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Tabula Rasa Santificata: le mille vite di Giovanni Lindo Ferretti

Rischia, Giovanni Lindo Ferretti, e lo sa. Rischia l’insulto e la contestazione, ma pure l’abbraccio affettuoso, questa sera all’Hiroshima Mon Amour. Da due giorni i biglietti sono tutti esauriti per il ritorno del sacerdote del punk italiano, impegnato nel primo tour dopo una lunga assenza dal mondo della musica. Col tempo, le canzoni dei Cccp, dei Csi, dei Pgr si erano trasformate in letture teatrali, spettacoli sempre più rarefatti incentrati sulle parole e sui gesti, più che sulla musica. Arrivò anche a Torino, qualche anno fa, portando sul palco del teatro Colosseo un curioso mix di recitazione e danza (Iniziali: BCGL, con Giorgio Barberio Corsetti). E’ tornato, più di recente, con i Pgr, per un concerto che invece era tutto chitarre elettriche e percussioni.

E anche per A cuor contento Giovanni Lindo Ferretti si affida alle canzoni: brani dagli anni Ottanta ad oggi, con titoli eseguiti di rado dal vivo, o addirittura mai, come quelli del suo album solista del 1999 e del disco finale dei Pgr, uscito nel 2009. Sul palco con lui, due antichi compagni di viaggio ritrovati da poco: Ezio Bonicelli e Luca A. Rossi, che hanno donato alle canzoni una nuova veste elettronica e minimale. Bonicelli (violino, chitarra acustica e tastiere) e Rossi (basso, chitarre, tastiere e batteria elettronica) erano negli Ustmamò, una della band del Consorzio Produttori Indipendenti, l’etichetta discografica fondata proprio dai Csi.

Nel 1997 Tabula Rasa Elettrificata arrivò in cima alla top ten italiana: col loro disco più maturo e più difficile, i Csi mostrarono che un’alternativa intelligente alle banali rime del pop nostrano era possibile. Il miracolo non si è ripetuto e lo stesso Ferretti è riuscito solo poche volte a rimanere all’altezza di se stesso: ermetico o prolisso, contraddittorio in apparenza ma in sostanza fedele alla sua storia, capace di uno sguardo lucido e folle su questo mondo. In compenso ha sperimentato molto, sia musicalmente (passando dall’elettronica di Co.Dex al folk di Craj con Teresa De Sio), sia dal punto di vista dell’esperienza umana. Da sempre provocatore, Ferretti ha dichiarato di riconoscersi nel cattolicesimo severo di Papa Benedetto XVI e si è schierato a fianco di Giuliano Ferrara e del suo Foglio in una battaglia antiabortista che ha contribuito ad alienargli le simpatie dei suoi vecchi sostenitori. Quelli rimasti hanno poi dovuto digerire un’altra presa di posizione inimmaginabile per il primo fautore dell’ortodossia filosovietica negli anni Ottanta: altro che nostalgia per la Cortina di Piombo, Ferretti alle ultime elezioni ha votato Lega Nord.

Così le canzoni di Cccp, Csi e Pgr sono ormai pezzi di storia del rock italiano, ma Ferretti rimane un personaggio scomodo e controverso: al suo posto, per chi oggi ha vent’anni, c’è il talento bizzarro e multiforme di Vasco Brondi, che nell’ultimo concerto torinese, lo scorso gennaio, non ha mancato di rendere affettuoso omaggio a uno dei suoi padri artistici. Ma se la poetica delle Luci della Centrale Elettrica si orienta in una dimensione più intima e personale, Ferretti rimane sempre ieratico, epico, grandioso: nei fallimenti come nelle sue prove migliori.

«Dopo aver cercato il senso in mille modi senza trovarlo – ha dichiarato qualche tempo fa – l’ho trovato tornando a casa. Al mio mondo di quando ero bimbo: i monti, il Rosario. Sono uno che iniziò a curiosare tra i libri dell’allora cardinal Ratzinger per capire perché molti ne parlassero male. E ora che sono tornato a casa, Benedetto XVI è il mio maestro». La sua partecipazione al Meeting di Comunione e Liberazione nel 2007 lasciò forse perplessi i fan più oltranzisti, ma certo stupì maggiormente i ciellini riuniti a Rimini. Troppo giovani per aver conosciuto Rozzemilia («Dammi una mano, dammi una mano / ad incendiare il piano padano»), troppo pudichi per i «coiti molesti» e gli «spermi indifferenti» di Mi ami. E forse troppo distratti per leggere l’autobiografia di Ferretti, «Reduce», uscita cinque anni fa da Mondadori e seguita nel 2009 da «Bella gente d’Appennino», il libro che racconta la sua seconda vita a Cerreto Alpi, il paese dov’è nato. Ormai cinquantasettenne, quello che fu il profeta del punk italiano, oggi alleva cavalli e cura l’anziana madre. Dopo aver cantato l’epopea dei partigiani, il conflitto in Kosovo e lo scempio del Pianeta, il suo lavoro più recente, Ultime notizie di cronaca, si chiude con questi versi: «Il mio signore muore sulla croce / il mio signore nasce in una fredda notte povero tra i poveri». Giovanni Lindo Ferretti è uno che non ha paura di rischiare.

Per ora noi le chiameremo Luci Della Centrale Elettrica

«Come va?». «Da settimane non si vede il sole e nessun’altra stella o pianeta». Vasco Brondi regala versi anche quando risponde al telefono. Ha ventisei anni, è timido e gentile e spesso si fa travolgere dalle sue parole. Ne ha affastellate tante, nei due album a nome Le Luci della Centrale Elettrica: poetiche, rabbiose, pesanti come pietre, su un tappeto di suoni scarni e vagamente folk. Così, con la sua one man band, è diventato la rivelazione della musica italiana degli ultimi anni: un premio Tenco, migliaia di dischi venduti, un libro e un folto seguito sul web, dove si trovano generatori automatici di testi vascobrondiani e parecchi imitatori umani. Da oggi, anche un tour nei club per accompagnare l’ultimo album, Per ora noi la chiameremo felicità.

Brondi, lei parla dei parcheggi deserti di Mirafiori, di sindacati e di licenziamenti. È il ritorno della canzone politica?
«Per me l’unico modo possibile di scrivere è mettere insieme il mondo interiore e quello esteriore. L’amore, ad esempio, si confronta sempre con quello che sta intorno: con il lavoro, con i soldi necessari per poter prendere un treno e stare insieme. Non accetto che si possa parlare di cose intime senza far finta che il resto non esista».

È davvero così grigia e disperata l’Italia di oggi?
«Anche nel mio libro (Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero, uscito da Baldini e Castoldi, ndr) parlavo di una relazione che come colonna sonora ha un telegiornale. Lo stesso è il disco: racconta un “si salvi chi può” che è di una generazione, non solo mio. Ma sono stupito dal fatto che alcune traiettorie si siano unite, invece che scorrere parallele verso un posto di lavoro a progetto, e ora c’è una reazione di qualche tipo, un segno di vita che è sempre meglio del niente».

Anche nella musica?
«No, la musica indipendente italiana è chiusa in un micromondo con il filo spinato intorno, fatto di quattro blog e due eventi, è un ambiente che basta a se stesso e con la realtà non si sporca le mani».

Ma alle Luci della Centrale Elettrica è andata bene: come mai?
«Il nostro è un disco autoprodotto, realizzato da un’etichetta che più che altro è un collettivo, spendendo pochissimo; alla fine è andato in classifica con Zucchero. Non saprei fare una fenomenologia del successo, ammesso che il mio sia successo. Io so solo che sto facendo quello che voglio nel modo in cui voglio, mi pare che finalmente questo sia apprezzato e capito».

Finirono in classifica pure i Csi, che lei cita esplicitamente in un brano, e Giorgio Canali ha prodotto i suoi due album. Si sente l’erede di Ferretti?
«Prima dei Csi c’erano i Cccp, e già loro dicevano di voler fare storia e geografia più che musica: è quello che mi interessa, non i sottofondi piacevoli, non voglio chiudermi nel mio mondo».
E fra vent’anni anche lei scriverà libri sull’Appennino ed editoriali filopapali?
«Non si può escludere niente, ma non mi sento un eremita».

Dal primo album del 2008, al secondo, uscito lo scorso novembre, c’è una notevole crescita musicale, ma dal vivo come cambiano queste canzoni?

«Per le anteprime teatrali di quest’autunno la formazione era quella del disco, con gli stessi musicisti (che suonano tutti con altre band, dai Massimo Volume agli Afterhours). Ma ora la band è più estesa, ognuno ha un’identità precisa che si riflette negli arrangiamenti e nelle interpretazioni».

Così Le Luci della Centrale Elettrica sono diventate un progetto collettivo?
«Passo sempre tanto tempo da solo nel decentramento di Ferrara, ma la dimensione collettiva dà una profondità in più, e a me piace confrontarmi e ascoltare i consigli degli altri, sia nella musica, sia nelle altre attività delle Luci. Mi occupo anche della parte visiva: per la copertina di Per ora noi la chiameremo felicità ho lavorato con Andrea Bruno, che ha anche realizzato la scenografia del tour. Mi piace ampliare questo mondo che è un po’ immaginario e un po’ reale, dove io non sono nemmeno indispensabile, le storie sono già lì, con la loro forza e le loro immagini».

E l’impressione è che siano molto legate tra loro, almeno a leggere i testi uno dopo l’altro…
«Questo disco è stato pensato molto come un insieme, a differenza dell’altro. La scaletta è venuta fuori così, con una precisa idea di successione; alla fine ne risulta una specie di affresco, a fuoco in certi punti, sfocato in altri, che crea una piccola succursale della realtà esterna».

Un concept album?
«Si, ma anche un disco legato al primo e al libro, una specie di trilogia della periferia, che si conclude qui. Sento che adesso sto cominciando a fare altre cose».

Dopo i Baustelle, che vengono da Montepulciano, le Luci della Centrale Elettrica, da Ferrara: la musica rinasce in provincia?
«Tutti i miei riferimenti musicali e letterari vengono dalla provincia e per me questa è una forza, non una debolezza. Anni fa a Ferrara c’era un gruppo punk abbastanza noto, gli Impact: quelli di Milano avevano cassette e riviste e copiavano delle band inglesi, loro invece interpretavano tutto in maniera assolutamente personale, dalla musica all’abbigliamento. Era il contributo della provincia al punk».

Ora c’è internet…
«Certo, non c’è nessun bisogno di andare in una grande città, il lato negativo è che l’ambiente non offre particolari stimoli, è tutto ok ma se esci non c’è granché da fare. E non sarò certo io a cantare l’elogio della provincia: a casa ci sto davvero poco».

Ma per qualche tempo ha vissuto a Milano: com’è stato? «Nelle grandi città la differenza è nelle persone che incontri. Milano è una specie di America che non c’è e che hanno creato tutti quelli che sono andati lì in cerca di qualcosa. Questa è la sua vera ricchezza».