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Per ora noi le chiameremo Luci Della Centrale Elettrica

«Come va?». «Da settimane non si vede il sole e nessun’altra stella o pianeta». Vasco Brondi regala versi anche quando risponde al telefono. Ha ventisei anni, è timido e gentile e spesso si fa travolgere dalle sue parole. Ne ha affastellate tante, nei due album a nome Le Luci della Centrale Elettrica: poetiche, rabbiose, pesanti come pietre, su un tappeto di suoni scarni e vagamente folk. Così, con la sua one man band, è diventato la rivelazione della musica italiana degli ultimi anni: un premio Tenco, migliaia di dischi venduti, un libro e un folto seguito sul web, dove si trovano generatori automatici di testi vascobrondiani e parecchi imitatori umani. Da oggi, anche un tour nei club per accompagnare l’ultimo album, Per ora noi la chiameremo felicità.

Brondi, lei parla dei parcheggi deserti di Mirafiori, di sindacati e di licenziamenti. È il ritorno della canzone politica?
«Per me l’unico modo possibile di scrivere è mettere insieme il mondo interiore e quello esteriore. L’amore, ad esempio, si confronta sempre con quello che sta intorno: con il lavoro, con i soldi necessari per poter prendere un treno e stare insieme. Non accetto che si possa parlare di cose intime senza far finta che il resto non esista».

È davvero così grigia e disperata l’Italia di oggi?
«Anche nel mio libro (Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero, uscito da Baldini e Castoldi, ndr) parlavo di una relazione che come colonna sonora ha un telegiornale. Lo stesso è il disco: racconta un “si salvi chi può” che è di una generazione, non solo mio. Ma sono stupito dal fatto che alcune traiettorie si siano unite, invece che scorrere parallele verso un posto di lavoro a progetto, e ora c’è una reazione di qualche tipo, un segno di vita che è sempre meglio del niente».

Anche nella musica?
«No, la musica indipendente italiana è chiusa in un micromondo con il filo spinato intorno, fatto di quattro blog e due eventi, è un ambiente che basta a se stesso e con la realtà non si sporca le mani».

Ma alle Luci della Centrale Elettrica è andata bene: come mai?
«Il nostro è un disco autoprodotto, realizzato da un’etichetta che più che altro è un collettivo, spendendo pochissimo; alla fine è andato in classifica con Zucchero. Non saprei fare una fenomenologia del successo, ammesso che il mio sia successo. Io so solo che sto facendo quello che voglio nel modo in cui voglio, mi pare che finalmente questo sia apprezzato e capito».

Finirono in classifica pure i Csi, che lei cita esplicitamente in un brano, e Giorgio Canali ha prodotto i suoi due album. Si sente l’erede di Ferretti?
«Prima dei Csi c’erano i Cccp, e già loro dicevano di voler fare storia e geografia più che musica: è quello che mi interessa, non i sottofondi piacevoli, non voglio chiudermi nel mio mondo».
E fra vent’anni anche lei scriverà libri sull’Appennino ed editoriali filopapali?
«Non si può escludere niente, ma non mi sento un eremita».

Dal primo album del 2008, al secondo, uscito lo scorso novembre, c’è una notevole crescita musicale, ma dal vivo come cambiano queste canzoni?

«Per le anteprime teatrali di quest’autunno la formazione era quella del disco, con gli stessi musicisti (che suonano tutti con altre band, dai Massimo Volume agli Afterhours). Ma ora la band è più estesa, ognuno ha un’identità precisa che si riflette negli arrangiamenti e nelle interpretazioni».

Così Le Luci della Centrale Elettrica sono diventate un progetto collettivo?
«Passo sempre tanto tempo da solo nel decentramento di Ferrara, ma la dimensione collettiva dà una profondità in più, e a me piace confrontarmi e ascoltare i consigli degli altri, sia nella musica, sia nelle altre attività delle Luci. Mi occupo anche della parte visiva: per la copertina di Per ora noi la chiameremo felicità ho lavorato con Andrea Bruno, che ha anche realizzato la scenografia del tour. Mi piace ampliare questo mondo che è un po’ immaginario e un po’ reale, dove io non sono nemmeno indispensabile, le storie sono già lì, con la loro forza e le loro immagini».

E l’impressione è che siano molto legate tra loro, almeno a leggere i testi uno dopo l’altro…
«Questo disco è stato pensato molto come un insieme, a differenza dell’altro. La scaletta è venuta fuori così, con una precisa idea di successione; alla fine ne risulta una specie di affresco, a fuoco in certi punti, sfocato in altri, che crea una piccola succursale della realtà esterna».

Un concept album?
«Si, ma anche un disco legato al primo e al libro, una specie di trilogia della periferia, che si conclude qui. Sento che adesso sto cominciando a fare altre cose».

Dopo i Baustelle, che vengono da Montepulciano, le Luci della Centrale Elettrica, da Ferrara: la musica rinasce in provincia?
«Tutti i miei riferimenti musicali e letterari vengono dalla provincia e per me questa è una forza, non una debolezza. Anni fa a Ferrara c’era un gruppo punk abbastanza noto, gli Impact: quelli di Milano avevano cassette e riviste e copiavano delle band inglesi, loro invece interpretavano tutto in maniera assolutamente personale, dalla musica all’abbigliamento. Era il contributo della provincia al punk».

Ora c’è internet…
«Certo, non c’è nessun bisogno di andare in una grande città, il lato negativo è che l’ambiente non offre particolari stimoli, è tutto ok ma se esci non c’è granché da fare. E non sarò certo io a cantare l’elogio della provincia: a casa ci sto davvero poco».

Ma per qualche tempo ha vissuto a Milano: com’è stato? «Nelle grandi città la differenza è nelle persone che incontri. Milano è una specie di America che non c’è e che hanno creato tutti quelli che sono andati lì in cerca di qualcosa. Questa è la sua vera ricchezza».