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Florence and the Machine, il rock vittoriano

Mentre da noi imperversava Sanremo, Florence Welch ritirava il prestigioso Brit Award per il suo primo album, Lungs, votato da critica e pubblico come miglior disco inglese del 2009. Una miscela di rock, rabbia e melodia che la cantante ha presentato ieri a Bologna con la sua band (i Machine) nell’unica data italiana. Il disco ha venduto quasi un milione di copie ed è ancora in cima alla top ten, così la ventiquattrenne cantante londinese si ritrova ora a raccogliere l’eredità di una lunga serie di star eccentriche che va da Kate Bush a PJ Harvey, passando per Siouxsie e Annie Lennox. Intanto non è loro che ringrazia («Kate Bush? E’ una delle mie musiciste preferite, ma ascolto anche molte altre cose»): nel suo blog cita piuttosto Damien Hirst, Francis Bacon, Jasper Johns.
Come mai la pittura è così importante nella sua formazione?
«Ho frequentato una scuola d’arte e questo mi ha insegnato a esprimermi oltre i consueti canoni, mi piace che un quadro o un’istallazione sappiano colpire il pubblico anche senza parole. Oppure usandole in modo bizzarro, come fa Ugo Rondinone: Giorni Felici mi ha dato lo spunto per Dog Days Are Over. E’ una scritta colorata, dice che i giorni bui sono passati: un messaggio positivo che colpisce tutti, anche chi non pensa di essere in un brutto periodo».
Alta, magra, viso spigoloso, capelli rossi: lei somiglia ai dipinti di Dante Gabriel Rossetti. E’ a quel periodo che rimanda il video di Rabbit Heart?
«Sì, con un accento sul lato oscuro. Il paesaggio è bucolico, ma nel video si mette in scena una cerimonia di morte e rigenerazione, una sorta di passaggio da un’età all’altra».
Cosa l’affascina dell’età vittoriana?
«Raccolgo tutto quello che posso di quel periodo: abiti, mobili, libri. E’ un periodo in cui l’eleganza e l’orrore si mescolavano, e Londra allora doveva essere molto cupa, sempre immersa nel fumo e nella nebbia».
Quando ha cominciato a comporre canzoni?
«Dovevo avere più o meno 14 anni quando ho composto la prima. Parlava di un amore scomparso, di rose appassite su un tavolo, di una donna che vuole cancellare tutti i segni di una relazione finita male. Una cosa molto teatrale, romantica, ingenua: non ero mai stata con un ragazzo allora».
E cosa è cambiato dopo il Brit Award?
«Poco, sono sempre in giro e ho meno tempo per concentrarmi su me stessa, ma ho notato che è cresciuta l’attenzione della gente per le cose che faccio».
Il suo album è uscito nel luglio scorso ed è stato ripubblicato di recente in un box da quattro cd. Quando arriva il prossimo?
«Non so, ci sto lavorando da due mesi e ho già pronte tre o quattro canzoni; intanto però sono impegnata in un tour mondiale che durerà ancora qualche mese, poi ci sono i concerti estivi ai festival».
Il singolo You’ve Got The Love l’ha resa famosa anche in Italia. Non le dà fastidio essere conosciuta per una cover più che per le canzoni che ha scritto lei?
«E’ strano, quella canzone l’ho registrata in un giorno, solo perché la trovavo divertente, poi è passata alla BBC ed è diventata un successo. Ma c’è modo e modo di interpretare le canzoni degli altri: l’ultimo album di Peter Gabriel, ad esempio, è un ottimo esempio di come si possa essere creativi con le cover».
Per l’emancipazione delle donne è stata più importante la lavatrice o la chitarra elettrica?
«Nel mondo del pop non è facile per nessuno trovare la propria voce: pur di sfondare, molte donne si piegano a stereotipi maschili, ma alcune lo fanno coscientemente, sanno gestire da sole la propria immagine e allora diventano invincibili. Per me quello che veramente conta è esprimermi con la massima libertà, e ora addirittura mi pagano per farlo. Cosa posso volere di più?»

Prossime date:

21 luglio Milano

22 luglio Roma

Ting Tings, We Started Nothing

22 settembre 2008 Nessun commento

Prima tormentoni estivi, poi musiche per spot, qualche volta colonna sonora di cinepattoni. Ci sono passati in tanti, da Vasco a Madonna, da Christina Aguilera a Bob Sinclair; e adesso i Ting Tings, duo di Manchester che dopo qualche falsa partenza è approdato finalmente alla luce delle classifiche – anche italiane – e ci è rimasto tutta l’estate. Il loro disco di esordio si intitola giustamente We Started Nothing, ed è vero, perché non c’è assolutamente nulla che non suoni già sentito mille volte.

E però Great Dj, il singolo più famoso, ha un ritornello accattivante, come pure That’s not My Name: perfetti da ballare d’estate, ottimi anche adesso che calano le prime nebbie. Un po’ indie, un po’ dance, un po’ elettronica, con la voce di Katie White come quella di mille altre cattive ragazze del pop: niente di speciale, ma nemmeno sgradevole, proprio come le percussioni di Jules De Martino, l’altro membro della band.

Anche sul tempo più rilassato di We Walk, i Ting Tings riescono a costruire un mix perfetto tra i dimenticati Roxette e i B52’s: pop della miglior acqua, con un tocco alternativo. Tanto che la conclusiva We started Nothing parte come fosse una cover di Smell Like Teen Spirit dei Nirvana, ma bastano sedici secondi perché si trasformi in una canzoncina. L’album, pur divertente, non è esattamente una pietra miliare della musica di oggi; meglio scaricare Great Dj e aspettare che i Ting Tings inventino qualcosa di nuovo: potrebbe essere una  sorpresa.

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