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Sanremo, ha vinto Twitter

20 febbraio 2012 Nessun commento

Dei diciassette milioni di italiani che hanno seguito la serata finale del festival di Sanremo, molti non avevano davanti uno schermo solo, ma due. Quello del televisore, dove la Rai trasmetteva immagini in alta definizione e audio surround, e quello di un computer, o meglio ancora uno smartphone o un tablet per commentare tutto dal divano.

Già da qualche tempo i gruppi di ascolto collettivi sono una realtà comune fra chi frequenta Facebook o il più recente Google +, ma quest’anno è stato il boom di Twitter. Più conciso, più aperto, più feroce: in 140 caratteri bisogna concentrare tutta la cattiveria possibile, per scrivere un tweet memorabile. Mentre i giornalisti dalla sala stampa del Festival (e anche quelli del nostro giornale) si producevano in indiscrezioni e retroscena, un popolo di appassionati discuteva di quanto stava accadendo nel teatro Ariston: critiche a non finire per Celentano, liti furiose per Siani, gossip con foto per Guazzone. Solo lodi per Geppi Cucciari, la presenza più apprezzata, anche se forse meno discussa della farfallina di Belen. E la vittoria di Emma annunciata su Twitter prima che in tv, grazie a una talpa ancora non identificata.

A cinguettare sul web si sono ritrovati in tanti, vip e gente qualunque: Walter Veltroni, ma pure Claudio Coccoluto, deejay di razza e puntuto fustigatore di note sbagliate e abbigliamenti bizzarri; Fiorella Mannoia ha lanciato perplessa qualche tweet, sbilanciandosi solo per Noemi. E ancora FrankieHiNrg, Lorella Cuccarini, il Trio Medusa, il direttore di Mtv Italia Luca De Gennaro, che è un twittatore compulsivo e arguto. E c’erano i concorrenti, da Arisa a Renga, a volte reali, altre impersonati da qualche volenteroso aiutante.

C’erano pure il papa Benedetto XVI e Iddio, che ha avuto da ridire sulla canzone di Finardi in cui veniva chiamato in causa («Troppo per Sanremo»). Account falsi, ovviamente, ma che insieme con tanti altri hanno trasformato queste cinque serate di musica e varie amenità nel debutto ufficiale di Twitter presso il grande pubblico italiano. E più d’uno ha raccontato di seguire Sanremo solo per poterne (s)parlare sul social network, in un’acrobazia di snobismo per ammettere quello che anni fa avrebbe smentito: che il Festival lo vedono proprio tutti.

Moltissimi i retweet: se qualcuno azzecca una battuta più fulminante, chi la legge può rimandarla ai suoi amici, che a loro volta possono fare lo stesso. Si è molto scritto, ad esempio, sulla Loredana nazionale («Per recuperare il silicone delle labbra della Bertè ci vuole la ditta olandese che svuota il serbatoio della Concordia» è uno dei pochi messaggi pubblicabili). Così sono nate nuove amicizie virtuali, si sono intrecciati legami che nel mondo reale non esistono più, se non nei ricordi di mamme e nonne che raccontano di quando passavano le serate davanti alla tv con parenti e vicini a commentare le canzoni a voce e non con l’iPhone.

A mostrarsi poco social è stata la Rai: Alessandro Casillo ha vinto il premio apposito, lanciato su Facebook, ma su Twitter Sanremo esisteva solo negli hashtag (parole chiave) degli iscritti, non c’era un account ufficiale,  sul network di Mark Zuckerberg non è che si sia vista tutta quest’attività da parte della radiotelevisione italiana, mentre già da un po’ emittenti come Sky ed Mtv curano attentamente la loro presenza su Facebook e Twitter, offrendo aggiornamenti flash e chiedendo agli spettatori di interagire. La Rai, invece, ha perfino dimenticato di inserire nel proprio sito web i due interventi di Celentano, chissà se per un tardivo ripensamento o per questioni contrattuali (ma su YouTube si trovano entrambi, alla faccia di tutti i copyright).

Intanto una cosa è certa: il vero vincitore di Sanremo 2012 non canta e non urla. Cinguetta.

Facebook, con Places arriva la geolocalizzazione

Chi, come, cosa, quando. E adesso anche dove. Dallo scorso giovedì è attiva su Facebook una funzione che permette di segnalare agli altri iscritti la propria posizione per scoprire tra i conoscenti chi si trova nelle vicinanze ed eventualmente anche per stringere nuove amicizie.
Così la geolocalizzazione arriva sul social network più famoso, con oltre 500 milioni di iscritti, di cui circa 17 in Italia. Negli Stati Uniti «Places» è in funzione da agosto, da noi si chiama «Luoghi» e nei primi due giorni è stato usato già da diverse migliaia di utenti. Ma attenzione: solo quelli con un telefonino possono comunicare la propria posizione, utilizzando il Gps integrato in quasi tutti gli apparecchi di fascia medio-alta. Bisogna autorizzare il software a condividere i nostri dati (bene ricordarlo, specie in presenza di fidanzate gelose), poi si può scegliere chi tenere al corrente dei propri spostamenti: solo gli amici o anche gli amici degli amici, magari escludendo i colleghi dell’ufficio o le amiche del circolo di Bridge. Appariranno sulla pagina personale di Facebook come fossero aggiornamenti di status e gli altri potranno commentarli, segnalando magari che a due passi c’è un negozio con un’offerta da non perdere o una pasticceria specializzata in babà e sfogliatelle.
Detto così, non si capisce come mai sulla geolocalizzazione possano scommettere aziende grandi e piccole, come Google (con Latitude, da noi poco diffuso), ma anche Gowalla, Gbanga, Brightkite. Foursquare è il caso più clamoroso, un successo tale che il World Economic Forum ha segnalato l’azienda newyorchese come uno pionieri della tecnologia per il 2011. E che un risvolto economico esista lo testimoniano gli accordi con Starbucks, il «New York Times», ma anche palestre, bar, negozi, supermercati: ad oggi più di 20 mila in tutto il mondo riservano offerte speciali a chi utilizza Foursquare per registrarsi (qui l’operazione si chiama però «check-in» come negli aeroporti). In cambio ne ricavano un passaparola capillare e sempre aggiornato, una pubblicità miratissima ed efficace: sono i consigli degli utenti a conoscenti e amici, diffusi attraverso lo stesso Foursquare oppure su Facebook, Twitter e altri social network.
Per giornali e siti web la geolocalizzazione significa poter distribuire le notizie in tempo reale, indirizzandole esattamente dove servono: l’incendio nella pineta, la coda in autostrada, il concerto a sorpresa. Dietro il mondo reale se ne può costruire uno inventato, trasformando palazzi in castelli e chiese in templi pagani. Oppure si può organizzare nelle vie di Milano una caccia al tesoro virtuale: è successo nel corso della Social Media Week, in un evento sponsorizzato da Vodafone in collaborazione con Foursquare. Perché anche per gli operatori telefonici la geolocalizzazione potrebbe diventare un business importante, visto che consente di distribuire banner e pubblicità sempre diversi, a seconda di dove si trova il destinatario dello spot.
Facebook non è ancora così evoluto, ma certo l’inventore Mark Zuckenberg non si accontenterà dei commenti e dei «mi piace». Potrebbe studiare un sistema analogo a quello dei «badge» (distintivi) che si guadagnano su Foursquare quando si dimostra di frequentare assiduamente un certo posto, introdurre funzioni nuove, concludere accordi strategici.
Ma né lui né i suoi concorrenti faranno nulla per salvare quel briciolo di privacy che ancora ci rimane. Forse.