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Posts Tagged ‘Damon Albarn’

Il nuovo disco dei Gorillaz nasce sull’iPad

27 dicembre 2010 Nessun commento
Il quarto disco dei Gorillaz è uscito il giorno di Natale, ma nei negozi arriverà l’anno prossimo; per ora si può ascoltare in streaming sul sito della band o scaricare (bisogna essere iscritti al Fan club ufficiale). Elettronico e introspettivo, The Fall è una sorta di diario di viaggio nato in due mesi di tour, ma soprattutto è il primo album registrato, composto e suonato su iPad. Come nell’Ottocento i viaggiatori del Grand Tour non si separavano dai loro quaderni di appunti, così oggi Damon Albarn non si muove senza la tavoletta Apple, che usa per registrare suoni, prendere note, inventare schemi ritmici. E per sopportare meglio lo stress dei concerti: «Ho sempre passato le sere in albergo a guardare le pareti chiedendomi dove fossi – racconta – adesso ho scoperto che continuare a lavorare alle canzoni mi fa sentire meglio».
I brani di The Fall sono ispirati ai vari Stati americani attraversati dal tour, dall’iniziale Phoner to Arizona (di cui esiste anche un bel video diretto da Jamie Hewlett, l’altra metà dei Gorillaz), fino a Seattle Yodel, passando per Detroit, The Snake in Dallas, California & the Slipping of the Sun. La produzione è più essenziale, meno stratificata rispetto all’ultimo Plastic Beach, uscito questa primavera. Anche gli ospiti sono più rari: solo Bobby Womack in Bobby in Phoenix e Paul Simonon e Mick Jones, che furono rispettivamente basso e chitarra nei Clash e con Albarn hanno già collaborato più volte.
The Fall è un disco vero, che rivela per i Gorillaz una nuova direzione, meno dance e più malinconica. I quindici brani che lo compongono, però, saranno forse ricordati come un passo avanti nella tecnologia più che nella storia del pop, a differenza di Clint Eastwood, Feel Good Inc. o Stylo. Questo perché oggi perfino gli apparecchi più avanzati e i computer musicali più evoluti adottano ancora interfacce basate su una tastiera, mentre con l’iPad basta un dito, non è necessario saper leggere le note o suonare come il pianista Lang Lang, che ha usato spesso il tablet Apple in concerto. Esistono infatti programmi che consentono di creare musica disegnando linee o figure geometriche, altri che convertono la voce in uno strumento, altri ancora che consentono di modificare i suoni come con un sintetizzatore: nel libretto, Albarn ne elenca una ventina. È anche possibile registrare tutto, con una qualità di poco inferiore a uno studio professionale. Ma il talento, la voglia di sperimentare, il gusto per il pop raffinato e intelligente di The Fall non si trovano in nessuna tavoletta.
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Tornano i Gorillaz con Plastic Beach

Come le migliori band rock e pop, i Gorillaz sono in quattro: Murdoc Niccals (basso), 2D (voce e tastiere), Russel (batteria) e Noodle (chitarra). A differenza delle peggiori band rock e pop, che purtroppo sono reali, i Gorillaz sono però virtuali, personaggi animati disegnati da Jamie Hewlett. Il creatore di Tank Girl ha costruito per loro un mondo immaginario, con luoghi e avvenimenti che non sfigurerebbero in una biografia reale: se il disco precedente, cupo e apocalittico, era stato registrato a Londra nei pressi di un cimitero, per quello nuovo i quattro si sono trasferiti su un’isola del Pacifico meridionale, composta interamente di detriti e pezzi di plastica. Ovviamente l’album, che sarà pubblicato il prossimo 5 marzo, si chiama Plastic Beach.

E’ una delle uscite più importanti dell’anno, considerato anche il successo di Gorillaz (2001) e Demon Days (2005), che hanno venduto complessivamente oltre dodici milioni di copie. Così il marketing su Twitter e Facebook è partito con largo anticipo e su YouTube si trovano spezzoni di filmati che raccontano l’avventura dei quattro sull’isola di plastica. E ancora giochi, sfondi di scrivania, widget per computer. Come nel film I love Radio Rock, Murdoc ha poi trasmesso in anteprima alcuni brani dalla sua radio pirata, battendo sul tempo i pirati del web.

Plastic Beach è un lavoro maturo e ricco di sorprese, pur riproponendo quel miscuglio di hip hop, rock, dub, blues e rap ormai tipico della band inglese. Qui le fonti di ispirazione si ampliano ancora e arrivano a comprendere i Kraftwerk, l’elettroclash (Glitter Freeze), la National Orchestra for Arabic Music (White Flag, registrata a Beirut durante la guerra), ma pure una leggenda del soul come Bobby Womack, che presta la sua voce per il primo singolo. «Con Stylo volevo che la musica suonasse euforica, ma allo stesso momento facesse riflettere sulla precarietà della nostra situazione in un mondo tanto sovrappopolato», spiega Murdoc. E aggiunge: «Bobby Womack ha suonato con noi dopo che per anni non incideva niente, lo ha fatto perché la sua nipotina ha detto che eravamo fighissimi. Ed è vero, lo siamo».

Anche per questo la lista degli ospiti nei sedici brani di Plastic Beach è lunghissima: dai rapper Snoop Dogg e Mos Def ad un’icona del rock alternativo inglese come Mark E. Smith dei Fall, dai De La Soul a Gruff Rhys dei Superfurry Animals (nella geniale Superfast Jellyfish). Senza contare Paul Simonon e Mick Jones dei Clash, rispettivamente al basso e alla chitarra nella traccia che dà il titolo al disco. Non sono gli unici alfieri del vecchio rock presenti in Plastic Beach: c’è perfino sua maestà Lou Reed che canta in Some Kind Of Nature. Ma ad ascoltare con attenzione la voce con cui duetta, il mistero dei Gorillaz si svela: 2D è Damon Albarn e i Gorillaz sono il suo più importante progetto fuori dai Blur. Anzi, il più importante e basta: lo provano brani come To Binge e On Melancholy Hill, che avrebbero potuto trovar posto accanto a Girls and Boys o Tender. Così Albarn ha oltrepassato il britpop e ha lasciato che gli Oasis continuassero ad usarne le formule ormai invecchiate, mentre la sua musica oggi è una confusione di stili, un gioco di specchi e rimandi: il modello per il pop d’inizio millennio, un esempio di come anche nelle canzoni da classifica possa esserci spazio per l’intelligenza, l’ironia, la sperimentazione.

Massive Attack, Brixton Academy 17.9.09

21 settembre 2009 Nessun commento

Ballano in cinquemila, giovani e meno giovani, mentre sul megaschermo scorrono frasi di scrittori, filosofi e politici: da Goethe a JFK, da Martin Luther King a San Suu Kyi, tutti si confrontano sul tema della libertà. E’ la prima delle tre date londinesi dei Massive Attack, lo scorso giovedì, per presentare il nuovo disco, originariamente annunciato per ottobre, ma rimandato ancora una volta. Uscirà forse a febbraio 2010, sette anni dopo 100th Window, e ancora non se ne conosce il nome: si sa che vi parteciperanno Tunde Adebimpe dei Tv On The Radio e Guy Barvey degli Elbow, ma pare che Robert Del Naia abbia contattato tra gli altri anche Patti Smith, David Bowie e Tom Waits.

Non ci saranno, nella versione finale dell’album, e non ci sono nemmeno alla Brixton Academy, dove comunque la band è in formazione estesa a sei membri. E’ l’avvio del tour europeo, e così per l’occasione arriva anche Damon Albarn. Il cantante dei Blur (e dei Gorillaz, e dei Good, Bad and The Queen) si aggiunge ai cori di Splitting The Atom e canta da solo Saturday Never Comes. La prima dà il titolo all’ep di quattro canzoni che sarà pubblicato solo in digitale il 2 ottobre, la seconda dovrebbe essere inclusa nel quinto album dei Massive Attack. Non è rock e non è pop, non è dance e nemmeno trip hop: “Non abbiamo mai chiamato così la nostra musica, e d’altra parte la formula è cambiata a ogni album; una definizione comune per tutti è impossibile”, precisa Del Naia, che con Daddy G è il solo rimasto della formazione originaria.

Dell’etichetta appiccicata alla band ai tempi di Protection e Mezzanine oggi rimane poco, e semmai il paragone più prossimo sono i Radiohead, sia per l’uso massiccio di computer accanto a strumenti tradizionali, sia per l’impegno politico. I Massive Attack sono stati infatti tra i più duri oppositori all’impegno militare inglese in Iraq, si sono schierati a favore della Palestina e per il film Gomorra, dal libro di Saviano, hanno scritto una canzone apposta (Marakesh), che ovviamente è in scaletta.

Lo show (tutto esaurito, come le altre tappe inglesi) ricalca quello del tour precedente, a metà strada tra denuncia sociale e installazione artistica, con i titoli dei giornali della sera che si scorrono alle spalle del palco durante Inertia Creeps. Essere nel rovente anfiteatro della Brixton Academy stavolta non significa chiudere occhi e orecchie a quello che succede fuori, ma aprirli, per tuffarsi in un caotico mix di informazioni che mette insieme il gossip sulle Spice Girls (“Si riformano ancora, ma senza Victoria?”) e le ultime notizie sulla crisi economica. E alla fine la domanda cruciale, declinata in mille modi diversi: “Qual è la tua opinione? Cosa ne pensi? Hai commenti da fare?”

Musicalmente, il concerto segna un ritorno a sonorità più dub: Teardrop, il loro brano più famoso, si spoglia della melodia e rivela inaspettate radici reggae. Alla voce, Martina Topley-Bird cerca di non far rimpiangere Elizabeth Frazer che cantava la versione originale, mentre Horace Andy trasforma la successiva Angel in un mantra ipnotico punteggiato di percussioni elettroniche e chitarre distorte. Poi però, nei bis al microfono arriva Debbie Miller e il megaschermo si spegne: è Unfinished Sympathy, tratta dal disco di esordio, Blue Lines, uscito prima dell’11 settembre, prima di internet e dei cellulari. Un altro mondo davvero, e questo singolo del 1991 è il solo momento di puro divertimento in due ore di musica, intelligente, affascinante, intensa, e però sempre dai toni cupissimi.

07.11.2009 – Milano, Palasharp
08.11.2009 – Conegliano Veneto (TV), Zoppas Arena

Demon Albarn, dai Gorillaz alle scimmie

18 settembre 2008 Nessun commento

Dopo due album di enorme successo, Damon Albarn e Jamie Hewlett passano dai Gorillaz alle scimmie. Il nuovo lavoro dell’ex leader dei Blur e del cartoonist inglese s’intitola infatti Monkey: Journey To The West ed è ispirato direttamente ad un poema epico cinese, da cui i due avevano tratto già una piece teatrale presentata a Manchester lo scorso anno.

Il disco non è la semplice colonna sonora dello spettacolo diretto da Chen Shi-zheng, ma rielabora pesantemente la musica di scena e introduce parecchi intermezzi strumentali, arrivando a infilare 22 brani in poco più di un’ora. Un album non certo facile, molto elettronico e cantato in cinese, che però ha debuttato al quinto posto nella top ten britannica. Perché, al di là di tutte le sperimentazioni, il tocco pop di Albarn si riconosce spesso, e brani come Sandy the River Demon o O Mi to Fu non stonerebbero su un disco dei Gorillaz, mentre altrove è più evidente l’influenza dei Blur (I Love Buddha). La musica è stimolante e sempre originale, tuttavia talvolta si avverte che è nata per accompagnare un’azione teatrale e non per vivere di vita propria.

Tra le eccezioni, una delizia kitsch come March Of The Iron Army (a metà strada tra Pet Shop Boys e Michael Nyman) e la delicata Heavenly Peach Banquet. Bello, insomma, ma consigliato solo ai fan: gli altri aspettino il 2009 per il nuovo album dei Gorillaz o riscoprano The Good, The Bad And The Queen, realizzato con l’ex bassista dei Clash Paul Simonon e uscito lo scorso anno.

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