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Music Market, Google sfida Apple e Amazon

18 novembre 2011 1 commento

Altro che sette note e una melodia: oggi la musica deve essere social, sincronizzarsi col «cloud», arricchirsi di foto e testi. È questo il valore aggiunto rispetto a un file Mp3 scaricato illegalmente dal Web, è questa la scommessa di Google Music, che da ieri è uscito dalla fase sperimentale ed è diventato un servizio aperto a tutti. Tutti gli americani, in realtà, visto che è disponibile solo in Usa e non è possibile ipotizzare se e quando verrà esteso ad altri Paesi.

Il meccanismo è simile a quello degli altri store online: ci si iscrive (serve un account Google), poi si accede e acquistano le canzoni, che vengono scaricate sul computer o sullo smartphone. Ma – ed è questa la novità – vengono anche messe a disposizione sul «cloud», così che singoli brani, album, playlist siano sempre a portata di mano su tutti i tablet e telefonini Android collegati a quell’account, senza doverli scaricare di nuovo.
Sul cloud si possono anche trasferire i brani del computer di casa, da ascoltare poi «in streaming» da smartphone o tavoletta; c’è spazio per 20 mila canzoni, ma ci vorranno settimane per copiarle tutte. Il Music Market di Google comprende 13 milioni di brani, tra major ed etichette indipendenti: manca ancora la Warner, che in catalogo ha R.E.M, Madonna, Red Hot Chili Peppers, Green Day e molti altri. Prezzi allineati allo standard: 99 centesimi di dollaro per un brano, 9,99 per un album, un brano gratis al giorno, parecchie esclusive (Rolling Stones dal vivo, Tïesto, Shakira). Inevitabile l’integrazione col social network Google+, lanciato qualche mese fa: i brani si potranno far ascoltare agli amici.

La pirateria digitale ha portato una profonda crisi nel mercato discografico, che solo negli ultimi anni ha cominciato a vedere una via d’uscita. La salvezza arriva dal Web, dove sono oltre 400 le piattaforme che vendono musica online, per un giro d’affari che nel 2010 ha toccato i 4,6 miliardi di dollari. A scommetterci per primo fu Steve Jobs, che lanciò iTunes Music Store nell’aprile del 2003: a oggi ha venduto oltre 15 miliardi di brani. Da produttore di computer un po’ snob, Apple si è trasformata nel primo negozio musicale del mondo, costruendo un ecosistema dove convivono perfettamente servizi, software e hardware.

Amazon, passo dopo passo, ha fatto lo stesso e ora offre un tablet (il Kindle Fire) da cui si accede direttamente allo store online, per acquistare con un tocco canzoni, film, libri. Entrambi i negozi puntano sul cloud, ma Apple ha avuto un’idea geniale: iTunes Match copia sulla nuvola solo le canzoni che non si trovano nello Store (oltre 18 milioni); il software analizza tutti i brani presenti nell’hard disk e per 25 dollari l’anno permetterà di ascoltarli e scaricarli su computer, iPod, iPhone, iPad. Un’amnistia totale e definitiva per chi ha scaricato brani illegali, con la benedizione delle case discografiche.

Diverso l’approccio di Spotify, che con un minimo abbonamento (o in cambio di uno spot) consente di ascoltare quanta musica si vuole, però in streaming, ossia senza scaricarla sul computer. Nato in Svezia, è arrivato negli Usa, dove ha stretto un patto con Facebook.
In Italia Spotify non esiste e delle tre sorelle che si contendono il mercato online c’è solo Apple (per ora senza iTunes Match e con un’offerta ridotta di film), e le piattaforme tricolori sono poche. Il fatturato comunque cresce e nei primi nove mesi del 2011 è arrivato a quasi 19 milioni di euro, il 23% del totale.

Dieci anni di iPod

All’età in cui l’infanzia finisce, l’iPod entra nella storia. Oggi compie dieci anni di vita e non è più un gadget, ma la prima icona culturale del Terzo Millennio. Dopo trecento milioni di esemplari venduti, è il simbolo di una rivoluzione nella musica e nell’informatica che ancora non è finita.

In origine l’iPod doveva essere una sorta di chiosco per connettersi a internet (da qui la i iniziale), il cui design ricordava un baccello (pod), per proteggere computer e utente dalle intemperie. Ma il 23 ottobre 2001, quando Steve Jobs lo presenta al pubblico, il nome iPod indica un oggetto grande all’incirca come un pacchetto di sigarette, che non ha nulla a che fare con internet.

Esistono già lettori di file musicali portatili, ma quello di Apple è diverso perché può immagazzinare nel suo hard disk fino a mille canzoni, da scegliere navigando in un menù semplice e intuitivo. Come il Walkman, permette di avere sempre con sé la musica preferita, ma senza cassette; un computer converte i compact disc in file Mp3 e li trasferisce grazie ad una veloce connessione Firewire.

Il formato Mp3 è diventato famoso con Napster, ma quando l’iPod nasce, il più diffuso software di Peer To Peer è scomparso, costretto alla chiusura dalle case discografiche, e poi c’è la tragedia delle Twin Towers ancora fumanti a gettare un’ombra sul mercato dei gadget. Ma nonostante i 399 dollari del listino, Apple chiude il 2001 con 125 mila iPod venduti.

“Sono stato molto fortunato a crescere in un momento storico in cui la musica era davvero importante” – spiega Steve Jobs. “Per un certo periodo, però, non è stato più così, e l’iPod ci ha aiutato a riportarla al centro della vita di decine di milioni di persone. Questo mi rende felice, perché penso che la musica sia un bene per l’anima”. Di certo lo è per le casse dell’azienda di Cupertino, che a metà dei Novanta attraversa la più profonda crisi della sua storia, e ne esce prima grazie alle curve colorate dell’iMac, poi all’iPod, che apre la strada alla rivoluzione touch dell’iPhone e dell’iPad. Apple apre così al mondo dei gadget post-pc, che sono computer ma del computer non hanno nulla: l’iPod ha un processore, un hard disk, un display (e con un vezzo che solo i veri fan possono apprezzare, i primi modelli recuperano per l’interfaccia il font storico del primo Mac). Ma è quello che manca a farne una novità assoluta: non c’è più la scrivania, finisce la solita metafora delle cartelle e dei documenti, per trovare la canzone preferita si usa un dito. Prima dell’iPhone, che rivoluziona il mondo  della telefonia, è l’iPod a rivoluzionare l’informatica (a cominciare proprio da Apple, che perda la parola “computer” nella ragione sociale).

Nel 1999 il brevetto di un riproduttore di file musicali viene depositato da Compaq, ma l’azienda non ritiene vantaggioso mettere in commercio un riproduttore di file musicali. Schemi e progetti arrivano a Cupertino e sono radicalmente rielaborati, per dar vita ad un apparecchietto di plastica bianca e acciaio che diviene in breve tempo il più diffuso lettore Mp3, aprendo le porte ad un mercato ampissimo e in costante crescita. Quando, nel 2004, Hp decide di lanciarsi nel business, stringe un accordo con Apple e mette il proprio marchio sull’iPod; nel frattempo ha inglobato Compaq, e quindi – suprema ironia del capitalismo avanzato – compra un oggetto che era stato già suo.

Complesse anche le implicazioni sociali: Steve Levy, senior editor tecnologico di Newseek, nel suo Semplicemente Perfetto (Sperling & Kupfer, pp. 305, euro 18) segnala ad esempio come la sfera di musica in cui si chiudono i portatori di cuffiette bianche sia un modo di isolarsi e allo stesso tempo di comunicare, segnalando l’appartenenza ad una comunità. Che è in continua espansione, ma rimane sempre vagamente elitaria, a differenza di quanto accadde negli anni Settanta e Ottanta con il Walkman: l’iPod è trendy, ipertecnologico, semplice da usare e permette di portare con sé tutta una vita di canzoni. Ma vi si possono immagazzinare fotografie, video, contatti, appuntamenti, note; molto più della musica, che già basterebbe da sola a delineare un ritratto psicologico e caratteriale del possessore; non per niente viene introdotta una combinazione segreta per vietare l’accesso agli estranei.

Ma l’invenzione di Jobs è anche una rivoluzione culturale, che ha scardinato modelli di business immobili da decenni, stravolto le abitudini degli appassionati di musica, ridisegnato le classifiche di vendita e le strategie dei discografici. Il suo successo è dovuto all’integrazione tra hardware, software e servizi in un sistema chiuso, dove le canzoni si acquistano online su iTunes Music Store, si ascoltano tramite il programma iTunes, si copiano sugli iPod. Le case discografiche, inizialmente scettiche, accettano la scommessa, e oggi iTunes Store ha venduto oltre 16 miliardi di canzoni: poco, rispetto alla pirateria, ma abbastanza per farne il più grande negozio di musica al mondo. Con gli anni, Apple ha allentato il controllo del Drm sui brani acquistati, che adesso si possono ascoltare su tutti i riproduttori di file Aac, ma ha riproposto l’idea del sistema chiuso prima con l’App Store per iPhone, iPod Touch e iPad, poi con quello per Mac, puntualmente copiati da Android e Windows.

Il declino del piccolo gioiello bianco e argento (nel frattempo diventato pure nero e rosso, in una versione speciale per gli U2) comincia con l’introduzione dell’iPhone: Steve Jobs, nel 2007, lo presenta come il miglior iPod di sempre. Ma l’iPod Touch non ha più niente del vecchio iPod, che ora si fregia dell’aggettivo “classic”. La famosa ghiera cliccabile scompare, sia nel modello base, lo Shuffle, sia in quello top: rimane nel Nano, che è il vero erede dell’iPod. Fino all’anno scorso, quando anche il piccolo lettore Apple si converte al touch e adotta un’interfaccia simile a iOS.

Oggi per Apple l’iPod non è più una fonte primaria di guadagni, anche se la supremazia di Cupertino sul mercato dei riproduttori di file digitali continua incontrastata, con oltre il 75 per cento negli Usa. Ma Tim Cook, nel suo primo Keynote da Ceo, pur accennando all’importanza dell’iPod, non ha annunciato nessuna novità. Così l’icona dell’iPod rimaneva in un angolo dell’iPhone, per avviare il riproduttore musicale del supertelefonino con la Mela. Con iOS è scomparsa: al suo posto c’è un’anonima nota musicale. Scelta coerente, ma triste, perché quel piccolo scrigno di emozioni digitali riassume in una sintesi estrema la missione di Steve Jobs: far convivere tecnologia e arte.

Apple porta il cinema sul web (ma la tv?)

12 novembre 2010 Nessun commento

Chi cercava scuse per rimanere in casa in queste fredde sere di novembre, da ieri ne ha una in più: su iTunes Store è possibile acquistare o noleggiare i film. Da vedere sul computer, iPhone, iPad, iPod Touch, e anche sulla nuova Apple Tv appena messa in vendita, che si collega al televisore.

Così, con un servizio e un gadget, Steve Jobs estende al cinema la strategia integrata sperimentata con la musica (oltre 12 miliardi di canzoni vendute), con il software (7 miliardi di app scaricate) e da poco anche con i libri. Ridisegna completamente un prodotto tra i meno fortunati di Apple e sfida Google, che ha appena lanciato la sua tv negli Usa. E’ una lotta per portare nel salotto buono internet e i guadagni pubblicitari che ne derivano, ma le strategie sono diverse: a Mountain View puntano sugli accordi con i produttori di apparecchi, a Cupertino fanno tutto in casa e cercano alleanze con gli studios di Hollywood. Sony si muove su un doppio binario: da una parte produce il primo televisore predisposto per i servizi di Google, dall’altra lancia (anche in Italia) Mubi, per vedere in streaming i film sulla Playstation 3. Anche Microsoft offre film e video da noleggiare sul Marketplace della XBox 360. Per gli amanti del grande schermo domestico ci sono poi le offerte di Telecom (Alice) e Fastweb, convenienti quando non addirittura gratuite.

Popolarissimi negli Usa, Amazon e Netflix non sono ancora arrivati in Italia, ma dvd.it, Mymovies e Filmisnow da qualche tempo hanno sezioni apposta per acquistare film o noleggiarli in streaming. Non sempre brillano per facilità d’uso, la compatibilità con i vari sistemi operativi dei computer è incerta, il catalogo non proprio sterminato.

Così le alternative più frequenti sono il download illegale oppure iTunes, che da ieri ha una sezione dedicata al cinema. Niente accordi con le reti televisive per abbonamenti mensili, show o fiction, come negli Usa, ma circa 450 titoli, organizzati per generi (e nessun film italiano). Per il noleggio i prezzi vanno da 99 centesimi fino a 4,99 euro per quelli più recenti. Si può vedere ogni film quante volte si vuole, magari iniziando dal computer e proseguendo sull’iPhone, che riconosce automaticamente il punto da cui ricominciare.

Tutto è molto semplice e chi comprato anche un solo brano musicale o un’app per iPhone o iPad non dovrà registrarsi di nuovo, basta un click e via. Bisogna scegliere, certo: risoluzione standard o Hd (come il dvd)? Acquisto o noleggio? La prima opzione è da tener presente solo se si pensa di rivedere più volte un film, altrimenti il noleggio è più veloce e più economico. E poi, forse non ha molto senso pagare una dozzina di euro per un file che un solo programma può leggere, che potrebbe essere cancellato in caso di guasti o rivelarsi incompatibile col prossimo computer. Meglio allora lo streaming, che offre un ulteriore vantaggio: sull’Apple Tv lo spettacolo inizia immediatamente, mentre il computer impiega oltre quaranta minuti per scaricare sull’hard disk i circa 2 GB di dati del Codice Da Vinci.

Finita l’era delle cassette, si avvia così al tramonto anche quella dei dvd. Di più: diventa obsoleta la stessa idea di possesso, visto che i film noleggiati si cancellano dal computer dopo 48 ore. Per rivederli bisogna noleggiarli di nuovo.

E’ vietato fare a pezzi i Pink floyd

Sir Andrew Morritt ha 72 anni, ma una sua decisione potrebbe cambiare il modo in cui i giovani ascoltano la musica. Il giudice inglese ha infatti stabilito che la Emi non può vendere su iTunes Store o altri negozi digitali i singoli brani dei Pink Floyd, ma deve rispettare l’integrità artistica degli album, distribuendoli solo come erano stati concepiti originariamente. Da anni Gilmour e compagni non pubblicano 45 giri, ora hanno ottenuto che non ne esistano nemmeno in forma digitale, senza il loro consenso. Che finora non c’è stato: per questo la casa discografica dovrà pagare 40 mila sterline di spese legali più una multa da stabilire. Crolla così uno dei capisaldi di iTunes e della musica digitale sul web: bisogna comprare tutto il disco, e non si può più scegliere di acquistare una sola canzone a 99 centesimi (in realtà, poi, le tracce di The Final Cut o The Dark Side of the Moon costano 1,29 euro per scelta della Emi, ma qui si direbbe che i Pink Floyd non si siano opposti).

L’argomento è dibattuto da tempo, prima ancora che Steve Jobs lanciasse il suo negozio virtuale di musica, che oggi è il più grande del mondo con oltre 10 miliardi di canzoni vendute in meno di sette anni. L’idea è semplice: non sempre un disco vale il suo prezzo intero perché, a parte due o tre canzoni, il resto serve per giustificare il prezzo di un cd. Con il digitale questo limite non esiste e si è affermato il modello della canzone singola, che ha portato a una frantumazione sempre maggiore della musica e al tramonto del concept album. C’è chi dice no, come gli Ac/Dc (ma su iTunes mancano pure i Beatles e Frank Zappa) e c’è chi ne è entusiasta: ad esempio i Radiohead, che da qualche tempo pubblicano solo canzoni sparse.

La sentenza dell’Alta Corte londinese, giunta ieri dopo oltre un anno di battaglie legali, si basa su un’interpretazione del contratto che lega i Pink Floyd alla multinazionale britannica secondo cui con «record» si intende non il 33 giri o il compact disc, ma l’album come successione di brani. Di parere opposto, ovviamente, i legali della Emi, che hanno sottolineato come nel ‘99 non esistesse la distribuzione musicale sul web e che quindi l’accordo fosse valido soltanto per i supporti fisici.

Così, in attesa di un pronunciamento definitivo, i dischi dei Pink Floyd si possono ancora acquistare a pezzetti. La classifica italiana di iTunes è questa: prima Wish You Were Here dal disco omonimo, seconda Another Brick in the Wall, Pt. 2, terza Hey You, poi Mother e Another Brick in the Wall, Pt. 1, tratte da The Wall. I successivi 96 brani fanno tutti parte del cofanetto Oh by the Way (16 cd, per un totale di 130 euro in digitale) e si spera che i Pink Floyd non invochino anche qui l’integrità artistica.

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