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	<title>BrunoBlog &#187; Robert Smith</title>
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		<title>The Cure, 4:13 Dream</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Nov 2008 17:12:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Ruffilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Gothic]]></category>
		<category><![CDATA[Live]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Smith]]></category>
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<p>Tredici brani per il tredicesimo album in studio dei Cure, uscito all’inizio di novembre e preceduto da una serie di singoli tutti pubblicati lo stesso giorno (il 13, ovviamente), da maggio a settembre. Promozioni incrociate, marketing virale, social media e anteprime live (a Roma, lo scorso ottobre): eppure <em>4:13 Dream</em> non finirà accanto ai capolavori della band di Robert Smith, come <em>Pornography</em> o <em>Disintegration</em>. Album che hanno segnato un’epoca, che sono finiti in classifica, che hanno definito un genere, da noi chiamato “dark” e nel resto del mondo “gothic”: abiti neri e poeti maledetti, ma anche storie d’amore romantiche e un po’ morbose.</p>
<p>Oggi, con trentadue anni carriera alle spalle, i Cure sembrano incerti sulla direzione da prendere, e così la gestazione di <em>4:13 Dream</em>, tra rinvii e contrattempi, è stata molto lunga più del previsto. Concepito originariamente come un doppio album, dura invece meno di un’ora: contiene solo alcuni dei 33 brani registrati, quelli in cui è più evidente la matrice pop  della band (gli altri dovrebbero essere pubblicati nella primavera del 2009 in un altro disco).</p>
<p>Ma <em>Sleep When I’m Dead</em> non è <em>Close To Me</em>, come il crescendo di <em>Scream</em> non è <em>The Kiss</em>, e <em>The Only One</em> non è <em>Friday I’m in Love</em>. Qui, certo, non c’è la nostalgia ruffiana di altri protagonisti degli anni Ottanta tornati per spremere gli ultimi spiccioli ai loro fan ingrigiti, ma neppure c’è l’inventiva bizzarra dei Cure, la loro poesia, il loro fascino oscuro. Tolte le chitarre elettriche, rimangono solo un po’ di rossetto sbavato e la bella voce di Robert Smith.</p>
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