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Lady Gaga, il mondo all’incontrario

10 novembre 2010 Nessun commento

La storia è appena un pretesto: Lady Gaga è in città (New York, ovviamente), l’auto si guasta, così lei e gli amici optano per la metro. Si blocca pure quella, il gruppo torna in superficie, ma una tromba d’aria li trasporta nel mezzo di Central Park, che è in realtà una selva oscura e piena di pericoli. Qui Lady Gaga affronta un mostro, lo sconfigge lanciando razzi dal reggiseno e il party può cominciare. Il Monster Ball Tour sbarca a Torino e per due ore e passa il mondo gira all’incontrario: i 12 mila del Palaisozaki sono quelli «normali», quelli fuori i tipi strani. È lei stessa a spiegarlo: «Non importa quanti soldi avete, da dove venite, se sapete ballare o no; qui potete essere chiunque vogliate. E stanotte a Torino saremo tutti liberi».
La serata torinese si articola in diciotto canzoni, con un’infinità di cambi d’abito. Incomincia alle 20.45, con Lady Gaga nascosta dietro una griglia di raggi luminosi: «I am free», sono libera, canta. Poi parte Dance in The Dark, ritmo tiratissimo, ma lei è immobile, solo la sua silhouette si proietta sui teloni semitrasparenti. Che cadono, e finalmente la svelano: ha capelli gialli e un giubbotto viola con enormi spalle imbottite. Segue Glitter and Grease, poi Just Dance, il singolo d’esordio, che lei suona nel cofano di una Rolls Royce verde. «Torino!», urla lei, e il pubblico esplode, ma al «Ti amo Italia» è un boato. Lo spettacolo prosegue con Beautiful, Dirty Rich e The Fame.
Cambio di quadro, altro filmato. Una modella le siede sulle ginocchia e vomita liquido verde, Lady Gaga mangia un cuore sanguignolento: Hermann Nitsch in salsa pop. Per Love Game è vestita da suora e ne approfitta per un sermone: «Mi chiamo Lady Gaga. Voglio che liberiate di quello che non vi piace, voi siete delle superstar e siete nati così; quando andate via portate con voi questo messaggio». «Vi amo ragazzi, e vi dirò una cosa: cucino da dio i piatti italiani». È la volta di Boys Boys Boys, dedicata ai gay: «Quando andrete a casa, stasera, andateci amando di più voi stessi»; molti tra i suoi fan lo sono, e negli Usa Lady Gaga è considerata una paladina dei diritti omosessuali. Ma è per le sue origini italiane che Lady Germanotta spende parole appassionate, ricordando il nonno Giuseppe e la nonna Angelina: «Mi sarebbe piaciuto averli qui, perché so che sarebbero stati orgogliosi di me, e sono certa che ci stanno guardando». Indossa anche il Tricolore, per presentare un brano inedito e molto rock, You and I: sarà nel prossimo album, Born This Way, in uscita nella primavera del 2011.
In So happy I could Die è abbigliata da Spirito Santo e opportunamente sollevata in cielo da una piattaforma meccanica. Siamo a metà del concerto, la scenografia cambia ancora: su Monster i ballerini si scatenano in una foresta stilizzata. Lo show non è forse perfetto e asettico come quelli di Madonna, cui spesso Lady Gaga viene paragonata, ma ricco di suggestioni ed energia. «C’è una sola cosa che odio più del denaro – dice verso la fine – ed è la verità». Con Teeth arriva un altro predicozzo sui diritti gay, tra assoli di chitarra, poi è la volta di Alejandro.
Per entrare nel grande party di Lady Gaga non è necessario vestirsi di bolle di plastica, basta essere se stessi, non scendere a compromessi. Come lei, nata discograficamente appena due anni fa, con all’attivo un disco e mezzo, nemmeno trenta canzoni, di cui una decina finite nelle top ten di tutto il mondo. Canta bene, suona il piano (che va a fuoco in Speechless, uno dei rari momenti in cui il ritmo rallenta un po’), ha con i fan un rapporto privilegiato. Li chiama Little Monsters, «piccoli mostri» e si candida a diventare per loro una sorella, una madre, un’amica. Ma con Poker Face, Paparazzi e, in chiusura, Bad Romance si rivela per quello che è: la nuova regina del pop.

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Un caffè con Samuel dei Subsonica

Samuel è vestito come per un concerto: jeans e camicia nera a maniche corte, di taglio vagamente militare. Vive a due passi dalla Mole, proprio nel centro di quella Torino che oggi è famosa anche per segnato l’esordio della sua band, i Subsonica (“Ma – precisa – i primi successi li abbiamo avuti a Milano, Roma e Napoli; la nostra città è arrivata dopo”). Prepara il caffè con una curiosa macchinetta gialla e racconta dell’ultimo disco, Nel vuoto per mano, appena uscito: quindici canzoni a ripercorrere dodici anni di storia del gruppo.
Cos’è cambiato in tutto questo tempo?
“All’inizio eravamo più una famiglia che una band: passavamo le giornate in studio e andavamo tutti a dormire in casa di Max, l’unico che avesse un posto dove stare. La musica faceva parte del nostro mondo come mangiare, leggere un libro, parlare con gli amici. Dovevamo ancora scoprire chi eravamo e quale fosse la nostra strada, anche se di una cosa eravamo certi: non volevamo essere un gruppo da classifica”.
E qui avete fallito…
“Non del tutto: per noi è sempre stato predominante l’aspetto live, i concerti, il pubblico; una dimensione che in questi anni è stata sempre molto presente. Come è stata presente l’esigenza di raccontare noi stessi e il periodo che stiamo vivendo”.
Per questo avete organizzato i due giorni di No Nuke?
“C’è chi vuole riportare le centrali atomiche in Italia utilizzando lo spauracchio della crisi energetica e l’arma della disinformazione. L’opposizione non ci sembra capace di controbattere, perciò abbiamo ideato due concerti, uno a Roma e uno a Torino, dove abbiamo ospitato scienziati ed ecologisti che hanno dato sia a noi che al pubblico un’informazione più approfondita”.
E la scuola?
“Siamo stati studenti fino  a poco fa e troviamo assurdo il piano della Gelmini. In questo momento di appiattimento culturale un movimento come l’Onda è una grande speranza per l’Italia, mostra un’energia che negli ultimi anni è mancata. Se ci chiameranno, noi saremo al loro fianco, però non vogliamo che la nostra presenza faccia perdere di vista il motivo della protesta”.
Tornando alla musica, c’era bisogno di un’antologia dei Subsonica?
“Assolutamente no”.
E allora perché pubblicarne una?
“Molte band hanno nel proprio contratto l’obbligo di far uscire un greatest hits. C’è chi si tira fuori e lascia fare all’etichetta, ma noi abbiamo deciso di impegnarci perché il risultato finale ci rappresentasse davvero”.
E’ un disco molto omogeneo, sembra quasi che i brani siano stati scritti contemporaneamente.
“Abbiamo un marchio di fabbrica, che è il nostro studio: stesse macchine, stessi strumenti, stessa attitudine; come Subsonica abbiamo svilito la figura del musicista in favore della produzione e dell’arrangiamento, cercando di mettere in secondo piano il lato umano della nostra musica. Ma poi il brano inedito, Il Vento, è quello dove siamo più che mai musicisti”.
Come mai quasi tutti i brani dell’antologia sono stati dei singoli?
“La nostra strada è stata segnata dalle scelte che abbiamo fatto: quelli erano allora i nostri brani migliori, ed è stato bello a distanza di tanto tempo vedere che la pensiamo ancora così”.
Ci sarà anche un tour?
“I concerti saranno divisi in due parti: nella prima ci saranno le canzoni della raccolta, più qualche altra, mentre la seconda sarà una sorta di deejay set, con i brani più dance missati insieme. Suoneremo nei club, i luoghi dove avevamo iniziato: vogliamo che le nostre produzioni decrescano; niente impianti luce esagerati, basta con le decine di migliaia di watt per l’audio”.
E’ recessione?
“No, semmai una maggiore attenzione all’ambiente: dallo scorso anno abbiamo cominciato a usare energia solare per i concerti, anche se per ora riusciamo ad alimentare solo gli strumenti sul palco. In questo tour andremo in giro con un tir soltanto, anziché tre, e in futuro speriamo di riuscire a fare musica a impatto zero”.
Come tante band italiane, da un’etichetta indipendente siete passati a una major quando avete cominciato ad avere successo. Ma è un passo indispensabile?
“Ad un certo punto i rapporti con la Mescal sono peggiorati, altrimenti avremmo continuato a lavorare per loro. Non c’era più la fiducia e la voglia di andare avanti insieme, così siamo passati alla Emi, e ora abbiamo un contratto che ci lascia molta più libertà rispetto a quello precedente”.
Tornerete a Sanremo?
“Io senz’altro. D’estate mia madre va in vacanza lì e passo a trovarla ogni tanto. Poi chissà, l’ultima volta che me l’hanno chiesto ho detto che al Festival non sarei andato assolutamente, e poi eravamo lì dopo qualche mese. Ma era un’edizione speciale: presentava Fabio Fazio, hanno vinto gli Avion Travel, in gara c’erano Max Gazzè e Carmen Consoli: un mondo molto più simile al nostro rispetto alla media del Festival. Così, quando ce l’hanno proposto, abbiamo visto i partecipanti e siamo andati volentieri, ma ovviamente è stato uno di quelli meno che hanno venduto meno”.
C’è un disco nuovo dei Subsonica?
“Per ora pensiamo al tour, so che ci divertiremo molto, poi prenderemo spazio per i progetti personali. Sto scrivendo i brani per il prossimo album dei Motel Connection, e anche gli altri si prenderanno del tempo per le loro attività, poi ci rincontreremo per rimetterci in gioco  come gruppo”.
Quindi non vi sciogliete, a dispetto delle voci che ogni tanto girano?
“Le voci girano ogni anno. Non è assolutamente vero che ci sciogliamo, ma è vero che abbiamo un modo strano di vivere i nostri dischi. Quando fai un album metti in gioco sensazioni intime, che vanno confrontate con quelle degli altri, e questo crea inevitabilmente degli attriti, perciò dopo distruggiamo tutto e poi ricostruiamo da capo. Chi ci conosce bene sa che i Subsonica si sono già sciolti decine di volte”.

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