranno code nei negozi, questo weekend, quando arriverà il Lumia 800. Nokia non trasforma un lancio in un evento mediatico, non ha la verve teatrale di Apple, non ha un gran senso dello spettacolo (e quando lo usa i risultati non sono entusiasmanti).<br />
Peccato, però, perché la posta in gioco è alta, le ambizioni notevoli, la partita aperta. I finlandesi si giocano il loro futuro con questo modello e con quelli che seguiranno (prima il Lumia 710, all’inizio del 2012, poi la seconda generazione di Windows Phone, sempre entro l’anno prossimo). Da tempo Nokia fatica a trovare il passo dell’evoluzione di un mercato, quello degli smartphone, che pure ha contribuito a creare: già molto prima dell’iPhone presentava i telefonini di gamma alta come “computer multimediali”, ma se è riuscita in qualche modo a sopravvivere negli ultimi anni è stato piuttosto per i terminali di fascia media e bassa.</p>
<p>Intanto, sulla fascia alta, il Lumia 800 è il nuovo top di gamma Nokia, accanto all’N9 uscito qualche mese fa, di cui condivide molte caratteristiche. Anzi, esternamente è identico: stesso splendido design minimalista senza viti o giunture, stessa struttura in policarbonato unibody (come dire, modellato da un unico blocco e non assemblato), stessi colori (nero, magenta, cyan). Anche lo schermo è uguale, un brillante display Amoled da 3,7 pollici.<br />
Ma le analogie terminano qui: il Lumia 800, infatti, è il primo smartphone nato dall’accordo tra Nokia e Microsoft. Meego, il sistema operativo realizzato con Intel, è morto prima ancora di nascere, e con lui l’N9, che non avrà eredi. E’ troppo presto per dire se è la strada giusta, anche he perché Meego sembrava in effetti interessante. Ma Windows Phone ha se non altro il merito di essere un sistema operativo originale, che non copia semplicemente iOS di Apple o Android.</p>
<p>Nella versione 7.5, quella installata sul Lumia 800, è stabile e semplice da usare, pur presentando qualche difetto di gioventù (vedi le notifiche, ad esempio, o la mancanza del tethering). Funziona benissimo in combinazione con l’hardware dell’apparecchio, che pure non è il massimo della tecnologia oggi disponibile: il processore è un Qualcomm MSM8255 a 1,4 GHz con 512 MB di Ram, mentre i concorrenti adottano quasi tutti chip dual core sugli smartphone di fascia più alta, abbinandoli di solito a 1 GB di Ram. La differenza non si nota affatto, e nell’uso quotidiano il Lumia 800 è veloce almeno quanto il Samsung Galaxy S2 (ma un po’ meno dell’iPhone 4S, specie nella navigazione web).</p>
<p>Nokia non ha personalizzato granché l’interfaccia di Windows Phone, per cui il Lumia 800 sarà familiare a chi ha usato altri terminali con sistema operativo Microsoft, come Samsung, Lg o Htc. Le schermate sono solo due: una con mattonelle colorate più grandi, che rimanda alle funzioni usate più di frequente, e l’altra – con mattonelle più piccole – dove si accede alle altre app e alle impostazioni del telefono. Non si può intervenire molto, se non spostando le mattonelle, cambiando il colore della grafica o dello sfondo.</p>
<p>Qui c’è da notare l’elegante soluzione per i contatti, che sintetizza in un solo ambiente mail, messaggi, chiamate, ma pure Facebook e Twitter (qualcosa del genere era stato tentato da Sony Ericsson sulla serie Xperia, ma con risultati non altrettanto convincenti).<br />
Made in Finland sono pure l’ottimo Drive, il navigatore gratuito basato sulle mappe di Nokia-Navteq (ma bisogna prima scaricare 300 e passa MB di dati), e il riproduttore musicale, che oltre a suonare file Mp3 e Acc trasferiti dal computer, permette pure di ascoltare musica in streaming dallo Store Nokia. Si sceglie il genere e i brani partono in ordine casuale (è possibile saltare a quello successivo ma non tornare indietro); ovviamente le canzoni si possono anche acquistare direttamente dal cellulare.</p>
<p>Data la lunga esperienza di Nokia nel settore e le specifiche tecniche (8Mpx e lenti Carl Zeiss), dalla fotocamera sarebbe lecito aspettarsi foto eccellenti. Purtroppo non è esattamente così: le immagini sono di buona qualità, ma non all’altezza di un iPhone 4S, ad esempio, che peraltro è molto più reattivo nel funzionamento e più veloce nella messa a fuoco. Buoni i video, ma anche qui c’è chi riesce a far meglio dei filmati a 720 punti del Nokia. Quasi tutti gli smartphone più recenti offrono inoltre uscite Hdmi per riprodurre immagini e video sul televisore di casa, una funzione che nel Lumia 800 sembra assente.</p>
<p>In compenso, il display è luminoso e ben contrastato, con un nero assai convincente, anche se i colori appaiono un po’ virati sul blu. Sulla carta la risoluzione di 480 punti per 800 non è entusiasmante, eppure la grafica di Windows Phone è resa perfettamente, grazie ai loghi stilizzati e alle scritte di grandi dimensioni. Il vetro rinforzato (gorilla glass) che lo ricopre dovrebbe garantire una buona resistenza a graffi e rotture (ma non alle impronte, visibilissime anche sul retro).</p>
<p>Il Lumia 800 non ha la fotocamera frontale, ma in pochi ne sentiranno la mancanza, considerato lo scarso favore che hanno riscosso le videochiamate su rete 3G. Peccato che nel Marketplace di Windows Phone non ci sia nemmeno Skype, che avrebbe consentito videochiamate gratuite almeno col WiFi; l’assenza è ancora più eclatante se si pensa che il più famoso servizio di Voip è da poco proprietà della stessa Microsoft. Lo store di Windows Phone, d’altra parte, non è vasto come quelli di Apple e Android, ma i titoli più diffusi ci sono (quasi) tutti, altri arriveranno: gli analisti stimano che la quota di mercato attuale di WP (meno del 2 per cento) dovrebbe decuplicare entro il 2015, e le app aumenteranno di conseguenza.</p>
<p>Intanto, Internet Explorer funziona molto bene, anche se manca la compatibilità con Flash. Non sarà un problema: non ci crede nemmeno più Adobe, che ha di recente annunciato l’abbandono della piattaforma. Facile da configurare la mail, anche se manca una casella unica per tutti i messaggi in entrata, decisamente pratica se si usa più di un account. Eccellente la tastiera software di Windows Phone, che si sposa a meraviglia con lo schermo touch molto sensibile, interessante la possibilità di accedere ai servizi di windows Live e Xbox direttamente dal telefonino. Molto completa la funzione di ricerca sul web, gestita da Bing, il motore di Microsoft, che può trovare parole, immagini, video, ma anche canzoni e Qr Code.</p>
<p>La ricezione, come da tradizione Nokia, è molto buona, agevolata anche dal corpo in policarbonato, mentre la durata della batteria è nella media, e in condizioni d’uso normali arriva a un giorno. Da segnalare che nella confezione è presenta anche una pratica custodia nello stesso colore e con lo stesso design del Lumia 800: lo rende più spesso, ma non ne altera l’aspetto; aggiunge però ancora qualche grammo di peso a un apparecchio non esattamente leggero (142 grammi). Ci è poi sembrato decisamente fragile lo sportellino apribile che nasconde la porta mini Usb per il trasferimento dati e la ricarica della batteria. Un po’ macchinosa anche l’apertura del vano per la scheda Mini-Sim. E con questo le possibilità di smanettare sono terminate: il Lumia 800 ha 16 GB di memoria interna che non sono espandibili con schede Sd e non c’è modo di sostituire la batteria.</p>
<p>In conclusione, il nuovo top di gamma Nokia è un apparecchio molto interessante, realizzato con cura e grande attenzione ai dettagli, che sfrutta  bene le caratteristiche del sistema operativo di Microsoft, anzi, per dirla con le parole del Ceo Stephen Elop, “il primo vero Windows Phone”. Con tutti i difetti di gioventù e tutte le incertezze dell’ultimo arrivato, ma anche con soluzioni originali e prospettive di sviluppo notevoli. Il Lumia è davvero la luce in fondo al tunnel per i finlandesi?Le premesse ci sono tutte, tranne forse una: il prezzo, che per essere davvero competitivo, in tempi come questi, dovrebbe essere più basso dei 499 euro di listino.</p>
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		<title>Inni, la magia dei Sigur Ros in bianco e nero</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Nov 2011 10:16:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sigur Ros]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo un’anteprima nei cinema, il nuovo film dei Sigur Ros è arrivato nei negozi in forma di doppio cd e dvd (o Bluray). Ed è bellissimo: un’ora e un quarto di concerto con la musica siderale della band islandese, in un bianco e nero ipercontrastato, sovraesposto, bruciato. Se il precedente Heima (2007) si concentrava sul [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/GHNrXH1yzyc" frameborder="0" width="560" height="315"></iframe><br />
Dopo un’anteprima nei cinema, il nuovo film dei Sigur Ros è arrivato nei negozi in forma di doppio cd e dvd (o Bluray). Ed è bellissimo: un’ora e un quarto di concerto con la musica siderale della band islandese, in un bianco e nero ipercontrastato, sovraesposto, bruciato. Se il precedente <em>Heima</em> (2007) si concentrava sul mondo esterno, come i vulcani, la natura, la gente, <em>Inni</em> è invece tutto centrato sui quattro musicisti e riprende la serata conclusiva del tour del 2008 all’Alexandra Palace di Londra, arricchendola con spezzoni di interviste e frammenti di altri concerti. Filmato interamente in digitale, è stato prima trasferito su pellicola, poi proiettato e ripreso nuovamente, usando vetri e altri oggetti per alterare le immagini. Quello che si vede, insomma, è il film del film: così invecchiato, <em>Inni</em> diventa testimonianza di un passato immaginario, come se Sigur Ros fossero vissuti al tempo dei Joy Division e di loro rimanesse un video incerto girato da un giovane Anton Corbijn.</p>
<p>Diretto da Vincent Morisset e presentato all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, <em>Inni</em> è misterioso e intrigante, esattamente come la musica di Jonsi Birgisson e compagni, qui al massimo della loro perizia tecnica. E &#8211; si immagina &#8211; coloratissimi, in curiosi costumi di scena a metà tra Oscar Wilde e Lewis Carroll.</p>
<p>Non sono cambiati molto, i Sigur Ros, da <em>Von</em> , con cui debuttarono nel 1997, o dal successivo <em>Ágætis Byrjun</em> che li trasformò in una band di culto. La voce di Jonsi si arrampica ancora tra vocali e consonanti in una lingua inventata (o in islandese, ma per la maggior parte degli ascoltatori non farà differenza). La magia nasce da una chitarra elettrica suonata con l’archetto del violino, da implacabili crescendo, da epiche aperture strumentali. I brani del film sono tratti in gran parte dall’ultimo <em>Með suð í eyrum við spilum endalaust</em> e dipingono il lato più oscuro della band, ma Jonsi ha avuto modo di mostrare il suo versante più solare nell’esordio solista <em>Go</em> , uscito lo scorso anno. Era solo una parentesi, spiega oggi: il nuovo disco dei Sigur Ros è atteso per la primavera del 2012.</p>
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		<title>iPhone 4S, la prova</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 09:20:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uguale fuori, nuovo all’interno. L’iPhone 4S a tutta prima non si distingue dal modello precedente (anche la sigla sul retro è uguale, ma a ben vedere, ci sono differenze nella posizione dello switch mute e nei segmenti in cui è divisa l’antenna): la novità è  il processore A5, lo stesso dell’iPad 2. Sia pure leggermente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/11/siri-iphone-4s-13186567391-480x281.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-939" title="siri-iphone-4s-13186567391-480x281" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/11/siri-iphone-4s-13186567391-480x281.jpg" alt="" width="480" height="281" /></a>Uguale fuori, nuovo all’interno. L’iPhone 4S a tutta prima non si distingue dal modello precedente (anche la sigla sul retro è uguale, ma a ben vedere, ci sono differenze nella posizione dello switch mute e nei segmenti in cui è divisa l’antenna): la novità è  il processore A5, lo stesso dell’iPad 2. Sia pure leggermente meno veloce rispetto a quello del tablet Apple, il chip a doppio nucleo dell’iPhone garantisce un funzionamento più reattivo, una risposta più immediata ai comandi, una maggiore fluidità nei video e nei giochi, grazie anche alla nuova scheda grafica.</p>
<p>Il display è lo stesso, ottimo, dell’iPhone 4, con una definizione eccellente e una buona luminosità, ma – almeno nell&#8217;esemplare in prova– presenta una colorazione più calda e tendente al giallo. C’è da dire che fino all’anno scorso i 3,5 pollici dello smartphone Apple sembravano tanti, mentre oggi alcuni concorrenti offrono schermi più ampi, addirittura fino ai 4,7 dell’Htc Sensation XL (senza contare i 5,65 pollici del Samsung Galaxy Note, che però è già quasi un tablet).</p>
<p>Cambia invece la fotocamera, e il miglioramento è notevolissimo: non solo per l’incremento dei megapixel, che passano a 5 a 8, ma anche per il nuovo sistema di lenti (ora sono 5 e non 4) che permettono una messa a fuoco migliore. Rinnovato pure il sensore di luminosità: nelle foto con poca luce il rumore di fondo è ridotto e i dettagli sono ora più chiari. Non manca nemmeno il riconoscimento automatico dei volti, per mettere a fuoco un ritratto singolo o di gruppo. I filmati video, poi, sono finalmente in vero full Hd a 1080 punti e stabilizzati elettronicamente. La fotocamera è da sola uno dei punti di forza del nuovo iPhone: velocissima, si attiva anche col tasto del volume, produce immagini eccellenti, certamente da paragonare più a una macchina fotografica che a un normale telefonino. E’ anche possibile applicare correzioni, eliminare l’effetto occhi rossi, tagliare o ruotare le immagini direttamente sull’iPhone.</p>
<p>L’altra novità vera del nuovo iPhone 4S si chiama Siri, e non è nell’hardware ma nel software: un assistente vocale che permette di gestire le varie funzioni del telefono interagendo naturalmente, senza dover imparare una lista di comandi. Geniale, ma per ora disponibile solo in inglese, francese e tedesco.<br />
Già dal 3GS l’iPhone aveva un sistema di controllo vocale, dal funzionamento un po’ incerto e con un numero ridotto di opzioni, ma Siri – anche se attualmente in versione beta &#8211; è un balzo in avanti. Basta chiedere: “Mi servirà un ombrello oggi?” E l’iPhone risponde con una dolce voce femminile: “Sembra proprio che pioverà tra qualche ora”. Con l’assistente personale si possono fissare appuntamenti, scrivere mail, prendere appunti e note che si attiveranno in determinati luoghi (passando accanto al fioraio, ad esempio, segnalerà di comprare le orchidee per la suocera). Siri comprende il linguaggio naturale e risponde come farebbe la migliore delle segretarie, senza tralasciare un pizzico di ironia (a chiederle quanti anni ha, ad esempio, replica: “Non mi è permesso rispondere a questa domanda”).<br />
Siri si basa su Wolfram Alpha, un motore di intelligenza artificiale assai evoluto, e funziona solo se si è connessi a internet, sia perché ha bisogno di comunicare con il datacenter Apple, sia perché è dal web che ricava indicazioni come i cambi delle valute o le previsioni meteo. Per ogni lingua, l’assistente vocale ha una voce diversa, a volte maschile, a volte femminile, un po’ come accadeva per l’iPod Shuffle di terza generazione. Abbiamo provato con l’inglese americano e il tedesco, e le risposte alla stessa domanda cambiano: la Siri teutonica, ad esempio, è meno simpatica, e a chiederle l’età ribatte con un “te ne importa qualcosa?”.</p>
<p>Avremo modo di conoscere il carattere Siri in italiano l’anno prossimo, quando sarà finalmente disponibile nella nostra lingua.  Intanto, oltre allo svantaggio di non avere (per ora) l’assistente vocale, l’iPhone 4s venduto in Italia è il più costoso d’Europa: non c’è Iva o balzello che tenga, la differenza con il Regno unito, ad esempio, al cambio attuale supera i 100 euro sul modelli da 32 GB. A questo punto conviene considerare le tariffe in abbonamento degli operatori italiani, che possono risultare interessanti, specie al momento del lancio, con offerte speciali e promozioni.</p>
<p>Molte delle nuove funzioni dell’apparecchio sono incluse in iOS 5, il nuovo sistema operativo che può essere installato gratuitamente su iPhone 4 e 3GS. Così è possibile, ad esempio, accedere ad iCloud, il servizio cloud di Apple che permette di sincronizzare automaticamente contatti e dati tra più dispositivi: le foto, ad esempio, saranno immediatamente disponibili su iPad o sul computer, come pure le app acquistate e gli eBook scaricati. Anche i modelli più vecchi potranno installare Find My Friends, l’app per localizzare amici e parenti, avranno l’Edicola dove consultare giornali e magazine, potranno finalmente copiare le canzoni dal computer utilizzando la rete wifi.  E ancora: le notifiche sono meno invasive, c’è iMessage, il servizio di messaggistica istantanea per comunicare con altri dispositivi iOS, Twitter è integrato nel sistema (per postare un link, ad esempio, basta toccare l’indirizzo della pagina web che si vuole condividere).</p>
<p>Con iOS 5 non è più necessario collegare l’iPhone al computer nemmeno la prima volta per attivarlo: finalmente gli apparecchi post-pc possono fare a meno del pc. Serve una rete wireless o 3G, ma poi si fa tutto in pochi passaggi. Addirittura è disponibile un’opzione che permette di usare iCloud anziché il computer per effettuare il backup dell’iPhone (ma anche dell’iPad); è consigliabile usare il wifi, per evitare di consumare tutto il traffico dati: la nuvola di Apple permette di conservare fino a 5GB gratis, incrementabili a pagamento.</p>
<p>Altra funzione assai utile è il nuovo Promemoria, che permette di impostare allarmi e avvisi geolocalizzati: può segnalare ad esempio di prendere gli occhiali quando si è sulla porta di casa, o inviare un messaggio appena si arriva in ufficio. Anche questa è una funzione disponibile sui modelli precedenti che siano stati aggiornati. Ma prevede che i servizi di localizzazione siamo sempre attivi, quindi tende a consumare più velocemente la batteria. A proposito di autonomia, Apple dichiara per il nuovo modello una durata in standby sensibilmente inferiore all’iPhone 4: 200 ore contro 300. Nell’uso pratico questo difficilmente sarà un problema, mentre potrebbe esserlo un malfunzionamento riscontrato da alcuni acquirenti del 4S la cui batteria si scarica assai velocemente e &#8211; sembra &#8211; senza ragione. Apple sta indagando per trovare una soluzione, ma l’esemplare in prova sembra essere immune da questo difetto e l’autonomia si è mostrata paragonabile a quella dell’iPhone 4S. Nell’uso quotidiano, con alcune telefonate, qualche foto, web browsing, mail, eBook, musica, è difficile arrivare a fine giornata senza una ricarica anche parziale: una prestazione non certo entusiasmante, ma in linea con i concorrenti.</p>
<p>Alla fine vale la pena di acquistare il nuovo iPhone 4S? E’ il migliore iPhone di sempre, Apple ha ragione: la ricezione è migliorata, grazie al nuovo disegno delle antenne per la rete cellulare, il bluetooth è aggiornato all’ultima generazione, Airplay permette il mirroring dello schermo sul televisore con Apple tv o con un cavo hdmi (una soluzione fantastica per video e giochi); poi c’è un’ottima fotocamera e ci sarà Siri. Tutto questo non sarà possibile averlo sui modelli precedenti aggiornando il sistema operativo e potrebbe spingervi all’acquisto. Il consiglio? Per chi ha un 3GS e vuole cambiare, il miglioramento è evidente da tutti i punti di vista e l’acquisto certamente sensato, ma chi possiede già un iPhone 4 può aspettare senza timore di ritrovarsi un apparecchio sorpassato (almeno finché non usciranno giochi e app che sfruttano la potenza del doppio processore). Poi, certo, c’è chi ha bisogno assoluto di 64 GB di memoria, e allora la scelta è obbligata&#8230;<br />
Chi invece si avvicina per la prima volta a uno smartphone potrebbe essere spaventato dal prezzo, visto che la concorrenza sembra offrire apparecchi analoghi a cifre meno esorbitanti. Ma la qualità dei materiali e della costruzione Apple è ancora imbattuta, come pure la semplicità del sistema  operativo e l&#8217;incredibile varietà delle app sullo Store.</p>
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		<title>Dieci anni di iPod</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Oct 2011 13:02:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/kN0SVBCJqLs" frameborder="0" width="420" height="315"></iframe></p>
<p>All’età in cui l’infanzia finisce, l’iPod entra nella storia. Oggi compie dieci anni di vita e non è più un gadget, ma la prima icona culturale del Terzo Millennio. Dopo trecento milioni di esemplari venduti, è il simbolo di una rivoluzione nella musica e nell’informatica che ancora non è finita.</p>
<p>In origine l’iPod doveva essere una sorta di chiosco per connettersi a internet (da qui la i iniziale), il cui design ricordava un baccello (pod), per proteggere computer e utente dalle intemperie. Ma il 23 ottobre 2001, quando Steve Jobs lo presenta al pubblico, il nome iPod indica un oggetto grande all’incirca come un pacchetto di sigarette, che non ha nulla a che fare con internet.</p>
<p>Esistono già lettori di file musicali portatili, ma quello di Apple è diverso perché può immagazzinare nel suo hard disk fino a mille canzoni, da scegliere navigando in un menù semplice e intuitivo. Come il Walkman, permette di avere sempre con sé la musica preferita, ma senza cassette; un computer converte i compact disc in file Mp3 e li trasferisce grazie ad una veloce connessione Firewire.</p>
<p>Il formato Mp3 è diventato famoso con Napster, ma quando l’iPod nasce, il più diffuso software di Peer To Peer è scomparso, costretto alla chiusura dalle case discografiche, e poi c’è la tragedia delle Twin Towers ancora fumanti a gettare un’ombra sul mercato dei gadget. Ma nonostante i 399 dollari del listino, Apple chiude il 2001 con 125 mila iPod venduti.</p>
<p>“Sono stato molto fortunato a crescere in un momento storico in cui la musica era davvero importante” – spiega Steve Jobs. “Per un certo periodo, però, non è stato più così, e l’iPod ci ha aiutato a riportarla al centro della vita di decine di milioni di persone. Questo mi rende felice, perché penso che la musica sia un bene per l’anima”. Di certo lo è per le casse dell’azienda di Cupertino, che a metà dei Novanta attraversa la più profonda crisi della sua storia, e ne esce prima grazie alle curve colorate dell’iMac, poi all’iPod, che apre la strada alla rivoluzione touch dell’iPhone e dell’iPad. Apple apre così al mondo dei gadget post-pc, che sono computer ma del computer non hanno nulla: l’iPod ha un processore, un hard disk, un display (e con un vezzo che solo i veri fan possono apprezzare, i primi modelli recuperano per l’interfaccia il font storico del primo Mac). Ma è quello che manca a farne una novità assoluta: non c’è più la scrivania, finisce la solita metafora delle cartelle e dei documenti, per trovare la canzone preferita si usa un dito. Prima dell’iPhone, che rivoluziona il mondo  della telefonia, è l’iPod a rivoluzionare l’informatica (a cominciare proprio da Apple, che perda la parola “computer” nella ragione sociale).</p>
<p>Nel 1999 il brevetto di un riproduttore di file musicali viene depositato da Compaq, ma l’azienda non ritiene vantaggioso mettere in commercio un riproduttore di file musicali. Schemi e progetti arrivano a Cupertino e sono radicalmente rielaborati, per dar vita ad un apparecchietto di plastica bianca e acciaio che diviene in breve tempo il più diffuso lettore Mp3, aprendo le porte ad un mercato ampissimo e in costante crescita. Quando, nel 2004, Hp decide di lanciarsi nel business, stringe un accordo con Apple e mette il proprio marchio sull’iPod; nel frattempo ha inglobato Compaq, e quindi – suprema ironia del capitalismo avanzato – compra un oggetto che era stato già suo.</p>
<p>Complesse anche le implicazioni sociali: Steve Levy, senior editor tecnologico di Newseek, nel suo <em>Semplicemente Perfetto</em> (Sperling &amp; Kupfer, pp. 305, euro 18) segnala ad esempio come la sfera di musica in cui si chiudono i portatori di cuffiette bianche sia un modo di isolarsi e allo stesso tempo di comunicare, segnalando l’appartenenza ad una comunità. Che è in continua espansione, ma rimane sempre vagamente elitaria, a differenza di quanto accadde negli anni Settanta e Ottanta con il Walkman: l’iPod è trendy, ipertecnologico, semplice da usare e permette di portare con sé tutta una vita di canzoni. Ma vi si possono immagazzinare fotografie, video, contatti, appuntamenti, note; molto più della musica, che già basterebbe da sola a delineare un ritratto psicologico e caratteriale del possessore; non per niente viene introdotta una combinazione segreta per vietare l’accesso agli estranei.</p>
<p>Ma l’invenzione di Jobs è anche una rivoluzione culturale, che ha scardinato modelli di business immobili da decenni, stravolto le abitudini degli appassionati di musica, ridisegnato le classifiche di vendita e le strategie dei discografici. Il suo successo è dovuto all’integrazione tra hardware, software e servizi in un sistema chiuso, dove le canzoni si acquistano online su iTunes Music Store, si ascoltano tramite il programma iTunes, si copiano sugli iPod. Le case discografiche, inizialmente scettiche, accettano la scommessa, e oggi iTunes Store ha venduto oltre 16 miliardi di canzoni: poco, rispetto alla pirateria, ma abbastanza per farne il più grande negozio di musica al mondo. Con gli anni, <a href="http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=31&amp;ID_articolo=67&amp;ID_sezione=39">Apple ha allentato il controllo del Drm sui brani acquistati</a>, che adesso si possono ascoltare su tutti i riproduttori di file Aac, ma ha riproposto l’idea del sistema chiuso prima con l’<a href="http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=31&amp;ID_articolo=177&amp;ID_sezione=39">App Store per iPhone, iPod Touch e iPad</a>, poi con <a href="http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=31&amp;ID_articolo=304&amp;ID_sezione=39">quello per Mac</a>, puntualmente copiati da Android e Windows.</p>
<p>Il declino del piccolo gioiello bianco e argento (nel frattempo diventato pure nero e rosso, in una versione speciale per gli U2) comincia con l’introduzione dell’iPhone: Steve Jobs, nel 2007, lo presenta come il miglior iPod di sempre. Ma l’<a href="http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=31&amp;ID_articolo=102&amp;ID_sezione=39">iPod Touch</a> non ha più niente del vecchio iPod, che ora si fregia dell’aggettivo “classic”. La famosa ghiera cliccabile scompare, sia nel modello base, lo <a href="http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=31&amp;ID_articolo=174&amp;ID_sezione=39">Shuffle</a>, sia in quello top: rimane nel Nano, che è il vero erede dell’iPod. Fino all’anno scorso, quando anche <a href="http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=31&amp;ID_articolo=291&amp;ID_sezione=39">il piccolo lettore Apple si converte al touch</a> e adotta un’interfaccia simile a iOS.</p>
<p>Oggi per Apple l’iPod non è più una fonte primaria di guadagni, anche se la supremazia di Cupertino sul mercato dei riproduttori di file digitali continua incontrastata, con oltre il 75 per cento negli Usa. Ma Tim Cook, nel suo primo Keynote da Ceo, pur accennando all’importanza dell’iPod, non ha annunciato nessuna novità. Così l’icona dell’iPod rimaneva in un angolo dell’iPhone, per avviare il riproduttore musicale del supertelefonino con la Mela. Con iOS è scomparsa: al suo posto c’è un’anonima nota musicale. Scelta coerente, ma triste, perché quel piccolo scrigno di emozioni digitali riassume in una sintesi estrema la missione di Steve Jobs: <a href="http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=31&amp;ID_articolo=358&amp;ID_sezione=39">far convivere tecnologia e arte</a>.</p>
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		<title>La lezione di Steve Jobs</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 09:36:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi il mondo ha perso un grande innovatore, un genio visionario, un affabulatore straordinario. Uno stratega del marketing, un instancabile appassionato di musica, un padre attento e generoso. Steve Jobs è morto. Era davvero per lui la poltrona riservata in prima fila, due giorni fa alla presentazione dl nuovo iPhone 4S. Inquadrato dalle telecamere all’inizio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/10/steve-jobs.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-925" title="steve-jobs" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/10/steve-jobs.jpg" alt="" width="625" height="356" /></a></p>
<p>Oggi il mondo ha perso un grande innovatore, un genio visionario, un affabulatore straordinario. Uno stratega del marketing, un instancabile appassionato di musica, un padre attento e generoso. Steve Jobs è morto.</p>
<p>Era davvero per lui la poltrona riservata in prima fila, due giorni fa alla presentazione dl nuovo iPhone 4S. Inquadrato dalle telecamere all’inizio e alla fine, quel posto vuoto serviva probabilmente a lasciare qualche speranza che all’ultimo momento davvero il fondatore di Apple comparisse, come qualcuno aveva immaginato alla vigilia. Non è successo, Jobs non si è presentato: stava lottando con la morte, o addirittura aveva già lasciato questo mondo, a sentire i più maligni, e l’annuncio non era stato dato immediatamente per non rovinare il primo keynote di Tim Cook in veste di Ceo.</p>
<p>Forse non sapremo mai davvero com’è andata, e in fondo poco importa, sarebbe solo un altro segno della maniacale attenzione di Apple per la segretezza che tutti conosciamo. Ma di Apple conosciamo altre cose, prima fra tutto la capacità di innovare, di sorprendere, di ribaltare le regole. Nel famoso spot “Think Different”, a un certo punto si parla di quelli che “non hanno rispetto per lo status quo”.</p>
<p>Rispetto, tradizione, visione. Con Jobs la tecnologia è diventata cultura. Non tanto perché i computer sono strumenti utilizzabili da tutti, col mouse prima, con il touchscreen poi e domani con la voce: elogiare Apple per aver adottato interfacce sempre più semplici e naturali è giusto, ma svela solo una parte del percorso di Jobs. L’altra parte, più importante, è nelle mani dei 300 milioni di possessori di iPod in tutto il mondo. Aver trasformato un lettore di Mp3 in un simbolo di passione per la musica è stato un colpo di genio: non importa sapere cos’è un file, dove lo si trova, come si copia, basta collegare l’iPod al computer e funziona tutto automaticamente. E si entra a far parte di un’elite, in cui tutti sono uguali ma tutti sono diversi da chi quelle cuffiette bianche non le ha.</p>
<p>La tecnologia era diventata già moda con i colori vivaci dell’iMac, tuttavia per trasformarsi in cultura serviva un passo ulteriore, un oggetto che avesse un forte legame emotivo con chi lo usava.  E la musica, come l’appassionato Jobs sapeva bene, genera emozioni. Così per la prima volta l’iPod univa tecnologia e sentimento, un hard disk, una batteria e un processore nella visione di Jobs diventavano la piccola cassaforte dove conservare emozioni in forma digitale. Musica prima, poi anche foto, video, indirizzi e numeri di telefono.</p>
<p>Sempre qui, a cavallo tra arte e tecnologia, sono nati gli altri prodotti di successo degli ultimi anni, dall’iPhone all’iPad, che  a loro volta hanno aperto la strada alle innovazioni di Lion, l’ultimo sistema operativo di Cupertino, e al MacBook Air, il portatile con la Mela più venduto. Apple in questo Terzo Millennio ha cambiato pelle, eliminando la parola computer dalla ragione sociale,  aprendo ai servizi con iTunes (e ora iCloud), dilagando in settori nuovi come quello degli smartphone, inventandone altri, come quello dei tablet. Questa è la storia, vista dall’esterno. Ma non saranno i brevetti, le invenzioni, a rimanere. L’iPod sparirà: ha già dieci anni di vita e la rivoluzione che ha avviato deve ancora completarsi, ma la rotellina non serve più. L’iPhone, col nuovo 4S, sta già andando oltre il multitouch, che pure era la sua caratteristica più interessante. E chissà quale futuro si prospetta per l’iPad.</p>
<p>Rimarrà, di Jobs, la lezione più importante: i gadget passano, le funzioni si evolvono, tutto cambia. Nell’informatica, come nella vita, non contano gli oggetti, ma le persone. E non basta aver dato vita a un’invenzione geniale, bisogna imparare a ricominciare da capo ogni volta, perchè la vita è un continuo movimento, come ben sa il Faust di Goethe, che muore proprio nel momento in cui per la prima volta si guarda indietro. Steve Jobs è morto, ma ha sempre guardato avanti.</p>
<p>P.S. Questo post è stato scritto su un computer Apple, mentre la musica suona sullo stereo attraverso iTunes; sulla scrivania c&#8217;è un&#8217;iPhone che non smette di suonare e l&#8217;iPad continua a notificare messaggi su Twitter. Come quasi tutti gli altri di MondoMac, insomma, ma con gli occhi umidi e un gran buco nel cuore.</p>
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		<title>iPhone 4S, da oggi si parla al telefonino</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 10:29:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’era una sedia vuota  ieri nell’auditorium dove Tim Cook presentava il nuovo iPhone 4S. Steve Jobs, il fondatore di Apple, il guru, il profeta dell’informatica per tutti, non si è visto. Alcuni ci speravano, e forse quel posto era davvero riservato per lui. Ma Jobs non si è visto e il nuovo Ceo ha condotto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/10/SFO27_APPLE-_1004_11.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-921" title="Philip Schiller, Apple's senior vice president of Worldwide Product Marketing, speaks about the iPhone 4S at Apple headquarters in Cupertino" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/10/SFO27_APPLE-_1004_11-1024x714.jpg" alt="" width="614" height="428" /></a></p>
<p style="text-align: left;">C’era una sedia vuota  ieri nell’auditorium dove Tim Cook presentava il nuovo iPhone 4S. Steve Jobs, il fondatore di Apple, il guru, il profeta dell’informatica per tutti, non si è visto. Alcuni ci speravano, e forse quel posto era davvero riservato per lui. Ma Jobs non si è visto e il nuovo Ceo ha condotto la presentazione alternandosi con gli altri vicepresidenti, percorrendo l’unica via possibile per inaugurare la nuova stagione di Apple: ridisegnare l’azienda come un’entità collettiva. Cook non si è risparmiato qualche battuta per i pochi e selezionati giornalisti presenti, che non erano allo Yerba Buena Center di San Francisco, ma al campus di Cupertino (e a Londra, nell’Apple Store di Covent Garden). Per il resto, tutto era come sempre alle presentazioni Apple, solo un po&#8217; diverso: la musica, ad esempio, pesscava nel repertorio attuale più del solito, le slide con i dati di vendita avevano una grafica più moderna, lo stesso Cook indossava sì dei Levi’s 501, ma con una camicia grigio scuro, anzichè una t-shirt nera.</p>
<p>Il debutto ufficiale in veste di Ceo è risultato un po’ sottotono, soprattutto perché non c’è stato un iPhone 5, che  alla vigilia dell’evento era dato come possibile da siti di rumors devoti al culto della Mela. Il Nasdaq ha fatto segnare per Apple  un calo di circa il 3 per cento, ma la delusione più grande è stata per i fan devoti al culto della Mela. Dovranno accontentarsi dell’iPhone 4S, identico al modello attuale, ma con il processore dual core A5 dell&#8217;iPad. Arriverà negli Usa (e Giappone, Germania, Francia, Regno Unito) il 14 ottobre con una fotocamera migliorata, la batteria potenziata, una nuova antenna per garantire una navigazione sul web più veloce, com’è lecito aspettarsi da un apparecchio che utilizza le ultimissime tecnologie. Ma la vera novità è un’altra: il nuovo smartphone Apple si comanda interamente con la voce.  Google con Android offre già da qualche mese funzioni di ricerca vocale sugli smartphone (anche in italiano), e tuttavia la soluzione di Apple è più matura ed elaborata, e raccoglie il frutto di lunghe ricerche condotte dal governo statunitense sull’intelligenza artificiale.</p>
<p>A ben vedere, qualche indizio c’era. L’invito all’evento di Apple consisteva in una sola riga di testo: “Let’s talk iPhone”, traducibile con “parliamo di iPhone” oppure “parliamo, iPhone”.  Che al centro dell’appuntamento di ieri ci dovesse essere la nuova versione dello smartphone di Cupertino era evidente, visto che l’iPhone 4 è in commercio da 16 mesi e finora i nuovi modelli sono stati presentati con cadenza annuale, sempre a giugno. Le anticipazioni puntavano a un nuovo design, più sottile e con schermo più grande, ma solo in pochi avevano saputo cogliere nell’invito un doppio senso nascosto, relativo appunto all’assistente vocale. Così in realtà la traduzione giusta era la seconda: “Parliamo, iPhone”, in un curioso dialogo tra uomo e macchina che sembra preso pari pari da un film di fantascienza.</p>
<p>“Per decenni – osserva  Phil Schiller, vicepresidente marketing di Apple &#8211; la tecnologia ci ha illuso con la possibilità di parlare ai computer, un sogno che non si è mai realizzato”. Adesso diventa realtà con Siri, e a provarla dal vivo per qualche minuto la tecnologia che arriva da Cupertino è davvero inquietante. Basta chiedere: “Mi servirà un ombrello oggi?” E l’iPhone risponde con una dolce voce femminile: “Sembra proprio che pioverà tra qualche ora”. Con l’assistente personale si possono fissare appuntamenti, scrivere mail, prendere appunti e note che si attiveranno in determinati luoghi (passando accanto al fioraio, ad esempio, il diabolico apparecchio segnalerà è il caso di comprare le orchidee per la suocera). Non c’è bisogno di imparare una lista di comandi, Siri comprende il linguaggio naturale e risponde come farebbe la migliore delle segretarie: ottimo, ad esempio, quando si guida.</p>
<p>Dopo oltre 130 milioni di iPhone venduti, Apple ha scelto la strada dell’evoluzione, così molte delle funzioni del nuovo sistema operativo iOS5 per dispositivi mobili saranno disponibili anche sul vecchio iPhone 4 e sull’iPad. Non ci sarà Siri, ma ci sarà ad esempio iCloud, il sistema di cloud computing made in Cupertino. E’ una nuvola dove sono immagazzinati canzoni, film, ebook, programmi, documenti: tutto è sincronizzato istantaneamente, senza nemmeno premere un tasto. Così, per la musica, se vogliamo ascoltare proprio quel brano che non abbiamo copiato sull’iPhone, è la nuvola a scaricarla con iTunes Match. Se abbiamo già acquistato un’app sull’iPad, subito sarà disponibile anche sull’iPod Touch. Si può addirittura cominciare a scrivere un file di testo su un apparecchio e continuare sull’altro. E anche le foto, appena scattate si possono vedere sul pc di casa.</p>
<p>Il servizio iCloud parte il 12 ottobre, insieme con l’aggiornamento (gratuito) del sistema operativo. Nel catalogo Apple rimane il vecchio iPhone 3GS, e compare anche una versione da 8GB dell’iPhone 4, per coprire una fascia di prezzo più bassa rispetto al modello top. L’iPhone 4S sarà in vendita in Italia il 28 ottobre e potrebbe aprire una nuova era per i gadget elettronici, dopo quella del touchscreen: in futuro parleremo sempre più al telefonino, ma sempre meno per comunicare con altri esseri umani. Sempre che un giorno Siri sia disponibile anche nella nostra lingua.</p>
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		<title>Un mese con Lion (ma senza Mac)</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Aug 2011 18:28:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tech]]></category>
		<category><![CDATA[Apple]]></category>
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		<category><![CDATA[Mac]]></category>
		<category><![CDATA[Os X]]></category>

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		<description><![CDATA[Il più recente dei sistemi operativi per Apple, Os X Lion, è uscito da poco più di un mese. Abbiamo avuto il tempo di usarlo per lavoro e per svago, su diverse macchine e in diverse situazioni. Nel frattempo è arrivato anche un aggiornamento che ha risolto alcuni problemi di gioventù della prima release. Presentato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/11/lion.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-943" title="lion" src="http://ruffilli.net/wp-content/uploads/2011/11/lion.jpg" alt="" width="697" height="364" /></a></p>
<p>Il più recente dei sistemi operativi per Apple, Os X Lion, è uscito da poco più di un mese. Abbiamo avuto il tempo di usarlo per lavoro e per svago, su diverse macchine e in diverse situazioni. Nel frattempo è arrivato anche un aggiornamento che ha risolto alcuni problemi di gioventù della prima release.</p>
<p>Presentato da Steve Jobs lo scorso ottobre, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, Lion è la settima incarnazione di Os X: come sempre, a Cupertino hanno scelto di battezzarlo con il nome di un grande felino (i precedenti avevano nomi come Tiger, Panther, Leopard). E che il Leone sia il più grande apre già una prospettiva interessante: che in qualche modo, questa versione di Os X sia l’ultima di una serie, e che quello che verrà dopo sarà un sistema operativo diverso.</p>
<p>Intanto, di differenze con il precedente Snow Leopard ce ne sono parecchie già in Lion. E non sono gli inevitabili miglioramenti o le nuove versioni delle singole applicazioni, come Safari o Mail. No, è l’idea di base che è diversa: “Abbiamo imparato molto dall’esperienza dei sistemi operativi per dispositivi mobili”, aveva detto Jobs alla presentazione. Così OS X Lion ha il Multitouch, il salvataggio automatico dei documenti e anche l’App Store per il software, che dopo 15 miliardi di download su iOS, arriva sui portatili e desktop della Mela con analoghe prospettive di guadagno (e analoghe preoccupazioni per il controllo di Apple su cosa verrà installato nei computer).</p>
<p>E proprio dall’App Store comincia il primo contatto con Lion: non esiste infatti un disco, come nelle versioni precedenti del sistema operativo, ma per installare Os X 10.7 bisogna scaricarlo tramite internet. Quasi 4 Gb, circa tre quarti d’ora e con una connessione Adsl di buona qualità. In compenso, il prezzo è veramente conveniente, solo 23,99 euro. Il software è disponibile da poco anche su chiavetta Usb (a 59 euro); per chi lo ha acquistato dal negozio virtuale, Apple ha realizzato un programma che consente di copiarlo sulla propria chiavetta Usb.</p>
<p>L’installazione è veloce e senza intoppi: è possibile formattare il disco rigido oppure sovrascrivere il sistema esistente (che dev’essere almeno la versione 10.6.8), conservando impostazioni e documenti. Apple segnala oltre 250 tra novità e miglioramenti rispetto a Snow Leopard, ma qui ci concentreremo sulle più importanti nell’uso di tutti i giorni. La prima è la più evidente, segnalata anche da un video introduttivo: lo scroll delle pagine e dei documenti funziona al contrario del solito. Apple giustamente chiama “<strong>natural scrolling</strong>” la nuova impostazione, perché muovendosi verso il basso la pagina scorre nella stessa direzione, proprio come sull’iPad. Però, dopo anni di scroll “innaturale”, ci vuole un po’ per abituarsi (e in ogni caso si possono usare il vecchio metodo, basta smanettare nelle preferenze).</p>
<p>Molti dei comandi sono touch, a due, tre e quattro dita: un&#8217;altra caratteristica nata sui dispositivi mobili, che Apple ha portato sui computer tradizionali. Abbiamo il sospetto che il Multitouch funzioni meglio sui portatili che sui desktop, e in generale che sia preferibile usare una trackpad (integrata o la Magic Trackpad esterna) anziché un mouse, sia pure evoluto come quello prodotto dalla stessa Apple.</p>
<p>Geniale la possibilità di salvare automaticamente più versioni di uno stesso documento, in modo da avere sottomano le varie revisioni; funziona un po’ come Time Machine e, unita al salvataggio automatico, consente di non perdere mai il lavoro già fatto. Non è ancora attiva in tutti i programmi, ma, ad esempio, Microsoft ha annunciato che la implementerà in Office con un futuro aggiornamento.<br />
La cura maniacale di Apple emerge dai dettagli: nelle preferenze della <strong>tastiera </strong>ora si possono scorrere facilmente tutti i simboli disponibili, quelli matematici e quelli scientifici, e pure gli Emoji; poi finalmente è arrivata la <strong>voce </strong>in italiano per leggere i testi sullo schermo; <strong>Airdrop </strong>rende facilissimo il trasferimento di file tra due Mac collegati alla stessa rete wifi. <strong>Spotlight </strong>è ora più veloce e personalizzabile (fantastica l’anteprima dei documenti senza aprirli). E ovviamente è stato ritoccato <strong>Mail</strong>, il programma per la posta elettronica, ora molto simile nell’interfaccia alla versione per iPad, con la cartella unificata per i messaggi in entrata e le mail ordinate per conversazioni. Cambiano esteticamente anche <strong>iCal </strong>e la <strong>Rubrica indirizzi</strong>, ma qui preferivamo il look metallico di Snow Leopard alla finta pelle di Lion.<br />
Senza grosse novità l’<strong>App Store </strong>per Mac, lanciato all’inizio dell’anno, ma è interessante l’integrazione con il Finder: se avete un file e non sapete come fare per aprirlo, un click col tasto destro e sarete indirizzati al negozio virtuale di Apple, con i programmi consigliati per risolvere il problema. Molto utile anche l’opzione con cui è possibile spegnere il computer e al riavvio ritrovare finestre, tab e documenti aperti come l’ultima volta che sono stati usati.</p>
<p>Ma una delle innovazioni più importanti di Lion è nell’interfaccia: programmi che funzionano a schermo intero, nascondendo la scrivania, applicazioni che al loro interno permettono di accedere ai singoli documenti. Addirittura, <strong>Launchpad </strong>richiama la disposizione a scacchiera delle app sulla schermata home del tablet Apple. Si possono così controllare con un solo colpo d’occhio tutti i programma installati (ma stranamente non è possibile eliminarli come invece accade con i dispositivi iOS).</p>
<p>Exposè è diventato ora <strong>Mission Control</strong>, e se ha perso un po’ dal punto di vista dell’immediatezza, ha invece guadagnato in praticità, perché è possibile scorrere tra le varie finestre di ogni applicazione e assegnare a ognuna una scrivania diversa. Una chicca: con <strong>Remote Desktop</strong> (pure riveduto e corretto) si può attivare l’opzione a tutto schermo così la scrivania del Mac che si sta controllando occuperà l’intero monitor, come se si stesse lavorando sul proprio desktop.<br />
<strong>Safari </strong>presenta interessanti aggiunte, come la possibilità di salvare una pagina per leggerla in un secondo momento (una specie di <a href="http://www.instapaper.com/">Instapaper</a>, insomma), però è l’unico aspetto di Lion che non ci ha convinto completamente, per una serie di rallentamenti e blocchi con i siti che usano Flash. Anche la nuova versione del plug-in di Adobe non sembra risolvere il problema (riscontrato in entrambe le macchine su cui Lion è stato testato, un MacBook Pro 13&#8243; 2010 e un MacBook Air 13&#8243; Thunderbolt).</p>
<p>Vale la pena di aggiornare? Certamente, anche se si perde del tutto la compatibilità con le applicazioni Power Pc. Ma quello è il passato, mentre Lion è un passo avanti verso il futuro del computer. Dove diventerà sempre meno importante la metafora della scrivania, dei file e delle cartelle, che per trent’anni ha regnato nel mondo dell’informatica. Si sono visti molti miglioramenti in questo periodo, ma  nessuna idea veramente rivoluzionaria, nemmeno a Cupertino. Lion, ispirandosi all’iPhone e all’iPad, porta invece una ventata di novità nei computer della Mela. Ha ancora qualche incertezza dovuta alla sua natura ibrida, ma indica chiaramente la strada tracciata da Steve Jobs per gli anni a venire: unificare Os X e iOS. Peccato solo che in questo sforzo si perda un pezzo fondamentale della storia di Apple: la parola “Mac” non compare più nel nome del nuovo sistema operativo. Fino a ieri c’era <em>Mac Os X</em> 10.6 Snow Leopard, oggi solo <em>Os X </em>10.7 Lion.</p>
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