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David Byrne e Fatboy Slim, un musical per Imelda Marcos

«Dovrei scriverlo io, il musical, per far vedere alla gente la vera Imelda». Così la moglie dell’ex dittatore delle Filippine commentava tempo fa la notizia che David Byrne e Fatboy Slim stavano lavorando a una serie di canzoni ispirate alla sua vita. Here Lies Love è stato rappresentato in prima mondiale ad Adelaide nel 2006, poi replicato alla Carnegie Hall di New York l’anno successivo, ancora incompleto, e ora finalmente si materializza in un doppio cd, in uscita il 6 aprile.

Raffinatissimo e ricco di citazioni, l’album si compone di ventidue brani e dura quasi due ore. Molte le ispirazioni esotiche (ad esempio in You’ll be taken care of), com’è lecito aspettarsi da un musicista che prima ha portato l’Africa nel cuore del rock con i Talking Heads, poi ha fondato la Luaka Bop, un’etichetta fondamentale per la diffusione della world music. L’apporto di Norman Cook (Fatboy Slim) a un primo ascolto sembra meno rilevante, però si coglie più di un’eco del suo «Big Beat» nei brani più movimentati (Eleven Days o Dancing Together). E in generale, è facile attribuire al più famoso dei deejay inglesi quella vena danzereccia che percorre tutta l’opera.

Già, perché nella vita della «Farfalla d’acciaio», come allora la chiamavano i giornali occidentali, non c’erano solo gioielli, abiti, e nemmeno le famose tremila paia di scarpe: prima di conoscere Ferdinand Marcos, aveva lavorato in un negozio di musica e preso lezioni di canto. Alla fine degli anni Settanta, Imelda, già famosa in tutto il mondo per le sue eccentriche mises e le spese folli, era diventata un’assidua frequentatrice dello Studio 54. Nella discoteca più famosa di New York passava le notti in compagnia di Andy Warhol e altri vip, mentre nel suo Paese il marito promulgava la legge marziale, imprigionava migliaia di dissidenti, imponeva tasse insostenibili. Lei faceva portare la sabbia da una spiaggia dell’Australia per costruire la sua baia artificiale, attrezzava il palazzo presidenziale con pista da ballo e palle a specchi, indossava gioielli di inarrivabile opulenza. E incontrava politici di ogni Paese: Nixon, Castro, Ciu En Lai, Gheddafi, che incantava con un sorriso, un inchino, un’accavallar di gambe.

Byrne lo racconta in Please Don’t, il primo singolo tratto dall’album (con video d’epoca che mostra un suo viaggio a Roma). In altri brani si sofferma invece su aspetti più intimi della vicenda di Imelda Marcos, e soprattutto sul rapporto complesso con Estrella Cumpas, la donna che prese il posto della madre scomparsa prematuramente e le fu vicina nei momenti cruciali della sua vita, dall’infanzia di stenti alla prima elezione a reginetta di bellezza, fino a quando divenne first lady nel 1965. Poco spazio per la politica, nessuno per i crimini di cui si macchiò il regime filippino, crollato nel 1986 sotto una rivolta popolare che costrinse il presidente e la sua famiglia all’esilio. Niente accenni ai 9000 processi a carico di Imelda Marcos, molti dei quali ancora in corso.

Here Lies Love potrebbe essere per lei quello che Evita è stato per la vedova Peron, il segno di un nuovo interesse e l’inizio di una riabilitazione, se non altro come icona kitsch. Qui non c’è Madonna, ma un cast ricchissimo e variegato, con le migliori voci del pop femminile: da Florence Welch (Florence and the Machine) a Tori Amos, dalla rediviva Cyndi Lauper a Róisín Murphy, da Kate Pierson dei B52’s a Santigold, senza contare Sia, Natalie Merchant, Martha Wainwright e altre. Mille donne per i mille volti di Imelda. Pare che si sia proposta anche lei, l’ottantenne ex First Lady, ma che all’ultimo momento abbia rinunciato perché l’opera non mette nel giusto risalto la sua personalità, «dedicata alla bellezza e all’amore», come dichiarò in un discorso davanti all’Assemblea dell’Onu. «”Here Lies Love”» (qui giace l’amore) è l’epitaffio che vorrei avere sulla mia tomba», disse, «perché riassume perfettamente la mia vita».

David Byrne, la mia Africa

6 luglio 2009 1 commento

1978-1979: tra il secondo e il terzo disco dei Talking Heads c’è un anno. E un continente: More Songs About Buildings and Food si chiude sull’America, con una cover di Al Green, Fear Of Music si apre con l’Africa di I Zimbra, percussioni, chitarre elettriche e David Byrne che declama un poema dadaista. L’incontro tra la band di New York e l’Afrobeat in soli tre album – tutti prodotti da Brian Eno – segna una svolta nella musica popolare e in quella colta, aprendo la strada al rock, alla world music e alla dance come le conosciamo oggi.
Da allora, Byrne ha liquidato i Talking Heads (nel 1991), è passato dal cinema al teatro, ha pubblicato libri di disegni e saggi di semiologia, si è inventato scultore e manager di un’etichetta musicale, ha vinto un Oscar (per la colonna sonora dell’Ultimo Imperatore) e continuato a pubblicare dischi. L’ultimo, Everything that Happens Happens Today, è uscito nel 2008 e segna una nuova collaborazione con Brian Eno, dopo una pausa lunga quasi tre decenni; le vecchie canzoni e quelle più recenti saranno nella scaletta di un tour italiano che parte il 17 luglio da Grado. Intanto, dalla casa della sua fidanzata a Manhattan, l’ex leader dei Talking Heads racconta la nascita della sua passione per la musica africana.
Perché l’Africa e non l’Asia, che pure ha una tradizione musicale millenaria?
“Per caso, ho comprato i primi dischi perché mi piacevano le copertine. Ma artisti come James Brown o John Coltrane presentavano già influenze africane, così i dischi di Fela Kuti, ad esempio, negli anni Settanta per un americano erano esotici e allo stesso tempo avevano qualcosa di familiare. Permettevano di guardare indietro, alle radici del soul o del jazz. Non si poteva dire lo stesso dell’India: a parte qualche citazione dei Beatles, la musica indiana era lontana dal grande pubblico”.
Per i Talking Heads il successo arriva nel 1980, con Remain In Light, una pietra miliare nella storia della contaminazione tra culture diverse.
“In realtà il disco non ha venduto molto, però ha aperto delle porte, ha mostrato che era possibile andare al di là dei soliti generi musicali. Era insieme rock, musica etnica, funky e punk. Del ’77 conservava l’attitudine sperimentale e rivoluzionaria, e il messaggio che ne veniva fuori era: se ce l’abbiamo fatta noi, possono farlo anche altri”.
Era quindi anche una scelta politica?
“La politica era nella struttura della musica, non tanto nei testi. La band funzionava come una macchina in cui tutto era essenziale e ogni membro aveva un ruolo preciso: nessuno da solo poteva intuire il significato di quello che faceva, ma suonando tutti insieme nascevano ritmi e  melodie. Come nelle tribù africane, davvero”
Per questo dal vivo i Talking Heads da quattro diventavano molti di più?
“Esattamente, eravamo un’utopia sociale realizzata, sia pure solo per il tempo di un concerto”.
Concepito prima di Remain in Light, My Life in The Bush Of Ghosts è stato pubblicato  dopo, senza la band, ma sempre con Brian Eno. E qualcuno vi ha accusato di rubare la musica  altrui. Perché?
“L’accusa nasceva dal fatto che non c’erano cantanti e noi figuravamo come autori del disco, anche se parole e voci erano registrate da varie trasmissioni radio. Legalmente avevamo tutti i permessi in ordine, ma quando abbiamo ripubblicato il disco, tre anni fa, abbiamo deciso di mettere a disposizione gratuitamente alcune tracce sul web, perché chiunque potesse manipolarle e rimissarle: abbiamo preso, ma abbiamo anche dato”.
E avete segnato la strada che ha portato qualcun altro a vendere dieci milioni di copie. Per Play, Moby vi deve assai più dei complimenti riportati sulla copertina della ristampa di My Life (“Un disco che resiste allo scorrere del tempo”), non crede?
“L’idea di base è la stessa, unire la musica a delle voci trovate per caso. Ma il nostro album è del 1981, il suo del 1999: è una produzione moderna, più vicina al pop. Noi invece volevamo sperimentare e mostrare all’Occidente che altre società e culture producevano forme di arte (e non solo di musica) interessanti almeno quanto le nostre”.
Pensa di esserci riuscito?
“In parte sì, ed è quello che ho fatto anche in seguito, con i miei dischi  da solista”.
La musica africana è ancora interessante come trent’anni fa?
“La seguo meno di una volta. Ho trovato bello il disco di Amadou e Mariam, mentre musicalmente l’hip hop africano non mi dice molto: il vero motivo di interesse è nei testi, quando non sono in inglese ma nella lingua locale”.
L’hip hop africano non è un altro danno della globalizzazione?
“Non so se è un danno, ma so che la contaminazione tra culture può ancora produrre risultati sorprendenti. Ed è bene ricordare che l’hip hop è nato dal dub, che a sua volta ha radici africane: è un cerchio che si chiude, tutto torna dov’era cominciato”.

Il ritorno di Byrne ed Eno

8 settembre 2008 Nessun commento

Brian Eno e David Byrne hanno scritto pagine memorabili del pop degli ultimi trent’anni: il primo come produttore (di Bowie, U2, Coldplay, tra gli altri) e massimo teorico del genere ambient, il secondo inventando il rock nevrotico dei Talking Heads e poi avventurandosi nel territorio della musica etnica.Ma è insieme che hanno inciso un album destinato a rimanere nella storia: senza My Life In The Bush Of Ghosts non esisterebbero Moby e Madonna, Bjork e Jovanotti, Eminem, i Massive Attack e mille altri.

Ventisette anni dopo, i due tornano a collaborare per Everything That Happens Will Happen Today, disponibile da qualche settimana in formato digitale e da novembre su cd. L’album non è in vendita su iTunes, non è pubblicato da alcuna etichetta discografica: Eno e Byrne, seguendo la strategia dei Radiohead, hanno fatto tutto da soli, stabilendo tuttavia un prezzo fisso per il download (8.99 dollari per i file Mp3 ad alta qualità ascoltabili su tutti i lettori). Niente pubblicità, niente copie omaggio, appena qualche intervista, ma in cambio un brano (Strange Overtones) è gratis, e tutto il disco si può ascoltare in streaming.

L’album nasce da una precisa divisione dei compiti, come spiega lo stesso Byrne sul suo sito web: «Brian ha scritto quasi tutta la musica, io la maggior parte delle melodie vocali e dei testi». E infatti certi suoni ricordano le ultime prove di Eno, soprattutto Another day On Earth. Arricchite dagli interventi strumentali di Robert Wyatt e Phil Manzanera, le undici tracce nuove sono bizzarre variazioni sul tema del country e del folk, che Eno etichetta come «gospel elettronico», lontanissime dalla ribollente miscela di sintetizzatori e ritmi africani di My Life In The Bush Of Ghosts. «Non è la continuazione di quel disco», precisa infatti Byrne. «Questo è un album di canzoni, e il risultato mi sorprende, perchè molte sono positive e allegre, pur presentando elementi oscuri nella musica e nei testi».

C’è la guerra in Iraq, il tempo che passa, perfino una riflessione sulla morte (One Fine Day, presentata dal vivo a New York qualche settimana fa nell’esecuzione di un coro di ottantenni), eppure il tono è leggero, svagato, al più velato di una malinconia che s’intuisce passeggera. Everything That Happens non segnerà un’epoca, come la precedente collaborazione tra i due, e negli scaffali degli appassionati finirà tra Little Creatures (Talking Heads) e Nerve Net (Brian Eno). Non si può definirlo un capolavoro mancato, come mostrano le ottime The River e I Feel My Stuff, ma nemmeno un capolavoro (Home potrebbe essere stata scritta da Paul Simon); rimane però un disco piacevole da ascoltare, intelligente e ben confezionato.