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Massive Attack, Brixton Academy 17.9.09

21 settembre 2009 Nessun commento

Ballano in cinquemila, giovani e meno giovani, mentre sul megaschermo scorrono frasi di scrittori, filosofi e politici: da Goethe a JFK, da Martin Luther King a San Suu Kyi, tutti si confrontano sul tema della libertà. E’ la prima delle tre date londinesi dei Massive Attack, lo scorso giovedì, per presentare il nuovo disco, originariamente annunciato per ottobre, ma rimandato ancora una volta. Uscirà forse a febbraio 2010, sette anni dopo 100th Window, e ancora non se ne conosce il nome: si sa che vi parteciperanno Tunde Adebimpe dei Tv On The Radio e Guy Barvey degli Elbow, ma pare che Robert Del Naia abbia contattato tra gli altri anche Patti Smith, David Bowie e Tom Waits.

Non ci saranno, nella versione finale dell’album, e non ci sono nemmeno alla Brixton Academy, dove comunque la band è in formazione estesa a sei membri. E’ l’avvio del tour europeo, e così per l’occasione arriva anche Damon Albarn. Il cantante dei Blur (e dei Gorillaz, e dei Good, Bad and The Queen) si aggiunge ai cori di Splitting The Atom e canta da solo Saturday Never Comes. La prima dà il titolo all’ep di quattro canzoni che sarà pubblicato solo in digitale il 2 ottobre, la seconda dovrebbe essere inclusa nel quinto album dei Massive Attack. Non è rock e non è pop, non è dance e nemmeno trip hop: “Non abbiamo mai chiamato così la nostra musica, e d’altra parte la formula è cambiata a ogni album; una definizione comune per tutti è impossibile”, precisa Del Naia, che con Daddy G è il solo rimasto della formazione originaria.

Dell’etichetta appiccicata alla band ai tempi di Protection e Mezzanine oggi rimane poco, e semmai il paragone più prossimo sono i Radiohead, sia per l’uso massiccio di computer accanto a strumenti tradizionali, sia per l’impegno politico. I Massive Attack sono stati infatti tra i più duri oppositori all’impegno militare inglese in Iraq, si sono schierati a favore della Palestina e per il film Gomorra, dal libro di Saviano, hanno scritto una canzone apposta (Marakesh), che ovviamente è in scaletta.

Lo show (tutto esaurito, come le altre tappe inglesi) ricalca quello del tour precedente, a metà strada tra denuncia sociale e installazione artistica, con i titoli dei giornali della sera che si scorrono alle spalle del palco durante Inertia Creeps. Essere nel rovente anfiteatro della Brixton Academy stavolta non significa chiudere occhi e orecchie a quello che succede fuori, ma aprirli, per tuffarsi in un caotico mix di informazioni che mette insieme il gossip sulle Spice Girls (“Si riformano ancora, ma senza Victoria?”) e le ultime notizie sulla crisi economica. E alla fine la domanda cruciale, declinata in mille modi diversi: “Qual è la tua opinione? Cosa ne pensi? Hai commenti da fare?”

Musicalmente, il concerto segna un ritorno a sonorità più dub: Teardrop, il loro brano più famoso, si spoglia della melodia e rivela inaspettate radici reggae. Alla voce, Martina Topley-Bird cerca di non far rimpiangere Elizabeth Frazer che cantava la versione originale, mentre Horace Andy trasforma la successiva Angel in un mantra ipnotico punteggiato di percussioni elettroniche e chitarre distorte. Poi però, nei bis al microfono arriva Debbie Miller e il megaschermo si spegne: è Unfinished Sympathy, tratta dal disco di esordio, Blue Lines, uscito prima dell’11 settembre, prima di internet e dei cellulari. Un altro mondo davvero, e questo singolo del 1991 è il solo momento di puro divertimento in due ore di musica, intelligente, affascinante, intensa, e però sempre dai toni cupissimi.

07.11.2009 – Milano, Palasharp
08.11.2009 – Conegliano Veneto (TV), Zoppas Arena

Depeche Mode, il ritorno

“Sono nato sotto il segno sbagliato / nella casa sbagliata / ero nel posto sbagliato / al momento sbagliato”. Sono quasi cinquantamila, allo stadio Olimpico, a urlare che invece no, Dave Gahan non si sbaglia affatto, e che Wrong si è già conquistata un posto accanto a I Feel You e It’s No Good, due dei tanti successi dei Depeche Mode presenti nella scaletta del loro primo concerto italiano. Dopo la data di ieri a Roma, la band inglese suonerà domani allo stadio San Siro di Milano, aprendo così la stagione dei grandi concerti internazionali, con nomi come U2, Madonna, Bruce Springsteen, Nine Inch Nails; il palco romano non verrà smontato immediatamente e sarà utilizzato anche per il concerto-evento di sabato prossimo a favore dei terremotati d’Abruzzo.

La partenza del Tour Of The Universe non è stata fortunata: dopo le prime due serate, Gahan è stato costretto ad annullare il concerto di Atene per un attacco di gastroenterite; dalle analisi in ospedale, al cantante è stato diagnosticato per caso un tumore alla vescica, così il tour è stato interrotto e le date successive annullate. Un mese dopo, i Depeche Mode sono di nuovo sul palco, perfettamente a loro agio nella scenografia futuristica disegnata da Anton Corbjin, il fotografo olandese che da anni cura l’immagine della band.

La musica è sempre lo stesso originalissimo mix di rock ed elettronica, sintetizzatori e chitarre (Martin Gore si divide tra acustica ed elettrica), oggi appena velato di nostalgia; lo dimostra ad esempio Peace, il singolo più recente. La grande coerenza della scrittura di Gore, però, annulla i ventitré anni che lo separano da A Question Of Time e ripensa un classico come Policy Of Truth quasi fosse un inedito da Sounds Of The Universe.

Nati come boyband per ragazzine new romantic, i Depeche Mode hanno presto messo da parte spray e gel per capelli e forse sono – dopo dodici album e settantacinque milioni di dischi – i soli sopravvissuti degli Ottanta che ancora abbiano qualcosa da dire. Una credibilità costruita sperimentando sui suoni e sui testi, ma anche sulle vicende personali dei membri della band, passati attraverso droga, alcol, malattie nervose. E così i tre di Basildon sono diventati una band di culto e con i connazionali Cure hanno segnato il trionfo popolare del genere «Dark» (nel Regno unito lo chiamavano «Gothic»). Ma Gahan è un comunicatore nato, un entertainer scafatissimo, un rocker capace di smuovere le masse con un colpo d’anca, come il Mick Jagger dei tempi d’oro. E lo sa bene: affronta il pubblico sulla passerella a torso nudo, scherza con il riservato Andy Fletcher, duetta con un Martin Gore tutto vestito d’argento, si smaterializza in mille cloni digitali nel megaschermo alle sue spalle.

Tra il pubblico sono in tanti a conservare le canzoni dei Depeche Mode nel cuore, nascoste nel fondo dell’anima, ma le parole cancellate dagli anni tornano sulle labbra al primo accordo di chitarra. I numerosi brani dall’ultimo disco scorrono veloci: due i titoli in scaletta firmati da Gahan (la tiratissima Hole To Feed e Come Back), tra i tanti gioielli di Gore, presente sia come autore (Enjoy The Silence, Stripped, Master And Servant, Personal Jesus; Never Let Me Down Again), che come cantante (la non entusiasmante Little Soul, Home). Dopo oltre due ore di concerto, si chiude con Waiting For The Night.

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Nico – A Life through the borderline

lisa

“Nico mi ha insegnato che non è necessario aver studiato per poter cantare”, racconta Lisa Gerrard nel camerino del Teatro comunale di Ferrara. Si è appena conclusa Nico – A Life through the borderline, la serata organizzata da John Cale nel ventennale della morte della chanteuse tedesca, tra gli applausi del pubblico entusiasta. Entusiasta anche l’ex voce dei Dead Can Dance; era lei la star del concerto di domenica scorsa, in un cartellone fitto di nomi importanti: da Mark Lanegan ai Mercury Rev, dalla rivelazione Soap and Skin a Mark Linkous (Sparklehorse). Mancava l’annunciata Carmen Consoli, c’era invece Peter Murphy, padre nobile del rock gotico alla fine degli anni Settanta con i suoi Bauhaus.
L’iniziale Frozen Warnings nelle mani di Cale e della sua band diventa un rock muscolare e vintage. Gli arrangiamenti spiazzano chi è abituato al cupo minimalismo degli originali, e non sempre convincono: Janitor Of Lunacy, ad esempio, sembra un inedito dei Bauhaus meno ispirati, e a risollevarne le sorti non basta la voce di Peter Murphy (che riesce assai meglio in Mütterlein). Buona la prova dell’austriaca Anja Plaschg (Soap and Skin): sola al piano per My Heart Is Empty, la sua voce ricorda un po’ Björk, ma la pronuncia, con quelle vocali così allungate, è la stessa dell’originale.
Prima al fianco di Nico nei Velvet Underground, poi produttore e arrangiatore dei suoi dischi storici, da Desertshore a Camera Obscura, nelle due ore del concerto Cale si rivela un irreprensibile maestro di cerimonie. Suona il piano e la tastiera, ma si fa da parte per lasciare spazio al quartetto d’archi dell’Orchestra di Ferrara e ai Mercury Rev con un set elettrico. Torna per colorare Facing The Wind di soul, ridisegna All that is My Own come fosse una We Are The World cimiteriale. E infine regala un bis tutto suo: A Close Watch, da Music For a New Society.

The Cure, 4:13 Dream

30 novembre 2008 Nessun commento

Tredici brani per il tredicesimo album in studio dei Cure, uscito all’inizio di novembre e preceduto da una serie di singoli tutti pubblicati lo stesso giorno (il 13, ovviamente), da maggio a settembre. Promozioni incrociate, marketing virale, social media e anteprime live (a Roma, lo scorso ottobre): eppure 4:13 Dream non finirà accanto ai capolavori della band di Robert Smith, come Pornography o Disintegration. Album che hanno segnato un’epoca, che sono finiti in classifica, che hanno definito un genere, da noi chiamato “dark” e nel resto del mondo “gothic”: abiti neri e poeti maledetti, ma anche storie d’amore romantiche e un po’ morbose.

Oggi, con trentadue anni carriera alle spalle, i Cure sembrano incerti sulla direzione da prendere, e così la gestazione di 4:13 Dream, tra rinvii e contrattempi, è stata molto lunga più del previsto. Concepito originariamente come un doppio album, dura invece meno di un’ora: contiene solo alcuni dei 33 brani registrati, quelli in cui è più evidente la matrice pop  della band (gli altri dovrebbero essere pubblicati nella primavera del 2009 in un altro disco).

Ma Sleep When I’m Dead non è Close To Me, come il crescendo di Scream non è The Kiss, e The Only One non è Friday I’m in Love. Qui, certo, non c’è la nostalgia ruffiana di altri protagonisti degli anni Ottanta tornati per spremere gli ultimi spiccioli ai loro fan ingrigiti, ma neppure c’è l’inventiva bizzarra dei Cure, la loro poesia, il loro fascino oscuro. Tolte le chitarre elettriche, rimangono solo un po’ di rossetto sbavato e la bella voce di Robert Smith.

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