Fabri Fibra: l’Italia è un paese di vecchi

Fabri Fibra, trentatré anni, vero nome Fabrizio Tarducci. Conduttore di In Italia, documentario che ha portato su Mtv terremotati de L’Aquila, ragazzi di Marcianise, rom, rifugiati politici e minatori del Sulcis. Ma soprattutto rapper, autore di cinque dischi spesso controversi, sempre discussi, che ha lavorato con Gianna Nannini e Federico Zampaglione. Fabri Fibra è a Torino per cercare di spiegare da quali segreti meccanismi nasca una canzone. Tra gli appuntamenti più curiosi degli Mtv Days, questo Storytellers è interessante anche perché “sdogana l’immagine del rapper in Italia, per molti ancora legata a certe produzioni ludiche e banali degli anni Novanta”, osserva Fabri Fibra. “Tutti quelli che hanno cominciato allora, oggi hanno smesso di fare musica o si sono dati alle canzoni, io sono l’unico a non aver cambiato genere”. E’ vero, e infatti finora il format di Mtv ha ospitato musicisti come Piero Pelù, Subsonica, Ivano Fossati; l’unico vicino al rap è stato Jovanotti.
È un po’ che non ti si vede in giro. Come mai?
“Ho passato tre mesi in casa per scrivere il nuovo disco e registrarlo. Sarà nei negozi il 7 settembre e si chiamerà Controcultura.”
Intanto è uscito Quorum, un album disponibile gratis su internet, una canzone alla settimana. In tempi di crisi delle case discografiche, tu regali la musica?
“Ho litigato con la Universal perché dicono che non posso dar via gratis un disco intero. Ma i cantanti dei talent show sono ogni giorno in radio e tv, e per chi non ci va è una guerra persa in partenza. Sul web invece siamo tutti uguali ed è il pubblico a scegliere: i miei contatti su YouTube sono decine di migliaia al giorno”.
Non hai paura che un seguito di fan così esigente possa condizionare la sua libertà artistica?
“Giustissimo, non avrei mai potuto condurre un programma su Mtv se avessi ascoltato il mio zoccolo duro. Certe scelte inevitabilmente non le approveranno, ma devo rendere conto alla mia coscienza. E alla fine, nonostante tutto, penso di aver cambiato più tipi di pubblico io di chiunque altro”.
Di cosa parla Quorum?
“Per me è una specie di trailer di Controcultura, i temi sono molto vicini. Parlo del mondo intorno a me, come ho sempre fatto. Parlo di un’Italia in cui i giovani stanno a casa fino a trentacinque anni perché non hanno alternative, mentre chi è al potere grazie a mille scorciatoie non vuole andar via. E’ un meccanismo che non comprendo e non accetto: cosa dobbiamo aspettare perché le cose cambino? Che muoia un’intera generazione di anziani?
L’età, si dice, porta saggezza…
“A settant’anni una persona normale fatica ad attraversare la strada, in Italia viene giudicata adatta per rinnovare il Paese e guidarlo verso il futuro”.
Non sarà mica solo una questione di anni?
“Ovviamente no. Da noi vince una cultura del vuoto e dell’immagine, in televisione, come nella musica. Nessuno dice quello che bisognerebbe dire, tutti pensano a intrattenere e non vogliono che il pubblico apra gli occhi”.
E cosa bisognerebbe dire?
“Quello che succede nella vita reale, non quello che sogniamo o speriamo. A livello di testo e di contenuto nelle canzoni italiane attuali c’è il deserto, per questo una cosa nuova attira l’attenzione”.
Per dire qualcosa di nuovo bisognava parlare di Erica e Omar o dell’uccisione di Tommy?
“Sono casi di cronaca che hanno toccato tutti, come i fatti del G8 a Genova nel 2001. Ma quanti hanno scritto canzoni per Carlo Giuliani?”
Una canzone può cambiare la realtà?
“Una canzone non spiega niente, non dà soluzioni, però può far capire che c’è qualcosa su cui riflettere. È un segnale che si accende: se riesce a far luce nella testa di qualcuno vuol dire che non ho fallito il mio compito”.

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Vampire Weekend, la musica in 3D


Contra dei Vampire Weekend è uscito a gennaio ed è diventato subito il primo disco da ricordare di questo 2010. Dieci canzoni sghembe, tra indie rock e afro beat («Ascoltavamo Fela Kuti da ragazzini», spiega il cantante Ezra Koenig), che hanno portato la band newyorchese in cima alle classifiche indipendenti sulle due sponde dell’Atlantico. I quattro si sono esibiti all’Hiroshima Mon Amour per l’anteprima degli Mtv Days, tre giorni di concerti, incontri e performance in tutta Torino. La serata è la prima a essere ripresa in 3D, una tecnologia su cui l’emittente musicale punta molto e che forse arriverà al grande pubblico con gli European Music Awards di Madrid.

C’è differenza tra registrare un live normale e uno in 3D?
«In realtà no, ma col 3D spostarsi avanti e indietro sul palco da’ l’impressione della profondità, mentre i movimenti laterali rendono altrettanto bene».

Quanto è importante l’aspetto visivo per i Vampire Weekend?
«Molto. Siamo cresciuti con i video e siamo nati come un progetto multimediale, in cui tutto ha un suo peso, dalle copertine dei dischi alla scenografia dei concerti, agli abiti di scena».

Qualche anno fa eravate dei perfetti sconosciuti, oggi siete una speranza della musica indie. Cos’è successo?
«Abbiamo cominciato nel 2006, e all’inizio la musica non era il nostro mestiere, ma prima del successo c’è stato un lungo periodo di incubazione».

E Internet?
«Ha giocato un ruolo fondamentale, tanto che nel 2008, quando è uscito il nostro primo disco, è finito subito al diciassettesimo posto: sul web ci conoscevano già in tanti. Mi chiedo se esiste una band indipendente il cui successo oggi non dipenda da Internet, ma anche Lady Gaga è famosa per i suoi video su YouTube»

E la pirateria?
«Come tutti, anche noi siamo cresciuti scaricando musica illegalmente, ma compriamo anche dischi. Acquistare un disco significa supportare una band, non è come negli anni Novanta quando era l’unico modo per avere la canzone che ti piaceva: oggi la musica è dovunque e l’acquisto è segno di affetto. Abbiamo venduto circa un milione di album, un numero non così distante da quelli delle popstar di successo, che però sono più forti con i singoli: segno che i nostri fan perché apprezzano la nostra visione artistica e non si limitano alle singole canzoni».

Una vostra canzone inedita, Jonathan Low, è in Eclipse, terzo capitolo della saga di Twilight. Solo perché vi chiamate Vampire Weekend?
«Non è così ovvio, la nostra musica è sempre piuttosto positiva, allegra, e per noi è stata una sfida realizzare un brano che finisse in questo film per adolescenti cupo e drammatico. Ma ci piace la passione che il libro e il film suscitano nei ragazzi, e per questo siamo lieti di esserci».

State pensando già al nuovo disco?
«No, il tour continuerà a lungo, vogliamo che i nostri fan abbiamo la possibilità di sentirci dal vivo».

E c’è sempre il video in 3D…
«Non sarà mai come essere a un concerto con la gente, il sudore, il fango, ma se fossi un ragazzino mi piacerebbe moltissimo vedere i Vampire Weekend con gli occhialini».

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Il nuovo Eminem? Ripulito, ma noioso

«Stavolta è diverso, gli ultimi due album non contano / Per Encore ero fatto di droghe, per Relapse mi stavo disintossicando / E adesso sono tornato, basta stupidaggini / Devo provare qualcosa ai miei fan, sento di averli abbandonati / Perciò accettate le mie scuse, finalmente sento di essere tornato alla normalità».

Già, la normalità. Parola strana in bocca a uno come Eminem, con alle spalle 78 milioni di dischi venduti, migliaia di copertine di giornali e riviste, valanghe di dollari guadagnati e altrettante spese in additivi chimici di tutti i tipi (e nelle cure per liberarsene), un matrimonio fallito due volte, due bambini e una partecipazione a Sanremo al fianco di Raffaella Carrà. Eppure il suo nuovo album, Recovery, è davvero il più normale dei sette che finora ha pubblicato.

Sedici canzoni più una nascosta. E così il primo difetto del disco è, inevitabilmente, la lunghezza: una produzione più attenta avrebbe optato per brani più brevi, per qualche innovazione nei suoni (tutti più o meno già sentiti), per la pietosa pratica delle bonus track da scaricare da Internet. Invece niente, 77 minuti e passa di Eminem che parla di sé (Talkin’ 2 Myself, appunto, da cui i versi iniziali), degli altri (sono citati Elton John e Mariah Carey, due nomi ricorrenti nei testi del rapper), con un fiorire di vocaboli che inevitabilmente porteranno al bollino «explicit lyrics». Però, a 37 anni, anche il musicista più controverso mette la testa a posto. Basta lotte tra gang rivali, basta donne oggetto, basta omofobia, il nuovo Eminem si dichiara addirittura favorevole ai matrimoni gay: «Tutte le cose che ho detto in passato, in quel momento le pensavo. Ma credo di essermi calmato un po’. La mia visione sulle cose è maturata. Penso che tutti dovrebbero avere la possibilità di essere infelici alla stessa maniera, se lo vogliono».

E intanto sceglie con cura le sue donne, almeno quelle che ospita nel disco: Pink, in Won’t Back Down, la superstar Rihanna in Love the Way you Lie. E poi gli amici rapper, come Kobe e Lil Wayne: ma il duetto con quest’ultimo su No Love sembra più un doppio monologo e il brano sarà senz’altro apprezzato per il campionamento di What is Love degli Haddaway. «Avevo pianificato originariamente di pubblicare Relapse 2 lo scorso anno – racconta Eminem, vero nome Marshall Mathers III -. Ma, dato che ho continuato a registrare e a lavorare con nuovi produttori, l’idea di un seguito ha cominciato a perdere sempre più di significato. La musica di Recovery è molto diversa da Relapse e penso meriti il suo titolo». Il primo singolo, Not Afraid, è già nelle classifiche statunitensi ma non è detto che l’Eminem buono e ripulito sia davvero capace di ripetere le performance di «Slim Shady», l’alter ego cattivo che per primo arrivò in Top Ten nel 2000.

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iPhone 4, Apple reinventa il supertelefonino

Non si ferma mai, la fabbrica dove si producono desideri. A due mesi dal lancio dell’iPad, che ha venduto due milioni di esemplari al ritmo di uno ogni tre secondi, Apple presenta ora il nuovo iPhone. Il palcoscenico è quello del Moscone Center di San Francisco, dove alle dieci del mattino arriva Steve Jobs, come sempre vestito di jeans e girocollo nero, accolto da una standing ovation e da qualcuno che gli urla “I love you”. Lui ringrazia, un po’ imbarazzato, e apre il Keynote; ancora molto magro, sembra tuttavia piuttosto in forma e parla per quasi due ore.

L’annuncio più atteso arriva dopo mezz’ora di dati e anticipazioni, com’è ovvio in una manifestazione dedicata agli operatori del settore e ai programmatori che creano software per l’App Store. Ma tutti sapevano che Jobs avrebbe presentato l’iPhone 4 alla Worldwide Developers Conference, e così, mostrando il nuovo apparecchio, il presidente di Apple aggiunge: “Probabilmente molti di voi lo avranno già visto”. Si riferisce allo scoop del sito web Gizmodo, che due mesi fa ha pubblicato in anteprima le immagini dell’iPhone. Era davvero quello, ma Jobs non fa altre allusioni, e prosegue illustrando le meraviglie del nuovo supertelefonino con cui Apple punta a consolidare la sua presenza nel mercato degli smartphone e combattere l’avanzata dell’unico vero concorrente, Google. I dati pubblicati proprio ieri da Nielsen mostrano come negli Usa il sistema operativo mobile più diffuso sia Rim (quello dei Blackberry), con il 35 percento, mentre Apple è seconda con il 28; seguono Windows Mobile, quindi Android, con il 9 per cento. Ossia, come sottolinea Steve Jobs “un terzo della nostra”, però guadagnata in poco più di due anni.

Anche l’iPhone esiste da poco (presentato nel gennaio 2007, debutto a giugno ma inizialmente solo negli Usa) e ha cambiato per sempre il mercato della telefonia, inventando un mercato, quello della applicazioni, che ha raggiunto numeri da capogiro. Sono 225 mila quelle disponibili su App Store, scaricate quattro miliardi di volte, per un totale di oltre un miliardo di dollari incassati dagli sviluppatori. E la prossima sfida è la pubblicità sui dispositivi mobili: oltre 250 milioni di dollari il giro d’affari previsto solo negli Usa per il 2010, che Cupertino non intende lasciare nelle mani di Google. Per questo col nuovo sistema operativo dell’iPhone sarà possibile inserire banner e filmati interattivi nella applicazioni. E’ la strategia di iAd, lanciato appena otto settimane fa e che ha già portato ad Apple il 48 per cento del mercato pubblicitario mobile, forte anche una piattaforma che arriverà entro questo mese a cento milioni di esemplari, fra iPhone, iPod touch e iPad.

Il nuovo modello arriverà nei negozi il 24 giugno, in Italia e altri Paesi sarà però necessario aspettare fino a luglio. Sottilissimo, ancora più elegante con la superficie anteriore e posteriore in vetro bianco o nero, l’iPhone di quarta generazione ha un display molto più nitido di quelli attualmente disponibili su apparecchi simili, un processore sviluppato da Apple (è lo stesso dell’iPad), un giroscopio, oltre ad una serie di caratteristiche attese da molto tempo, come il flash e la fotocamera frontale per le videochiamate, che al momento però sono disponibili solo tramite la connessione wifi. Le conversazioni video su telefonino finora non hanno avuto molta fortuna, ma secondo Jobs, ovviamente, tutto cambierà con FaceTime (questo il nome della videochat reinventata da Apple). Poi c’è il multitasking, che permetterà di utilizzare più programmi contemporaneamente; dal 21 giugno sarà disponibile con un aggiornamento gratuito del software anche sui modelli 3GS, che rimarranno in vendita a prezzo ridotto, e anzi con una nuova versione da 8GB. Migliorata la mail, la ricerca offrirà poi una nuova opzione: Bing, il motore di Microsoft, per cui Jobs ha parole di elogio (“Hanno fatto un ottimo lavoro). E con il nuovo sistema operativo iOS4 arriverà anche iBooks, che trasformerà lo smartphone Apple in un piccolo lettore di libri digitali: i titoli saranno sincronizzabili in wireless con quelli scaricati su iPad, così se si inserisce un segnalibro su un apparecchio sarà trasferito anche sull’altro, per riprendere la lettura dall’ultima interruzione.

Nonostante qualche intoppo nella dimostrazione, dovuto all’enorme numero dei partecipanti che ha saturato le connessioni internet, c’è da scommettere che l’iPhone 4 sarà un successo. Come un successo sarà l’applicazione per registrare e montare i video in alta definizione direttamente sull’apparecchio grazie alla fotocamera da 5 megapixel. Ma fino a quando Steve Jobs sarà capace trasformare tecnologie già viste in nuovi, scintillanti oggetti del desiderio?

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Apple, la fabbrica che produce desideri

A chi e a cosa serve un computer-tavoletta privo di tasti, senza porte usb né videocamera? L’iPad arriva oggi nei negozi europei senza aver risposto alla domanda, ma con un milione di esemplari venduti negli Usa in appena quattro settimane. Di centomila prenotazioni in Italia e di un clamore mediatico senza precedenti. O meglio, i precedenti esistono, e sono ancora Apple: l’iPod prima, l’iPhone poi. Nemmeno loro hanno risposto alle domande che hanno sollevato: perché passare l’intera giornata con le cuffiette bianche nelle orecchie e 40 mila canzoni nel taschino? Perché acquistare un cellulare costoso, che non è un granché per telefonare però sfiorandolo con un dito fa mille cose inutili e divertenti?

L’ultima crociata di Steve Jobs è contro i bottoni. Ma da quando è a capo di Apple (dal ‘76 a oggi, a parte un esilio di dodici anni), Steve Jobs crea bisogni, inventa necessità, stimola pulsioni di possesso insieme perfettamente logiche e profondamente irrazionali. Sa quello che i consumatori vogliono anche se loro stessi ancora lo ignorano. A un certo punto, ad esempio, decise che i computer non avevano più bisogno dei floppy disk. Era il 1998 e le chiavette Usb non si vendevano ancora, internet non era così diffusa (e molto lenta), ma l’iMac poteva scambiare file solo in allegato a una mail. Per entrare nell’élite che usava il computer colorato come il mare di una città australiana serviva un lettore di floppy esterno: un disagio sopportato stoicamente dagli adepti. Progettato con maniacale cura da Jonathan Ive – che poi firmerà tutti i prodotti Apple – l’iMac cambiò l’aspetto dei computer; era tondeggiante, amichevole, facile da usare. Univa praticità e sentimento, informatica e design. Jobs lo ha ripetuto, lo scorso gennaio, presentando l’iPad: Apple è da sempre al crocevia tra scienza e arti liberali.

La musica, per dirne una: 250 milioni di iPod fa c’era solo il walkman, oggi l’azienda di Cupertino (che nel frattempo non si chiama Apple Computer, ma Apple e basta) è il primo negozio nel mondo di rock, pop, classica. Oltre dieci miliardi di canzoni vendute, una superiorità così schiacciante che gli Usa hanno avviato un’indagine per sospette pratiche monopoliste. Roba da Microsoft. Eppure anche con iTunes Store, Jobs ha saputo creare un bisogno: dopo Napster erano pochissimi quelli che sentivano la necessità di acquistare canzoni sul web, pieno di file Mp3 da scaricare gratis. Sette anni dopo, non sono abbastanza da sconfiggere la pirateria, ma sufficienti per prospettare alle case discografiche una via d’uscita dalla crisi che le ha devastate negli ultimi anni. Jobs li ha convinti con la buona qualità dell’audio, la velocità del download, la facilità d’uso. Ha condotto una battaglia personale contro le odiose limitazioni imposte dalle major: all’inizio i brani acquistati potevano essere ascoltati solo sull’iPod, oggi sono leggibili da tutti i lettori. E infine ha pensato anche ad abbinare agli anonimi file musicali i testi e le copertine, come nei dischi. Che si sfogliano, quasi fossero le vecchie collezioni di ellepì. Nostalgia e tecnologia.

Sconfitto il cancro, rinato grazie ad un trapianto di fegato (e diventato sostenitore della donazione di organi), per Jobs questo 2010 sarà un anno da ricordare. E anche per Apple: le novità in programma sono parecchie, a cominciare dalla Worldwide Developers’ Conference che si apre il 7 giugno a San Francisco, dove con ogni probabilità sarà presentato il nuovo iPhone. Perché il segreto è sì pensare diversamente, ma anche saper riconoscere il valore degli avversari: l’ultimo si chiama Google.

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L’iPad in Italia, istruzioni per l’uso

Domani il gadget dell’anno arriverà in Italia. Ufficialmente almeno, visto che di iPad se ne vedono già diversi, souvenir assai ambiti di viaggi negli Usa (l’unico Paese dove finora è in commercio) o frutto di coraggiose contrattazioni su eBay. Dalla mattina del 28 maggio, il computer-tavoletta di Steve Jobs sarà in vendita nelle grande catene di elettronica, nei rivenditori specializzati Apple e negli Store di Milano e Roma. La ricerca però potrebbe rivelarsi difficile: sul sito web italiano di Apple ne sono stati prenotati centomila, di cui molti saranno consegnati direttamente a casa il giorno del lancio; chi invece decidesse di piazzare l’ordine oggi dovrà aspettare fino a metà giugno.

Cos’è

E’ un computer ma non si usa come un computer, è un cellulare ma non serve per telefonare. Dopo anni di processori sempre più potenti, di hard disk sempre più capienti, di schemi sempre più ingombranti, l’iPad ha un processore da 1GHz, una memoria da 16GB e un display da 9,7 pollici. Dotazioni simili a quelle dei netbook, i computer superportatili e supereconomici, ma funzionamento del tutto diverso: grazie al sistema operativo derivato da quello dell’iPhone, il nuovo gioiello di Apple risponde immediatamente ai comandi, mentre lo schermo ha colori nitidi e un angolo di visione assai ampio. Come l’iPhone e l’iPod Touch, ha un solo tasto e si comanda con le dita, quindi può trasformarsi in mille gadget diversi, perché è il programma stesso a disegnare di volta in volta una nuova interfaccia.

Cosa fa

Fuori dalla scatola, l’iPad serve per ascoltare musica, navigare sul web, inviare mail, vedere foto. Ha anche le mappe di Google, i video di Youtube, un’agenda e una rubrica. Altri programmi si possono acquistare su App Store; quelli per iPhone (circa duecentomila) sono compatibili, ma meglio cercare le App universali o scritte apposta per l’iPad (quasi cinquemila). Da provare almeno AirVideo (per vedere i film direttamente dal proprio computer), Early Edition (legge feed Rss dai siti web, organizzandoli come fossero un giornale, IM+ (messaggeria istantanea su tutti i social network). Tra i giochi, assai intriganti Pinball HD, Real Racing e Mirror Edge, mentre un po’ a tutti serviranno Goodreader, per leggere i pdf e Dropbox, una specie di hard disk virtuale dove conservare i file più importanti. Per i professionisti, poi, sono da avere Pages, Keynote e Numbers, i tre programmi della suite Apple compatibile con Microsoft Office.

Libri e giornali

La prima app da scaricare (gratuitamente) è senz’altro iBooks, il software che trasforma l’iPad in un lettore di libri elettronici, con tanto di scaffale dove riporre i volumi acquistati su iBookstore, la libreria virtuale di Apple. E gli italiani o si rivolgono a Dante e Machiavelli, oppure imparano una lingua straniera, visto che l’offerta è molto più ampia in inglese, francese, tedesco e spagnolo. Non si spende niente, ma al momento non c’è un solo libro contemporaneo nella nostra lingua. Arriveranno entro l’anno, quando i contratti con le case editrici saranno definiti; intanto si possono scaricare i titoli del Progetto Gutenberg in formato ePub, ma serve un computer per copiarli sull’iPad. Meglio i giornali: il Wall Street Journal, ad esempio, è animato come il Libro magico di Harry Potter e basta un tocco perché le foto prendano vita, trasformandosi in filmati o in gallerie di immagini, le pubblicità sono interattive, i testi si reimpaginano automaticamente. Basterà per portare i giornali fuori dalla crisi di questi anni? Gli editori ci scommettono, chi per convinzione, chi per disperazione.

Quale acquistare

Se gli scettici sono parecchi, gli entusiasti e i fanatici dell’iPad non sono certo pochi. Quelli italiani faranno bene ad acquistarlo nella versione 3G. Costa cento euro di più, ma evita corse affannose negli aeroporti e richieste sfacciate di password per connettersi ad una rete wifi e scaricare mail o navigare sul web. Ecco le tariffe degli operatori: 5 euro al mese per Tre Italia; 2 euro al giorno, solo quando serve, con Vodafone (o 30 per un mese); l’offerta di Tim dovrebbe attestarsi sui 19 al mese (con un’opzione a 9 euro). Ancora, se si prevedono lunghi viaggi, 32 GB di memoria sono il minimo per caricare film, giochi e musica. Infine, da comprare a parte, le cuffiette Apple con il telecomando, come quelle dell’iPhone. Dopo il milione di esemplari venduti in quattro settimane negli Stati uniti, è facile immaginare che l’iPad sarà un successo anche da noi. Così forse si avvererà la profezia di Bill Gates, che nel 2001 aveva lanciato lo sfortunato tablet pc: «Diventerà il computer più diffuso nel mondo», disse. Ma non immaginava che sarebbe stato targato Apple.

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You, my place. You, no place (between Thom Yorke and Valerio Berruti)

You know those emotions are still alive, hidden somewhere, they can’t not be there: in compact disc bits, in the warm light of the tubes, in the metallic molecules of the wires.  And there they come again, when he sings: “You’re so fucking special”.  A broken guitar, a cracking noise more than a solo; and then the refrain, unforgiving: “But I’m a creep / I’m a weirdo / What the hell am I doin’ here? / I don’t belong here”.   How can you yell together with Thom Yorke that you’re a creep, that you’re a weirdo? And yet…  And yet you’ve done it thousands of times, on your own, with the songs of the Smiths and those darkened underpasses where you thought your chance had come at last, with the Cure and the little boys that don’t cry.  Even with U2 and that record with a child on the cover, who grew older with anger in his eyes and a scar on his lip.

Here there is no anger, everything is in its right place, your lips are only slightly cracked.  And the years pass by and the child reappears, but this time there are two, and you would say they are more like girls, but maybe only one is.  Like Siamese twins, they have but one body and two heads, but later they separate. They never look at each other, the gaze of one constantly pulls you into her world, the other is fine where she is, in a canvas next to the altar, in the frame of a video, in the page of a book.  A sheet of paper comes to your mind, with a broad and regular writing, the words are in German end they sound like nursery rhyme.  “Als das Kind Kind war…”.  “When the child was a child, it was the time for these questions: Why am I me and you are not you?  Why am I here and not there?”

You go back to the movie that changed your life, to that Berlin that was no longer Wenders’ metropolis: this time it was just one and not two.  The place where Nick Cave played was still open. There was mud all around when you went to the Esplanade, just before they dismantled it to relocate it under the Sony skyscraper.  The soundtrack of that winter: Pablo Honey and Debut, and years later Thom Yorke and Björk would also write a song together.  Meanwhile, the Oxford bunch with the red-haired loser would go on to become the biggest rock band in the world and they wouldn’t play Creep in concerts anymore. The Icelandic fairy queen will record a beautiful album, with a song about emotional landscapes, and then become a slightly conceited avantgarde diva.

“You’re so fucking special”.  It makes you laugh that the ultra-deluxe remastered edition with unreleased tracks includes the version recorded live at the BBC where he says “very special”.   Today he wouldn’t do that.  And the case helps you.  Fog begins, and you don’t remember ever having heard it: “There’s a little child/ Running round this house/ And he never leaves/ He will never leave/ And the fog comes up from the sewers/ And glows in the dark”.  At night, you would really expect the fog to slip along those hills that remind you of the hills where you were born.  You think about it for a while and realize that around that church there are indeed little girls that will never leave.  Because they are made of concrete.

“But I am a Creep”.  Having success in the colleges mustn’t have been that difficult, all the more because Yorke in the videos at that time had hair like Kurt Cobain and the slow verse/explosive riff progression was already used in Smells Like Teen Spirit (and earlier still in Monkey Gone to Heaven by the Pixies, for example).   But it’s odd that Creep became famous in America straight away where they had people like Bon Jovi, and only later in the United Kingdom that sent Morrissey’s laments, one after the other, to the top of the charts.  But in the same period Loser by Beck had been released thus making 1993 the international year of the loser.

And you wonder: what sense did it have to play those two songs at a party? Your friends were doing it, you did it too when they challenged you to the only DJ competition you would do in your life.  A sublime paradox, an intimate feeling yelled in chorus by an entire room of sweaty people, boys and girls, happy for once in their life for being losers, everyone alone but all together.  You as well, of course.   That night you won thanks to Creep.  Then years would pass where you would ask yourself what it is that pushes someone to take their heart to the stage, to display the wounds of their soul, to lighten the darkness of their mind.  Nobody will ever really be able to give you an answer.  Finally, Tom Smith of the Editors would tell you how his pain becomes universal, how his doubts are the doubts of everyone, that his message, once published on paper or on the computer, would no longer be his.  But with his baritone voice, he touches fewer nerves than Thom Yorke, who, at 41 years old, still has something childish in his falsetto.

One day you decided that Radiohead were too pop: techno was the right word, Warp was the label to follow.  Electronic music, a faith: as a child you had begun with Kraftwerk and then you owned heaps of tapes by Aphex Twin and Autechre.  The world was changing and even Jeans ads didn’t use ‘50s songs anymore; instead they used noises, samples, drum machines.  My Iron Lung was released in an album that you didn’t like at all.   Some years later you would read hyperbolic reviews on OK Computer but you didn’t trust them at all so you gave up.  No Radiohead until 2000, in another capital, Rome, another life.  It was Idioteque that cleared up any doubt, any prejudice, even any memory.  Whose was the voice that sang about the coming of an ice age to an electronic beat, what was that caress of synthesisers while all around the rhythm was broken up, multiplied, repeated? A marvel that still makes you happy like a child today, you like it so much that the first time you heard it in concert you cried.

“I wish I was special”.  Kid A.   The boy.   Or the girl, who knows.  These figures, they have no name.   It’s like a story by Ingeborg Bachmann where someone yells “kids” and they all come running.  If they think about their own bodies, they find them undecipherable, “they eagerly wait for every dialogue of love, wishing for a dictionary to understand that incomprehensible language”.   They fall in love without knowing with whom and they invent a language which makes them go crazy.  Then they grow up, they separate into a you and a me, just like Kid A and Amnesiac.  They are born together, but they live separate lives and both want to be special.  Your favourite is the first, but listening to the second again you discover that it hides a thousand surprises.  And they surprised themselves most of all, putting themselves into an awkward position, tearing themselves away from what they were bit by bit, and for that you are thankful because you are sure that they are not like all the others.  When you thought they had found themselves on the easy track with Heil To The Thief, they released In Rainbows which messed up all the rules once again.  But why those children’s voices right at the beginning of 15 Step? You think about the chorus of Another Brick In The Wall, but the answer is not there, and then the words of Thom Yorke break the noises and the hisses: “How come I end up where I started”? And you rediscover the emotion in computer bits which become music once again, in the air shifted by those woofers made in Germany.  In the end, you understand: Creep is the childhood of Radiohead.  It’s not around anymore, but it is present in every song, even the one dedicated to the very old First World War veteran who died last summer.

(Originally published as Tu mio luogo. Tu, nessun luogo in I Wish I Was Special, by Valerio Berruti, Silvana Editoriale).

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