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Lcd Soundsystem, la vita finisce a quarant’anni?

Un paio di settimane fa, James Murphy è salito sul palco della Webster Hall e prima di dare inizio al concerto si è inginocchiato davanti al pubblico. «Se avete una copia del nuovo disco in anticipo e pensate di condividerla col resto del mondo, vi prego di non farlo – ha detto -. Ci abbiamo messo due anni per registrarlo e vogliamo che esca quando abbiamo deciso noi. Non ci importa del denaro, quando sarà pubblicato datelo a chi volete, mi fino ad allora tenelo per voi». I 1500 presenti allo show a sorpresa per la presentazione del nuovo disco degli Lcd Soundsystem hanno applaudito basiti, ma questo  non ha impedito che This Is Happening venisse distribuito illegalmente sul web quasi un mese prima dell’uscita ufficiale, come ormai accade con tutti i dischi di un certo rilievo.
Il terzo album di Murphy (dietro la sigla Lcd Soundsystem c’è solo lui e qualche collaboratore) difficilmente sarà un successo commerciale, anche se i dischi precedenti non hanno venduto male e gli hanno pure fruttato due nominations ai Grammy, gli Oscar della musica. Ma è un piccolo gioiello di intelligenza e sincerità, che mette insieme punk, disco, rock ed elettronica in nove canzoni, quasi un’ora di musica da non dimenticare.
Una musica che, a sua volta, non dimentica: in All I Want, ad esempio, l’assolo di chitarra di Heroes di David Bowie viene dilatato, ripetuto, deformato, ma rimane, perfettamente riconoscibile, a fare da scheletro a un brano completamente nuovo, una specie dance ebbra e vagamente melanconica. Piacerà anche a chi ha amato l’originale, c’è da scommetterci. Home, invece, ricorda i Talking Heads di I Zimbra, la canzone che segnò l’inizio della svolta etnica proseguita con Remain In Light (pure citatissimo, in This Is Happening). D’altra parte, James Murphy vive a New York e oggi il mix di culture e stili musicali nella Grande Mela non è meno vivace di trent’anni fa, quando Byrne e compagni scrivevano pagine memorabili della storia del rock.
Tutti i brani sono piuttosto lunghi, a parte il singolo Drunk Girls: veloce il riff, sghembo il ritmo, è quasi punk. E You Wanted a Hit è uno sberleffo alla logica delle multinazionali che costruiscono successi a tavolino. Murphy, che ha una sua etichetta, la DFA, e ha pubblicato alcuni dei titoli più interessanti di questi ultimi anni, ma ora ha deciso di tirarsi fuori: «Quando avevo trent’anni ho promesso a me stesso che avrei smesso prima dei quaranta, e adesso ci siamo. Non voglio fare dischi che non mi piacciono, non voglio ripetermi». Così per ascoltare quello che forse è il miglior album dell’anno (e la migliore canzone, Dance Yrself Clean) ci sono due possibilità: aspettare il 18 maggio, la data dell’uscita ufficiale, oppure cercare un biglietto per un concerto degli Lcd Soundsystem. Sono quasi tutti esauriti, da Parigi a Berlino a Londra, ma la buona notizia è che Murphy si esibirà anche in Italia, a Ferrara, il 24 giugno per il Bands Apart Festival.

A New York, il giorno dell’iPad

Sono le nove del mattino, c’è il sole, il cielo è azzurro. Ma la Fifth Avenue risuona di un conto alla rovescia, neanche fosse Times Square l’ultima notte dell’anno. Three, two, one, go! E parte la corsa all’iPad, con centinaia di persone che si accalcano nel negozio Apple. Qualcuno era in coda da giorni, come Greg Packer, pensionato con parecchio tempo da perdere, che risponde alle domande dei giornalisti solo se garantiscono adeguata visibilità: “Perché lo compro? Perché è un portatile senza tastiera e un iPhone senza telefono, sono certo che cambierà la storia dei computer”.
Non è il solo a pensarla così e se le code non sono chilometriche, è solo perché molti hanno preferito prenotare sul web il gadget dell’anno e riceverlo a domicilio. In alternativa, è possibile ritirarlo presso il negozio più vicino: così le file sono in realtà due, e il primo ad agitare trionfante l’iPad davanti al cubo di vetro con la Mela è Richard Gutjahr, blogger tedesco con stampato sulla maglietta l’indirizzo web del suo sito.  Pubblicità a buon mercato o interesse reale? “Penso sia un prodotto geniale, ma saranno le applicazioni a fare la differenza”.

Il mercato è già vastissimo: alle oltre 150 mila sviluppate finora per iPhone e iPod Touch, su App Store c’è una sezione con un migliaio di programmi che permettono di sfruttare al meglio la potenza di calcolo e lo schermo da 9,7 pollici dell’ultima creatura di Steve Jobs. E’ perfetto per foto, film e programmi tv, ma pure per leggere libri, giocare, navigare in internet, gestire le mail. Si comanda sfiorandolo con le dita, ha una memoria da 16 a 64 Gb; a internet accede attraverso il wi-fi o la rete cellulare.“E’ a metà strada tra un cellulare e un portatile”, aveva detto Jobs alla presentazione a San Francisco il 27 gennaio scorso. Tutto in alluminio, assomiglia a un iPod touch gigante, così da Tekserve, uno dei pochi negozi non Apple che lo vendono, un commesso scherza: “Non lo compro, ho già la versione mini”, e tira fuori il suo iPod. David Lerner, cinquantasei anni, venticinque passati a vendere computer Mac, non ha dubbi: sarà un successo. E le ultime stime degli analisti di mercato prevedono sette milioni di esemplari venduti nel 2010.

In Europa il tablet Apple arriverà più in là (le date più probabili sono il 24 o il 30 aprile), così i turisti in cerca del souvenir più originale sono molti, ma alla fine diversi italiani optano per il vicino negozio di Abercrombie & Fitch: “Costa troppo – spiegano Laura e Michela – e noi abbiamo un sacco di regali da fare”. I prezzi vanno da 499 a 699 dollari, ma Apple vende al massimo due iPad per persona, e chi è riuscito ad accaparrarsene anche solo uno lo tiene ben stretto:  “Non so ancora come lo userò, ma so che volevo averlo subito”, spiega un ragazzo. Perché? “Comprerei tutto quello che produce Apple”.  Poco in là, una ragazza racconta di aver aspettato due giorni per regalarlo al fidanzato. Assomiglia ad Ugly Betty, ma interpreta il ruolo che in tv è della moglie di Phil, nella seguitissima serie “Modern Family”. Nell’ultimo episodio, trasmesso qualche giorno fa, lei decide di comprare un iPad per il compleanno del marito, ma viene coinvolta in una rissa mentre aspetta in coda.  Alla fine riesce ad averlo e la puntata si chiude con Phil che sussurra un “ti amo” e la moglie che risponde “Anch’io”. Solo che lui sta parlando all’iPad.

La copertura mediatica riservata al gadget di Apple è impressionante: Steve Jobs campeggia sulla copertina di Time Magazine e di Newsweek, mentre il Wall Street Journal, il New York Times e altri quotidiani, riviste e siti web hanno pubblicato recensioni entusiastiche e in tv David Letterman ne ha già scoperto un uso inedito, come tagliaverdure. Questo non impedisce che ci sia chi è deluso e decide di rinviare l’acquisto: “Troppo pesante”; “Non ha la porta Usb”; “Bello ma non è compatibile con i siti che usano Flash”; “Mi aspettavo una webcam, attenderò il modello successivo”, sono alcuni commenti di chi prova gli esemplari esposti. “I libri si leggono meglio sul Kindle”, obbietta perplesso un signore di mezza età, confrontando lo schermo dell’iPad con quello in bianco e nero del lettore Amazon che ha portato da casa. Per i critici più agguerriti, però, il vero problema sarebbe un altro. Con iTunes prima, App store poi, e ora iBooks, Steve Jobs avrebbe creato un sistema chiuso, dov’è l’unico a decidere quali contenuti possono arrivare sugli apparecchi Apple: giornali, libri, musica, film, show televisivi, videogame, software. Un controllo pressoché totale, che metterebbe nelle sue mani un potere enorme.

Intanto, almeno un’obiezione si può lasciar cadere: la tastiera virtuale non sarà comodissima, ma si può usare anche per testi piuttosto lunghi. Questo articolo è stato scritto in parte su un iPad.

(foto: iFabio)

Le ballate spettrali di Antony

17 febbraio 2009 Nessun commento

Alto come un giocatore di basket, ma senza averne il fisico, Antony porta i capelli lunghi, fa un uso creativo di make up, indossa tuniche informi. Poi apre bocca, e con la voce crea un mondo tutto suo, dove Billie Holiday canta Lou Reed, dove l’avanguardia di New York si sposa col cabaret e Candy Darling, famosa drag queen del giro di Andy Warhol, si specchia nel ritratto di Kazuo Ohno. Il leggendario padre della danza Butoh appare sulla copertina di The Crying Light, terzo album di Antony con i suoi Johnsons, da poco uscito in Italia.

Un disco di grande intensità, curatissimo ed elegante, che non indulge mai a certi eccessi dei suoi lavori precedenti, sovraccarichi di arrangiamenti, eccessivi nelle performance vocali. I testi, a volte melanconici, altre intrisi d’ironia, parlano di vita e di morte, del tempo che passa e non ritorna. Dieci brani che sono variazione su un unico tema, dove la voce di Antony si libra su accordi di piano e pochi altri strumenti, senza gli ospiti illustri di I Am A Bird Now e senza certi ammiccamenti da avanspettacolo del primo album. Finalmente Antony sembra aver trovato la sua strada: ballate vagamente spettrali, di bellezza lieve eppur calcolatissima, nate togliendo più che aggiungendo. E infatti il violoncello alla fine di Her Eyes Are Underneath the Ground, i fiati di Epilepsy Is Dancing, le minute percussioni di The Crying Light lasciano immaginare come dovevano essere originariamente queste canzoni: più ricche, più grandiose, più kitsch. Invece, nonostante vi suonino ventiquattro musicisti e si alternino quattro diversi arrangiatori, alla fine il disco suona minimale, addirittura perfino scarno. La potenza e la varietà dei brani stanno tutte nella voce di Antony: potrebbe essere quella di una cantante lirica che si cimenta col blues, capace di passare nel giro di un respiro da un timbro maschile ad uno femminile. Una sorta di Nina Simone del terzo millennio, con lo stesso carico di solitudine e dolore trasfigurato in torch songs di straziante bellezza, come Dust And Water.

Inglese del Sussex, Antony Hegarty nasce nel 1971 e a diciannove anni sbarca a New York per studiare teatro sperimentale; nel 1992, insieme con altri artisti, fonda il collettivo Blacklips, un ensemble di performer che si esibiscono nei locali alternativi di Manhattan. Sono in quindici, e giocano sulle differenze e le identità di genere sessuale, scambiando continuamente i ruoli di uomini e donne, dissacrando i luoghi comuni e nascondendo dietro una battuta decenni di teorie femministe e studi sulla cultura transgender. Lui, Antony, canta le prime canzoni ispirate agli idoli pop della sua adolescenza, ma di Boy George ed Alison Moyet rimane poco, e invece sono sempre poù evidenti i riferimenti al cabaret tedesco tra le due guerre. Alcune, come Hitler in My Heart, Cripple and the Starfish, Blue Angel, finiranno nel disco di esordio, pubblicato nel 2000 grazie all’interessamento di David Tibet dei Current 93, storica – e cupissima – band inglese. Da allora, la fama di Antony esplode: Lou Reed ascolta l’album e subito lo invita sul palco al suo fianco per una serie di concerti, poi incide con lui una nuova versione del suo classico A Perfect Day. E’ solo il primo di una lunghissima serie di musicisti che vorranno l’inconfondibile voce di Antony nei loro dischi: dalle CocoRosie a Rufus Wainwright, da Björk a Marc Almond. Ha cantato con Bryan Ferry e Boy George, con Marianne Faithfull e perfino con Battiato (nell’ultimo Fleurs 2, dove si cimenta in italiano).

E soprattutto, ha svelato un aspetto completamente diverso di sé e della sua voce insieme con una band elettronica newyorkese, gli Hercules and Love Affair, con cui ha pubblicato Blind, uno dei brani dance più ballati dello scorso anno. Oggi, con The Crying Light al nono posto tra i dischi più venduti in Italia e i concerti del prossimo aprile già tutti esauriti, Antony ha definitivamente superato i confini dell’underground. Non è più solo una promessa, ma uno degli artisti più interessanti e coraggiosi degli ultimi anni.

Al telefono con Uri Caine

La voce di Uri Caine è profonda e pacata, però non basta a coprire le sirene della polizia e una radio accesa: è nel suo appartamento di Manhattan – spiega – e le finestre sono aperte. Cinquantadue anni, nato a Philadelphia, Caine è pianista e compositore, ma anche arrangiatore assai creativo, famoso per aver trasformato i Kindertotenlieder di Mahler in canzoni folk e per aver chiamato un deejay a cimentarsi con le Variazioni Goldberg di Bach. Il suo ultimo disco è una rielaborazione da Verdi e nasce da una collaborazione con la Biennale di Venezia, di cui è stato direttore artistico.
The Othello Syndrome prosegue la sua opera di riscrittura dei classici. Come ha lavorato su Verdi?
“Ho scavato nelle radici della sua musica per metterne in rilievo i lati più nascosti. E mi sono preso delle libertà, come far interpretare alcuni brani ad un cantante di Rhythm’n’Blues, tradurre in inglese parte dei testi, o inserire altri riferimenti a Shakespeare assenti nell’Otello verdiano”.
Il pubblico come ha reagito?
“Alcuni non apprezzano il jazz o le influenze elettroniche, altri giudicano il mio atteggiamento irriguardoso verso i mostri sacri della musica classica. Per fortuna, però, molti apprezzano”.
E i musicisti?
“Senz’altro fanno meno fatica ad accettare i miei lavori rispetto alle elaborazioni su Mahler o Wagner: per questo di solito le eseguo dal vivo con il mio ensemble, anche se altri musicisti hanno saputo adattarsi perfettamente alla mia musica”.
Qual è la maggiore difficoltà che un musicista classico deve affrontare con Uri Caine?
“La prima è psicologica: c’è chi si è rifiutato di suonare il mio Bach perché non ammette che possa essere interpretato in un modo così poco accademico. Poi c’è il problema dell’improvvisazione: oggi i musicisti classici si limitano a eseguire al meglio una partitura, mentre fino a Mozart e Beeethoven agli esecutori era espressamente richiesto di improvvisare in certi punti, per mostrare il proprio virtuosismo. C’era una libertà che si è persa, ma che i musicisti più giovani ultimamente stanno cercando di recuperare”.
Primal Light è uscito nel 1997: come mai ha cominciato proprio riscrivendo Mahler?
“A quindici anni per esercitarmi trascrivevo per pianoforte le musiche di Mahler, poi ho pensato che sarebbe stato interessante usarle come base per delle improvvisazioni. Le sue composizioni contengono tipi diversi di musica: marce militari, canzoni popolari, echi della tradizione klezmer e molto altro”.
Quanto ha influito la tradizione ebraica sulla sua musica?
“Ascoltavo canzoni sefardite da bambino, ma in una città come Philadelphia era inevitabile venire a contatto con generi come il jazz e il Rhythm’n’Blues. Solo da adulto ho cominciato a considerare la musica tradizionale in modo diverso: il mio interesse non era più quello di un ebreo, ma di un musicista. Dalla cultura ebraica, in realtà, ho imparato soprattutto un metodo”.
In che senso?
“C’è una parola, Midrash, che indica quel percorso in cui si parte da qualcosa e con la discussione si cerca di coglierne la vera essenza: una lunga e faticosa ermeneutica, che nasce nell’ambito della religione, ma poi diventa un modo di porsi nei confronti della vita. In un certo senso è midrash anche il mio lavoro su Mahler e sugli altri compositori classici. Non ho inventato niente”.
Ma ha preso ispirazione da molte fonti diverse…
“La storia degli ebrei è sempre stata la storia di una minoranza, e quando si è parte di una minoranza si cerca di capire come si comportano gli altri, magari li si imita in qualche modo, ma si tenta comunque di conservare la propria identità. Il segreto è trovare l’equilibrio, rimanere aperti alle influenze esterne senza dimenticare una cultura vecchia di millenni: questo è il messaggio che vorrei arrivasse dalla mia musica”.