Nico, la femme fatale dal cuore spezzato

È sul palco, fuma una sigaretta dopo l’altra, eppure Nico è già morta. Canta, ma la voce arriva da un luogo remoto e oscuro, che i suoi occhi grigi non bastano a illuminare. Celebra un rito in cui la musica non è nemmeno la parte più importante: le canzoni sono distrutte, sfigurate dalla pochezza della band che l‘accompagna; è un disastro pure Femme Fatale, scritta da Lou Reed apposta per lei. Così il ritornello lo lascia al pubblico, un centinaio di ragazzotti ubriachi in qualche locale della Polonia. “Eccola che arriva, sta’ attento, ti spezzerà il cuore”.
Ma è lei ad avere il cuore spezzato, devastato dalla solitudine, indurito dall’eroina che le scorre nelle vene. È morta e si è trasformata nell’anagramma di se stessa. Da Nico è diventata “icon”, un’icona, già prima di quel pomeriggio del 17 luglio 1988, quando a Ibiza cade dalla bicicletta e batte la testa.

Aveva cominciato presto a girare il mondo: nata a Colonia nel 1938, trascorre l’infanzia a Berlino sotto le bombe; a quattro anni perde il padre (racconterà che fu ucciso da Hitler perché scoperto a lavorare come spia per gli inglesi). A sedici lascia la Germania per Parigi, dove diventa mannequin per Chanel e Lanvin: è allora che prende il nome di Nico. Poi prova il cinema, in Italia: ha una piccola parte ne La Tempesta di Alberto Lattuada, recita ne La Dolce Vita. Fellini, che l’aveva voluta inizialmente come comparsa, ne è affascinato e le ritaglia un ruolo più ampio, in cui impersona se stessa. Poche inquadrature, qualche battuta, dove emergono già i tratti dell’icona che sarà: la voce profonda, mascolina, con quelle vocali esageratamente lunghe, la bellezza glaciale e astratta, un’affinità istintiva con il buio e la notte. Così, agli inizi della carriera di Nico c’è un lugubre party con Marcello Mastroianni, alla fine un concerto al Planetarium di Berlino, dove canta al riflesso di una luna proiettata sul soffitto. In mezzo, trent’anni di droghe e alcool, un diluvio di immagini e qualche disco entrato nella storia del rock.

Dopo un brano scritto da Serge Gainsbourg per la colonna sonora del film Strip Tease, Nico esordisce nel 1964 con I’m not sayin’, anonimo 45 giri folk rock con Jimmy Page alla chitarra. Vive a Londra, frequenta i Rolling Stones, conosce Brian Jones, Anita Pallenberg e Marianne Faithfull (che quarant’anni dopo le dedicherà Song For Nico). Poi torna a Parigi e lì conosce Bob Dylan, che qualche tempo dopo la introduce nella Factory di Andy Warhol. Nel 1967 esce il primo album dei Velvet Underground: una delle tre canzoni interpretate da Nico, All Tomorrow’s Parties, sarà tra le più cantate nella storia del rock, da Siouxsie ai Japan, da Nick Cave ai Roxy Music. Ma il disco vende pochissimo e le recensioni non sono positive; la collaborazione con Reed e John Cale termina, e Nico comincia a esibirsi in proprio. Con il primo album solista, Chelsea girl (1967), trova già uno stile personale, a metà tra l’art rock americano e lo spleen mitteleuropeo. Dal vivo è accompagnata da musicisti sempre diversi, tra cui un giovanissimo Jackson Browne e un cantante-chitarrista destinato come lei a diventare un eroe della storia segreta del rock. Si chiama Tim Buckley, morirà nel 1975 di overdose.

A quel tempo, Nico ha già pubblicato i suoi capolavori, The Marble Index e Desertshore: meno di mezz’ora l’uno, ma così cupi e densi che è impossibile immaginarli più lunghi. Nel secondo c’è Le Petit Chevalier, cantato da Ari, il figlio avuto nel 1962 da Alain Delon: è l’unico brano dove non compare l’harmonium, l’organo indiano che ormai usa in tutti i concerti. Lo suona anche il primo giugno del ’74, al Rainbow Theater di Londra, in una serata con Brian Eno, John Cale, Kevin Ayers, Robert Wyatt e Mike Oldfield. Lei, da sola, esegue due brani: l’inno nazionale tedesco, completo delle strofe soppresse dopo la tragedia nazista, e una versione di The End che è puro psicodramma. È il suo omaggio postumo a Jim Morrison, il fratello spirituale, l’uomo che le ha insegnato a trasformare i suoi incubi in musica. Racconterà di averlo visto, in auto, a Parigi, la sera in cui morì; gli dedicherà anche una canzone, You Forgot to Answer, che per caso o segno del destino sarà l’ultima dell’ultimo concerto.

Intanto Nico prosegue la carriera di attrice (aveva studiato alla scuola di recitazione di Lee Strasberg, nello stesso corso di Marilyn Monroe): di quegli anni restano una decina di brevi film sperimentali, diretti dal regista francese Philippe Garrel, molti dei quali mai arrivati nei cinema.
Poi, fino al 1981, un lungo silenzio. Ne esce con un disco, Drama of Exile, da segnalare più che altro per una versione di Heroes di David Bowie (“L’ha scritta pensando a me”). Vive tra Londra e Manchester, dove nell’85 incide Camera Obscura, il suo ultimo album in studio. Delle interminabili tournée di quegli anni, che toccano anche l’Italia, sono testimonianza Behind the iron curtain e il bel libro di James Young, The End. Il duetto del 1988 con Marc Almond, Your kisses burn, è un segno del rinnovato interesse per Nico, che è sempre stata amata dai musicisti più che dal pubblico: i R.E.M. registrano una rispettosa versione di Femme Fatale, i Bauhaus la presentano come ospite in alcuni concerti, i Dead Can Dance ricreano le atmosfere ossessive dei suoi primi album, poi arriveranno i tributi di Björk, Martin Gore (Depeche Mode), Antony.

Quando sta abbandonando l’eroina e preparando un nuovo disco, l’incidente a Ibiza. Un tassista la soccorre, ma tre ospedali rifiutano di curarla perché non ha l’assicurazione sanitaria; muore per un’emorragia cerebrale il 18 luglio di ventitre anni fa. Nessuno la riconsoce, in molti pensano che sia uno dei tanti disperati che vagano per l’isola, vinti dalle droghe o da un amore finito. Nico ha il volto tumefatto, il corpo sformato: ha lottato per tutta la vita contro la sua bellezza e alla fine ha vinto, è riuscita a cancellarne ogni traccia. Ora riposa a Berlino, nel cimitero di Grünewald. Sulla lapide, accanto a quello della madre, è scritto il suo vero nome: Christa Päffgen.

Biophilia, la nuova Björk tra natura e hi-tech

Il disco non basta più, il video nemmeno, il sito web neppure. Così tra i musicisti c’è chi punta sulle edizioni limitate in vinile (Radiohead), chi sui download gratuiti (Coldplay), chi sul libro fotografico abbinato all’album (Moby). Björk va oltre: il suo ultimo lavoro è un disco, un sito internet interattivo, uno show dal vivo, un documentario, un progetto didattico, una raccolta di app per iPad e iPhone.

Biophilia uscirà a fine settembre, ma ha debuttato in anteprima giovedì al Manchester International Festival con uno show al Museum Of Science and Industry. Il palco al centro, duemila persone strette intorno, lei con parrucca arancione e tacchi che nemmeno Lady Gaga, un coro femminile di venticinque elementi. Degli strumenti tradizionali si riconoscono solo una batteria e qualche tastiera, per il resto i musicisti suonano computer e iPad, che controllano anche gli strumenti inventati da Björk: lo “sharpsichord”, mostruoso congegno a metà tra carillion e arpa, un piccolo organo a canne elettronico, la “gamelesta”, incrocio tra gamelan indonesiano e celesta. Dal soffitto calano due bobine di Tesla, che generano scariche elettriche dentro una gabbia; la prima canzone si intitola ovviamente Thunderbolt, fulmine. Come ogni brano di Biophilia è associata a un elemento naturale: in Moon le fasi lunari si traducono in cicli di note, in Dna geni e cromosomi s’intrecciano e danno vita a ritmi elettronici, Virus è una storia d’amore e morte illustrata con immagini al microscopio del National Geographic. Per Hollow quattro enormi pendoli di legno oscillano lentamente: il suono della forza di gravità.

Il singolo Crystalline è già disponibile su iTunes: l’app per iPad, iPhone e iPod Touch che arriverà fra poco è un videogioco dove si raccolgono poligoni correndo in diversi tunnel; ogni volta che se ne imbocca uno la canzone cambia, quindi le variazioni possibili sono praticamente infinite. Ma si può anche ascoltare il brano così com’è, accompagnato da un’animazione che ricorda un po’ le partiture geometriche di Stockhausen, o seguire le note sul pentagramma, magari per suonarle con un altro strumento. C’è poi un saggio che illustra il tema della canzone e spiega come la sua struttura musicale sia ispirata allo sviluppo dei cristalli. Le singole app sono galassie di una costellazione più ampia, un’app gratuita che opportunamente si chiama Cosmogony (e ha pure la sua canzone, una delle più belle); per passare dall’una all’altra si naviga sullo schermo in un universo tridimensionale.

Ma tanta tecnologia non rischia di far dimenticare la musica? Björk è convinta di no: “Per chi ascolterà questo disco fra dieci anni sarà come i miei altri album, non c’è bisogno delle app per apprezzarlo”. Le fa eco il designer americano Scott Snibbe: “Volevamo spiegare come nasce questa musica, svelare il mondo che la circonda. All’idea delle app siamo arrivati un anno fa, mentre il progetto è iniziato nel 2008; all’inizio avevamo pensato a un edificio in cui a ogni brano fosse riservato un ambiente”. Con l’iPad non c’è bisogno di trasferire l’installazione da una città all’altra ed è sempre possibile aggiungere nuove canzoni e app. Non sarà altrettanto semplice immaginare un tour, visti i costi elevati dell’allestimento e la necessità di suonare in ambienti medio-piccoli. Per questo Björk ha previsto per i prossimi due anni solo soggiorni di qualche settimana in varie città, quasi come un circo.

A Manchester sono in calendario sette concerti ed è in corso anche la parte didattica del progetto, articolata in incontri e seminari con le scuole elementari per esplorare natura, musica e tecnologia. In cattedra non ci saranno insegnanti, ma scienziati, a parlare di solstizi e materia oscura. Poi i bambini saliranno sul palco per giocare con macchine sonore e iPad e inventare canzoni in piena libertà, come fece lei stessa, quando – ragazzina prodigio – smise di frequentare le lezioni di musica e formò una band punk.

Dopo milioni di dischi venduti, nomination ai Grammy e agli Oscar, un premio a Cannes come migliore attrice, quello spirito indipendente ancora vive in Björk. Ha lanciato campagne per proteggere la natura, si è inventata economista per affrontare la crisi finanziaria del suo Paese, ha organizzato concerti e manifestazioni, ma soprattutto non ha mai smesso di sperimentare e scommettere sul futuro. In concerto è ancora più evidente, ad esempio nell’energia di Declare Indipendence, da Volta, uscito tre anni fa: ancora punk, ma aggiornato all’elettronica del ventunesimo secolo. Primitivo e ipertecnologico, come i robot innamorati di All Is Full Of Love o le galassie digitali di Biophilia.

Samsung Chromebook, gioie e dolori del computer sulla nuvola

Questo che leggete è il primo articolo che arriva direttamente da una nuvola. Cominciato in un albergo, proseguito in treno, sviluppato a casa a Torino, terminato in redazione. Tutto senza mai premere il pulsante salva, senza star li a cercare una chiavetta Usb o inviarsi da una mail all’altra il lavoro appena fatto, senza caricare mai la batteria. Per questo articolo non ho usato Word e ho rinunciato al solito Mac; pure l’iPad è parcheggiato nella ventiquattrore.

Samsung ha presentato a Londra il Chromebook, un computer pensato apposta per il cloud computing e il sistema operativo Chrome di Google; i primi esemplari saranno consegnati in Italia il prossimo martedì, ma già da qualche giorno è possibile ordinarlo su Pixmania.it. Il lancio avviene in contemporanea con Regno unito, Francia, Spagna, Olanda,Germania; altri Paesi seguiranno nei prossimi mesi, mentre negli Usa l’apparecchio è nei negozi da una decina di giorni. Coerentemente con la filosofia del prodotto, i notebook Series 5 si vendono solo online: non sarà dunque possibile darci un’occhiata nelle grandi catene di elettronica o nei negozi specializzati in informatica.

Peccato, perché a vederlo e toccarlo, il piccolo portatile Samsung è un buon passo avanti rispetto al prototipo di Cr48 che avevamo provato qualche tempo fa: perde la bella rifinitura in gomma morbida, ma guadagna una tastiera ancora migliore e un’ampia trackpad (che però non è ancora perfetta nel funzionamento). Per il resto, l’apparecchio è molto simile, con uno schermo nitido e privo di riflessi, un elegante mix di plastiche opache e lucide, una sensazione generale di discreta robustezza. Perfette le dimensioni (è grande come un foglio A4 e spesso poco meno di 2 cm), forse migliorabile il peso (1,48 kg).

Per avere il Chromebook bisognerà ordinarlo alla cieca, e certamente questo avrà sulle vendite un impatto negativo: ma d’altra parte, quanti tra i pur volenterosi commessi di un megastore avrebbero avuto tempo e modo di spiegarne le caratteristiche peculiari?

“I sistemi operativi per computer sono stati progettati trent’anni fa, quando il web ancora non esisteva”, osserva infatti Sundar Pichai, vicepresidente Chrome di Google. “Hanno lunghi tempi di avvio, sono soggetti a virus e devono essere aggiornati uno per uno, il che diventa un problema per le aziende con molti pc”. Niente di tutto questo succede col Chromebook: parte da spento in 8 secondi, non teme virus, si aggiorna automaticamente all’ultima versione disponibile del sistema operativo. Che, per chi lo usa, si riduce ad un browser, Chrome, appunto, dentro cui si naviga sul web, ma si fa anche tutto il resto: ad esempio, come in questo caso, si scrive, mentre in un’altra tab gira un software per riprodurre musica. Non ci sono programmi da installare, ma solo applicazioni ed estensioni autorizzate da Google, proprio come accade con le app sullo Store di Apple. Quindi, nessun rischio di virus, nessuna possibilità di avere una versione obsoleta o incompatibile.

Alla fine, i 16 GB del disco rigido SSD  non sono pochi come sembrano, visto che tutti i file vengono conservati online, da quelli di testo alle immagini, dalla musica ai video. Con un prossimo aggiornamento disponibile a fine luglio (promessa di Google), le app dovrebbero anche essere utilizzabili offline, utilizzando le caratteristiche di Html5: sarà ad esempio possibile continuare a usare Google Docs e scrivere anche se non si è connessi a internet. Attualmente, l’assenza di connessione comporta di fatto l’impossibilità di lavorare: per questo vale la pena di spendere un po’ di più e acquistare per 449 euro la versione dotata di connessione 3G (in Italia con la rete di Tre; sarà in vendita fra un mese). Anche così, però, la connessione a internet  – specie in movimento – non è assicurata. E il Chromebook e tutta la sua avanzata tecnologia diventano inutili. Né pensate di poter vedere un film, magari inserendo una chiavetta usb in una delle due porte di cui l’apparecchio è dotato: non apre i file .avi, che sono tra i più diffusi. Lavorare, magari su un documento word, non è più semplice: i file .doc su una memoria Usb non si aprono, pur essendo Google Doc compatibile con la suite Office di Microsoft. Va meglio con le immagini: quelle .jpg si vedono tutte, sia su chiavetta usb che su scheda di memoria SD (il Series 5 ha uno slot apposta). Le porte Usb possono essere usate anche per mouse e tastiera esterni, ma non per una stampante: Chrome supporta al momento solo il cloud printing, quindi anche per stampare bisogna essere connessi a internet o avere una periferica compatibile (come quelle di Hp, ad esempio).

Abbiamo provato a connettere via Usb uno smartphone Sony Ericsson con Android, per trasferire le immagini: nessun risultato, la scheda interna viene vista, ma appare desolatamente vuota. Un disastro insomma? No, ma senza un robusto supporto offline per ora è veramente difficile che il Chromebook riesca a sostituire un computer tradizionale.

Perché comprare un Series 5 anziché un pc qualsiasi allora, visto che la differenza di prezzo con un modello base non è tanta (si parte da 399 euro per  quello con solo wi-fi)? Dinesh Chand, capo della divisione computer portatili Samsung, risponde così: “Quanto tempo passa sul web? Quante informazioni ha sul cloud? Noi abbiamo pensato a gente che lavora in collaborazione, che non ha paura delle nuove tecnologie, che vuole il miglior browser web esistente. Lo comprerà chi vuole sperimentare il futuro oggi”. Ma il futuro non era il tablet? “Il nostro target non è quello di chi usa un tablet: il Chromebook ha una struttura tradizionale, ma per il resto è un prodotto completamente nuovo”.

Troppo nuovo, verrebbe da dire, visti i difetti i giovinezza dell’apparecchio. Molti, se non tutti, potranno essere risolti con i successivi aggiornamenti. D’altra parte, i cambiamenti hanno spesso bisogno di tempo per essere assimilati dal grande pubblico; nel 1998, ad esempio, molti criticarono Apple per non aver incluso un lettore floppy disc nell’iMac, ma sono anni che nessuno ne lamenta più la mancanza, tra email e chiavette di memoria.

Con il cloud computing, però, la svolta è ancora più netta: dopo trentacinque anni sparisce la scrivania, non c’è il cestino, addirittura si mette in discussione il principio stesso della proprietà dei file, nel senso fisico almeno, dal momento che testi, foto, immagini risiedono sul web prima ancora che sul computer, dove al massimo c’è una copia. Questo, è bene ricordarlo, porta senz’altro qualche vantaggio: per i produttori di software, che in un colpo solo azzerano il problema della pirateria, per le imprese che non hanno più bisogno di personale specializzato per gestire i computer. Per gli utenti, che possono rinunciare a chiavette e dischi esterni e avere la certezza di non perdere nessun dato, nemmeno in caso di furto o danneggiamento della macchina: basta inserire login e password in un qualsiasi altro Chromebook (ma ad oggi sono annunciati solo quelli di Acer, oltre a Samsung) e subito tutti i file saranno di nuovo disponibili. Così, per com’è semplice da usare e per i limiti che ha, alla fine il computer di Google e Samsung è indicato per utenti poco smanettoni, che non si troveranno mai di fronte un virus, che non avranno problemi di spazio per registrare i file, che non perderanno i loro file per una distrazione. Perfetto per i più anziani, insomma.

Probabilmente il Chromebook Series 5 non è il pc del futuro, ma di sicuro fra qualche anno tutti i computer ne erediteranno alcune caratteristiche, come la capacità di sincronizzarsi automaticamente con altri dispositivi tramite il cloud e di salvare i documenti in background, l’accensione e lo spegnimento velocissimi, l’ottima durata della batteria, la portabilità. Samsung, ovviamente, non smetterà di produrre desktop e portatili che funzionano con Windows, ma intanto ha fatto una scelta coraggiosa, sposando la radicale innovazione che Google ha introdotto con il sistema operativo Chrome. Chi usa un computer, per lavoro o per divertimento, farà altrettanto?

CARATTERISTICHE TECNICHE
Sistema operativo: Chrome Os
Processore Intel ATOMTM N570 (1.66GHz, 667MHz, 2 x 512KB)
Main Chipset Intel NM10
Memoria RAM 2GB (DDR3)/ON BD
Display 12.1” WXGA (1280 x 800), 300nit, Non-Gloss
Processore Intel Internal Graphics
Disco fisso SSD (Solid State Drive) 16 GB
Audio HD (High Definition)
Altoparlanti 3 W Stereo (1.5 W x 2)
Webcam integrata 1.0M HD Web Camera
WiFi: LAN 802.11abg/n 2X2
Wireless HSPA / HSPA+EV-DO
VGA, Cuffia/ microfono
Porte Usb: 2 x USB 2.0
4-in-1 (SD, SDHC, SDXC, MMC)
Batteria 6 Celle (dura fino a 10 ore)
Dimensioni (L x P x A) 294.2 x 219.5 x 19.9 mm
Peso 1.48 Kg

Steve Jobs: “L’era del computer è finita, è tempo di iCloud”

La più grande amnistia della storia è a portata di mano. Anzi, di click: per 25 dollari l’anno la nuova versione di iTunes analizzerà il nostro hard disk e sostituirà tutti i brani con file di buona qualità audio, e soprattutto legali. Si chiama iTunes Match ed è forse la più importante delle novità presentate ieri da Steve Jobs, quella che ha svelato all’ultimo sul palco del Moscone Center di San Francisco in uno dei suoi consueti colpi di scena. Così, dopo lunghe trattative con le case discografiche (cui pare abbia versato 150 milioni di dollari), grazie ad Apple si avvia al tramonto l’era degli Mp3 pirata. Enzo Mazza, presidente della federazione Italiana Industria Musicale, frena un po’: «È una risposta intelligente alla pirateria; non un’amnistia, ma certo la terza rivoluzione del mercato della musica dopo Napster e iTunes Store».

Sempre connessi
iTunes Match, che arriverà in autunno, è una delle funzioni della nuova piattaforma di Cupertino basata su iCloud, il servizio di cloud computing targato Apple. La nuova frontiera del digitale ha i contorni sfumati di una nuvola dove sono immagazzinati i dati, che siano canzoni, film, ebook, programmi, documenti: tutto è sincronizzato istantaneamente, senza nemmeno premere un tasto. Così, per la musica, se vogliamo ascoltare proprio quella canzone che non abbiamo copiato sull’iPhone, è la nuvola a scaricarla per noi. Se abbiamo già acquistato un’app sull’iPad, subito sarà disponibile anche sull’iPod Touch. Si può addirittura cominciare a scrivere un file di testo su un apparecchio e continuare sull’altro. E anche le foto, appena scattate si possono vedere sul pc. Con iCloud finisce ufficialmente il servizio MobileMe, che fino ad oggi ha offerto la possibilità di sincronizzare calendari, contatti, mail, segnalibri tra più computer o tra computer e dispositivi iOS. Per gli abbonati (a 99 dollari l’anno), MobileMe funzionerà ancora fino alla fine di giugno dell’anno prossimo. Lapidario il commento di Jobs: «Abbiamo imparato dai nostri errori».

Se dieci anni fa il centro dell’intrattenimento domestico era il computer, nella nuova visione di Apple oggi è la nuvola: vi si connettono tutti i dispositivi Apple, che trasmettono una quantità enorme di dati ai tre centri di elaborazione americani. Quello nel North Carolina è costato 500 milioni di dollari, ma per chi usa un gadget della Mela i servizi base sono gratuiti e comprendono anche 5 GB di spazio per i dati (ci si può chiedere, semmai, quanto costeranno in termini di privacy). E proprio ieri in rete circolava un vecchio filmato in cui Jobs racconta le meraviglie del cloud (che ancora non si chiamava così): risale al 1997, quando era appena tornato ad Apple dopo la parentesi di Next.

Un leone nel computer
Per sfruttare al meglio le funzioni di iCloud, computer e dispositivi mobili dovranno essere aggiornati ai nuovi sistemi operativi, presentati ieri in anteprima: Lion per i computer e iOS 5 per iPhone, iPod Touch e iPad. L’edizione 2011 della Worldwide Developers’ Conference è dedicata al software, un argomento non forse particolarmente interessante per il grande pubblico, in assenza di nuovi gadget. Ma, come spiega Jobs, «l’hardware è il corpo, il software l’anima dei nostri prodotti».  E l’anima cambierà parecchio: Lion, la nuova versione di Os X, perde il nome storico Mac ma in compenso guadagna oltre 250 nuove funzioni, molte delle quali prese a prestito proprio dall’iPhone, come il controllo tramite touchpad, il salvataggio automatico dei documenti, la possibilità di visualizzare le applicazioni a tutto schermo. Sarà disponibile a luglio, ovviamente via cloud: niente disco, ma un semplice (e lungo, si teme) download da Internet.

L’iPhone sposa Twitter
Per i gadget mobili, la prima novità è quella più attesa: nell’era degli apparecchi post-pc, come li definisce Jobs, era davvero ridicolo che per funzionare dovessero essere collegati a un computer. Per i 200 milioni di possessori di iPhone, iPod Touch e iPad dal prossimo autunno non sarà più così: il post-pc taglia il cordone ombelicale con il pc e si connette alla nuvola senza fili, anche per la prima attivazione e per gli aggiornamenti del sistema operativo.
Tra le molte migliorie di iOS5 c’è poi una navigazione web più semplice grazie alle tab, la possibilità di scaricare le pagine per leggerle offline, una chat integrata, e soprattutto una profonda integrazione con Twitter. In più, forte dei 130 milioni di libri scaricati dal suo iBookstore, Apple ha pensato bene di sviluppare un’app analoga per i giornali, che ovviamente si chiama Newsstand (Edicola).

A differenza degli altri anni, stavolta a San Francisco non c’è il nuovo iPhone: l’appuntamento, però, è solo rinviato, forse a settembre. E si spera di nuovo con Steve Jobs, che ieri è apparso magro e molto provato, parlando per nemmeno trenta minuti in un Keynote di due ore. “Ti amo”, gli ha urlato qualcuno dal pubblico. E lui: “Bene,anche questo aiuta. Lo apprezzo molto”.

The Kills, il rock e la moda

«Non posso parlarne, mi spiace». La risposta di Alison Mosshart era prevista, e d’altra parte quella su Kate Moss è l’unica domanda espressamente vietata. Da non fare a lei, ma soprattutto all’altra metà dei Kills, Jamie Hince, attuale fidanzato della supermodella. I due si frequentano dal 2009 e pare siano prossimi alle nozze: si parla del 2 luglio, e infatti nel lungo tour della band c’è un buco di circa un mese, che pare fatto apposta per matrimonio e luna di miele. Oggi i Kills Sono ai Magazzini Generali di Milano. Tutto esaurito per il duo angloamericano (lei viene dalla Florida, lui è nato a Londra), che ha da poco pubblicato il quarto album in dieci anni di carriera. Chitarre elettriche, voci nervose, echi di blues: ma è abbastanza per fare dei Kills i nuovi White Stripes? «Loro erano una band incredibile, noi siamo molto diversi, abbiamo in comune solo il fatto di essere un uomo e una donna e di aver esordito nello stesso periodo – osserva Alison Mosshart -. Siamo amici, anzi io suono nei Dead Weather, nati proprio da un’idea di Jack White». Con i due, a formare un vero supergruppo indie, anche membri dei Queen of the Stone Age e Raconteurs; insieme hanno inciso un paio di album finiti pure nella top ten americana.

Nei tre anni che separano Blood Pressures dal precedente Midnight Boom, l’attività dei Kills è stata sospesa: conflitti di interesse? «Al contrario – spiega la 33enne cantante e chitarrista – c’è sempre un legame in quello che faccio e l’esperienza con i Dead Weather è stata positiva, non solo per me ma anche per Jamie». Intanto, a cambiare è stata la musica: un mix di rock e punk, che a volte vira nel reggae (Satellite) ma non ha paura di confrontarsi con le ballad (Wild Charms). Oggi i Kills conquistano le radio (con Future Starts Slow, ad esempio, che sembra davvero un inedito dei White Stripes), ma già qualche anno fa avevano ricevuto un’offerta dalla Carlsberg, per fare di Superstition la colonna sonora di uno spot. Mosshart e Hince hanno rifiutato oltre 700mila sterline, eppure non se ne pentono: «Non volevamo diventare una band da commercial. Abbiamo fatto la scelta giusta: a quest’ora i soldi sarebbero già andati via, però la nostra fama sarebbe stata legata a una canzone, invece così la nostra reputazione è intatta».

Con Animal Collective, Arctic Monkey e Franz Ferdinand sono tra i nomi di punta della Domino Records, etichetta indipendente inglese («Ma non mi piace definirmi indie, troppe band ne fanno un trampolino per la loro carriera – puntualizza Mosshart -. Il nostro è rock’n’roll, punto e basta»). E se qualche anno fa i Kills hanno inciso una cover di Serge Gainsbourg, il loro pedigree è però decisamente rock, e va indietro fino ai Velvet Underground, di cui apprezzano la capacità di unire pop e sperimentazione e il grande interesse per l’immagine. Che non vuol dire necessariamente moda: «Per me è importante essere di ispirazione per il mio pubblico in molti aspetti, compreso il vestire. La moda è solo un mezzo di espressione». Sarà. Ma l’ultima volta che hanno suonato a Milano, nel 2009, era per un evento di Costume National.