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Al telefono con Uri Caine

La voce di Uri Caine è profonda e pacata, però non basta a coprire le sirene della polizia e una radio accesa: è nel suo appartamento di Manhattan – spiega – e le finestre sono aperte. Cinquantadue anni, nato a Philadelphia, Caine è pianista e compositore, ma anche arrangiatore assai creativo, famoso per aver trasformato i Kindertotenlieder di Mahler in canzoni folk e per aver chiamato un deejay a cimentarsi con le Variazioni Goldberg di Bach. Il suo ultimo disco è una rielaborazione da Verdi e nasce da una collaborazione con la Biennale di Venezia, di cui è stato direttore artistico.
The Othello Syndrome prosegue la sua opera di riscrittura dei classici. Come ha lavorato su Verdi?
“Ho scavato nelle radici della sua musica per metterne in rilievo i lati più nascosti. E mi sono preso delle libertà, come far interpretare alcuni brani ad un cantante di Rhythm’n’Blues, tradurre in inglese parte dei testi, o inserire altri riferimenti a Shakespeare assenti nell’Otello verdiano”.
Il pubblico come ha reagito?
“Alcuni non apprezzano il jazz o le influenze elettroniche, altri giudicano il mio atteggiamento irriguardoso verso i mostri sacri della musica classica. Per fortuna, però, molti apprezzano”.
E i musicisti?
“Senz’altro fanno meno fatica ad accettare i miei lavori rispetto alle elaborazioni su Mahler o Wagner: per questo di solito le eseguo dal vivo con il mio ensemble, anche se altri musicisti hanno saputo adattarsi perfettamente alla mia musica”.
Qual è la maggiore difficoltà che un musicista classico deve affrontare con Uri Caine?
“La prima è psicologica: c’è chi si è rifiutato di suonare il mio Bach perché non ammette che possa essere interpretato in un modo così poco accademico. Poi c’è il problema dell’improvvisazione: oggi i musicisti classici si limitano a eseguire al meglio una partitura, mentre fino a Mozart e Beeethoven agli esecutori era espressamente richiesto di improvvisare in certi punti, per mostrare il proprio virtuosismo. C’era una libertà che si è persa, ma che i musicisti più giovani ultimamente stanno cercando di recuperare”.
Primal Light è uscito nel 1997: come mai ha cominciato proprio riscrivendo Mahler?
“A quindici anni per esercitarmi trascrivevo per pianoforte le musiche di Mahler, poi ho pensato che sarebbe stato interessante usarle come base per delle improvvisazioni. Le sue composizioni contengono tipi diversi di musica: marce militari, canzoni popolari, echi della tradizione klezmer e molto altro”.
Quanto ha influito la tradizione ebraica sulla sua musica?
“Ascoltavo canzoni sefardite da bambino, ma in una città come Philadelphia era inevitabile venire a contatto con generi come il jazz e il Rhythm’n’Blues. Solo da adulto ho cominciato a considerare la musica tradizionale in modo diverso: il mio interesse non era più quello di un ebreo, ma di un musicista. Dalla cultura ebraica, in realtà, ho imparato soprattutto un metodo”.
In che senso?
“C’è una parola, Midrash, che indica quel percorso in cui si parte da qualcosa e con la discussione si cerca di coglierne la vera essenza: una lunga e faticosa ermeneutica, che nasce nell’ambito della religione, ma poi diventa un modo di porsi nei confronti della vita. In un certo senso è midrash anche il mio lavoro su Mahler e sugli altri compositori classici. Non ho inventato niente”.
Ma ha preso ispirazione da molte fonti diverse…
“La storia degli ebrei è sempre stata la storia di una minoranza, e quando si è parte di una minoranza si cerca di capire come si comportano gli altri, magari li si imita in qualche modo, ma si tenta comunque di conservare la propria identità. Il segreto è trovare l’equilibrio, rimanere aperti alle influenze esterne senza dimenticare una cultura vecchia di millenni: questo è il messaggio che vorrei arrivasse dalla mia musica”.