Archivio

Posts Tagged ‘YouTube’

Internet killed the video star

Arrivarono perfino in ritardo, i Buggles. Dopo i successi di Elvis, dopo le sperimentazioni di Beatles (A Hard Day’s Night, Help, Yellow Submarine) e David Bowie (Jean Genie). E soprattutto, dopo Bohemian Rhapsody dei Queen, la prima vera clip registrata su nastri magnetici e non su pellicole.

Nostalgici e visionari
Così Video Killed The Radio Star, che uscì all’inizio di settembre di trent’anni fa, non prevedeva il futuro, ma descriveva il presente, anzi addirittura guardava al passato: il testo parlava di divi degli anni Cinquanta e Sessanta, e di moderno aveva poco (qualche riferimento all’avvento della civiltà delle immagini e del videoregistratore). Ma puntava su altre armi per passare alla storia del pop: la melodia orecchiabile, con quel contagioso “aua-aua”, un ritornello cantato da soavi creature femminili, una voce maschile robotica ma non inquietante come quelle dei Kraftwerk, senza i quali non sarebbe esistito né il 45 giri, né l’intero album da cui è tratto, intitolato The Age Of Plastic.
Il brano arrivò subito al primo posto nella top ten del Regno unito ed entrò nelle classifiche di molti Paesi europei, tra cui l’Italia, rimanendoci fino all’estate del 1980. Poi Video Killed The Radio Star attraversò l’oceano e fu molto opportunamente utilizzata per il debutto di Mtv, il primo agosto del 1981: era iniziata ufficialmente l’era del videoclip. E insieme la carriera del regista Russell Mulcahy, che per i Buggles aveva inventato tramonti sintetici e muri di polistirolo; negli anni Ottanta dirigerà praticamente tutti i grandi nomi: Duran Duran, Spandau Ballet, Human League, Elton John, Ultravox, Kim Carnes, Bonnie Tyler, Queen, Billy Joel, Culture Club, Supertramp e perfino i Rolling Stones, prima di cimentarsi col cinema (Highlander).
I Buggles, invece, rimarranno nel mondo della musica: un secondo album esce nel 1981 e viene presto dimenticato, mentre Geoff Downes passa prima agli Yes e successivamente agli Asia. Trevor Horn si ricicla come produttore (dai Frankie Goes To Hollywood alle Tatu, fino al prossimo Robbie Williams, intitolato appunto Reality Killed the Video Star), Hans Zimmer invece diventa famoso come compositore di colonne sonore.

Videocultura
Nato all’incrocio tra generi e stili diversi come il film, la danza, il documentario, il video ha lasciato tracce di sé nella letteratura (Meno di zero, di Bret Easton Ellis, è l’esempio più famoso) e cambiato per sempre il modo di intendere la televisione e il cinema. Effetti speciali, montaggi iperveloci, inquadrature impossibili sono ormai frequenti in programmi tv, film e pubblicità, e non è un caso se dive pop come Christina Aguileira, Madonna, Britney Spears hanno spopolato con spot ispirati ai loro video più famosi.
La radio non è morta, ma Mtv, nei suoi ventotto anni di vita, è diventata un fenomeno mondiale, ampliando il palinsesto con giochi, serial, reality show, cartoni, programmi di informazione e approfondimento. Continuando a sfornare, stagione dopo stagione, idoli per teenager e nuovi protagonisti del pop, senza curarsi di chi accusava i video di distruggere la fantasia degli ascoltatori. E via con boyband, girlband e filmati sempre più costosi (il record è di sette milioni di dollari per Scream di Michael e Janet Jackson). Finché non è nato il video che racconta il video, proprio come le tv inquadrate nella clip dei Buggles: negli ultimi anni è stato tutto un fiorire di backstage, making of, dietro le quinte, per rientrare dalle spese sostenute per il video vero e proprio. Addirittura si è arrivati alla cover del video, con Anton Corbjin che cita se stesso riutilizzando la figura del re viandante di Enjoy The Silence (Depeche Mode) per Viva la Vida dei Coldplay.

Internet killed the video star
Se a cavallo del nuovo millennio il mercato dei videoclip è decollato anche per l’uso privato, oggi che la musica ha quasi del tutto abbandonato il supporto fisico anche i dvd si vendono meno. Ed è ancora una volta il web a cambiare le regole del gioco, con i filmati in streaming, da vedere sul computer, con i video da acquistare su iTunes Store di Apple, e ancor più con i servizi gratuiti: Yahoo. il fornitissimo Babelgum, pieno di esclusive e anteprime, senza contare l’onnipresente YouTube, che da qualche tempo è accessibile pure dai telefonini. Eppure YouTube continua ad essere in rosso, perché finora non ha saputo dar vita a un efficace modello di business: solo di recente ha introdotto la pubblicità sui filmati e pare che finalmente sia cominciando a guadagnare. Centesimi, millesimi di euro per ogni clic, provenienti sia dal sito che dai video inseriti dagli utenti in blog e forum sparsi nel web. E’ un’efficace forma di marketing virale, che le case discografiche e gli Studios di Hollywood hanno mostrato di apprezzare, visto anche il fallimento di esperimenti come la web tv Joost. Tra quelli che non ci credono è la Universal, che ha negato a YouTube i diritti per lo sfruttamento di musica e clip: così oggi chi prova a inserire nel proprio sito il video dei Buggles si ritrova di fronte uno schermo nero. Sarà internet a uccidere le star del video?

Con Spotify la musica non si scarica più

Prima la musica ha abbandonato il supporto fisico, e con il boom degli Mp3 non c’è stato più bisogno di avere in casa compact disc e vinili, diventati feticci per collezionisti. Ora non è nemmeno indispensabile possedere le canzoni, basta collegarsi a internet e cercare un sito che le trasmetta in streaming. A rivelarlo è un sondaggio del Guardian, secondo cui due adolescenti inglesi su tre ascoltano regolarmente musica in questo modo, e per un terzo dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni è un’abitudine quotidiana. Parallelamente – ed è questa la buona notizia per i discografici – calano gli utilizzatori dei programmi di peer to peer: se lo scorso anno il 42 per cento degli intervistati ammetteva di aver scaricato illegalmente brani da internet, all’inizio dell’anno la percentuale è scesa al 26 per cento. Il calo si spiega anche con la qualità dei file scaricati, non sempre ottimale, e col pericolo concreto di ritrovarsi sul computer un virus invece di una canzone.

Così oggi ai ragazzi la musica arriva soprattutto tramite Youtube, con videoclip e spezzoni dal vivo, e Spotify (non ancora disponibile in Italia), dove prima di ogni brano è inserito un breve spot pubblicitario. E in entrambi i casi non sono le canzoni a generare i guadagni, ma la pubblicità: è lo stesso meccanismo con cui si mantengono le tante web radio e Last.fm, il più famoso dei siti di streaming, con oltre 300 milioni di iscritti in 200 Paesi. «La pirateria rimane un problema gravissimo, ma anche da noi il download illegale e’ in calo», osserva Enzo Mazza, presidente della Federazione Industria Musicale Italiana «Tra i ragazzi cresce l’uso dei social network per condividere canzoni e video. E’ un modo per recuperare una dimensione emotiva, per parlare di un brano che ti ha colpito, di un concerto che hai visto». Certo, bisogna avere una connessione veloce, ma oggi la tecnologia permette di ascoltare musica in streaming e connettersi a Youtube e Facebook anche con un telefonino. Il mercato si allarga e si divide in mille nicchie: aumentano ancora gli acquisti legali di canzoni su internet, ma intanto l’industria punta sui videogiochi, sugli abbonamenti via cellulare (Nokia), sulle grandi tournée, sul merchandising. E se in cime alle top ten di mezzo mondo c’è l’opera omnia di Michael Jackson, negli Usa è entrata in classifica anche una maglietta: disegnata dal rapper Mos Def, viene venduta online e nei negozi di dischi e ha sul cartellino un codice che permette di scaricare l’album.