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Fabri Fibra: l’Italia è un paese di vecchi

Fabri Fibra, trentatré anni, vero nome Fabrizio Tarducci. Conduttore di In Italia, documentario che ha portato su Mtv terremotati de L’Aquila, ragazzi di Marcianise, rom, rifugiati politici e minatori del Sulcis. Ma soprattutto rapper, autore di cinque dischi spesso controversi, sempre discussi, che ha lavorato con Gianna Nannini e Federico Zampaglione. Fabri Fibra è a Torino per cercare di spiegare da quali segreti meccanismi nasca una canzone. Tra gli appuntamenti più curiosi degli Mtv Days, questo Storytellers è interessante anche perché “sdogana l’immagine del rapper in Italia, per molti ancora legata a certe produzioni ludiche e banali degli anni Novanta”, osserva Fabri Fibra. “Tutti quelli che hanno cominciato allora, oggi hanno smesso di fare musica o si sono dati alle canzoni, io sono l’unico a non aver cambiato genere”. E’ vero, e infatti finora il format di Mtv ha ospitato musicisti come Piero Pelù, Subsonica, Ivano Fossati; l’unico vicino al rap è stato Jovanotti.
È un po’ che non ti si vede in giro. Come mai?
“Ho passato tre mesi in casa per scrivere il nuovo disco e registrarlo. Sarà nei negozi il 7 settembre e si chiamerà Controcultura.”
Intanto è uscito Quorum, un album disponibile gratis su internet, una canzone alla settimana. In tempi di crisi delle case discografiche, tu regali la musica?
“Ho litigato con la Universal perché dicono che non posso dar via gratis un disco intero. Ma i cantanti dei talent show sono ogni giorno in radio e tv, e per chi non ci va è una guerra persa in partenza. Sul web invece siamo tutti uguali ed è il pubblico a scegliere: i miei contatti su YouTube sono decine di migliaia al giorno”.
Non hai paura che un seguito di fan così esigente possa condizionare la sua libertà artistica?
“Giustissimo, non avrei mai potuto condurre un programma su Mtv se avessi ascoltato il mio zoccolo duro. Certe scelte inevitabilmente non le approveranno, ma devo rendere conto alla mia coscienza. E alla fine, nonostante tutto, penso di aver cambiato più tipi di pubblico io di chiunque altro”.
Di cosa parla Quorum?
“Per me è una specie di trailer di Controcultura, i temi sono molto vicini. Parlo del mondo intorno a me, come ho sempre fatto. Parlo di un’Italia in cui i giovani stanno a casa fino a trentacinque anni perché non hanno alternative, mentre chi è al potere grazie a mille scorciatoie non vuole andar via. E’ un meccanismo che non comprendo e non accetto: cosa dobbiamo aspettare perché le cose cambino? Che muoia un’intera generazione di anziani?
L’età, si dice, porta saggezza…
“A settant’anni una persona normale fatica ad attraversare la strada, in Italia viene giudicata adatta per rinnovare il Paese e guidarlo verso il futuro”.
Non sarà mica solo una questione di anni?
“Ovviamente no. Da noi vince una cultura del vuoto e dell’immagine, in televisione, come nella musica. Nessuno dice quello che bisognerebbe dire, tutti pensano a intrattenere e non vogliono che il pubblico apra gli occhi”.
E cosa bisognerebbe dire?
“Quello che succede nella vita reale, non quello che sogniamo o speriamo. A livello di testo e di contenuto nelle canzoni italiane attuali c’è il deserto, per questo una cosa nuova attira l’attenzione”.
Per dire qualcosa di nuovo bisognava parlare di Erica e Omar o dell’uccisione di Tommy?
“Sono casi di cronaca che hanno toccato tutti, come i fatti del G8 a Genova nel 2001. Ma quanti hanno scritto canzoni per Carlo Giuliani?”
Una canzone può cambiare la realtà?
“Una canzone non spiega niente, non dà soluzioni, però può far capire che c’è qualcosa su cui riflettere. È un segnale che si accende: se riesce a far luce nella testa di qualcuno vuol dire che non ho fallito il mio compito”.

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Internet killed the video star

Arrivarono perfino in ritardo, i Buggles. Dopo i successi di Elvis, dopo le sperimentazioni di Beatles (A Hard Day’s Night, Help, Yellow Submarine) e David Bowie (Jean Genie). E soprattutto, dopo Bohemian Rhapsody dei Queen, la prima vera clip registrata su nastri magnetici e non su pellicole.

Nostalgici e visionari
Così Video Killed The Radio Star, che uscì all’inizio di settembre di trent’anni fa, non prevedeva il futuro, ma descriveva il presente, anzi addirittura guardava al passato: il testo parlava di divi degli anni Cinquanta e Sessanta, e di moderno aveva poco (qualche riferimento all’avvento della civiltà delle immagini e del videoregistratore). Ma puntava su altre armi per passare alla storia del pop: la melodia orecchiabile, con quel contagioso “aua-aua”, un ritornello cantato da soavi creature femminili, una voce maschile robotica ma non inquietante come quelle dei Kraftwerk, senza i quali non sarebbe esistito né il 45 giri, né l’intero album da cui è tratto, intitolato The Age Of Plastic.
Il brano arrivò subito al primo posto nella top ten del Regno unito ed entrò nelle classifiche di molti Paesi europei, tra cui l’Italia, rimanendoci fino all’estate del 1980. Poi Video Killed The Radio Star attraversò l’oceano e fu molto opportunamente utilizzata per il debutto di Mtv, il primo agosto del 1981: era iniziata ufficialmente l’era del videoclip. E insieme la carriera del regista Russell Mulcahy, che per i Buggles aveva inventato tramonti sintetici e muri di polistirolo; negli anni Ottanta dirigerà praticamente tutti i grandi nomi: Duran Duran, Spandau Ballet, Human League, Elton John, Ultravox, Kim Carnes, Bonnie Tyler, Queen, Billy Joel, Culture Club, Supertramp e perfino i Rolling Stones, prima di cimentarsi col cinema (Highlander).
I Buggles, invece, rimarranno nel mondo della musica: un secondo album esce nel 1981 e viene presto dimenticato, mentre Geoff Downes passa prima agli Yes e successivamente agli Asia. Trevor Horn si ricicla come produttore (dai Frankie Goes To Hollywood alle Tatu, fino al prossimo Robbie Williams, intitolato appunto Reality Killed the Video Star), Hans Zimmer invece diventa famoso come compositore di colonne sonore.

Videocultura
Nato all’incrocio tra generi e stili diversi come il film, la danza, il documentario, il video ha lasciato tracce di sé nella letteratura (Meno di zero, di Bret Easton Ellis, è l’esempio più famoso) e cambiato per sempre il modo di intendere la televisione e il cinema. Effetti speciali, montaggi iperveloci, inquadrature impossibili sono ormai frequenti in programmi tv, film e pubblicità, e non è un caso se dive pop come Christina Aguileira, Madonna, Britney Spears hanno spopolato con spot ispirati ai loro video più famosi.
La radio non è morta, ma Mtv, nei suoi ventotto anni di vita, è diventata un fenomeno mondiale, ampliando il palinsesto con giochi, serial, reality show, cartoni, programmi di informazione e approfondimento. Continuando a sfornare, stagione dopo stagione, idoli per teenager e nuovi protagonisti del pop, senza curarsi di chi accusava i video di distruggere la fantasia degli ascoltatori. E via con boyband, girlband e filmati sempre più costosi (il record è di sette milioni di dollari per Scream di Michael e Janet Jackson). Finché non è nato il video che racconta il video, proprio come le tv inquadrate nella clip dei Buggles: negli ultimi anni è stato tutto un fiorire di backstage, making of, dietro le quinte, per rientrare dalle spese sostenute per il video vero e proprio. Addirittura si è arrivati alla cover del video, con Anton Corbjin che cita se stesso riutilizzando la figura del re viandante di Enjoy The Silence (Depeche Mode) per Viva la Vida dei Coldplay.

Internet killed the video star
Se a cavallo del nuovo millennio il mercato dei videoclip è decollato anche per l’uso privato, oggi che la musica ha quasi del tutto abbandonato il supporto fisico anche i dvd si vendono meno. Ed è ancora una volta il web a cambiare le regole del gioco, con i filmati in streaming, da vedere sul computer, con i video da acquistare su iTunes Store di Apple, e ancor più con i servizi gratuiti: Yahoo. il fornitissimo Babelgum, pieno di esclusive e anteprime, senza contare l’onnipresente YouTube, che da qualche tempo è accessibile pure dai telefonini. Eppure YouTube continua ad essere in rosso, perché finora non ha saputo dar vita a un efficace modello di business: solo di recente ha introdotto la pubblicità sui filmati e pare che finalmente sia cominciando a guadagnare. Centesimi, millesimi di euro per ogni clic, provenienti sia dal sito che dai video inseriti dagli utenti in blog e forum sparsi nel web. E’ un’efficace forma di marketing virale, che le case discografiche e gli Studios di Hollywood hanno mostrato di apprezzare, visto anche il fallimento di esperimenti come la web tv Joost. Tra quelli che non ci credono è la Universal, che ha negato a YouTube i diritti per lo sfruttamento di musica e clip: così oggi chi prova a inserire nel proprio sito il video dei Buggles si ritrova di fronte uno schermo nero. Sarà internet a uccidere le star del video?