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Dopo iPod e hard disk, per Bondi l’equo compenso si paga anche su hd-dvd

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Sul sostantivo sono quasi tutti d’accordo, è sull’aggettivo che le polemiche si sprecano. L’equo compenso è una remunerazione dovuta per legge alla Siae per rimediare al mancato guadagno di autori ed editori, i cui introiti vengono erosi dalla copia privata. Esiste da tempo, e torna ora d’attualità perché il governo ha deciso di estenderlo a tutti i supporti su cui è possibile registrare contenuti multimediali: la norma è stata approvata il 30 dicembre scorso e resa nota solo due giorni fa; sarà in vigore a breve, dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Cosa cambia
Oggi chi compra un disco rigido o una memory stick paga solo l’apparecchio, in futuro parte del prezzo d’acquisto andrà anche alla Siae, per il solo presupposto che prima o poi quel supporto sarà usato per registrare o conservare materiale protetto da copyright. Non ha importanza che sull’hard disk ci siano le copie dei vecchi filmini in Super8, né che la chiavetta usb sia usata per copiare le foto delle vacanze: il governo, che da anni lotta contro la pirateria senza riuscire a sconfiggerla, decide che siamo tutti un po’ colpevoli, anzi, che più memoria usiamo e più lo siamo. Così l’equo compenso è applicato in misura proporzionale alla capacità dei vari supporti: per un hard disk da 1 Terabyte, sarà pari a 10 euro, ma se l’apparecchio è anche in grado di registrare e riprodurre musica e video, allora salirà a 30 euro. Gli hard disk multimediali costano tra 80 e 150 euro, in percentuale si tratta quindi di un aumento che può superare il 30 per cento: chi lo pagherà? Nelle intenzioni del legislatore, il prezzo finale non dovrebbe salire e la differenza dovrebbe essere coperta dal produttore. Il presidente della Siae Giorgio Assumma, raccogliendo l’allarme lanciato dalla parlamentare pd Giovanna Melandri, ha sottolineato che la Società degli autori e degli editori «vigilerà con attenzione» perché l’aumento delle quote non si ripercuota sui consumatori».

Le reazioni
Nessun commento da Apple, che con l’iPod ha inventato il più famoso dei riproduttori multimediali (ora il modello da 160 Gb costerebbe 16 euro in più), mentre da Nokia si registra una presa di posizione molto netta: «L’imposizione di questa tassa sulla copia privata è iniqua e ingiustificata». Già, perché adesso arriva pure sui telefonini, per quanto in misura ridotta; così chi acquista legalmente una canzone da Ovi Store o iTunes e ha già versato alla Siae i diritti d’autore, pagherà una seconda volta. Ma se ha un computer pagherà una terza volta (perché l’equo compenso si applicherà anche ai pc), e se decide di copiarla su cd, pagherà anche per il dischetto vergine. Nel corso di un anno – secondo Altroconsumo – una famiglia media italiana spenderà cento euro in più per gli apparecchi tecnologici indicati nel decreto Bondi.
Lo scenario è raccapricciante, incoerente (per un iPhone da 32 Gb si pagano 90 centesimi, ma per un iPod Touch con la stessa memoria 6,44 euro), ma a quanto pare comune a mezza Europa. Per la Siae, anzi, in Francia, i compensi dal 2008 sono il 50 per cento più alti di quelli che saranno introdotti in Italia, e tuttavia hard disk e chiavette usb costano meno che da noi. Anzi: la società, pur affermando che viene «restituita dignità a chi crea e a chi lavora e investe nel settore dei contenuti culturali», spiega in una nota di «non essere pienamente soddisfatta dei livelli di compenso che il decreto oggi fissa».
E se il presidente di Assinform (associazione delle imprese di informatica) Paolo Angelucci sottolinea che il decreto penalizza l’industria italiana dell’It e il sistema imprenditoriale, «sereno e orgoglioso» del suo provvedimento si dice invece il ministro per i Beni Culturali, Sandro Bondi. Ne ha ben donde: nelle tredici pagine del decreto è stato capace anche di fissare il compenso per un supporto che non ufficialmente non esiste: l’Hd-dvd, è stato abbandonato perfino da Toshiba, che lo aveva inventato.

Nick Cave, Bunny Munro e l’iPhone

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Echi, ticchettii, vento che soffia. E poi l’eco lontana di un violino, l’ombra di un pianoforte. Questa è tutta la musica che si trova nell’ultimo lavoro di Nick Cave, The Death Of Bunny Munro, uscito in diversi formati, tra cui un cofanetto di sette compact disc. Sette ore in cui il rocker australiano recita il suo romanzo con discreti – e azzeccatissimi – interventi sonori scritti insieme al fido Warren Ellis. Già, perché stavolta non si tratta di un disco, ma di un libro: il secondo per Nick Cave, dopo And The Ass Saw The Angel del 1989. Quello era un bizzarro esercizio di stile, non privo di momenti folgoranti, ma spesso pretenzioso e immaturo, questo è uno degli eventi letterari dell’anno, un piccolo capolavoro di letteratura alternativa. Anzi, di letteratura e basta.

La storia
Bunny Munro è un rappresentante di creme di bellezza, e per lavoro incontra numerose donne che finisce regolarmente per sedurre. Ossessionato dal sesso femminile, tradisce appena può la moglie Libby e si ritrova a fantasticare su Avril Lavigne, Madonna, Beyoncé. Con questo si esaurisce l’aspetto musicale del libro, c’è appena lo spazio per un omaggio ai famosi hot pants dorati di Kylie Minogue (che di Nick Cave è amica da tempo e gli deve pure un delizioso duetto, Where The Wild Roses Grow). Al quarto capitolo, Bunny si ritrova già vedovo, e dopo aver detto addio con cocaina e whisky alla moglie suicida, cerca di riprendere la sua vita accanto al figlio di nove anni, Bunny Jr. In una reinterpretazione grottesca e tenera di On The Road, padre e figlio girano il sud del Regno unito in una Punto gialla, incontrano personaggi improbabili, vivono avventure incredibili. Fino alla fine, annunciata dal titolo.

Il libro
Tradotto in italiano (da Silvia Rota Sperti per Feltrinelli, pp.261, euro 16,50), La morte di Bunny Munro inevitabilmente perde in giochi di parole e doppi sensi. Diventa anche un po’ meno evidente il legame con quelli che lo stesso Cave ha indicato come i due testi fondamentali per la nascita del romanzo, il Vangelo di San Marco e il Manifesto Scum di Valerie Solanas, femminista militante americana nota più che altro per aver tentato di uccidere Andy Warhol nel 1968. E comunque il libro conserva l’esuberante inventiva linguistica dell’originale; la stessa delle canzoni, che hanno portato a Cave un Premio Tenco, “per aver esplorato i lati più oscuri dell’animo umano senza accontentarsi mai di facili risposte”. Risposte che non si trovavano nemmeno in The Proposition, il cupo western di cui nel 2005 ha scritto la sceneggiatura, e neanche in questo romanzo, che pure era stato originariamente concepito per essere portato sul grande schermo.

La tecnologia
Cave racconta di aver scritto l’intero primo capitolo del libro su un iPhone, prendendo appunti nel tempo libero, per paura di sedersi ad una scrivania e trovarsi di fronte ad una pagina bianca. Poi, in perfetta coerenza con la sua immagine di cantante maledetto, ha proseguito con la stilografica nel suo studio di Brighton, una vecchia casa vittoriana buia e scricchiolante. E ora il libro è tornato dov’era nato, con un’applicazione per iPhone (e iPod Touch). Per 20 euro sull’App Store si può scaricare il Bunny Munro digitale, che comprende il testo originale, alcuni filmati, la colonna sonora, notizie aggiornate in tempo reale sull’autore. Non è un vero eBook, anche se ne ha tutte le caratteristiche: è possibile ingrandire o rimpicciolire il carattere, sfogliare le pagine, inserire segnalibri. Ma a renderlo unico è proprio Nick Cave, che legge il romanzo caratterizzando sobriamente i personaggi con la sua voce cavernosa, in perfetto sincrono con lo scorrere del testo. I suoni sono stati trattati con procedimento 3D che li colloca nello spazio in maniera perfetta, anche se ascoltati con cuffie di modesta qualità. Così, pur non essendo un fanatico della tecnologia – per indole e per scelte musicali -, stavolta Cave è all’avanguardia rispetto a tanti altri cantanti e romanzieri professionisti che ancora faticano a capire come vendere canzoni in Mp3 ed eBook.

Rage, la rabbia di Sally Potter contro i pirati del web

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Niente premiere, niente serate di gala, niente tappeti rossi. Dopo l’anteprima del Festival di Berlino, il nuovo film di Sally Potter, Rage, ha debuttato la scorsa settimana in una ventina di cinema inglesi, con la regista che al termine della proiezione ha risposto in videoconferenza alle domande degli spettatori. Di più: scaricando un programma gratuito, chiunque avesse un iPhone, certi modelli di Nokia o un telefonino Android (quello di Google) ha potuto seguire giorno per giorno la storia, divisa in sette episodi di dieci-quindici minuti l’uno. L’operazione è stata coordinata dalla web tv Babelgum, che ha distribuito il film anche su internet.

La storia
Rage è un thriller ambientato a New York nel mondo della moda; il protagonista – che non compare mai sullo schermo – è Michelangelo, uno studente che per caso è testimone di un omicidio e cerca di scoprire l’assassino intervistando tutti quelli che hanno avuto rapporti con la vittima. Una specie di documentario, con scenografia ridotta all’osso (i quattordici attori sono su uno sfondo colorato che ricorda le pubblicità degli iPod), ma con ottime prove di recitazione, tra cui quella di Jude Law nei panni assai succinti di un transessuale russo. Vero cinema, insomma, ma perfetto per i piccoli display dei telefonini. E proprio con dei cellulari è stato girato, con un budget molto ridotto, 150 mila sterline, che la regista ha anticipato di tasca propria (“Con un secondo mutuo sul mio appartamento”, come dichiara in un’intervista al Times).

La sfida
“Ecco il mio film, prendetelo, prego, accomodatevi!”, dice la filmaker inglese, 59 anni. “Perché aver paura di quello che succede? La pirateria? Il web? Perché non fare il loro gioco?” Diventata famosa nel 1992 per l’adattamento cinematografico di Orlando di Virginia Woolf, non è nuova alle sfide all’industria dell’intrattenimento e agli studios hollywoodiani, tanto che il suo film precedente, Yes, era una storia d’amore interamente narrata in versi. Sempre impegnata politicamente, e spesso anche su posizioni scomode per la stessa sinistra in cui milita, Sally Potter stavolta, oltre ai pirati del web, ha nel mirino critici e giornalisti: “Non c’è nessuna gerarchia per cui qualcuno debba vedere il film prima di altri”, osserva. “Un’adolescente nella sua stanzetta in un villaggio spagnolo, un allevatore in una piccola città australiana, un attore nel suo loft a New York: sono tutti coinvolti allo stesso modo, in una vasta rete di esperienze parallele”.

La disfatta
Lo scorso weekend, spinta dalla curiosità, la regista digita su Google il nome del film e scopre che su internet circolano già copie illegali, realizzate a partire dal dvd. La regista lo racconta nel suo blog, con un post dai toni non proprio concilianti. “Volevo dare a tutti la possibilità di vedere il film, anche a quelli che non possono permettersi di andare al cinema”, racconta sconsolata Sally Potter. “Ma i pirati non sono eroi romantici. Sono cattivi, cattivissimi. Se anche un film come questo può essere rubato così, allora è in discussione il futuro stesso del cinema. E’ una questione di logica e di senso comune: se ogni cosa è gratis e il diritto del consumatore vince su tutti gli altri, alla fine non ci sarà più nulla da consumare”. La regista cita ricerche di mercato che spiegano come chi scarica musica, ad esempio, spesso acquista comunque il cd per il gusto di possedere l’oggetto. Ma evidentemente dimentica il precedente dei Radiohead, che nel 2007 decisero di mettere in vendita In Rainbows sul loro sito web in cambio di un’offerta libera, al limite pari a zero; ci fu chi pagò poco, chi tanto, chi nulla: certo il disco di Thom Yorke e compagni in un mese fu scaricato illegalmente oltre due milioni di volte, contro il milione scarso di download autorizzati. Poi, però, quando fu pubblicato su compact disc all’inizio del 2008, finì in cima alla top ten degli album più venduti in America e nel Regno unito. E anche in Italia, terra di santi, poeti e pirati digitali.

Prova

29 settembre 2009 Bruno Ruffilli Nessun commento

Questa immagine e questo testo vengono direttamente da un iPhone.

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Col Booklet Nokia sfida Apple

Secondo la società di ricerche Gartner, è marcato Nokia il 45 per cento degli smartphone venduti nel secondo trimestre 2009, in calo rispetto allo scorso anno (47 per cento), mentre Apple passa dal 2,8 al 13,3 per cento e cresce anche Rim (quella del Blackberry). Ma a leggere i report di altri analisti i dati sono assai più negativi, così a Helsinki preparano le contromosse: la prima, annunciata ieri, è un computer con schermo da dieci pollici, batteria che dura fino a dodici ore, porta Hdmi per potersi collegare alla tv.

Un netbook, insomma, che però ha qualcosa del telefonino, come il Gps, fotocamera, connettività a Internet via rete cellulare e wifi, Bluetooth integrato, lettore di schede di memoria. Dal punto di vista tecnico, niente di eclatante, forse il design in alluminio è più curato della media dei netbook, ma niente che non si già visto dare (e meglio) da Apple). Nokia dovrà vedersela con una concorrenza agguerrita, e per il successo del Booklet saranno determinanti la strategia commerciale e il prezzo, che verranno resi noti il 2 settembre, in occasione del Nokia World di Stoccarda, perché le caratteristiche del Booklet non sembrano – a tutta prima – affatto rivoluzionarie.
Ciò che spinge il gigante dei telefonini a lanciarsi in questo settore non è la voglia di innovare, quanto il tasso di crescita previsto: il 127 per cento, con oltre 26 milioni di nuove unità in circolazione previste per il prossimo anno, mentre il mercato dei personal computer è piatto e si prevede una frenata nel comparto dei cellulari.

«Connettere le persone è da sempre la nostra vocazione e il nostro business e il Booklet 3G per noi è un’evoluzione naturale», commentano alla Nokia, dove già da qualche anno in effetti presentano i propri smartphone come “computer multimediali portatili”. E sottolineano come finalmente stia cominciando a funzionare anche il negozio virtuale Ovi, dove si trovano musica, mappe e programmi per cellulari: annunciato nel 2007, è operativo da qualche mese. Un anno fa, poi, è partito Comes With Music, il servizio che permette di acquistare un numero illimitato di canzoni via telefonino, all’inizio osteggiato degli operatori mobili che lo hanno visto come un concorrente diretto ai propri store musicali, ma attualmente in netta crescita.

Così oggi il colosso finlandese cambia pelle e si trasforma sempre più in un’azienda che produce hardware (non solo cellulari, ma anche computer), e allo stesso tempo punta sui contenuti, proprio come fa Cupertino con il suo iTunes Store. In più firma alcuni accordi strategici: con Intel, che fornirà il processore Atom per il Booklet, e Microsoft, da cui potrebbe arrivare il sistema operativo (forse una versione ridotta del nuovo Windows 7). E soprattutto, cerca di battere sul tempo Steve Jobs, che pare sia prossimo a lanciare un innovativo tablet computer con molte caratteristiche dell’iPhone: potrebbe essere presentato entro l’anno, o al massimo all’inizio del 2010.

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Uno, nessuno, cinquantamila iPhone

Economia, istruzione, intrattenimento, social network, previsioni del tempo: diviso per categorie assai ampie e variegate, nell’AppStore c’è tutto il mondo dei possibili usi dell’iPhone, compresi quelli che nessuno avrebbe mai immaginato possibili.

Il business
Il miliardo e mezzo di applicazioni scaricate da AppStore in un solo anno di vita conta più degli oltre otto miliardi di canzoni vendute su iTunes: se per la musica sul web Apple ha saputo inventare un valido modello di business, la pratica del download illegale rimane però dominante. Ben diversa la situazione nel campo del software, dove il sistema chiuso AppStore-iPhone è completamente gestito da Cupertino, fatta salva una piccola cerchia di sviluppatori che continuano a produrre programmi per gli apparecchi sbloccati. Due anni fa, quando fu presentato il supertelefonino Apple, lo sblocco (jailbreaking) era l’unico modo per aggiungere funzionalità nuove, magari non sempre affidabili o semplici da usare, ma di solito gratuite. Steve Jobs intuì che poteva nascerne un mercato del tutto nuovo, e, imparata la lezione della musica, decise di aprire una sezione di iTunes Store dedicata ai programmi per iPhone e iPod Touch. Gli sviluppatori realizzano i programmi, li sottopongono al vaglio di Apple, che decide se approvarli o meno, e poi li distribuisce. Due terzi delle App sono gratuite, il resto ha prezzi variabili da 79 centesimi a qualche centinaio di euro.

Ascoltare
Come l’iPod di cui è l’erede, anche l’iPhone ha bisogno del software iTunes per sincronizzare col computer immagini, musica, contatti. E così, visto che iTunes gestisce anche i brani musicali, alla Apple hanno pensato bene di trasformare il loro cellulare in un telecomando: basta scaricare Remote (gratuito) e con un paio di tocchi si possono scegliere canzoni e playlist, regolare il volume e sfogliare le copertine degli album. Serve una connessione wifi, ma ormai ce l’hanno quasi tutti i pc. Ottimo anche Simplify Media, sempre gratis, che fa il contrario: permette di ascoltare sull’iPhone le canzoni presenti sul computer, in qualsiasi punto del mondo ci si trovi, via rete cellulare. Mostra, oltre alle copertine, pure i testi e la biografia degli artisti riprodotti. Geniale, e c’è pure una versione a pagamento con qualche funzione in più. Sempre in campo musicale, TuneWiki è una specie di social network dov’è possibile vedere su una mappa gli altri utenti, scoprire cosa stanno ascoltando e scambiare commenti e messaggi. Fondamentale, poi, Shazam (gratis): in pochi secondi riconosce la canzone che sta suonando nel supermercato o dal parrucchiere e fornisce il link iTunes dove comprarla, direttamente da iPhone, e pure quello di Youtube, per il relativo video. Con Midomi si può anche provare a cantare un brano, e se si è abbastanza intonati il sistema fornirà il titolo dell’originale.

Fare musica
Su un iPhone, però, la musica si produce anche: la band americana 88 ha inciso un intero brano con 4 Tracks, un’altra ci ha registrato un video, su Youtube c’è una versione di Stairway To Heaven dei Led Zeppelin per Ocarina, uno dei tanti software che trasformano il telefonino Apple in strumento musicale. Per gli strumenti tradizionali c’è l’accordatore di chitarra e pianoforte, mentre Brian Eno ha inventato Bloom, con cui creare evanescenti melodie ambient. Chi vuole portare la sperimentazione ancora più in là, deve provare RjDj: cattura i suoni tramite il microfono incorporato nelle cuffie, li trasforma in allucinati paesaggi sonori dove il mondo esterno è alterato e distorto. Come una droga, ma senza droga.
Molti grandi nomi del rock hanno lanciato applicazioni per iPhone: i Depeche Mode regalano un software con cui comporre canzoni basate sui suoni dei loro album, i Coldplay un gioco ispirato all’ultimo video Strawberry Swing, i Nine Inch Nails un programma che permette di conoscere gli altri fan in zona, partecipare al forum web e controllare annunci e date dei concerti.

Medicina
Nello store italiano sono disponibili 800 applicazioni sotto la voce “medicina”. Si va dalle liste di additivi per alimenti al contacalorie, dal prontuario farmaceutico allo stetoscopio elettronico, dai test per misurare la vista e l’udito al calendario dei giorni fertili. Non c’è ancora Critical Care, presentato qualche mese fa a San Francisco con il nuovo iPhone, che permette ai medici in qualsiasi parte del mondo di controllare in diretta i dati vitali dei propri pazienti, consultare le cartelle cliniche e accedere ai risultati degli esami.

In viaggio
Certo, non salverà la vita, ma pure un navigatore aiuta in circostanze difficili. Mentre si attende l’arrivo di TomTom, quelli attualmente disponibili sono pochi: Sygic, iGoMyWay, e Navigon, decisamente il migliore e il più affidabile, anche se ancora non perfetto. Ci sono poi decine di App che segnalano gli autovelox, utilissime in tempi di vacanze, e pure un diario di viaggio virtuale (Mappper) che consente di inserire foto e note di testo su una cartina con le tappe della gita fuori porta o dell’avventura esotica. Per orientarsi in città sconosciute, assolutamente da avere Locly: indica ristoranti, alberghi, bancomat, distributori, musei e parcheggi; con AroundMe si può inoltre leggere qualche cenno di storia locale tratto da Wikipedia. Se si rimane in Italia, ottimo Aziende.it, che offre pure commenti e foto dei clienti, così sarà più facile decidere tra due pasticcerie egualmente invitanti. Per visitare Berlino, ottimo Fahr-Info Berlin, con orari e mappe di tutta la rete di trasporti cittadina, per moltissime altre città guide e cartine abbondano.

Utility
Utile, ma anche no. Come fare a meno dello scacciazanzare a ultrasuoni, nelle sere d’estate? Oppure di MetalDetect, che scopre metalli e condutture elettriche sotto i muri? Funziona grazie alla bussola integrata nell’iPhone, però l’affidabilità non totale, meglio scegliere un apparecchio professionale per i lavori in casa. Va discretamente la livella (iBolla), un po’ più preciso il sismografo (Seismometer), forse però troppo sensibile. E poi ci sono decine di torce che sfruttano lo schermo dell’apparecchio, come Fiat Lux, e allarmi antifurto che entrano in azione appena qualcuno lo tocca, e segnalatori di emergenza che comunicano via mail la posizione in cui ci si trova. E sveglie, e radio su internet (Tuner), e iCam (questo sì, utile), che si collega al computer di casa e permette di vedere cosa succede mentre non ci siamo, avvisando anche se ci sono movimenti sospetti. Serve almeno una webcam da piazzare in posizione strategica, ma il programma ne gestisce fino a quattro. Non si contano le app per compilare liste della spesa e quelle per convertire valute e misure, i calendari, le raccolte di aforismi, i telecomandi. Ma al top delle utiliy da tempo c’è SuperEnel8 LE: fornisce sei numeri da giocare al Superenalotto, calcolando ritardi e uscite recenti. 79 centesimi che potrebbero fruttare miliardi di euro.

Immagini
Per le foto, da avere almeno Pano e CameraZoom: il primo unisce insieme più foto per avere bellissime immagini panoramiche, il secondo risolve una delle pecche dell’iPhone, quella appunto di non avere uno zoom incorporato. Qualità non eccelsa, ma funziona. E nel caso, esistono sempre iPic e PhotoFx, per ritoccare le foto. Fenomenale è Postino: crea dalle immagini delle vere cartoline, con cornici personalizzabili e firma inseribile a mano, poi le invia tramite mail, mms, o addirittura per posta normale (costano poco più un euro e mezzo l’una e arrivano dagli Usa, quindi i tempi di consegna non sono proprio da primato). Attenzione: molte delle applicazioni nella categoria “fotografia” sono semplici raccolte di immagini, si va dalle eclissi solari alle discinte signorine giapponesi.

Libri e riviste
Altro che Amazon: se negli Usa il lettore di ebook Kindle inizia a ritagliarsi un piccolo mercato, nel resto del mondo i libri elettronici si leggono sui telefonini, e in particolare sull’iPhone, che è dotato di uno schermo più ampio rispetto ai concorrenti, e può essere ruotato in orizzontale per ingrandire caratteri e immagini. Ci sono app come Stanza e Wattpad, eReader, che offrono un’ampia scelta di titoli gratuiti e a pagamento: in cima alla classifica italiana, rispettivamente la Bibbia e la Divina Commedia, ma fino a poco tempo nella top ten svettavano i discorsi di Mussolini.
Numerosi anche i lettori sviluppati da giornali e riviste, ma non sempre veramente utili, visto che i rispettivi siti si consultano senza problemi con il browser web Safari; da provare comunque almeno quello del New York Times. Simple RSS e FluentNews permettono di avere le notizie di vari siti contemporaneamente sul cellulare Apple.

Social network e comunicazione
Non si può non avere Skype: è gratis e consente di chiamare e chattare con gli altri utenti del servizio. Funziona solo via wifi: le compagnie telefoniche ne hanno impedito l’uso con la rete cellulare, per non ritrovarsi con un enorme quantità di dati e dover rinunciare a i guadagni del traffico voce. Addirittura, negli Usa è in corso un’indagine dell’antitrust per capire come mai Apple abbia cancellato dall’App Store Google Voice, che ha più o meno le stesse funzioni: si dice che la richiesta sia arrivata direttamente da AT&T, l’operatore telefonico che ha l’esclusiva dell’iPhone. Per le altre chat, ottimi Beejive e Nimbuzz, mentre chi frequenta Facebook sarà lieto di sapere che la versione per il cellulare Apple è eccellente (e gratuita); molto buona anche l’applicazione per accedere a Netlog, social network frequentato soprattutto dai più giovani. Per Twitter, da segnalare se non altro TweetDeck (ottima interfaccia) e Twitterrific, che cinguetta per segnalare l’arrivo di nuovi messaggi.

Sul serio
Con l’iPhone, Apple ha cercato di inventare un modo diverso di concepire anche il cellulare aziendale, quello usato da manager e impiegati. Le mail si sincronizzano con Microsoft Exchange in un batter d’occhio, e si possono leggere allegati di ogni tipo. Per editarli, però, ci vuole Documents To Go oppure Quickoffice, due suite con diversi elementi che permettono di lavoare sui file Office. Utilissimo anche AirSharing, che rende disponibili su rete locale i file contenuti nel cellulare, come fosse un hard disk senza fili. Da installare anche iTranslate, che traduce abbastanza bene parole e frasi in diverse lingue, e Quickfax, che serve per inviare gratis fax in tutta Italia. E per chi fa affari su eBay, la versione per iPhone tiene d’occhio le aste in corso e consente di fare offerte in qualsiasi momento.

Giochi
Certo, non tutti i giochi disponibili sull’AppStore sono dei capolavori, e anzi alcuni sono realizzati male o discutibili dal punto di vista etico, tanto che Apple di recente ne ha cancellati quasi un migliaio. Però che iPod Touch e iPhone siano una piattaforma ideale per videogame portatili è ormai evidente, e tutti i maggiori produttori hanno in quest’anno ampliato e diversificato la loro offerta, estendendola anche ai mobile software store concorrenti, quelli di Android, Microsoft, Nokia, Blackberry e Palm. Intanto, la sezione videogames è uno store nello store, divisa per sezioni e ricchissima di titoli per tutti i gusti. Segnaliamo solo Hero of Sparta, 2XL Supercross, F.A.S.T. (attualmente primo in classifica), The Secret of Monkey Island (un grande classico con grafica completamente rinnovata), poi Doom Resurrection, il divertente Rolando e Tap Tap Revenge, capostipite di una serie di giochi musicali.

Altro
Le App disponibili sullo store sono attualmente oltre 50 mila, e certo questa rapida carrellata non ha nessuna pretesa di essere esaustiva, visto anche il ritmo con cui si aggiungono i nuovi programmi. Solo alcuni di quelli attualmente in commercio sfruttano davvero tutte le caratteristiche tecniche dell’iPhone, specie nella nuova versione 3GS, uscita un paio di mesi fa. Il meglio, insomma, deve ancora arrivare, e già per settembre dovrebbero essere pronte le prime applicazioni di realtà aumentata, che mostreranno sullo schermo indicazioni, note, segnali sovrapposti alle immagini reali riprese attraverso la videocamera. Intanto, una delle App più utili non si trova sullo Store, ma in MobileMe, il servizio web a pagamento offerto da Apple: si chiama FindMyiPhone e consente di visualizzare su una mappa l’iPhone smarrito o rubato, inviare messaggi a chi dovesse averlo ritrovato, e in caso estremo, cancellare tutto il contenuto di foto, video, messaggi, contatti. Certo, funziona solo finché l’iPhone è acceso, ma se il ladro volesse spegnerlo? C’è un’applicazione anche per questo: Trap a Thief invia di nascosto una mail con le coordinate in cui si trova il telefonino nel momento in cui lo si spegne, poi basta inserirle su Google Maps e localizzare il ladro.

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Offender Locator, la gogna virtuale sull’iPhone

Quanto costa la tranquillità? Per alcuni è impossibile da raggiungere, non importa quanto siano disposti a spendere, per altri bastano 99 centesimi di dollaro. Gli altri sono quelli che hanno un iPhone e Offender Locator. Qualche tocco e il software si installa sul telefonino Apple, trasformandolo in uno zelante ufficiale di polizia che risponde ad una precisa domanda: il mio vicino (o il coinquilino del mio amico, o la zia dell’amichetto di mio figlio) sono mai stati condannati per aver commesso crimini sessuali?

Come funziona
Offender Locator è solo una delle oltre 50 mila applicazioni disponibili per il supertelefonino Apple, che di volta in volta lo trasformano in mille gadget diversi: da studio di registrazione a guida turistica, da rilevatore sismico a consolle per videogiochi. E il prodotto della 2020 Vision negli Usa oggi è al sesto posto tra i più acquistati sull’App Store, fruttando migliaia di dollari ai suoi ideatori. Che hanno inventato poco, ma hanno saputo sfruttare bene le risorse dell’iPhone e le paure della gente comune: da anni, infatti, il governo americano pubblica su internet i nomi di chi si è macchiato di reati a sfondo sessuale, Offender Locator ricerca negli elenchi e organizza i dati in maniera semplice da comprendere. Ad esempio, usando il Gps integrato nell’iPhone, determina la posizione da cui proviene la richiesta e segnala pedofili, stupratori, molestatori presenti nelle vicinanze. Oppure quelli che vivono nei pressi di un amico o conoscente il cui indirizzo sia registrato nella rubrica del telefonino. O ancora, inserendo un il nome della strada o il codice di avviamento postale, compaiono tutti i “sex offenders” della zona. L’effetto è raccapricciante: la lista da sola è spesso lunga (anche in centri molto piccoli), ma basta un tocco sul nome e compare una scheda col volto del colpevole, i reati che ha commesso, il domicilio, la data di nascita e le caratteristiche fisiche. La terza modalità è pura nevrosi: una mappa con tanti segnaposto, rossi o verdi a seconda della pericolosità dei vicini (o di quelli della fidanzata, o dei residenti in un certo condominio, o di chi vive nel quartiere dove vanno a scuola i bambini).

Le polemiche
Impossibile da realizzare in Italia per questioni di privacy, un’applicazione come questa desta però anche negli Usa qualche perplessità. Negli Usa è infatti vietato il commercio di informazioni di provenienza governativa, e tra gli acquirenti c’è già chi ha scritto a Cupertino chiedendo di rimuovere Offender Locator dall’App Store, tagliandolo fuori così da un mercato potenziale enorme, che in appena un anno ha mosso milioni di dollari e ridisegnato i modelli di business della telefonia mobile. Un miliardo e mezzo di software scaricati su quasi 27 milioni di iPhone, organizzati in un negozio modellato su iTunes, dove Apple ha venduto oltre 8 miliardi di canzoni. Anche qui si possono commentare gli articoli in vendita, e tra gli oltre cento pareri che Offender Locator ha finora raccolto non c’è unanimità: “Le mappe non sono aggiornate”, dice uno; “a volte si blocca”, commenta un altro; “ogni americano dovrebbe avere quest’applicazione”, consiglia però un terzo. Al di là dei rilievi tecnici, però le sorprese che riserva il software sono parecchie: “C’è mio zio” – spiega uno – solo perché una ragazzina lo ha visto mentre faceva sesso con la fidanzata in casa sua”; “ ho controllato e nei dintorni di casa ho trovato venti maniaci e violentatori”, racconta un altro utente. Il commento più sensato è però quello del sergente J. B Lawis: “Cercare chi si è macchiato di crimini sessuali è il mio mestiere – spiega – e posso dire che quest’applicazione ne riporta solo il 23 per cento circa, ma se davvero volete proteggere i vostri figli cominciate ad interessarvi della loro vita, e non lasciate ad altri il compito di crescerli al vostro posto”.