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Un tè a Milano con Jeff Bezos, boss di Amazon

A47 anni appena compiuti, Jeff Bezos ha un patrimonio di 12,6 miliardi di dollari. Il giro d’affari della sua azienda nel 2010 è stato di 34,2 miliardi di dollari. Ma Amazon, di cui è presidente e amministratore delegato, è una rivoluzione che va oltre i risultati finanziari: è il più grande negozio al mondo che vende attraverso Internet. È il sinonimo di e-commerce: partito negli Usa, che già aveva una lunga tradizione di vendite per corrispondenza, e il modello è stato esportato ovunque, dal Regno unito alla Cina.
In Italia la creatura di Bezos è arrivata il 23 novembre 2010 e finora Amazon.it è stato visitato da oltre quattro milioni di persone. Sono stati acquistati libri (il più venduto è Umberto Eco), ma pure depilatori femminili, dvd, compact disc, orologi, giocattoli, gadget.
Bezos, in cosa oggi il commercio elettronico è diverso dal 1996, anno in cui ha fondato Amazon a Seattle?
«Abbiamo preso il nome dal Rio delle Amazzoni, il fiume più grande del Pianeta: fin dall’ inizio la nostra idea era offrire la più vasta selezione di prodotti. Il cambiamento sta nel fatto che oggi possiamo consegnare gli acquisti in maniera veloce spendendo meno e che è possibile comprare di tutto anche dal telefonino».
Sono in molti a farlo?
«Abbiamo applicazioni di Amazon per iPhone, iPad, Android e per le altre piattaforme. Il mercato sui dispositivi mobili è un’opportunità enorme che ci sforziamo di offrire con la stessa esperienza del computer di casa: ad esempio, basta inquadrare il codice a barre di un oggetto per sapere quanto costa su Amazon».
Ma sul sito Web italiano non si possono acquistare canzoni in Mp3. Sarà possibile prima o poi?
«Certo, il nostro negozio di musica ha successo ovunque, accadrà pure in Italia. Lo stesso varrà per i film».
Così non c’è differenza tra i vari mercati?
«Come tutti, gli italiani vogliono prezzi bassi, spedizioni veloci e offerta più ampia possibile. Credo che col tempo tenderà a scomparire anche la differenza di prezzo tra i vari Paesi: la strategia per cui alcuni mercati sono più importanti di altri e hanno prezzi più bassi non è più praticabile».
In un suo discorso all’ Università di Princeton, lei ha detto che bisogna essere orgogliosi delle proprie decisioni più che dei propri doni. Quali sono le scelte di cui va più fiero?
«Una in particolare: non fermarci alla gratificazione immediata, come fanno troppe altre compagnie. Siamo pionieri, inventiamo, i nostri progetti sono a lungo termine. Il Kindle, ad esempio, è stato lanciato nel 2007, ma prima ci abbiamo lavorato per altri tre anni».
E oggi il vostro lettore di eBook è uno degli oggetti più venduti da Amazon, ma gli italiani devono comprarlo dal sito americano.
«Arriverà. Intanto, abbiamo già migliaia di libri e giornali in italiano e ne stiamo aggiungendo molti altri. Nella mia idea, Kindle offrirà ogni libro che sia stato stampato, in commercio o fuori catalogo, in tutte le lingue, in ogni momento. Sarà tutto accessibile con un semplice tocco dello schermo».
Un po’ la stessa prospettiva di Google…
«Ci sono molti concorrenti, ma il mercato è enorme e c’è spazio per molti vincitori. Anche con filosofie diverse».
E l’iPad?
«L’iPad è un tablet computer, il Kindle è un apparecchio pensato apposta per leggere, ha un display a inchiostro elettronico, la batteria dura un mese, si legge in pieno sole, è leggerissimo e si può tenere in mano per ore. Quello che importa per noi è il testo, l’apparecchio deve scomparire. L’ iPad è un prodotto completamente diverso, e per quanto ne sappiamo il pubblico li compra entrambi: l’uno non esclude l’altro».
Verrà il giorno in cui sarà possibile prestare a un amico un eBook come si fa con un libro normale?
«È già possibile, ma la decisione spetta all’editore».
Il crollo delle case discografiche per la pirateria su Internet e i prezzi troppo alti dei cd non hanno insegnato nulla agli editori?
«Le canzoni che vendiamo sui siti di Amazon sono in grandissima parte senza protezioni digitali e compatibili con tutti gli apparecchi, ma per video e film molti studios hanno deciso di non adottare la stessa politica. Vedremo chi ha ragione».

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