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Lana Del Rey, tra marketing e retromania

Nei quattro minuti e cinquanta secondi della clip di Video Games c’è un solo brevissimo fotogramma in cui Lana Del Rey abbozza un sorriso. Per il resto, immagini un po’ fané anni Sessanta e Settanta, spezzoni sgranati di presente, e l’onnipresente broncio con cui Lizzy Grant è oggi famosa come cantante, dopo essere stata per anni semplicemente la figlia di un ricco imprenditore americano.

È sulla copertina di magazine e riviste,  in blog e siti web. In tv, al Saturday Night Live, ci è arrivata presentata da Daniel Radcliffe, e nemmeno la magia di Harry Potter l’ha salvata dal mare di critiche seguite alla sua esibizione. Due brani appena, anticipazioni del disco in uscita a fine mese, cantati con qualche stecca; ma non era ubriaca, ha spiegato ai detrattori (tra cui l’attrice Juliette Lewis), solo “terribilmente nervosa”. Poi, non è che la sua voce fosse propriamente la parte più interessante dello show, dove si è presentata fasciata da un lungo abito color avorio, un po’ Lauren Bacall, un po’ Jessica Rabbit.

Born to Die è il secondo album di Lana Del Rey, ma il primo, omonimo, è stato ritirato dal commercio (“Voglio che il mio pubblico si concentri su quello che sono ora”, dice lei): pubblicato due anni fa per un’etichetta indipendente, è passato ampiamente inosservato. Allora Lana aveva i capelli biondo platino e il broncio era appena abbozzato, così c’è chi sospetta qualche aiuto chirurgico nel frattempo. Di sicuro c’è il passaggio a una major, che ha investito parecchio in pubblicità, le ha trovato un nuovo parrucchiere e le ha disegnato addosso l’immagine di diva che conquista il mondo con un battito di ciglia.

Nei testi e nelle interviste, Lana non manca mai di fare riferimento a un passato oscuro, a una giovinezza sregolata, passata per le strade di New York, dove arrivò diciottenne da una cittadina di provincia. Il primo Ep con tre brani esce nell’ottobre 2008, s’intitola Kill Kill e già nel ritornello svela l’anima oscura della giovane cantante: “Amo un uomo che sta morendo /e il nostro amore vola nella sabbia”. Oggi, a venticinque anni, miss Del Rey non beve, dice di essere una brava ragazza e veste come un personaggio della serie televisiva Mad Man: un perfetto esempio del pop che guarda indietro, di quella retromania che il critico Simon Reynolds descrive come il tratto più evidente dell’industria culturale negli ultimi anni.

Eppure la sua attualità non è in quello che ricicla, come accade ad esempio con Amy Winehouse o Adele, dove il riferimento alla musica nera è evidente: Lana Del Rey ruba qualcosa a ogni nicchia, per diventare un prodotto universale. Prende dal rock e dalla musica indie (il produttore, David Kahne, ha lavorato con Paul McCartney, gli Strokes, Stevie Nicks), dichiara di essere una Nancy Sinatra in versione gangster, copia gli archi alle colonne sonore dei film di 007. E per il nuovo album si parla di remix ad opera di Damon Albarn (Gorillaz) e di nomi emergenti della scena elettronica, come Woodkid, Clams Casino e Balam Achab. Quello di Lana Del Rey è un successo annunciato, e lei mostra di esserne consapevole, quando su Twitter riassume la sua vita così: “Ho tutto quello che desidero. Denaro, notorietà, scarpe. Penso anche di aver trovato Dio – nei flash delle vostre macchine fotografiche”.