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Posts Tagged ‘The Cure’

Tom Smith parla degli Editors

Siete stati in Italia l’ultima volta a dicembre, a Roma e Milano, ora tornate a Torino. Come mai suonate così spesso qui?
“Ci piace molto l’Italia, e speriamo di piacere molto agli italiani”.
Il vostro ultimo disco, In This Light and On This Evening, è uscito nel settembre dello scorso anno, avete già nuove canzoni da proporre in concerto?
“Suoneremo un paio di brani che non avevamo fatto in tempo a finire per l’album, ma non abbiamo ancora cominciato a pensare a un nuovo disco”.
In scaletta ci sarà anche la cover di Lullaby dei Cure?
“Non credo, dal vivo la proponevamo quando avevamo solo uno o due album e i concerti rischiavano di essere troppo brevi”.
Come mai proprio i Cure?
“Radio One ci ha chiesto di scegliere una canzone arrivata in top ten negli ultimi 25 anni per inciderne una cover. Lullaby era la sola che ci piacesse. I Cure non hanno paura di confrontarsi col pop: sono melodici, molto originali musicalmente e scrivono testi interessanti. Per gli Editors sono da sempre un punto di riferimento”.
Più dei Joy Division, cui pure molti vi paragonano?
“Senz’altro. Ai Joy Division ho sempre preferito i R.E.M. Né gli uni né gli altri sono della mia generazione, avevo due anni quando è uscito il primo disco dei R.E.M., ma ho passato l’adolescenza con le loro canzoni. Conoscevo anche i Joy Division, ovviamente, ma ho cominciato a interessarmi alla loro musica solo più tardi”.
Come racconteresti i tre album degli Editors?
“Nel primo disco le canzoni erano stato eseguite per molto tempo in tour, erano semplici ma avevano un’immediatezza unica. Col successo siamo diventati più sicuri di noi stessi e delle nostre capacità, ma per il secondo album non abbiamo avuto molto tempo per scrivere, e oggi quelle canzoni hanno dal vivo uno spessore che in studio non sempre avevamo raggiunto. Il terzo è il nostro lavoro più ricco e più ambizioso, abbiamo cercato di inserire elementi nuovi , abbiamo recuperato l’elettronica, ma ci sono anche molte chitarre. In questo l’apporto di Flood, che lo ha prodotto, è stato determinante”.
E in futuro?
“Non so dove andremo, ma so che abbiamo cominciato a lavorare come band a un livello più alto, siamo più professionali ma finora siamo riusciti a conservare l’entusiasmo degli inizi. E abbiamo capito come vogliamo sia la nostra musica: dev’essere pericolosa, non lasciare indifferenti”.
Scrivi tutti i testi delle canzoni?
“Certo”.
E come mai sono così melanconici, spesso addirittura oscuri, visto che non sembri affatto una persona cupa?
“Non sono per le cose zuccherose, mi piacciono le situazioni complicate, non ho paura di affrontare temi e circostanze scomode. Questo nei testi, ma lo stesso è per la musica: apprezziamo il gothic, il dark, le atmosfere claustrofobiche, ma non vuol dire che il nostro obbiettivo principale, poi, non sia sempre quello di far divertire chi ci ascolta. Vogliamo che dai nostri concerti il pubblico esca con un sorriso in volto e un pensiero in più nella testa”.
Come ti senti a mettere in pubblico il tuo cuore, a cantare di sentimenti intimi di fronte a migliaia di persone?
“Quando scrivo cerco di non essere troppo personale, anche se quasi sempre il punto di partenza per i miei testi è un sentimento individuale Ma quando sei sul palco, quello che hai nel cuore diventa di tutti, le parole non sono più mie, le canzoni vivono di vita propria. La grande musica parla a tutti, dice a ognuno qualcosa della sua propria vita. Non sempre ci riusciamo, ma ci proviamo continuamente”.
Hai mai pensato: questa canzone è perfetta per uno stadio, questa per la radio, questa deve rimanere su disco?
“No, ma mi rendo conto che alcune sono migliori per la radio, altre vanno meglio in uno stadio perché magari hanno un ritornello che si può cantare in coro”.
Ultimo disco acquistato?
Gil Scott Heron e Peter Gabriel, che mi piace molto, la sua ersione di una canzone di Bon Iver è fantastica”.
Avete venduto su eBay una batteria firmata da voi per raccogliere fondi per Haiti. Vi considerate impegnati politicamente?
“Non abbiamo una liena politica e d’aktra parte come si fa a seguire un politco in questo momento? Abbiamo due opzioni nel Regno unito, e nessuna ci sembra così interessante: dev’essere per questo che i giovani votano sempre meno. Non ci piace mischiare la musica con la politica, ma ci impegnimo attivamente per cause concrete, da Haiti al riscaldamento globale. Naturalmente per quello che possiamo fare. Ed è sempre troppo poco”.

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The Cure, 4:13 Dream

30 novembre 2008 Nessun commento

Tredici brani per il tredicesimo album in studio dei Cure, uscito all’inizio di novembre e preceduto da una serie di singoli tutti pubblicati lo stesso giorno (il 13, ovviamente), da maggio a settembre. Promozioni incrociate, marketing virale, social media e anteprime live (a Roma, lo scorso ottobre): eppure 4:13 Dream non finirà accanto ai capolavori della band di Robert Smith, come Pornography o Disintegration. Album che hanno segnato un’epoca, che sono finiti in classifica, che hanno definito un genere, da noi chiamato “dark” e nel resto del mondo “gothic”: abiti neri e poeti maledetti, ma anche storie d’amore romantiche e un po’ morbose.

Oggi, con trentadue anni carriera alle spalle, i Cure sembrano incerti sulla direzione da prendere, e così la gestazione di 4:13 Dream, tra rinvii e contrattempi, è stata molto lunga più del previsto. Concepito originariamente come un doppio album, dura invece meno di un’ora: contiene solo alcuni dei 33 brani registrati, quelli in cui è più evidente la matrice pop  della band (gli altri dovrebbero essere pubblicati nella primavera del 2009 in un altro disco).

Ma Sleep When I’m Dead non è Close To Me, come il crescendo di Scream non è The Kiss, e The Only One non è Friday I’m in Love. Qui, certo, non c’è la nostalgia ruffiana di altri protagonisti degli anni Ottanta tornati per spremere gli ultimi spiccioli ai loro fan ingrigiti, ma neppure c’è l’inventiva bizzarra dei Cure, la loro poesia, il loro fascino oscuro. Tolte le chitarre elettriche, rimangono solo un po’ di rossetto sbavato e la bella voce di Robert Smith.

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