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Posts Tagged ‘Antony and The Johnsons’

Antony, il profeta timido

23 settembre 2010 Nessun commento

Nell’hotel milanese dove Sophia Coppola ha girato alcune scene di Somewhere, Antony Hegarty aspetta seduto su un divano a gambe incrociate. Neri i pantaloni, nero il pullover sformato, neri i capelli; gli occhi azzurri, la pelle chiarissima. Nell’accento si coglie ancora un’eco inglese, nonostante gli ultimi trent’anni li abbia spesi tra San Francisco e New York.

Con la sua band, i Johnsons, Antony è passato dai locali gay di Manhattan alla Royal Albert Hall e ha strappato un Mercury Awards ai Coldplay; il suo quarto album, Swanlights, è una delle uscite da ricordare di quest’anno. Sarà pubblicato il prossimo 12 ottobre, anche in edizione limitata, con un volume che raccoglie i suoi collage (alcuni sono in mostra alla Triennale di Milano fino al 26 settembre): «Penso che sia indispensabile per capire il disco – spiega – crea un paesaggio emotivo che aiuta a definire meglio il tema delle canzoni». Già, perché a scorrere i testi ci sono fantasmi e stelle, guerre in corso e amori passati. E un verso che ritorna, «Everything is new», ogni cosa è nuova: lo canta proprio all’inizio e lo ripete nel teatrale crescendo di Christina’s Farm, il brano con cui si chiude l’album.

Antony cerca le parole: «Ci sono molti livelli di lettura, ma il più importante è il mio impegno per… la mia preoccupazione che… la mia lotta con… il mio rapporto con… il presente e il futuro della natura. Non credo che l’uomo sia una creatura superiore alle altre, questa distinzione serve solo a imporre un sistema di potere. Invece pensare spirito e natura insieme porta a vedere il mondo sotto una luce diversa e allora davvero ogni cosa è nuova e risplende di una spiritualità pura e creativa». Il discorso sfiora la danza butoh, passa in rassegna le leggende degli indiani d’America, plana infine sul breve scritto che chiude l’album: «Essere transgender – riflette il trentanovenne musicista – mi rende un animale selvaggio. È un aspetto della mia personalità che pretende di esistere e si lancia nella vita pur sapendo di non essere benvenuto: mi impone un punto di vista unico sulla natura, la società, il futuro. Ma mi relega ai margini di tutto».

Di solito Antony lascia che a definire la sua identità non siano le parole, ma la voce, che passa nel giro di un respiro da un timbro maschile a uno femminile. Una sorta di Nina Simone del terzo millennio, con lo stesso carico di solitudine e dolore: ha incantato Lou Reed, che lo ha voluto al suo fianco per una serie di concerti e un disco, poi mille altri, dalle CocoRosie a Rufus Wainwright, da Marianne Faithfull a Marc Almond. Ha duettato con Bryan Ferry e Boy George, con Elisa e Battiato. E con Björk, prima in Dull Flame of Desire, ora nella idillica Fletta: «C’è qualcosa nella sua voce che apre la strada a una speranza, a un mondo migliore di quello descritto nel resto dell’album». Un’altra canzone che si discosta dall’atmosfera di Swanlights è Thank you for your Love, accompagnato da un video girato al suo arrivo a New York all’inizio dei Novanta.

E tuttavia l’ispirazione per questo disco non è da cercare negli 11 brani che lo compongono, ma nell’Ep pubblicato qualche settimana fa, con una cover di Bob Dylan (Pressing on) e Imagine di John Lennon. «Incidere canzoni di altri è una sfida, magari anche perversa, come quando ho rifatto Crazy in Love di Beyoncé. Imagine arriva da un tempo che non è il mio, da una generazione diversa con valori diversi, ma io la interpreto come fosse scritta ora, con uno sguardo sul futuro. Da qui è nata la domanda che percorre tutto l’album: cos’è la speranza oggi? Non lo so, so che il vertice di Copenhaghen dello scorso anno è stato un colpo terribile alle aspettative di un mondo sostenibile, e non ci rimane molto tempo per cercare di salvarlo».
Si potrà cambiare qualcosa con la musica? «Non credo di aver contribuito alla storia del pop, non sono di quelli che mettono al primo posto la sperimentazione – sussurra Antony -. E non m’importa quel che la gente capisce di me nelle mie canzoni, mi piacerebbe però che ognuno ci scoprisse qualcosa di sé. Questo è il mio modo di crescere insieme agli altri, questo è il mio lavoro, la mia vita».

Antony canta il “Nessun dorma” di Puccini per Lavazza

Le ballate spettrali di Antony

17 febbraio 2009 Nessun commento

Alto come un giocatore di basket, ma senza averne il fisico, Antony porta i capelli lunghi, fa un uso creativo di make up, indossa tuniche informi. Poi apre bocca, e con la voce crea un mondo tutto suo, dove Billie Holiday canta Lou Reed, dove l’avanguardia di New York si sposa col cabaret e Candy Darling, famosa drag queen del giro di Andy Warhol, si specchia nel ritratto di Kazuo Ohno. Il leggendario padre della danza Butoh appare sulla copertina di The Crying Light, terzo album di Antony con i suoi Johnsons, da poco uscito in Italia.

Un disco di grande intensità, curatissimo ed elegante, che non indulge mai a certi eccessi dei suoi lavori precedenti, sovraccarichi di arrangiamenti, eccessivi nelle performance vocali. I testi, a volte melanconici, altre intrisi d’ironia, parlano di vita e di morte, del tempo che passa e non ritorna. Dieci brani che sono variazione su un unico tema, dove la voce di Antony si libra su accordi di piano e pochi altri strumenti, senza gli ospiti illustri di I Am A Bird Now e senza certi ammiccamenti da avanspettacolo del primo album. Finalmente Antony sembra aver trovato la sua strada: ballate vagamente spettrali, di bellezza lieve eppur calcolatissima, nate togliendo più che aggiungendo. E infatti il violoncello alla fine di Her Eyes Are Underneath the Ground, i fiati di Epilepsy Is Dancing, le minute percussioni di The Crying Light lasciano immaginare come dovevano essere originariamente queste canzoni: più ricche, più grandiose, più kitsch. Invece, nonostante vi suonino ventiquattro musicisti e si alternino quattro diversi arrangiatori, alla fine il disco suona minimale, addirittura perfino scarno. La potenza e la varietà dei brani stanno tutte nella voce di Antony: potrebbe essere quella di una cantante lirica che si cimenta col blues, capace di passare nel giro di un respiro da un timbro maschile ad uno femminile. Una sorta di Nina Simone del terzo millennio, con lo stesso carico di solitudine e dolore trasfigurato in torch songs di straziante bellezza, come Dust And Water.

Inglese del Sussex, Antony Hegarty nasce nel 1971 e a diciannove anni sbarca a New York per studiare teatro sperimentale; nel 1992, insieme con altri artisti, fonda il collettivo Blacklips, un ensemble di performer che si esibiscono nei locali alternativi di Manhattan. Sono in quindici, e giocano sulle differenze e le identità di genere sessuale, scambiando continuamente i ruoli di uomini e donne, dissacrando i luoghi comuni e nascondendo dietro una battuta decenni di teorie femministe e studi sulla cultura transgender. Lui, Antony, canta le prime canzoni ispirate agli idoli pop della sua adolescenza, ma di Boy George ed Alison Moyet rimane poco, e invece sono sempre poù evidenti i riferimenti al cabaret tedesco tra le due guerre. Alcune, come Hitler in My Heart, Cripple and the Starfish, Blue Angel, finiranno nel disco di esordio, pubblicato nel 2000 grazie all’interessamento di David Tibet dei Current 93, storica – e cupissima – band inglese. Da allora, la fama di Antony esplode: Lou Reed ascolta l’album e subito lo invita sul palco al suo fianco per una serie di concerti, poi incide con lui una nuova versione del suo classico A Perfect Day. E’ solo il primo di una lunghissima serie di musicisti che vorranno l’inconfondibile voce di Antony nei loro dischi: dalle CocoRosie a Rufus Wainwright, da Björk a Marc Almond. Ha cantato con Bryan Ferry e Boy George, con Marianne Faithfull e perfino con Battiato (nell’ultimo Fleurs 2, dove si cimenta in italiano).

E soprattutto, ha svelato un aspetto completamente diverso di sé e della sua voce insieme con una band elettronica newyorkese, gli Hercules and Love Affair, con cui ha pubblicato Blind, uno dei brani dance più ballati dello scorso anno. Oggi, con The Crying Light al nono posto tra i dischi più venduti in Italia e i concerti del prossimo aprile già tutti esauriti, Antony ha definitivamente superato i confini dell’underground. Non è più solo una promessa, ma uno degli artisti più interessanti e coraggiosi degli ultimi anni.