Dopo iPod e hard disk, per Bondi l’equo compenso si paga anche su hd-dvd

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Sul sostantivo sono quasi tutti d’accordo, è sull’aggettivo che le polemiche si sprecano. L’equo compenso è una remunerazione dovuta per legge alla Siae per rimediare al mancato guadagno di autori ed editori, i cui introiti vengono erosi dalla copia privata. Esiste da tempo, e torna ora d’attualità perché il governo ha deciso di estenderlo a tutti i supporti su cui è possibile registrare contenuti multimediali: la norma è stata approvata il 30 dicembre scorso e resa nota solo due giorni fa; sarà in vigore a breve, dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Cosa cambia
Oggi chi compra un disco rigido o una memory stick paga solo l’apparecchio, in futuro parte del prezzo d’acquisto andrà anche alla Siae, per il solo presupposto che prima o poi quel supporto sarà usato per registrare o conservare materiale protetto da copyright. Non ha importanza che sull’hard disk ci siano le copie dei vecchi filmini in Super8, né che la chiavetta usb sia usata per copiare le foto delle vacanze: il governo, che da anni lotta contro la pirateria senza riuscire a sconfiggerla, decide che siamo tutti un po’ colpevoli, anzi, che più memoria usiamo e più lo siamo. Così l’equo compenso è applicato in misura proporzionale alla capacità dei vari supporti: per un hard disk da 1 Terabyte, sarà pari a 10 euro, ma se l’apparecchio è anche in grado di registrare e riprodurre musica e video, allora salirà a 30 euro. Gli hard disk multimediali costano tra 80 e 150 euro, in percentuale si tratta quindi di un aumento che può superare il 30 per cento: chi lo pagherà? Nelle intenzioni del legislatore, il prezzo finale non dovrebbe salire e la differenza dovrebbe essere coperta dal produttore. Il presidente della Siae Giorgio Assumma, raccogliendo l’allarme lanciato dalla parlamentare pd Giovanna Melandri, ha sottolineato che la Società degli autori e degli editori «vigilerà con attenzione» perché l’aumento delle quote non si ripercuota sui consumatori».

Le reazioni
Nessun commento da Apple, che con l’iPod ha inventato il più famoso dei riproduttori multimediali (ora il modello da 160 Gb costerebbe 16 euro in più), mentre da Nokia si registra una presa di posizione molto netta: «L’imposizione di questa tassa sulla copia privata è iniqua e ingiustificata». Già, perché adesso arriva pure sui telefonini, per quanto in misura ridotta; così chi acquista legalmente una canzone da Ovi Store o iTunes e ha già versato alla Siae i diritti d’autore, pagherà una seconda volta. Ma se ha un computer pagherà una terza volta (perché l’equo compenso si applicherà anche ai pc), e se decide di copiarla su cd, pagherà anche per il dischetto vergine. Nel corso di un anno – secondo Altroconsumo – una famiglia media italiana spenderà cento euro in più per gli apparecchi tecnologici indicati nel decreto Bondi.
Lo scenario è raccapricciante, incoerente (per un iPhone da 32 Gb si pagano 90 centesimi, ma per un iPod Touch con la stessa memoria 6,44 euro), ma a quanto pare comune a mezza Europa. Per la Siae, anzi, in Francia, i compensi dal 2008 sono il 50 per cento più alti di quelli che saranno introdotti in Italia, e tuttavia hard disk e chiavette usb costano meno che da noi. Anzi: la società, pur affermando che viene «restituita dignità a chi crea e a chi lavora e investe nel settore dei contenuti culturali», spiega in una nota di «non essere pienamente soddisfatta dei livelli di compenso che il decreto oggi fissa».
E se il presidente di Assinform (associazione delle imprese di informatica) Paolo Angelucci sottolinea che il decreto penalizza l’industria italiana dell’It e il sistema imprenditoriale, «sereno e orgoglioso» del suo provvedimento si dice invece il ministro per i Beni Culturali, Sandro Bondi. Ne ha ben donde: nelle tredici pagine del decreto è stato capace anche di fissare il compenso per un supporto che non ufficialmente non esiste: l’Hd-dvd, è stato abbandonato perfino da Toshiba, che lo aveva inventato.

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Elettricità senza fili, il sogno di Tesla diventa realtà

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Quest’anno sulla Terra ci saranno sette miliardi di uomini e dodici tipi di spine elettriche. Ancora di più, in realtà, visto che le tensioni, le frequenze, gli standard sono diversi da Paese a Paese, come ben sa chi è spesso in viaggio, per lavoro o per divertimento.

Quando l’elettricità arrivò nelle case, agli inizi del Novecento, lampade e apparecchi erano connessi direttamente all’impianto; solo successivamente cominciarono a diffondersi spine e prese, per disconnettere dalla rete apparecchi guasti o non utilizzati. Così alla differenza della tensione (110 volt per gli Stati uniti, 240 per gran parte dell’Europa) si aggiunse anche quella fisica della forma della presa: ma gli apparecchi portatili non erano molti e il problema all’inizio non si pose nemmeno. Tuttavia, già nel 1934, l’International Electrotechnical Commission cercò di riunire i propri membri per stabilire uno standard unico. Scoppiò la Seconda guerra mondiale, passò e arrivò la Guerra Fredda, ma prese e spine continuavano a moltiplicarsi. Oggi – spiegano alla Iec – non c’è speranza di arrivare ad un accordo e per questo la Commissione concentra i propri sforzi sulla connessione Usb per gadget e apparecchi a bassa potenza.

Per tutti gli altri, finora l’unica soluzione è armarsi di pazienza e adattatori, ma dal Consumer Electronic Show di Las Vegas che si è appena chiuso arrivano i primi apparecchi che adottano connessioni elettriche senza fili. La cinese Haier, ad esempio, ha presentato un televisore che ricava l’energia di cui ha bisogno letteralmente dall’aria, convertendo le onde elettromagnetiche in corrente. Il principio è vagamente simile a quello per cui un tubo al neon si illumina se viene posto in prossimità di un campo elettromagnetico (come quello creato da una linea ad alta tensione).

La tecnologia si evolve
La tv Haier è per ora un prototipo, e non sa ancora se e quando verrà commercializzata, ma è intanto il segno che la tecnologia progredisce rapidamente. Già un paio di anni fa, Intel aveva dimostrato come fosse possibile trasmettere senza fili energia sufficiente per una lampada da 60 Watt (più o meno la potenza utilizzata da un computer portatile), mentre di recente il professor Marin Soljacic del Mit è arrivato nei suoi esperimenti addirittura a 3000, più che sufficienti per uno scaldabagno. Soljacic è tra i fondatori di «Witricity» un’azienda che fornisce tecnologie e risorse ai produttori per integrare nei loro apparecchi la trasmissione wi- reless di energia. Ed è nato anche il Wireless Power Consortium per definire gli standard del sistema: ne fanno parte, tra gli altri, Nokia, Philips Rim (quella del Blackberry), ma pure produttori di batterie come Duracell ed Energizer.

Dopo la radio, la tv, il telefono e Internet, in futuro anche la corrente viaggerà attraverso l’etere: è il sogno di Nikola Tesla che si realizza, oltre un secolo dopo i suoi primi esperimenti. Famoso per essere stato uno degli inventori della radio e della corrente alternata, lo scienziato serbo era già riuscito a far accendere una lampadina usando il principio dell’induzione elettromagnetica nel 1894. All’epoca l’esperimento fu considerato come la trovata di un genio stravagante (e così è ricordato Tesla in canzoni e videogiochi, e pure nel film «Prestige», dove ha il volto di David Bowie); oggi la sua intuizione potrebbe aprire le porte ad una generazione di apparecchi rivoluzionari. Automobili elettriche che si caricano da sole quando sono parcheggiate in prossimità di un trasmettitore di energia, lampade installabili ovunque, elettrodomestici a prova di acqua e di bambino (senza prese non ci sono pericoli di scosse). E poi computer ultraportatili, cellulari superpotenti perché al posto della batteria usano chip più grandi e performanti, mobili e tavoli con piani per ricaricare ogni tipo di apparecchio, perfino pacemaker e protesi acustiche che non necessitano di manutenzione. Sarà un vantaggio anche per l’ecologia, con meno trasformatori e cavi elettrici.

Presente e futuro
I problemi da superare sono parecchi: prima di tutto, limitare la dispersione nell’ambiente delle onde elettromagnetiche, che potrebbero essere dannose per la salute, in secondo luogo incrementare l’efficienza (una parte dell’energia viene infatti persa nella duplice conversione da elettrica in elettromagnetica e viceversa). Per ora in commercio non c’è molto, ma in Italia si vende già il «Powermat», per ricaricare gadget di ogni tipo senza contatto elettrico: basta inserirli in un adattatore e appoggiarli sulla base; funziona bene, anche con più apparecchi contemporaneamente, ma il prezzo è ancora piuttosto elevato. Fra qualche mese dovrebbe arrivare nei negozi un’altra novità presentata al Ces: «Airnergy», un apparecchietto capace di trasformare l’energia delle onde Wi-fi in corrente. Così, se al vicino non si riuscirà a scroccare la connessione Internet, almeno si potrà usarla per ricaricare la batteria del cellulare.

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Il tablet Apple arriva a gennaio

29 dicembre 2009 Bruno Ruffilli Nessun commento

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Il Gridpad, quello che molti considerano il primo tablet computer, fu presentato nel 1989. Privo di tastiera e comandato con uno stilo digitale, doveva rivoluzionare il mercato dei pc: invece ispirò i palmari, come il Palm e il MessagePad di Apple. Poi, all’inizio del Terzo millennio, arrivarono i Tablet Pc basati su Windows; belli, ma poco pratici, per qualche anno sono rimasti una nicchia nell’informatica mobile e poi scomparsi senza lasciare troppi rimpianti.

Ma negli ultimi anni il panorama è cambiato, con il successo dei netbook, il debutto su grande scala del libro elettronico, la crescita degli smartphone (primo fra tutti l’iPhone). Così il 2010 potrebbe essere il momento giusto per un rilancio di un Tablet Pc riveduto e corretto. Il modello ideale dovrebbe avere un prezzo basso, all’incirca come un netbook, utilizzare uno schermo simile a quello di un reader eBook (almeno 7 pollici, ma meglio 10), ed essere controllabile con il tocco, meglio se senza pennini. Attualmente non esiste nessun apparecchio che abbia tutte queste prerogative: i netbook costano poco, ma non hanno il touchscreen, i lettori di eBook di solito non consentono di navigare nel web, il telefonino di Apple ha uno schermo troppo piccolo per i contenuti multimediali.
Eppure, per tutta la seconda metà del 2009, sui siti web specializzati non si è fatto altro che parlare di un tablet con la Mela, che potrebbe cambiare il mercato dell’informatica da tasca, proprio come, con la sua nascita, l’iPod ha ridisegnato gli scenari della musica digitale. L’apparecchio, insomma, è importante, e certamente Apple segnerà nuovi standard nel design e nella funzionalità quando presenterà il suo tablet (probabilmente a gennaio, per arrivare sul mercato in primavera), ma è fondamentale anche capire quali saranno i contenuti disponibili sul nuovo gadget e come verranno distribuiti.

L’idea vincente di Steve Jobs è stata quella di abbinare l’hardware a un servizio: iTunes per scaricare musica sull’iPod, App Store per installare applicazioni sull’iPhone. Adesso sembra che per il nuovo apparecchio (ancora senza nome, ma c’è chi ipotizza che potrebbe chiamarsi «iSlate») a Cupertino abbiano inventato una piattaforma capace di mettere insieme testo e immagini, video e musica: perfetta per vedere un film, ma abbastanza flessibile da funzionare anche per riviste e magazine. E infatti, «Time», «Wired» e «Sports illustrated» sarebbero in trattativa con Apple, ma anche Disney sarebbe della partita. I contenuti digitali potrebbero essere distribuiti tramite un negozio virtuale, sul modello appunto dell’App Store; analogo sarebbe anche il meccanismo di ripartizione dei profitti: 30 per cento ad Apple, il resto all’editore.

In attesa della mossa di Jobs, altri produttori di computer hanno annunciato i loro tablet pc per il 2010, e parecchi se ne vedranno al Consumer Electronic Show di Las Vegas, che inizia il 7 gennaio 2010. Tra le tante indiscrezioni che circolano, sembra che Dell stia progettando un tablet insieme con Intel, mentre Microsoft starebbe preparando il suo «Courier», che ha due schermi e si apre come un libro; saranno certamente annunciati anche nuovi prodotti di Toshiba, Samsung e Asus, tutte già con una lunga esperienza nell’informatica mobile.

Con l’ovvia eccezione di Apple, questi apparecchi saranno perlopiù basati su Windows 7, l’ultima versione del sistema operativo di Redmond (equipaggia uno dei pochi già in commercio, l’Archos 9). Nokia ha una sua piattaforma derivata da Linux e potrebbe svilupparla ancora (al momento è impiegata su un solo terminale), per allargare finalmente il suo mercato oltre i telefonini. Ma non è detto che Google, dopo il debutto nel settore degli smartphone con Android, non decida di lanciarsi anche nei tablet, magari con il sistema operativo Chrome, annunciato proprio per il 2010.

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Thom Yorke sul vertice di Copenhagen

23 dicembre 2009 Bruno Ruffilli Nessun commento

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«Sono davvero disgustato dal modo in cui le cose si sono messe qui. ». Se nei testi delle sue canzoni è spesso criptico, Thom Yorke è chiarissimo quando esprime il suo punto di vista sulla politica e l’ecologia. Sul sito dei Radiohead ha pubblicato le sue considerazioni da Copenhagen, dove si era trasferito per gli ultimi tre giorni del vertice, regolarmente accreditato come giornalista insieme ai corrispondenti del quotidiano inglese «The Guardian».
I Radiohead hanno spesso preso posizione sulle questioni climatiche: in più occasioni hanno invitato i fan ad andare in bicicletta ai loro concerti, e hanno evitato sempre i megashow ad alto impatto ambientale (a differenza degli U2, che pure hanno un frontman impegnato politicamente come Bono).
Così non stupisce che Yorke abbia deciso di seguire in prima persona i lavori del summit, con i problemi del giornalista («la batteria si scarica proprio quando Obama mi passa davanti con espressione accigliata») e i dubbi del neofita («quando sarà il momento giusto per andare a mangiare qualcosa?»). E se nei suoi appunti compare spesso la parola «speranza», il cantante ha però un approccio assai disincantato verso chi quella speranza dovrebbe renderla concreta: «Obama non ha detto nulla, anche se finora non ho ascoltato il discorso per intero. Sono molto triste per tutti gli americani che conosco e che puntano tanto su di lui». Lo sconforto di Yorke è evidente l’ultimo giorno: «Se leggerete nei giornali che un accordo è stato raggiunto, sappiate che non è affatto quello di cui c’era bisogno. Ed è tardi, davvero troppo tardi». Ma la considerazione finale sul vertice è in un post del chitarrista Ed O’ Brien: «Essere leader significa avere visione e dinamismo, l’abilità di prevedere i problemi e guardare oltre. Si può dire questo dei nostri leader? No, di certo».

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Carlo Massarini e l’immagine del rock

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Non corrono alla stessa velocità, il rock e la storia. Quando l’Italia faceva i conti con l’austerity, Leonard Cohen suonava le sue canzoni d’amore alla Sapienza di Roma. Negli anni Ottanta edonisti e spensierati, gli Smiths raccontavano le difficoltà di crescere ai tempi di Margaret Thatcher. E nel 1994, mentre Berlusconi saliva al potere, le Posse passavano dai centri sociali alle classifiche.
Musicisti e cantanti hanno spesso anticipato i cambiamenti sociali: nei testi, nelle dichiarazioni pubbliche, nei loro comportamenti sul palco e fuori. Elvis fu tra i primi a incidere musica per i giovani, poi arrivarono i Who di «My Generation», i Beatles, Rolling Stones. E con Jagger e compagni si apre e si chiude Dear Mr. Fantasy di Carlo Massarini, appena pubblicato da Rizzoli: tredici anni ripercorsi in immagini e parole, da un concerto a Londra nel 1969 fino alla show torinese del 1982 per la finale dei mondiali di calcio. In mezzo scorrono i mille volti del rock e del pop.
Gli abiti del rock
Così, se Mick Jagger è ad Hyde Park, insolitamente sobrio in pantaloni bianchi e canotta lilla, intorno a lui è declinato il repertorio estetico dei tardi anni Sessanta, con gli inevitabili richiami all’India. Poi arrivano in Italia i Jethro Tull, e barbe lunghe e capelli incolti e lunghi cappotti in geometrie scozzesi. Ma il rock è tutto e anche il suo contrario, come mostrano appena poche pagine dopo (e un anno più tardi) i Roxy Music, con Bryan Ferry elegantissimo in tuxedo bianco e papillon nero. Nello stesso periodo sulle onde radio italiane, terminata l’avventura di «Bandiera Gialla» di Arbore e Boncompagni, è la volta di «Per Voi Giovani», con le novità dai due lati dell’Oceano: Led Zeppelin e Crosby, Stills, Nash & Young. È il momento del concept album, un’opera complessa dedicata a un unico tema, svolto anche su due o tre ellepì.
Impegno a tutti i costi
C’è la musica dei cantautori, dove a vincere è la parola, il messaggio: pochi fronzoli, arrangiamenti scarni, testi politici. Esce «Questo piccolo grande amore» di Baglioni, però i giovani impegnati gli preferiscono Venditti e De Gregori, oppure i classici (De André, Guccini, Dalla). Sono anni di eskimo, di dibattiti, di nebbie e manifestazioni femministe, ma pure di scoperta del folk e delle radici popolari della musica.
E intanto dall’Inghilterra dilaga il rock progressive, che da noi sfonda prima che in patria. Cita la musica classica, ma con in più un’inedita attenzione per gli aspetti teatrali dello show, i giochi di luce, le maschere. I nomi: Genesis, su tutti, poi Van Der Graaf Generator, Yes, Emerson, Lake e Palmer, King Crimson, Gentle Giant e mille altri.
Voglia di muoversi
Ballare, non si balla, almeno finché non arriva il ‘77: contemporaneamente esplode il punk nel Regno unito, negli Usa sfonda il reggae di Bob Marley, a New York trionfa la disco. In Italia, Edoardo Bennato pubblica «Burattino Senza Fili», Pino Daniele «Terra Mia». E’ la rottura con i mostri sacri del rock, una rivoluzione all’insegna della libertà di espressione, ma allo stesso tempo la prima presa di coscienza che esistono altre culture e altre musiche: dopo «Sympathy for The Devil», l’Africa entra nelle canzoni dei Talking Heads e di Peter Gabriel, il reggae in quelle dei Police. E’ anche il ritorno del corpo, messo in secondo piano fino ad allora, poi fieramente esibito nello Studio 54 e nelle tante discoteche che nascono all’alba degli anni Ottanta. I Village People aprono la strada, ma con Grace Jones il trionfo dell’apparenza è totale: vende immagini, suggestioni, non più canzoni. Gli Ottanta sono dietro l’angolo, e in una nuvola di lacca per capelli arriva il movimento New Romantic, quei Duran Duran che sulla scala evolutiva del pop vengono dopo David Bowie e prima dei Take That.
La conquista della tv
Con loro arriva anche «Mister Fantasy», il programma di Massarini che dal 1981 al 1984 racconta l’avvento dei videoclip e della cultura della televisione, mettendo insieme pop e avanguardia sotto un titolo rubato ai Traffic. La grafica di Mario Convertino, gli esperimenti di Laurie Anderson, il jazz mutante di Donald Fagen, gli esotismi di Battiato, il nuovo corso dei Matia Bazar: c’era uno spazio per ognuno, tra il tg della notte e l’alba.
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Il diario segreto di S. B.

30 novembre 2009 Bruno Ruffilli Nessun commento

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Con Geopolitical Simulator (edizioni Eversim), un videogame per Pc che riproduce scenari politico-economici basati su dati reali, chiunque può dimostrare la propria abilità di statista: basta scegliere il Paese, il resto lo fa tutto il computer. Questa è la cronaca di un’ora di gioco.

Mi chiamo Sandro Bertoloni, il mio mestiere è il capo di governo. Guido l’Italia ormai da due anni: con me la Destra Moderata si è affermata e ha conquistato le famiglie e gli imprenditori, i meridionali e i lavoratori padani. La nostra è una coalizione forte e compatta, mica come gli altri. Li abbiamo schiacciati, ma loro ricorrono ai giornali, alla tv, a internet per screditare me e il mio partito. Mi fanno passare per malato, per matto, hanno addirittura creato ad arte alcuni scandali in cui sarei coinvolto. Tutto falso, ovviamente, eppure qualcuno ci ha creduto e la mia popolarità adesso è in calo.

1 Novembre 2009, domenica
Ho deciso: mi rimetto in gioco e provo a riconquistare il cuore dei cittadini. Regalerò a ognuno un biglietto per lo stadio. E’ un’idea geniale, e non perché l’ho avuta io. I fondi li sottraggo al cinema d’essai, non mi sono mai piaciuti i registi intellettuali, il calcio invece lo capiscono tutti.
3 novembre, martedì
Il ministro del Tesoro Cinquemonti mi ha spiegato che i dati dell’economia sono inquietanti. Limerò gli stanziamenti per la scuola e m’inventerò qualcosa per far pagare le tasse agli evasori. Nel pomeriggio ho incontrato la governatrice della Puglia e le ho chiesto di essere più conciliante quando parla di me in pubblico. Per convincerla le ho offerto una piccola tangente, ma si è offesa: “Intendiamo la politica in modo diverso”, mi ha detto.
4 novembre, mercoledì
Ho visto Vitale, il rappresentante dei musei: si lamenta che non penso alla cultura, ma che senso ha ristrutturare vecchi ruderi se i turisti li trovano pittoreschi proprio perché cadono a pezzi? Meglio aumentare di un centinaio di euro gli stipendi dei poliziotti, mi sono arrivate voci preoccupanti.
5 novembre, giovedì
Sciopero degli insegnanti. Ci sono stati scontri a Roma, la Polizia è intervenuta. Il ministro delle politiche sociali, Maria Lavagna, mi ha chiamato e rassicurato: tornerà tutto a posto. Con lei ci vediamo in serata.
6 Novembre, venerdì
Vado a Parigi a parlare con Narcozy: voglio chiedergli consigli su come gestire i disordini senza troppo clamore. Mi ha avvisato che forse la moglie Carla Biondi non ci sarà: meglio così, finiamo sempre per litigare perché a me piace Henri Salvador e a lei i Radiohead.
9 novembre, lunedì
La mia idea di ridisegnare le divise del personale non è piaciuta ai sindacati dei ferrovieri, preferiscono destinare i soldi alle pensioni. Eppure io so quanto è importante l’immagine: ieri ho passato due ore con la personal trainer per smaltire il weekend francese.
10 novembre, martedì
Secondo il mio astrologo devo aspettarmi un cambiamento radicale. Intanto, cambio lui, ha una faccia troppo simile al capo del Partito Comunista di dieci anni fa. Chiederò un rapporto ai servizi segreti.
11 novembre, mercoledì
La Felmini si è dimessa. “Non posso andare avanti così”, mi ha confessato. “Se la prendono con me per i tagli che hai imposto tu”. Ufficialmente lascia per dedicarsi alla famiglia, visto che aspetta due gemelli. A proposito, devo dire qualcosa di buono anche sugli anziani, per accontentare le associazioni che ho incontrato oggi. E anche trovare qualche punto di accordo col Papa, magari dandogli una mano contro le unioni civili.
13 novembre, venerdì
Sciopero dei benzinai. Intanto mando l’esercito a Milano, pare che l’opposizione stia preparando una manifestazione contro la politica economica. Meglio stringere un po’ il controllo sui giornali e le tv, non posso permettere che il malcontento si diffonda. E poi ci sono le parole della Felmini che mi tornano in mente: “Non fidarti di Cinquemonti”. Che avrà voluto dire?
16 novembre, lunedì
Weekend a casa, ma ho lavorato parecchio. Prima la protesta degli agricoltori a Roma, poi un incontro con gli avvocati per risolvere certe questioni di famiglia che rischiano di farmi fare un’altra figuraccia con gli italiani. Non sopporto giudici e magistrati, sono sempre contro di me. Adesso cambio tutto, vedranno. Oggi ho incontrato i rappresentanti degli industriali e ricevuto il Presidente della Camera Pini: domani in Parlamento si vota sulla giustizia, gli ho ricordato di comportarsi da alleato fedele.
17 novembre, martedì
Lo sapevo, il 17 porta male. La legge non è passata. Ho spiegato a giornali e televisioni che la colpa è degli amici di Pini, a cominciare da Cinquemonti. Dossi e gli altri sono brave persone, e poi sanno che conosco bene i loro punti deboli.
18 novembre, mercoledì
Non ci posso credere: le Camere mi hanno sfiduciato, il voto degli italiani è stato calpestato, il Paese perde lo statista più importante degli ultimi centocinquanta giorni. Non posso andar via così, faccio una figuraccia che nemmeno il mio predecessore Frodi.
19 novembre, giovedì
Ho parlato con Netta, mi ha consigliato di lasciar perdere. Dice che se clicco su “impostazioni” posso scegliere un altro Paese e ricominciare daccapo. Provo con l’America, è una nazione grande e senza pregiudizi. Sarò abbronzato e mi chiamerò Ozama.

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Ryuichi Sakamoto e il pianoforte fantasma

“Un giorno mi sono seduto alla scrivania e ho scritto una lista con i compositori che più ammiravo. Ne è venuto fuori un mix incredibile di musica africana, tradizione asiatica, classica europea, avanguardie americane e mille altre influenze”. Ryuichi Sakamoto si specchia nel nero lucido di un pianoforte e sul suo volto s’immagina un sorriso: “Quello che ti piace è quello che sei”.
Il compositore e pianista cinquantasettenne suonerà stasera al Teatro Regio, nell’ambito del tour europeo di Playing The Piano, in sostituzione dell’annunciato concerto con la Yellow Magic Orchestra inizialmente previsto il 10 settembre a Torino, per MiTo, poi annullato per ragioni organizzative.

“Porto con me ogni sera in scena gli spartiti di sessanta o settanta brani, e decido al momento quali suonare, a seconda dell’atmosfera del teatro, del mio umore, della risposta del pubblico”, racconta Sakamoto. A disposizione ha un repertorio molto ampio, che spazia dai primi album pubblicati con la Yellow Magic Orchestra (per l’occasione riarrangiati e ridotti all’essenziale), fino all’ultimo album, Out Of Noise, realizzato in collaborazione con Fennesz e Cornelius. Una carriera lunga oltre trent’anni, culminata in un Oscar nel 1987, con la colonna sonora del film L’ultimo imperatore di Bertolucci; col regista italiano, Sakamoto lavorerà ancora per Il tè nel Deserto e Piccolo Buddha (“Ero alla ricerca di un equilibrio tra Oriente e Occidente: per me sono state tre puntate della stessa avventura”). Ma nel cuore di milioni di appassionati era già entrato qualche anno prima, con la colonna sonora di Merry Christmas Mr. Lawrence di Nagisa Oshima: cantato originariamente da David Sylvian, Forbidden Colors è il suo brano più famoso, cui Sakamoto non manca di tornare ogni volta che può. Ne incluse un brano nell’esibizione al Regio del 2004, tra i classici della tradizione brasiliana reinterpretati con coniugi Morelenbaum, e la suonò per intero lo scorso anno a Venaria Reale, all’aperto, accompagnato dal rombo degli aerei. Dopo le numerose versioni per sintetizzatore, dopo quelle sinfoniche, dopo lo splendido adattamento per trio incluso in 1996, riprenderà prevedibilmente Forbidden Colors anche al Regio.

Sul palco ci saranno due pianoforti grancoda, uno suonato da Sakamoto, di fronte al pubblico, l’altro con la tastiera verso la platea, lo sgabello vuoto; a muovere i tasti le dita di un fantasma, o meglio un meccanismo avanzatissimo capace di replicare il tocco del maestro giapponese, la sua forza, la sua velocità, la sua eleganza. Un duetto con se stesso, un miracolo di tecnologia e poesia. Fuori scena, un ingegnere del suono conrollerà rumori e feedback, echi e distorsioni. Uno schermo sullo sfondo mostrerà poi immagini fluttuanti, paesaggi sfocati, citazioni dal Dalai Lama, considerazioni sull’ecologia.

Già. perché Sakamoto è anche un uomo del nostro tempo, impegnato politicamente, attento all’ambiente e non proprio sprovveduto quando si tratta di business. Così tutto il tour è a impatto zero e l’energia elettrica utilizzata viene da fonti rinnovabili; in più le emissioni di anidride carbonica generate per mezzi di trasporto vengono compensate piantando nuovi alberi in varie zone del mondo. La registrazione della serata sarà disponibile da domani per l’acquisto in forma digitale su iTunes Store di Apple: basteranno un click e dieci euro.

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