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Tom Jones, da Sexbomb alla Bibbia

Altro che Sexbomb: il nuovo disco di Tom Jones è una raccolta di “canzoni tratte dal breviario”. Questo almeno il giudizio di David Sharpe, vice presidente della Island Records, che lo scorso ottobre ha strappato il cantante alla Emi per un milione e mezzo di sterline. “Ho comprato una Mercedes e mi ritrovo un carro funebre”, si legge nella mail in cui Sharpe commentava lo scorso maggio il primo ascolto di Praise and Blame, “spero che sia solo uno stupido scherzo”.

E in effetti l’album – pubblicato ufficialmente ieri – è un cambio di rotta radicale per l’artista, con undici cover di Bob Dylan, Staple Singers, Mahalia Jackson e molti altri. Il risultato è di tutto rispetto, anche se non si può chiedere a Jones di interpretare classici del blues e vecchi spirituals alla stregua di Johnny Cash, che pure negli ultimi dischi aveva esplorato le stesse musiche nella straordinaria serie American Recordings. Jones, con l’aiuto del produttore Ethan Jones e di una piccola band, riduce all’osso le concessioni alla modernità, spoglia le canzoni di orpelli e arrangiamenti, ne riscopre le radici soul con la sua voce nera, lui che è bianco e del Galles. Certo, non ha la tragica profondità di Cash, ma Praise and Blame è un disco ispirato e ben realizzato, che si concede perfino una credibilissima digressione country (Did Trouble Me,  di Susan Werner).

Considerato il passato di Jones e le recensioni che finora sono state tutte positive, non è nemmeno escluso che il disco entri in classifica. Ma sarà difficile che dal vivo si replichi lo show per cui è famoso l’autore di What’s New Pussycat?, dove sfoggia lustrini e pantaloni attillati, mentre le donne dal pubblico lanciano indumenti intimi, chiavi di albergo e numeri di telefono sul palco. Accadeva spesso, a Las Vegas, dove Tom Jones era una delle attrazioni locali, sempre in concerto nel Caesar’s Palace o in qualche altro albergo superlusso e superkitsch. Pare che le ragazze fossero in fila avanti alla porta del suo camerino anche nel tour di “Reload”, l’album con cui tornò in classifica nel 1999, quando aveva già sessant’anni. Chissà cosa succederà adesso, che di anni ne ha settantuno (molto ben portati), e si cimenta con un singolo come Burning Hell di John Lee Hooker e canzoni piene di riferimenti biblici.

Intanto, dopo la risposta stizzita di Jones (“Non conosco questo David Sharpe, dev’essere uno che sta lì a firmare assegni”), cresce il sospetto che la mail incriminata, di cui sono stati pubblicati ampi stralci, in realtà non esista. Sarebbe solo una manovra pubblicitaria per promuovere il disco: ben riuscita, a giudicare dallo spazio che la vicenda ha trovato sul web e nei giornali inglesi.

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