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Per Steve Jobs un compleanno con dieci miliardi di canzoni

25 febbraio 2010 Bruno Ruffilli Nessun commento

Dieci miliardi di canzoni: più di una e mezza per ogni abitante della Terra, compresi neonati e ultracentenari, da New York alla Siberia. Il record è stato raggiunto alle 22:45 di ieri (ora italiana), e certo oggi Steve Jobs si produrrà in qualche dichiarazione trionfante sul successo del suo iTunes Store. Con buona ragione: inaugurato nell’aprile 2003, è diventato in meno di sette anni il più grande negozio di musica del mondo e ha cambiato per sempre il modo di ascoltare canzoni e album. È nata una generazione che non conosce il disco in vinile e ha poca dimestichezza col compact disc, perché ascolta musica «liquida», dati digitali senza copertina né libretto da tenere in mano. E spesso senza scontrino: per chi ha meno di vent’anni, il download illegale di file Mp3 è la più importante fonte di approvvigionamento di canzoni, quando non l’unica.

Le origini
I primi strumenti professionali di registrazione digitale risalgono all’inizio dei Settanta, e tuttavia è solo con il compact disc (1982) che la tecnologia diventa popolare. Digitale, ovvero tradotta in bit, è anche la musica in Mp3, che nasce ufficialmente come standard nel 1997 dopo dieci anni di studi e ricerche all’università di Hannover. In pochi ne percepiscono la portata rivoluzionaria, finché non arriva Napster, che permette di scambiare file musicali con un pc e una connessione internet. Il sito chiude nel 2001, sotto la pressione delle case discografiche, ma in due anni sulle reti Peer To Peer sono transitati illegalmente centinaia di milioni di brani. Per contrastare il declino dei cd, le major lanciano siti di download a pagamento, che falliscono tutti. L’unico ad avere successo è iTunes Store, pensato soprattutto come servizio per l’iPod, il lettore digitale di Apple. Probabilmente Jobs non si aspettava di arrivare al traguardo di oggi, ma certo è stato scaltro ad adottare lo stesso modello con altri prodotti della Mela, innanzitutto l’iPhone, per cui ha ideato l’App Store: tre miliardi di download in nemmeno un anno e mezzo.

Più singoli, meno dischi
Oggi non si vendono tanto album, quanto singoli, proprio come negli anni Sessanta i dischi più diffusi erano i 45 giri; è la fine dei concept album e il segno di una frantumazione sempre maggiore della musica, liberata dal supporto fisico e utilizzata ovunque: impianti stereo per la casa e l’auto, computer, telefonini, console per videogiochi, lettori digitali portatili. C’è chi si oppone, come gli Ac/Dc, tra le ultime band di rilievo a tenersi fuori da iTunes proprio in nome dell’integrità artistica, e chi ne è entusiasta: ad esempio i Radiohead, che da qualche tempo pubblicano solo canzoni sparse. Thom Yorke e compagni le mettono in vendita direttamente sul proprio sito web, bypassando le case discografiche e pure iTunes. Brian Eno, produttore tra l’altro di U2 e Coldplay, ne ha tratto conseguenze radicali: «Penso che i dischi siano stati solo una piccola parentesi nello scorrere del tempo e quelli che hanno potuto guadagnarci da vivere sono stati fortunati. Non c’è ragione per cui qualcuno avrebbe dovuto accumulare tanto denaro vendendo musica, a parte il fatto che quella era la cosa giusta in un certo periodo storico. E ora è finito».

Per celebrare quello iniziato da poco e arrivato ieri ad un traguardo importante (“una pietra miliare”, per dirla con Apple), c’è un premio: un buono iTunes da diecimila dollari per il fortunato che ha scaricato la decimiliardesima canzone. Il suo nome  è al momento ancora ignoto, mentre si conosce quello del vero vincitore: si chiama Steve Jobs e ieri ha festeggiato alla grande il suo cinquantacinquesimo compleanno.

Con Spotify la musica non si scarica più

Prima la musica ha abbandonato il supporto fisico, e con il boom degli Mp3 non c’è stato più bisogno di avere in casa compact disc e vinili, diventati feticci per collezionisti. Ora non è nemmeno indispensabile possedere le canzoni, basta collegarsi a internet e cercare un sito che le trasmetta in streaming. A rivelarlo è un sondaggio del Guardian, secondo cui due adolescenti inglesi su tre ascoltano regolarmente musica in questo modo, e per un terzo dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni è un’abitudine quotidiana. Parallelamente – ed è questa la buona notizia per i discografici – calano gli utilizzatori dei programmi di peer to peer: se lo scorso anno il 42 per cento degli intervistati ammetteva di aver scaricato illegalmente brani da internet, all’inizio dell’anno la percentuale è scesa al 26 per cento. Il calo si spiega anche con la qualità dei file scaricati, non sempre ottimale, e col pericolo concreto di ritrovarsi sul computer un virus invece di una canzone.

Così oggi ai ragazzi la musica arriva soprattutto tramite Youtube, con videoclip e spezzoni dal vivo, e Spotify (non ancora disponibile in Italia), dove prima di ogni brano è inserito un breve spot pubblicitario. E in entrambi i casi non sono le canzoni a generare i guadagni, ma la pubblicità: è lo stesso meccanismo con cui si mantengono le tante web radio e Last.fm, il più famoso dei siti di streaming, con oltre 300 milioni di iscritti in 200 Paesi. «La pirateria rimane un problema gravissimo, ma anche da noi il download illegale e’ in calo», osserva Enzo Mazza, presidente della Federazione Industria Musicale Italiana «Tra i ragazzi cresce l’uso dei social network per condividere canzoni e video. E’ un modo per recuperare una dimensione emotiva, per parlare di un brano che ti ha colpito, di un concerto che hai visto». Certo, bisogna avere una connessione veloce, ma oggi la tecnologia permette di ascoltare musica in streaming e connettersi a Youtube e Facebook anche con un telefonino. Il mercato si allarga e si divide in mille nicchie: aumentano ancora gli acquisti legali di canzoni su internet, ma intanto l’industria punta sui videogiochi, sugli abbonamenti via cellulare (Nokia), sulle grandi tournée, sul merchandising. E se in cime alle top ten di mezzo mondo c’è l’opera omnia di Michael Jackson, negli Usa è entrata in classifica anche una maglietta: disegnata dal rapper Mos Def, viene venduta online e nei negozi di dischi e ha sul cartellino un codice che permette di scaricare l’album.

Ascesa e declino della cassetta

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Sembrava estinta, la cassetta audio. Al tramonto perfino in Cina e India, dove pure ha resistito fino alla soglia del Terzo Millennio, per soccombere infine allo strapotere del compact disc prima e degli Mp3 poi. E invece oggi rivive online grazie a Muxtape, un sito che permette di registrare la propria compilation e metterla online, perché tutti possano ascoltarla.
Come funziona
Muxtape non è l’unico modo per condividere la musica su internet: si può creare una stazione radio personalizzata, inserire un brano sul blog, postare un file audio in un gruppo di discussione, aggiungere un link ad una pagina dove trovare una canzone, da scaricare o solo da sentire. La musica è in ogni angolo della rete, nascosta o esibita, legale o illegale. Però l’idea che ha avuto il newyorkese Justin Ouellette punta sulla nostalgia: l’interfaccia di Muxtape, infatti, è proprio una cassetta, di quelle trasparenti, che lasciano vedere le bobine all’interno. Per registrare una compilation virtuale è necessario iscriversi, lasciando il proprio indirizzo e-mail, scegliere uno pseudonimo, e poi caricare i brani. Tutto qui, con pochissime regole da rispettare: una sola cassetta a persona, non più di una canzone per artista o per album. Per ascoltare le cassette basta cliccare sul nickname dell’autore; ad ogni connessione, la pagina di Muxtape presenta nomi diversi e cassette diverse, per dare a tutti la stessa visibilità.
Diritti e rovesci
Sul sito non c’è alcuna indagine sulla provenienza dei file utilizzati (da cd o dischi propri, si spera, ma è chiaro che la maggior parte dei brani sono stati scaricati illegalmente), ma c’è la promessa che Muxtape non comunicherà a terzi l’e-mail degli iscritti. Come dire: niente spam, ma anche la certezza che non arriverà qualche casa discografica a reclamare diritti sulle canzoni messe online. Già, perché il sito sta diventando un enorme archivio musicale, con milioni di canzoni disponibili in ogni momento, compresi provini e inediti di band esordienti o ancora poco note. Però, a differenza degli altri, qui non è possibile scaricare nulla e nemmeno cercare un brano: forse per questo, nonostante la crescente popolarità, Muxtape non è ancora caduto sotto i colpi delle multinazionali del disco, solitamente molto aggressive verso chi mette musica online gratis, specie senza autorizzazione. D’altra parte, qui non c’è pubblicità e l’unico sponsor è Amazon, cui rimanda il link sotto ogni canzone: cliccando si può comprarla per meno di un dollaro (ma solo negli Usa).
La storia
Lanciata dalla Philips nel 1963 per incidere memo e interviste, la Compact Cassette viene ripensata per la musica solo qualche anno più tardi, e verso la metà degli Settanta entra a far parte di quasi tutti gli impianti stereo. E’ un’alternativa al disco in vinile: meno fascinosa, ha il vantaggio di essere più facile da maneggiare perché non si graffia e non si rovina. A differenza della vecchia Stereo 8, la musicassetta permette di registrare canzoni in maniera semplice ed economica: così nascono insieme la pirateria e il mixtape (un mix con interpreti diversi; da qui prende il nome Muxtape). C’è chi copia interi album e li vende, facendone un business assai remunerativo, e chi passa ore a incastrare versi e parole per arrivare alla perfetta dichiarazione d’amore, d’amicizia, o anche di odio. Per la prima volta nella storia dell’industria musicale, i consumatori possono creare da soli il proprio disco preferito, la superband immaginaria che mette insieme Eric Clapton e i Deep Purple. O Sex Pistols e Clash: la cultura della cassetta prende piede col punk, che predica il fai da te in ogni campo dell’arte, e vede una grande diffusione di fanzine (riviste amatoriali) con allegati mixtape di band emergenti.
La fine
Poi arriva il digitale, e la cassetta all’inizio sembra reggere, crescendo in durata per arrivare ai 74 minuti del compact disc e dominando incontrastata il settore della musica in auto. Ma, con l’inizio dei Novanta e l’avvento dei masterizzatori, il declino è inarrestabile; il colpo finale arriva con l’Mp3 e i riproduttori digitali portatili: il glorioso Walkman non è stato ucciso dal cd, ma dall’iPod. Come per i bootleg, dei mixtape rimane il nome, ma cambia il significato: ora sono le cassette registrate dalla console di qualche deejay o le compilation non ufficiali dei rapper.
Vanno in pensione quelle scatolette con cento metri di sentimenti ed emozioni registrati su un lucido nastro nero, spesso decorate con disegni e foto, mentre trionfano gelidi dischetti argentei, economici, fedeli e robusti, che si registrano col computer in pochissimo tempo. Ma proprio questo, in fondo, si regalava con la cassetta: il tempo necessario per la scelta dei brani, i mille assemblaggi, i tanti ripensamenti. Il tempo, che vale più di mille canzoni.

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