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Posts Tagged ‘Lady Gaga’

Lady Gaga, nostra signora dei diversi

Per arrivare in cima alle classifiche di mezzo mondo, il nuovo disco di Lady Gaga ci ha messo appena un’ora. Born This Way è uscito ieri, accompagnato da una campagna pubblicitaria planetaria: le canzoni trasmesse su Farmville, uno dei più popolari giochi online, naturalmente ribattezzato Gagaville, uno spot per Google che in realtà promuove lei e non il browser Chrome. E poi Amazon che vende l’album intero a meno di un dollaro, il prezzo di una singola canzone, e offerte speciali nei negozi di dischi e nelle catene di elettronica. Ancora: la direzione per un giorno del quotidiano Metro, un accordo con Starbucks, un’ospitata al Saturday Night Live con Justin Timberlake, gli autografi in un negozio Best Buy di New York, e chissà cos’altro.

«Vi prometto il più grande album del decennio», aveva scritto miss Germanotta su Twitter qualche mese fa. E davvero sarebbe stato un capolavoro, se solo Lady Gaga avesse speso per la ricerca musicale le energie che ha impiegato per affrontare temi sociali. Negli Usa e fuori, è diventata una paladina dei diritti omosessuali, una portavoce della libertà di espressione, e anche Born This Way, fin dal titolo, rivendica per ognuno il diritto di essere pienamente se stesso. Ma pecca dell’unico difetto che non si può attribuire alla sua autrice: è banale. Prodotto con enorme dispiego di mezzi e professionalità, è un caleidoscopio di dance, techno, rock, pop, dosati con intuito spietato e calcolo istintivo, ma spesso già sentiti. Come le atmosfere latine di Americano, che parla apparentemente di una storia d’amore tra donne e delle leggi sull’immigrazione, o la stessa Born This Way, che somiglia un po’ troppo a Express Yourself di Madonna. Marry The Night ricorda Bonnie Tyler, una volta becero pop da radio americana, oggi rivalutato alla voce vintage anni Ottanta. Government Hooker sembra ripercorrere la vicenda del RubyGate (e si apre con gorgheggi lirici, ma poi cita i Daft Punk), mentre con Bloody Mary torna ancora il fantasma di Miss Ciccone, però mixata con i Pet Shop Boys (notevoli i cori maschili che fanno «Ga-ga»).

Per trovare una vera sorpresa, bisogna arrivare al minuto 2’40” di Judas: lo scandalo non è il ricchissimo video dove gli apostoli sono una gang di motociclisti o la furba rivalutazione della figura di Giuda, ma per una volta i suoni. Elettronica pura, un breve rap, poi torna il contagioso ritornello. Eppure il secondo singolo di Born This Way non si è avvicinato ai numeri di Poker Face o Bad Romance; ne sono comunque previsti altri sette, tra cui Scheiße, dove l’italo-americana Stefani Germanotta si esprime in simil-tedesco su una base di pura techno berlinese anni Novanta. Un tormentone irresistibile, anche se la sola trasgressione è la coprolalia del titolo (per dire: Frozen di Madonna fu commercialmente una scelta assai più coraggiosa).
Lady Gaga ha esordito nel 2008 con Fame, cui è seguito Fame Monster, che non è il secondo album, ma una versione riveduta e corretta del primo. Quindici milioni di dischi in tre anni, tanto che è oggi una delle poche certezze del mercato discografico e la rivista Forbes la mette in testa alle cento celebrità più influenti al mondo. Ha 32 milioni di fan su Facebook, 10 milioni di persone la seguono su Twitter; li chiama «little monsters», mostriciattoli, ed è a loro che ha dedicato questo album. Per loro non si è risparmiata: quattordici brani, quasi un’ora di musica, più qualche inedito per la versione speciale su doppio cd. Ha voluto ospiti di lusso, come Clarence Clemons, storico sassofonista di Bruce Springsteen, e Brian May, chitarrista dei Queen: d’altra parte è da una loro canzone che ha preso il nome. Ma The Edge Of Glory e Yoü and Me (già ascoltata dal vivo nei concerti italiani dello scorso anno) difficilmente si possono definire capolavori, e Born This Way non è il disco del decennio: sarà il più venduto dell’anno, questo sì.

Lady Gaga, il mondo all’incontrario

10 novembre 2010 Nessun commento

La storia è appena un pretesto: Lady Gaga è in città (New York, ovviamente), l’auto si guasta, così lei e gli amici optano per la metro. Si blocca pure quella, il gruppo torna in superficie, ma una tromba d’aria li trasporta nel mezzo di Central Park, che è in realtà una selva oscura e piena di pericoli. Qui Lady Gaga affronta un mostro, lo sconfigge lanciando razzi dal reggiseno e il party può cominciare. Il Monster Ball Tour sbarca a Torino e per due ore e passa il mondo gira all’incontrario: i 12 mila del Palaisozaki sono quelli «normali», quelli fuori i tipi strani. È lei stessa a spiegarlo: «Non importa quanti soldi avete, da dove venite, se sapete ballare o no; qui potete essere chiunque vogliate. E stanotte a Torino saremo tutti liberi».
La serata torinese si articola in diciotto canzoni, con un’infinità di cambi d’abito. Incomincia alle 20.45, con Lady Gaga nascosta dietro una griglia di raggi luminosi: «I am free», sono libera, canta. Poi parte Dance in The Dark, ritmo tiratissimo, ma lei è immobile, solo la sua silhouette si proietta sui teloni semitrasparenti. Che cadono, e finalmente la svelano: ha capelli gialli e un giubbotto viola con enormi spalle imbottite. Segue Glitter and Grease, poi Just Dance, il singolo d’esordio, che lei suona nel cofano di una Rolls Royce verde. «Torino!», urla lei, e il pubblico esplode, ma al «Ti amo Italia» è un boato. Lo spettacolo prosegue con Beautiful, Dirty Rich e The Fame.
Cambio di quadro, altro filmato. Una modella le siede sulle ginocchia e vomita liquido verde, Lady Gaga mangia un cuore sanguignolento: Hermann Nitsch in salsa pop. Per Love Game è vestita da suora e ne approfitta per un sermone: «Mi chiamo Lady Gaga. Voglio che liberiate di quello che non vi piace, voi siete delle superstar e siete nati così; quando andate via portate con voi questo messaggio». «Vi amo ragazzi, e vi dirò una cosa: cucino da dio i piatti italiani». È la volta di Boys Boys Boys, dedicata ai gay: «Quando andrete a casa, stasera, andateci amando di più voi stessi»; molti tra i suoi fan lo sono, e negli Usa Lady Gaga è considerata una paladina dei diritti omosessuali. Ma è per le sue origini italiane che Lady Germanotta spende parole appassionate, ricordando il nonno Giuseppe e la nonna Angelina: «Mi sarebbe piaciuto averli qui, perché so che sarebbero stati orgogliosi di me, e sono certa che ci stanno guardando». Indossa anche il Tricolore, per presentare un brano inedito e molto rock, You and I: sarà nel prossimo album, Born This Way, in uscita nella primavera del 2011.
In So happy I could Die è abbigliata da Spirito Santo e opportunamente sollevata in cielo da una piattaforma meccanica. Siamo a metà del concerto, la scenografia cambia ancora: su Monster i ballerini si scatenano in una foresta stilizzata. Lo show non è forse perfetto e asettico come quelli di Madonna, cui spesso Lady Gaga viene paragonata, ma ricco di suggestioni ed energia. «C’è una sola cosa che odio più del denaro – dice verso la fine – ed è la verità». Con Teeth arriva un altro predicozzo sui diritti gay, tra assoli di chitarra, poi è la volta di Alejandro.
Per entrare nel grande party di Lady Gaga non è necessario vestirsi di bolle di plastica, basta essere se stessi, non scendere a compromessi. Come lei, nata discograficamente appena due anni fa, con all’attivo un disco e mezzo, nemmeno trenta canzoni, di cui una decina finite nelle top ten di tutto il mondo. Canta bene, suona il piano (che va a fuoco in Speechless, uno dei rari momenti in cui il ritmo rallenta un po’), ha con i fan un rapporto privilegiato. Li chiama Little Monsters, «piccoli mostri» e si candida a diventare per loro una sorella, una madre, un’amica. Ma con Poker Face, Paparazzi e, in chiusura, Bad Romance si rivela per quello che è: la nuova regina del pop.

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Vampire Weekend, la musica in 3D


Contra dei Vampire Weekend è uscito a gennaio ed è diventato subito il primo disco da ricordare di questo 2010. Dieci canzoni sghembe, tra indie rock e afro beat («Ascoltavamo Fela Kuti da ragazzini», spiega il cantante Ezra Koenig), che hanno portato la band newyorchese in cima alle classifiche indipendenti sulle due sponde dell’Atlantico. I quattro si sono esibiti all’Hiroshima Mon Amour per l’anteprima degli Mtv Days, tre giorni di concerti, incontri e performance in tutta Torino. La serata è la prima a essere ripresa in 3D, una tecnologia su cui l’emittente musicale punta molto e che forse arriverà al grande pubblico con gli European Music Awards di Madrid.

C’è differenza tra registrare un live normale e uno in 3D?
«In realtà no, ma col 3D spostarsi avanti e indietro sul palco da’ l’impressione della profondità, mentre i movimenti laterali rendono altrettanto bene».

Quanto è importante l’aspetto visivo per i Vampire Weekend?
«Molto. Siamo cresciuti con i video e siamo nati come un progetto multimediale, in cui tutto ha un suo peso, dalle copertine dei dischi alla scenografia dei concerti, agli abiti di scena».

Qualche anno fa eravate dei perfetti sconosciuti, oggi siete una speranza della musica indie. Cos’è successo?
«Abbiamo cominciato nel 2006, e all’inizio la musica non era il nostro mestiere, ma prima del successo c’è stato un lungo periodo di incubazione».

E Internet?
«Ha giocato un ruolo fondamentale, tanto che nel 2008, quando è uscito il nostro primo disco, è finito subito al diciassettesimo posto: sul web ci conoscevano già in tanti. Mi chiedo se esiste una band indipendente il cui successo oggi non dipenda da Internet, ma anche Lady Gaga è famosa per i suoi video su YouTube»

E la pirateria?
«Come tutti, anche noi siamo cresciuti scaricando musica illegalmente, ma compriamo anche dischi. Acquistare un disco significa supportare una band, non è come negli anni Novanta quando era l’unico modo per avere la canzone che ti piaceva: oggi la musica è dovunque e l’acquisto è segno di affetto. Abbiamo venduto circa un milione di album, un numero non così distante da quelli delle popstar di successo, che però sono più forti con i singoli: segno che i nostri fan perché apprezzano la nostra visione artistica e non si limitano alle singole canzoni».

Una vostra canzone inedita, Jonathan Low, è in Eclipse, terzo capitolo della saga di Twilight. Solo perché vi chiamate Vampire Weekend?
«Non è così ovvio, la nostra musica è sempre piuttosto positiva, allegra, e per noi è stata una sfida realizzare un brano che finisse in questo film per adolescenti cupo e drammatico. Ma ci piace la passione che il libro e il film suscitano nei ragazzi, e per questo siamo lieti di esserci».

State pensando già al nuovo disco?
«No, il tour continuerà a lungo, vogliamo che i nostri fan abbiamo la possibilità di sentirci dal vivo».

E c’è sempre il video in 3D…
«Non sarà mai come essere a un concerto con la gente, il sudore, il fango, ma se fossi un ragazzino mi piacerebbe moltissimo vedere i Vampire Weekend con gli occhialini».