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Nick Cave, Bunny Munro e l’iPhone

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Echi, ticchettii, vento che soffia. E poi l’eco lontana di un violino, l’ombra di un pianoforte. Questa è tutta la musica che si trova nell’ultimo lavoro di Nick Cave, The Death Of Bunny Munro, uscito in diversi formati, tra cui un cofanetto di sette compact disc. Sette ore in cui il rocker australiano recita il suo romanzo con discreti – e azzeccatissimi – interventi sonori scritti insieme al fido Warren Ellis. Già, perché stavolta non si tratta di un disco, ma di un libro: il secondo per Nick Cave, dopo And The Ass Saw The Angel del 1989. Quello era un bizzarro esercizio di stile, non privo di momenti folgoranti, ma spesso pretenzioso e immaturo, questo è uno degli eventi letterari dell’anno, un piccolo capolavoro di letteratura alternativa. Anzi, di letteratura e basta.

La storia
Bunny Munro è un rappresentante di creme di bellezza, e per lavoro incontra numerose donne che finisce regolarmente per sedurre. Ossessionato dal sesso femminile, tradisce appena può la moglie Libby e si ritrova a fantasticare su Avril Lavigne, Madonna, Beyoncé. Con questo si esaurisce l’aspetto musicale del libro, c’è appena lo spazio per un omaggio ai famosi hot pants dorati di Kylie Minogue (che di Nick Cave è amica da tempo e gli deve pure un delizioso duetto, Where The Wild Roses Grow). Al quarto capitolo, Bunny si ritrova già vedovo, e dopo aver detto addio con cocaina e whisky alla moglie suicida, cerca di riprendere la sua vita accanto al figlio di nove anni, Bunny Jr. In una reinterpretazione grottesca e tenera di On The Road, padre e figlio girano il sud del Regno unito in una Punto gialla, incontrano personaggi improbabili, vivono avventure incredibili. Fino alla fine, annunciata dal titolo.

Il libro
Tradotto in italiano (da Silvia Rota Sperti per Feltrinelli, pp.261, euro 16,50), La morte di Bunny Munro inevitabilmente perde in giochi di parole e doppi sensi. Diventa anche un po’ meno evidente il legame con quelli che lo stesso Cave ha indicato come i due testi fondamentali per la nascita del romanzo, il Vangelo di San Marco e il Manifesto Scum di Valerie Solanas, femminista militante americana nota più che altro per aver tentato di uccidere Andy Warhol nel 1968. E comunque il libro conserva l’esuberante inventiva linguistica dell’originale; la stessa delle canzoni, che hanno portato a Cave un Premio Tenco, “per aver esplorato i lati più oscuri dell’animo umano senza accontentarsi mai di facili risposte”. Risposte che non si trovavano nemmeno in The Proposition, il cupo western di cui nel 2005 ha scritto la sceneggiatura, e neanche in questo romanzo, che pure era stato originariamente concepito per essere portato sul grande schermo.

La tecnologia
Cave racconta di aver scritto l’intero primo capitolo del libro su un iPhone, prendendo appunti nel tempo libero, per paura di sedersi ad una scrivania e trovarsi di fronte ad una pagina bianca. Poi, in perfetta coerenza con la sua immagine di cantante maledetto, ha proseguito con la stilografica nel suo studio di Brighton, una vecchia casa vittoriana buia e scricchiolante. E ora il libro è tornato dov’era nato, con un’applicazione per iPhone (e iPod Touch). Per 20 euro sull’App Store si può scaricare il Bunny Munro digitale, che comprende il testo originale, alcuni filmati, la colonna sonora, notizie aggiornate in tempo reale sull’autore. Non è un vero eBook, anche se ne ha tutte le caratteristiche: è possibile ingrandire o rimpicciolire il carattere, sfogliare le pagine, inserire segnalibri. Ma a renderlo unico è proprio Nick Cave, che legge il romanzo caratterizzando sobriamente i personaggi con la sua voce cavernosa, in perfetto sincrono con lo scorrere del testo. I suoni sono stati trattati con procedimento 3D che li colloca nello spazio in maniera perfetta, anche se ascoltati con cuffie di modesta qualità. Così, pur non essendo un fanatico della tecnologia – per indole e per scelte musicali -, stavolta Cave è all’avanguardia rispetto a tanti altri cantanti e romanzieri professionisti che ancora faticano a capire come vendere canzoni in Mp3 ed eBook.

Marianne Faithfull, la donna dalle cento vite

29 dicembre 2008 Nessun commento

Per quelli che comprano un disco all’anno è ora di sbrigarsi: Easy Come, Easy Go è uno degli album più belli del 2008, da avere nella sontuosa versione doppia, con booklet extralusso illustrato da Jean-Baptiste Mondino, un dvd e ben otto inediti, in totale diciotto canzoni “per amanti della musica”, come recita  il sottotitolo.

Sconfitto il cancro al seno che l’aveva colpita due anni fa, torna Marianne Faithfull, con quella voce unica e personalissima: roca, profonda, grottesca e sublime ad un tempo, sempre sul punto di spezzarsi. Qualche volta si incrina davvero, e riporta alla luce una giovinezza di sesso droga e rock’n’roll, poi un lungo periodo in cui ha vissuto per le strade di Londra sola e dimenticata da tutti. Dei mostri sacri del rock che ancora calcano le scene, forse solo Lou Reed è capace di concentrare tante storie in un istante: certo non il compassato Sir Paul McCartney, e nemmeno Mick Jagger, troppo impegnato a mantenere giovane il suo mito per confrontarsi col passato.

Il leader degli Stones è dietro uno dei brani più famosi di Marianne Faithfull, As Tears Go By, scritto insieme a Keith Richards nel 1964. Fu un grande successo e lanciò la giovane cantante, che per anni non riuscì a liberarsi dal clichè della ragazza sola che guarda passare le coppie di innamorati felici. Fino al 1987, quando ne incise una nuova versione, in cui non una parola era cambiata  eppure tutto era diverso: “Non è un brano da cantare a diciassette anni – commentò allora – ma a quaranta”; As Tears Go By chiudeva un ciclo e segnava l’ennesimo ritorno della cantante inglese, con un disco (Strange Weather) che rimane uno dei suoi lavori migliori. Prodotto da Hal Willner, era una raccolta di canzoni composte da altri, proprio come Easy Come Easy Go, la terza collaborazione tra i due (in mezzo c’è Blazing Away, del 1990).

Il sodalizio cominciò nel 1985, con Lost in The Stars, una compilation in cui musicisti rock e jazz si confrontavano con Kurt Weill e Bertolt Brecht: c’erano Sting, Tom Waits, Lou Reed e altri, mentre Marianne Faithfull interpretava un brano da L’opera da tre soldi. Forse anche per le sue origini (per parte di madre discende del barone di Sacher Masoch), il cabaret tedesco diventerà una parte importante della vita artistica dell’ex fidanzata di Mick Jagger, che nel 1998 inciderà una sua versione de I sette peccati capitali.
Strange Weather era il secondo ritorno della cantante, dopo Broken English, che nel 1979 chiuse un lungo periodo di silenzio, ricco di cocaina, alcol, sigarette e partner occasionali, ma  povero di dischi degni di essere ricordati. Nell’ultimo decennio, invece, Marianne Faithfull ha pubblicato cinque album, alcuni dei quali di ottimo livello, come Before The Poison ( 2004), scritto con PJ Harvey, Damon Albarn e Nick Cave.

Solo l’ultimo è presente in Easy Come Easy Go, ma come cantante (in The Crane Wife), mentre il parterre degli autori è assai variegato, e va dai classici del jazz (Solitude, cantata da Billie Holiday) all’avanguardia (How Many Worlds di Brian Eno). C’è spazio pure per una cover di Randy Newman (Germany  Before the War, interpretata come una canzone di Weill) e una degli Espers (la splendida Children Of Stone, con Rufus Wainwright). Curiosa la rilettura di Dear God Please Help Me di Morrissey, ma senz’altro più riuscita di Ooh Baby Baby di Smokey Robinson, l’unico brano debole, nonostante (o per colpa di?) Antony Hogarty, ospite onnipresente nei dischi che contano. In chiusura, dopo Cat Power e Sean Lennon, ancora una vecchia gloria: Keith Richards dei Rolling Stones che presta la sua voce per Sing Me Back Home.

Un ritorno a casa momentaneo, visto che il 2009 per Marianne Faithfull si annuncia ricco di impegni extramusicali: dopo un ruolo in Maria Antonietta di Sophie  Coppola e la nomination agli European Film Award per Irina Palm, sarà in teatro, dove reciterà i sonetti di Shakespeare dedicati alla misteriosa dama in nero. Lei, l’ultima dark lady d’Inghilterra, compie 62 anni oggi.