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Ian Curtis, così vicino così lontano

 

Manchester, 30 luglio 1980: sul palco del Beach Club si celebrano una nascita e una morte. Suonano tre musicisti un po’ spaesati, nemmeno segnalati nella locandina della serata; sulle casse degli strumenti si legge il nome di una band che è in classifica ma non esiste più. I Joy Division sono finiti con la scomparsa di Ian Curtis, i New Order cominciano la loro avventura. Sotto la guida di Bernard Sumner inventeranno il pop degli anni Ottanta, elettronico e contaminato con la dance: una formula ripresa tra gli altri da Pet Shop Boys e Chemical Brothers.

Ma nella storia del rock quello dei Joy Division è un capitolo a parte, abbagliante di luce e denso di oscurità. Dove il vero protagonista è il fantasma di Ian Curtis, ucciso a ventitré anni dalla solitudine, dal peso del successo, dai medicinali che usava per curare l’epilessia. Con i suoi compagni firma due album, uno bianco e uno nero: cupi, ossessivi, traboccanti di angosce senza rimedio, saranno ricordati per la musica gelida e ossessiva, per i testi drammaticamente introspettivi; perfino le copertine cambieranno per sempre la grafica dei dischi.

La storia di Ian Curtis inizia a Macclesfield, poco lontano da Manchester, il 15 luglio 1956, quella dei Joy Division il 4 giugno 1976: dopo un concerto dei Sex Pistols decide con alcuni amici di formare una band. In pieno fermento punk, i quattro guardano indietro, ai Roxy Music, ai T. Rex, a David Bowie; a un suo brano si ispirano per il primo nome, Warsaw . Verso la fine del 1977 si ribattezzano Joy Division: così si chiamava nei lager la sezione che ospitava le prostitute destinate ai gerarchi nazisti.

Il primo mini-album con quattro brani esce nel maggio del 1978. Colpisce il suono della band, con sezione ritmica in evidenza, chitarre ridotte al minimo, astrusi echi di sintetizzatori, e su tutto la voce baritonale e monotona di Curtis. Gli stessi elementi del primo disco, Unknown Pleasures , pubblicato l’anno successivo: trentotto minuti, dieci sole canzoni, in copertina le pulsazioni di luce di una stella appena scoperta e nient’altro, neppure il nome della band. L’album è accolto bene dalla critica musicale e vende discretamente, ma in classifica entrerà solo dopo la morte di Curtis. Che intanto è diventato padre di una bambina, Nathalie, nata dalle nozze con Deborah Woodruff.

Unknown Pleasures cambierà la vita di molte persone: Moby e i Red Hot Chili Peppers riprenderanno New Dawn Fades , i Cure ne trarranno ispirazione per i giri di basso dei loro brani più famosi, da A Forest in poi. Un ragazzo olandese deciderà addirittura di lasciare il suo paese e trasferirsi a Manchester per conoscere quella band così diversa da tutte le altre. Si chiama Anton Corbijn, oggi è uno dei fotografi più famosi del mondo: sue le immagini di U2, Depeche Mode, Nick Cave, R.E.M., Nirvana e mille altri. Dopo un’infinità di video musicali, nel 2007 debutta come regista al Festival di Cannes con Control , tratto dal libro della vedova Curtis ( Così vicino, così lontano , pubblicato da Giunti). Il film racconta la vita di un’improbabile rockstar, un uomo lacerato dalla depressione e dall’amore (per la moglie, ma anche per la giornalista belga Annik Honoré, conosciuta durante un’intervista). Control , il controllo, è la sua ossessione: comprendere, capire, razionalizzare. E invece è sempre più spesso preda di crisi epilettiche, tanto che ai concerti il pubblico non sa mai se i suoi movimenti frenetici sono intenzionali o un sintomo della malattia.

Ian Curtis ricorre sempre più spesso agli psicofarmaci, un paio di volte esagera con le dosi e finisce in ospedale. Il 7 aprile 1980 tenta il suicidio con i barbiturici; sopravvive, ma nessuno sembra cogliere il segnale di una crisi già gravissima. Intanto l’interesse per i Joy Division cresce: il secondo album è pronto, Corbijn gira un video e il manager organizza un tour che dovrebbe aprireai quattro le porte del mercato americano. La partenza è fissata per il 19 maggio, ma all’alba del giorno primaCurtis si impicca; quando la moglie lo scopre, qualche ora più tardi, il giradischi suona ancora The Idiot di Iggy Pop.

Closer esce due mesi dopo: è un disco desolato, rarefatto, spettrale. L’autore non ne era soddisfatto (in una lettera da poco ritrovata lo definirà «un disastro»), eppure il suo testamento sarà proprio quell’album bianco con una foto scattata nel cimitero monumentale di Staglieno a Genova.

Appena Ian Curtis entra nel paradiso degli eroi rock, gli U2 gli dedicano A day without me , primo singolo dal loro album di esordio, poi arriveranno gli omaggi di Radiohead, Coldplay e tanti altri. A ricordarlo sulla terra, una lapide a Macclesfield. Qualcuno la rubò, tre anni fa; ora ce n’è una uguale, con un verso della sua canzone più famosa: Love will tear us apart , «l’amore ci farà a pezzi».

The King Of Limbs, il ritorno dei Radiohead

22 febbraio 2011 Nessun commento


The King Of Limbs , il nuovo disco dei Radiohead, costa sette euro. Più un minuto di attesa per scaricarlo: poca cosa rispetto ai tre anni e mezzo passati dal precedente In Rainbows , che adottò la rivoluzionaria strategia del prezzo libero. Stavolta le opzioni di vendita sono diverse ma fisse: oltre agli Mp3 ci sono i file audio in alta qualità (11 euro), il normale cd (in uscita il 29 marzo) o la «Newspaper edition»: due dischi in vinile trasparente e un compact disc (36 euro spedizione compresa, disponibile a maggio). Annunciato il 14 febbraio, il disco era previsto per sabato scorso, ma all’ultimo momento i Radiohead hanno anticipato la distribuzione di un giorno, scatenando il passaparola dei fan su Twitter e Facebook. Niente copie in anteprima per la stampa, né anticipi o spezzoni reperibili sul web, e nemmeno traffici illegali nei canali del Peer To Peer, come accade quasi sempre con le nuove uscite.

Privo di quella vena pop che rendeva In Rainbows immediatamente godibile, The King Of Limbs assomiglia semmai alla prova solista di Yorke, The Eraser (2006): più sintetizzatori che chitarre, più atmosfera che melodia. E molta sperimentazione sui ritmi: nell’iniziale Bloom , vagamente tinta di jazz, in Feral, ispirata al dubstep, in Lotus Flower , accompagnato da un irresistibile video con Yorke che danza seguendo un tempo tutto interiore. Un battito sotterraneo muove anche Codex , splendida ballata per piano e voce, punteggiata di fiati, campane, arpe e rumori elettronici.

Prodotto ancora da Nigel Godrich, l’ottavo album della band di Oxford rivela a un ascolto in cuffia le sue numerose stratificazioni di voci, strumenti ed effetti; è un disco ricco e complesso, ma le canzoni suonano sempre lievi, perfino fragili. Eleganti, anche: come un mix tra Burial, Brian Eno, Flying Lotus, tutti presenti nelle scalette che i Radiohead pubblicano di quando in quando sul loro sito web (certo, ci sono anche Bach e Vivaldi…).

Oggi Thom Yorke, Colin e Jonny Greenwood, Ed O’Brien e Phil Selway producono musica geneticamente modificata, che innesta nel corpo del rock il Dna dell’elettronica. Kid A nacque da questi esperimenti e segnò una frattura tra secondo e terzo millennio, mentre The King Of Limbs suona proprio come ci si aspetterebbe da un ottimo lavoro dei Radiohead. E non è poco.

Ma è un disco di sole otto canzoni, che dopo 37 minuti si conclude con un brano intitolato Separator , dove Yorke mormora: «If you think this is everything, you’re wrong». Se pensate che sia tutto qui, vi sbagliate.

You, my place. You, no place (between Thom Yorke and Valerio Berruti)

You know those emotions are still alive, hidden somewhere, they can’t not be there: in compact disc bits, in the warm light of the tubes, in the metallic molecules of the wires.  And there they come again, when he sings: “You’re so fucking special”.  A broken guitar, a cracking noise more than a solo; and then the refrain, unforgiving: “But I’m a creep / I’m a weirdo / What the hell am I doin’ here? / I don’t belong here”.   How can you yell together with Thom Yorke that you’re a creep, that you’re a weirdo? And yet…  And yet you’ve done it thousands of times, on your own, with the songs of the Smiths and those darkened underpasses where you thought your chance had come at last, with the Cure and the little boys that don’t cry.  Even with U2 and that record with a child on the cover, who grew older with anger in his eyes and a scar on his lip.

Here there is no anger, everything is in its right place, your lips are only slightly cracked.  And the years pass by and the child reappears, but this time there are two, and you would say they are more like girls, but maybe only one is.  Like Siamese twins, they have but one body and two heads, but later they separate. They never look at each other, the gaze of one constantly pulls you into her world, the other is fine where she is, in a canvas next to the altar, in the frame of a video, in the page of a book.  A sheet of paper comes to your mind, with a broad and regular writing, the words are in German end they sound like nursery rhyme.  “Als das Kind Kind war…”.  “When the child was a child, it was the time for these questions: Why am I me and you are not you?  Why am I here and not there?”

You go back to the movie that changed your life, to that Berlin that was no longer Wenders’ metropolis: this time it was just one and not two.  The place where Nick Cave played was still open. There was mud all around when you went to the Esplanade, just before they dismantled it to relocate it under the Sony skyscraper.  The soundtrack of that winter: Pablo Honey and Debut, and years later Thom Yorke and Björk would also write a song together.  Meanwhile, the Oxford bunch with the red-haired loser would go on to become the biggest rock band in the world and they wouldn’t play Creep in concerts anymore. The Icelandic fairy queen will record a beautiful album, with a song about emotional landscapes, and then become a slightly conceited avantgarde diva.

“You’re so fucking special”.  It makes you laugh that the ultra-deluxe remastered edition with unreleased tracks includes the version recorded live at the BBC where he says “very special”.   Today he wouldn’t do that.  And the case helps you.  Fog begins, and you don’t remember ever having heard it: “There’s a little child/ Running round this house/ And he never leaves/ He will never leave/ And the fog comes up from the sewers/ And glows in the dark”.  At night, you would really expect the fog to slip along those hills that remind you of the hills where you were born.  You think about it for a while and realize that around that church there are indeed little girls that will never leave.  Because they are made of concrete.

“But I am a Creep”.  Having success in the colleges mustn’t have been that difficult, all the more because Yorke in the videos at that time had hair like Kurt Cobain and the slow verse/explosive riff progression was already used in Smells Like Teen Spirit (and earlier still in Monkey Gone to Heaven by the Pixies, for example).   But it’s odd that Creep became famous in America straight away where they had people like Bon Jovi, and only later in the United Kingdom that sent Morrissey’s laments, one after the other, to the top of the charts.  But in the same period Loser by Beck had been released thus making 1993 the international year of the loser.

And you wonder: what sense did it have to play those two songs at a party? Your friends were doing it, you did it too when they challenged you to the only DJ competition you would do in your life.  A sublime paradox, an intimate feeling yelled in chorus by an entire room of sweaty people, boys and girls, happy for once in their life for being losers, everyone alone but all together.  You as well, of course.   That night you won thanks to Creep.  Then years would pass where you would ask yourself what it is that pushes someone to take their heart to the stage, to display the wounds of their soul, to lighten the darkness of their mind.  Nobody will ever really be able to give you an answer.  Finally, Tom Smith of the Editors would tell you how his pain becomes universal, how his doubts are the doubts of everyone, that his message, once published on paper or on the computer, would no longer be his.  But with his baritone voice, he touches fewer nerves than Thom Yorke, who, at 41 years old, still has something childish in his falsetto.

One day you decided that Radiohead were too pop: techno was the right word, Warp was the label to follow.  Electronic music, a faith: as a child you had begun with Kraftwerk and then you owned heaps of tapes by Aphex Twin and Autechre.  The world was changing and even Jeans ads didn’t use ‘50s songs anymore; instead they used noises, samples, drum machines.  My Iron Lung was released in an album that you didn’t like at all.   Some years later you would read hyperbolic reviews on OK Computer but you didn’t trust them at all so you gave up.  No Radiohead until 2000, in another capital, Rome, another life.  It was Idioteque that cleared up any doubt, any prejudice, even any memory.  Whose was the voice that sang about the coming of an ice age to an electronic beat, what was that caress of synthesisers while all around the rhythm was broken up, multiplied, repeated? A marvel that still makes you happy like a child today, you like it so much that the first time you heard it in concert you cried.

“I wish I was special”.  Kid A.   The boy.   Or the girl, who knows.  These figures, they have no name.   It’s like a story by Ingeborg Bachmann where someone yells “kids” and they all come running.  If they think about their own bodies, they find them undecipherable, “they eagerly wait for every dialogue of love, wishing for a dictionary to understand that incomprehensible language”.   They fall in love without knowing with whom and they invent a language which makes them go crazy.  Then they grow up, they separate into a you and a me, just like Kid A and Amnesiac.  They are born together, but they live separate lives and both want to be special.  Your favourite is the first, but listening to the second again you discover that it hides a thousand surprises.  And they surprised themselves most of all, putting themselves into an awkward position, tearing themselves away from what they were bit by bit, and for that you are thankful because you are sure that they are not like all the others.  When you thought they had found themselves on the easy track with Heil To The Thief, they released In Rainbows which messed up all the rules once again.  But why those children’s voices right at the beginning of 15 Step? You think about the chorus of Another Brick In The Wall, but the answer is not there, and then the words of Thom Yorke break the noises and the hisses: “How come I end up where I started”? And you rediscover the emotion in computer bits which become music once again, in the air shifted by those woofers made in Germany.  In the end, you understand: Creep is the childhood of Radiohead.  It’s not around anymore, but it is present in every song, even the one dedicated to the very old First World War veteran who died last summer.

(Originally published as Tu mio luogo. Tu, nessun luogo in I Wish I Was Special, by Valerio Berruti, Silvana Editoriale).

Io, i Radiohead e le bambine di Valerio Berruti


Sai che quell’emozione è ancora lì, nascosta da qualche parte, non può non esserci: nei bit del compact disc, nella luce calda delle valvole, nelle molecole metalliche dei cavi. E infatti eccola di nuovo, quando lui canta: “You’re so fucking special”. Una chitarra spezzata, un rumore più che un assolo; poi, inesorabile, il ritornello: “But I’m a creep / I’m a weirdo / What the hell am I doin’ here? / I don’t belong here”.  Come fai a urlare insieme a Thom Yorke che sei uno sfigato, che sei un tipo strano? Eppure. Eppure lo hai fatto mille volte, da solo, con le canzoni degli Smiths e quei sottopassaggi bui dove credevi fosse finalmente arrivata la tua occasione, con i Cure e i ragazzini che non piangono, perfino con gli U2 e il bambino in copertina che poi è diventato più grande e aveva la rabbia negli occhi e una cicatrice sul labbro.

Qui niente arrabbiature, tutto al suo posto, sulle labbra appena qualche screpolatura. E gli anni che passano e il bambino che ricompare, stavolta sono due, e le diresti piuttosto bimbe, ma forse solo una lo è. Come gemelle siamesi, hanno un solo corpo e due teste, poi però si separano. Non si guardano mai, lo sguardo di una ti chiama continuamente dentro il suo mondo, l’altra sta bene dov’è, in una tela accanto all’altare, nel frame di un video, nella pagina di un libro.  Ti viene in mente un foglio di carta, una scrittura ampia e regolare, un tedesco da filastrocca. “Als das Kind Kind war…”. “Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande: perché io sono io, e perché non sei tu? Perché sono qui, e perché non sono lì?”

E torni indietro, al film che decise della tua vita, a quella Berlino che non era già più la stessa di Wenders: stavolta era una soltanto, e non due. C’era ancora il posto dove suonava Nick Cave, ci andasti appena prima che lo chiudessero per spostarlo sotto il grattacielo della Sony. La colonna sonora di quell’inverno: Pablo Honey e Debut, e Thom Yorke e Björk qualche anno dopo faranno pure una canzone insieme. Intanto quelli di Oxford con lo sfigato dai capelli rossi diventeranno la più grande band rock del mondo e non suoneranno più Creep dal vivo, lei inciderà un disco bellissimo, quello degli emotional landscapes, poi si trasformerà in diva un po’ spocchiosa dell’avanguardia.

“You’re so fucking special”. Ti fa sorridere che nell’edizione extralusso remastered con inediti sia incluso un secondo cd con la versione live alla Bbc, dove lui dice “very special”; oggi non lo farebbe. E ti aiuta il caso. Comincia Fog, che nemmeno ricordavi di aver mai sentito: “C’è un bambino che corre intorno a questa casa e non se ne va mai, non andrà mai via, e la nebbia arriva dai canali e manda un bagliore nella notte”. La nebbia ti aspetti che scivoli davvero, la notte, lungo quelle colline che ti ricordano le tue, e ci rifletti un attimo e intorno a quella chiesa ci sono proprio delle bambine che non andranno mai via. Perché sono di cemento.

“But I am a Creep”. Aver successo nei college non dev’essere stato difficile, tanto più che Yorke, nei video di allora, aveva i capelli di Kurt Cobain, e quella progressione strofa lenta / riff esplosivo era già in Smells Like Teen Spirit (e prima ancora in Monkey Gone To Heaven dei Pixies, per dirne una).  Però, strano che Creep sia diventata famosa subito in America, dove avevano uno come Bon Jovi, e solo più tardi nel Regno unito, che mandava uno dopo l’altro i lamenti di Morrissey in cima alle classifiche. Ma nello stesso periodo era uscita pure Loser, di Beck, e così il 1993 fu l’anno internazionale della celebrazione dello sfigato.

E pensi: ma che senso aveva suonare queste due canzoni a una festa? Lo facevano i tuoi amici, lo facesti anche tu quando ti sfidarono nell’unica gara di deejay della tua vita. Sublime paradosso, un sentimento intimo urlato in coro da un’intera sala piena di gente sudata, ragazzi e ragazze felici per una volta di essere degli sfigati, ognuno da solo ma tutti insieme. Anche tu, certo, e intanto quella sera vincesti grazie a Creep. Poi passerai anni chiedendoti cos’è che spinge qualcuno a portare sul palco il cuore, a mostrare le ferite dell’anima, a far luce nel buio della mente. Nessuno saprà darti veramente una risposta. Ultimo, Tom Smith degli Editors racconterà che il suo dolore diventa universale, che i suoi dubbi sono di tutti, che il suo messaggio, una volta su carta o computer, non gli appartiene più. Però, con quella voce da baritono, lui tocca meno corde di Thom Yorke, che invece anche a quarantun anni col suo falsetto ha ancora qualcosa di infantile.

Un giorno decidesti che i Radiohead erano troppo pop: techno era parola giusta, Warp l’etichetta da seguire. L’elettronica, una fede: da piccolo avevi cominciato con i Kraftwerk, ora eri pieno di cassette di Aphex Twin e Autechre. Il mondo stava cambiando e anche per le pubblicità dei jeans non si usavano più canzoni anni Cinquanta, ma rumori, sample, drum machine. Uscì My Iron Lung, incluso in un disco che non ti piacque per niente, qualche anno più tardi leggesti recensioni iperboliche di Ok Computer, ma non ti fidasti e lasciasti perdere.  Niente Radiohead fino al 2000, a un’altra capitale, Roma, a un’altra vita. Fu Idioteque a far piazza pulita di ogni perplessità, di ogni prevenzione, di ogni ricordo perfino. Di chi era la voce che cantava l’era glaciale su una batteria elettronica, cos’era quella carezza di sintetizzatore mentre tutt’intorno il ritmo si spezzava, si moltiplicava, si ripeteva? Una meraviglia che ti fa ancora oggi contento come un bambino, tanto che la prima volta piangesti di gioia a sentirla in concerto.

“I wish I was special”. Kid A, il bambino A. O la bambina, chissà. Non hanno nome, queste figure, sono come quelle di un racconto di Ingeborg Bachmann; si urla “bambini”, e loro accorrono. Se pensano ai propri corpi li trovano indecifrabili, “aspettano al varco ogni dialogo d’amore e vorrebbero un dizionario per capire quel linguaggio incomprensibile”.  Si innamorano, pur non sapendo di chi, e inventano una lingua che li fa impazzire. Poi crescono, si scindono in un io e un tu, proprio come Kid A e Amnesiac. Nascono insieme, ma vivono vite separate, e ognuno vorrebbe essere speciale. Il tuo preferito è il primo, eppure – a riascoltarlo oggi – scopri che il secondo nasconde mille sorprese. Soprattutto si sono sorpresi loro, mettendosi in una posizione scomoda, strappandosi poco alla volta da quello che erano, e perciò gli sei grato, perché sei certo che non siano come tutti gli altri. Quando ti pareva avessero trovato di nuovo una strada sicura con Heil To The Thief, è uscito In Rainbows e ha scompigliato tutte le regole. Ma perché quelle voci di bambini proprio all’inizio, in 15 Step? Non trovi una risposta, pensi al coro di Another Brick In The Wall, ma non è lì la soluzione, poi arrivano le parole di Thom Yorke: “How come I end up where I started”, come mai finisco dove ho cominciato? E ritrovi quell’emozione nei bit del computer che ridiventano musica, nell’aria smossa dai woofer made in Germany. Alla fine capisci: Creep è l’infanzia dei Radiohead. Non c’è più da nessuna parte, ma è presente in ogni canzone, anche quella dedicata al vecchissimo superstite della prima guerra mondiale morto la scorsa estate.

(Pubblicato col titolo Tu mio luogo. Tu, nessun luogo in I Wish I Was Special, di Valerio Berruti, Silvana Editoriale).

Thom Yorke sul vertice di Copenhagen

23 dicembre 2009 Nessun commento

me and tony

«Sono davvero disgustato dal modo in cui le cose si sono messe qui. ». Se nei testi delle sue canzoni è spesso criptico, Thom Yorke è chiarissimo quando esprime il suo punto di vista sulla politica e l’ecologia. Sul sito dei Radiohead ha pubblicato le sue considerazioni da Copenhagen, dove si era trasferito per gli ultimi tre giorni del vertice, regolarmente accreditato come giornalista insieme ai corrispondenti del quotidiano inglese «The Guardian».
I Radiohead hanno spesso preso posizione sulle questioni climatiche: in più occasioni hanno invitato i fan ad andare in bicicletta ai loro concerti, e hanno evitato sempre i megashow ad alto impatto ambientale (a differenza degli U2, che pure hanno un frontman impegnato politicamente come Bono).
Così non stupisce che Yorke abbia deciso di seguire in prima persona i lavori del summit, con i problemi del giornalista («la batteria si scarica proprio quando Obama mi passa davanti con espressione accigliata») e i dubbi del neofita («quando sarà il momento giusto per andare a mangiare qualcosa?»). E se nei suoi appunti compare spesso la parola «speranza», il cantante ha però un approccio assai disincantato verso chi quella speranza dovrebbe renderla concreta: «Obama non ha detto nulla, anche se finora non ho ascoltato il discorso per intero. Sono molto triste per tutti gli americani che conosco e che puntano tanto su di lui». Lo sconforto di Yorke è evidente l’ultimo giorno: «Se leggerete nei giornali che un accordo è stato raggiunto, sappiate che non è affatto quello di cui c’era bisogno. Ed è tardi, davvero troppo tardi». Ma la considerazione finale sul vertice è in un post del chitarrista Ed O’ Brien: «Essere leader significa avere visione e dinamismo, l’abilità di prevedere i problemi e guardare oltre. Si può dire questo dei nostri leader? No, di certo».