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Il Sussidiario dei Baustelle

Dieci anni dopo, i Baustelle ripubblicano il loro primo disco, Sussidiario Illustrato della Giovinezza. E’ pieno di difetti, incerto, a tratti pretenzioso, ma è un lavoro originale e coraggioso nell’asfittico panorama italiano degli ultimi anni. L’uscita (anche in versione cofanetto illustrato da Alessandro Baronciani, con vinile e 45 giri) è stata accompagnata da un mini tour che si è appena concluso. Intanto I Mistici dell’Occidente, quinto album firmato da Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini è uno dei dischi da ricordare di questo 2010.

Bianconi, quanti anni ha?
«Sono del 1973, dovrei averne 36 o 37»

E’ arrivato il momento di guardarsi indietro?
«No, ma il tempo cambia l’atteggiamento che hai nei confronti di te stesso giovane. Io non ho mai avuto problemi con Montepulciano, dove siamo nati e abbiamo cominciato a suonare nel 1996. Però allora mi sembrava che l’unica scelta per crescere fosse andar via, mentre con gli anni ho capito che si può rimanere provinciali indipendentemente da dove si vive».

Sui provinciali avete scritto spesso…
«Certo, siamo provinciali e continuiamo a esserlo, forse ci è rimasta addosso questa sensazione di essere esclusi da quello che succede nel mondo».

Nel frattempo è esplosa internet, pensate che abbia cambiato le cose?
«Nel 1999, mentre registravamo Sussidiario in uno studio vicino Pisa, internet non c’era, non si potevano controllare le mail, non si poteva andare su Facebook, acquistare una canzone. In dieci anni è cambiato il mondo. Potenzialmente il web è un miglioramento, oggi anche una piccola band può distribuire la sua musica ovunque, senza dover registrare una cassetta e sperare che un discografico la ascolti come abbiamo fatto noi. Parallelamente, però, c’è stato un cambiamento del mercato, nel senso che è andata in crisi l’industria discografica. E si è diffusa una cultura della musica senza valore, nel senso di senza prezzo ma anche senza spessore artistico: c’è un’offerta costante, sovradimensionata, perfino eccessiva».

Che fine ha fatto la vostra etichetta di allora?
«La Baracca e burattini non esiste più, come molte etichette indipendenti: oggi sono scomparse, mentre dieci anni fa il loro lavoro come talent scout era fondamentale. La Tempesta Dischi, che è l’unica importante etichetta rimasta, è diventata di fatto un collettivo, lavorano per passione e non per profitto. I loro artisti, come I Tre Allegri Ragazzi Morti, si pagano da soli i dischi, mentre noi all’epoca avevamo la possibilità di essere messi sotto contratto da etichette vere, anche se piccole».

Come mai riproponete il Sussidiario dal vivo nella prima parte del concerto?
«Non è un’operazione di filologia: lo suoniamo come vogliamo, un po’ riarrangiato, perché ci sembra giusto presentare l’album, ma anche raccontare come siamo in questo momento. Questa ristampa è un atto d’amore verso il nostro pubblico, perché ai concerti in molti richiedevano il disco, ma anche la voglia di divertirsi a cercare vesti nuove per canzoni vecchie. Alcune non le avevamo mai eseguite dal vivo».

Cos’ha pensato a risentirle dieci anni dopo?
«Ci sono molte ingenuità, non è facilissimo riascoltare un disco del genere. Adesso capisco che sono cambiato, che siamo cambiati tutti, per certe cose in meglio: ovviamente abbiamo meno ingenuità, difetti, errori. Ma è una sorpresa riascoltarsi e notare come dei ventenni alle prime armi fossero riusciti a fare un disco bello e con delle trovate nuove, soprattutto per la musica alternativa di allora, che era essenzialmente un rock basato sulle chitarre. Poi siamo arrivati noi con una specie di grande caleidoscopio: la canzone italiana, le colonne sonore, l’elettronica, tutto ricomposto in una maniera che forse prima non era mai stata provata».

I Baustelle hanno fatto scuola?
«Oggi quel tipo di ricerca è ripreso da band come Non voglio che Chiara, Dente, Le Luci della Centrale Elettrica e molti altri. Allora dovevi suonare come i Marlene Kunz, gli Afterhours, i Csi. Se Sussidiario non fosse stato riconosciuto come un prodotto della scena indie forse non sarebbe stato sdoganato quel tipo di suono anche per Dente, che oggi tutti pacificamente catalogano nell’indie».

Con la ristampa del primo disco si chiude un circolo. E poi?
«Poi vedremo, non mi va di fare l’esegeta di me stesso».

Cosa hanno in serbo i Baustelle per il futuro?
«Faremo forse un concerto a Capodanno, poi stacchiamo e cominciamo a scrivere le nuove canzoni, ma vorremmo far uscire un disco live, perché le registrazioni dei concerti di quest’anno con l’orchestra sono bellissime, mi piacerebbe racchiuderle in un disco».

Com’è stato scrivere La Tigre per Anna Oxa?
«Mi ha sorpreso davvero, avevo tempi ristrettissimi, ma ho voluto provarci perché avevo sentito gli altri brani del disco e mi erano piaciuti. Il suo è un disco molto coraggioso, mi piace come ha interpretato la mia canzone, lei si circonda di musicisti bravissimi, canta in maniera divina, così un esperimento nato senza grosse aspettative si è rivelata una delle esperienze più interessanti come autore».

Che differenza c’è tra le canzoni composte per la sua band e quelle per altri interpreti?
«Il lavoro da autore come Francesco Bianconi non è come scrivere per i Baustelle: è ovvio che ci siano delle somiglianze, ma comporre per un altro significa immedesimarsi, le canzoni funzionano se chi le ascolta percepisce una verità nell’enunciazione. Bruci la città, ad esempio, parla di me, ma ha avuto successo perché è risultata credibile in bocca a Irene Grandi. Le canzoni sono spesso bugiarde ma per funzionare devono sembrare vere»

Baustelle, la svolta mistica


I mistici dell’Occidente, quinto album dei toscani Baustelle, è un disco che parla di carri funebri, Huckleberry Finn e San Francesco. Di cimiteri, rane e crisantemi neri, e pure della spiaggia di Follonica. Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini hanno confezionato dodici canzoni con melodie orecchiabili e testi impegnati (e impegnativi, come si evince dal titolo dell’album, ispirato a un’opera di Elémire Zolla). Finiranno in cima alla top ten, com’è successo col precedente Amen, che due anni fa li ha consacrati tra le band più importanti del rock italiano. Li incontro in una Milano primaverile ma grigia, nella sede della casa discografica, e Francesco parla per quasi tutto il tempo. Gli altri due partecipano poco, lasciandogli volentieri gli onori e gli oneri del portavoce.

Bianconi, ma delle vostre canzoni al pubblico arriva il ritornello o il messaggio?
«Si parte dall’orecchiabilità, certo, ma poi a forza di cantare ogni tanto si finisce per pensare. Essere oscuri dà a chi ascolta il compito di cercare il senso nascosto».

Il brano che dà il titolo all’album ricorda De André: un caso o una scelta?
«La strofa ha un giro armonico da ballata popolare, che De André adoperava spesso, e anche il mio timbro vocale è simile».

E l’ispirazione mistica arriva da Battiato?
«Non esattamente, anche se Battiato è per noi un riferimento. Nell’album il misticismo è una metafora: si parte dalla vita terrena e si afferma che la verità è un’altra. Ma per me, laicamente, questa esperienza significa interpretare il presente come se non fosse tutto qui e ora, ma esistesse un’altra prospettiva. Nella cultura come nella politica».

A proposito di politica, tu parli di un Presidente: chi è?
«Oggi Silvio Berlusconi ed è per lui che è nata I mistici dell’Occidente. Nel testo non compare il suo nome perché, da buon anarchico, considero il potere sempre negativo in sé, quindi spero che il riferimento rimanga universale. Dall’altra parte, però, mi auguro che questa canzone possa essere presto superata dalla storia che avanza».

Canti testualmente: «questo branco di coglioni sparirà». Lo credi davvero?
«Non so, ma anche solo dirlo è liberatorio».

Avete collaborato con Valeria Golino per Giulia non esce la sera e ne è nata Piangi Roma, che ha vinto il Nastro d’argento. Ci sarà ancora cinema nel futuro dei Baustelle?

«Mi piacerebbe fare cinema come attore, ma mi accontenterei anche di comporre musica. È bene confrontarsi con i tempi e le strutture del cinema, perché chi scrive colonne sonore deve mettere da parte l’ego. Per questo la musica da film è colta come l’avanguardia ma meno autoreferenziale e più capace di emozionare: è il caso di Ennio Morricone, ad esempio».

Ma il vostro è ancora pop?
«È un pop barocco, orchestrale, creato a tavolino. Il nuovo album nasce dal silenzio e non dalle improvvisazioni, tagliano e incollando le idee di tutti e tre col computer».

E dal vivo?
«Sul palco saremo con l’Orchestra dei Mistici dell’Occidente, un coro maschile, una sezione di archi: in tutto, una ventina di persone».

Nel 2007  hai scritto per Irene Grandi Bruci la città e per l’ultimo Sanremo La cometa di Halley: c’è qualcun altro cui affideresti le tue canzoni?
«Celentano, mi piacerebbe molto scrivere per lui».