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Heligoland, il ritorno dei Massive Attack

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Quando cominciarono nel 1991, Unfinished Sympathy metteva insieme dance e soul con un tocco di elettronica, oggi Heligoland, appena uscito, è un disco cupo e ossessivo, con le chitarre spesso coperte da pesanti sintetizzatori, i ritmi franti e scomposti che ogni tanto si ricompongono in un dub melanconico (Splitting The Atom). Non è un capolavoro: i Massive Attack hanno al loro attivo un album epocale come Mezzanine e il confronto è difficile per chiunque, loro per primi. Ma è un album assai diverso rispetto al precedente 100th Window (2003), più ispirato e più sfaccettato: il quinto in una carriera lunga quasi due decenni, con numerosi cambi di formazione e stile musicale: «Ho scritto molte colonne sonore dice Robert del Naja – poi sono tornato alla musica pura, non mi piace dover scrivere a comando». Però con la colonna sonora di Gomorra, ha vinto il premio David di Donatello: «Lavorare con Matteo Garrone è stato un grandissimo piacere, perché ho avuto carta bianca per la musica. E per tutto il tempo mi sono chiesto se la situazione descritta nel film come tipica di Napoli sia davvero diversa da quella italiana in genere, specie per quanto riguarda la politica».

E’ attento, ispirato, aggiornatissimo: d’altra parte i Massive Attack portano in tour da anni un megaschermo su cui scorrono ad ogni tappa i titoli più improbabili di giornali e siti web mentre assemblano con sadica abilità rumori assordanti, giri di basso tellurici, percussioni ultraterrene. Il pubblico balla sull’orlo di un abisso: qui c’è Fabrizio Corona, un passo più in là il calcio (3D è un grande fan di quello italiano), un istante dopo i proclami della Lega contro gli immigrati e la morte misteriosa di Stefano Cucchi in carcere. «Non è pensabile che una cosa del genere possa accadere in un paese civile», riflette, «e credo che in Inghilterra non sarebbe successo, pur con tutti i difetti che ha la nostra polizia. La cosa che più mi sembra incredibile è che il vostro governo non faccia chiarezza, ma cerchi di coprire i responsabili». I Massive Attack sono noti per loro impegno politico, da soli o accanto ad altri grandi nomi della scena inglese, come Radiohead e Damon Albarn: con il cantante dei Gorillaz, nel 2003 Del Naja acquistò una pagina del New Musical Express per spiegare la sua opposizione all’impegno militare britannico in Iraq. «Nella musica la politica ha la p minuscola, perché la vera Politica è fuori, ma non per questo rinunciamo ad esprimere le nostre posizioni, a commentare quello che ci circonda».

Oggi la band di Brixton è un duo, e accanto a 3D è rimasto il solo Daddy G, affiancato dal vocalist Horace Andy, ma «Heligoland» è comunque un lavoro assai vario, grazie anche alla lunga lista di ospiti: Tunde Adebimpe (Tv on the Radio) presta la sua voce in Pray for Rain, poi Guy Garvey (Elbow), Martina Topley-Bird, Damon Albarn (che suona anche il basso su Flat Of The Blade), e Adrian Utley dei Portishead è alla chitarra in Saturday Come Slow. «Abbiamo ancora molto materiale che non è uscito su disco e non siamo sicuri di cosa farne, alcune canzoni forse finiranno nel nuovo album, altre le metteremo a disposizione per il download sul nostro sito web», spiega 3D. «Siamo i più grandi ladri della nostra generazione, perché abbiamo sempre usato suoni e idee provenienti da fonti molto diverse, ora vogliamo restituire quello che abbiamo preso». Intanto, l’ultimo furto è di quelli con destrezza: un film porno dei primi anni Settanta, usato per il video del primo singolo Paradise Circus. La voce di Hope Sandoval vola leggera su un tappeto di archi, mentre la protagonista Georgina Spelvin commenta le sue performance; ieri era una splendida donna in pieno fulgore erotico, oggi un’adorabile vecchietta dai bianchi capelli spettinati.

Massive Attack, Brixton Academy 17.9.09

21 settembre 2009 Nessun commento

Ballano in cinquemila, giovani e meno giovani, mentre sul megaschermo scorrono frasi di scrittori, filosofi e politici: da Goethe a JFK, da Martin Luther King a San Suu Kyi, tutti si confrontano sul tema della libertà. E’ la prima delle tre date londinesi dei Massive Attack, lo scorso giovedì, per presentare il nuovo disco, originariamente annunciato per ottobre, ma rimandato ancora una volta. Uscirà forse a febbraio 2010, sette anni dopo 100th Window, e ancora non se ne conosce il nome: si sa che vi parteciperanno Tunde Adebimpe dei Tv On The Radio e Guy Barvey degli Elbow, ma pare che Robert Del Naia abbia contattato tra gli altri anche Patti Smith, David Bowie e Tom Waits.

Non ci saranno, nella versione finale dell’album, e non ci sono nemmeno alla Brixton Academy, dove comunque la band è in formazione estesa a sei membri. E’ l’avvio del tour europeo, e così per l’occasione arriva anche Damon Albarn. Il cantante dei Blur (e dei Gorillaz, e dei Good, Bad and The Queen) si aggiunge ai cori di Splitting The Atom e canta da solo Saturday Never Comes. La prima dà il titolo all’ep di quattro canzoni che sarà pubblicato solo in digitale il 2 ottobre, la seconda dovrebbe essere inclusa nel quinto album dei Massive Attack. Non è rock e non è pop, non è dance e nemmeno trip hop: “Non abbiamo mai chiamato così la nostra musica, e d’altra parte la formula è cambiata a ogni album; una definizione comune per tutti è impossibile”, precisa Del Naia, che con Daddy G è il solo rimasto della formazione originaria.

Dell’etichetta appiccicata alla band ai tempi di Protection e Mezzanine oggi rimane poco, e semmai il paragone più prossimo sono i Radiohead, sia per l’uso massiccio di computer accanto a strumenti tradizionali, sia per l’impegno politico. I Massive Attack sono stati infatti tra i più duri oppositori all’impegno militare inglese in Iraq, si sono schierati a favore della Palestina e per il film Gomorra, dal libro di Saviano, hanno scritto una canzone apposta (Marakesh), che ovviamente è in scaletta.

Lo show (tutto esaurito, come le altre tappe inglesi) ricalca quello del tour precedente, a metà strada tra denuncia sociale e installazione artistica, con i titoli dei giornali della sera che si scorrono alle spalle del palco durante Inertia Creeps. Essere nel rovente anfiteatro della Brixton Academy stavolta non significa chiudere occhi e orecchie a quello che succede fuori, ma aprirli, per tuffarsi in un caotico mix di informazioni che mette insieme il gossip sulle Spice Girls (“Si riformano ancora, ma senza Victoria?”) e le ultime notizie sulla crisi economica. E alla fine la domanda cruciale, declinata in mille modi diversi: “Qual è la tua opinione? Cosa ne pensi? Hai commenti da fare?”

Musicalmente, il concerto segna un ritorno a sonorità più dub: Teardrop, il loro brano più famoso, si spoglia della melodia e rivela inaspettate radici reggae. Alla voce, Martina Topley-Bird cerca di non far rimpiangere Elizabeth Frazer che cantava la versione originale, mentre Horace Andy trasforma la successiva Angel in un mantra ipnotico punteggiato di percussioni elettroniche e chitarre distorte. Poi però, nei bis al microfono arriva Debbie Miller e il megaschermo si spegne: è Unfinished Sympathy, tratta dal disco di esordio, Blue Lines, uscito prima dell’11 settembre, prima di internet e dei cellulari. Un altro mondo davvero, e questo singolo del 1991 è il solo momento di puro divertimento in due ore di musica, intelligente, affascinante, intensa, e però sempre dai toni cupissimi.

07.11.2009 – Milano, Palasharp
08.11.2009 – Conegliano Veneto (TV), Zoppas Arena